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Alcuni caratteri tipici della modernità

Contro ogni autorità: razionalismo, individualismo, titanismo.

L’ingresso nella modernità è caratterizzato dall’abbandono e dal rifiuto del principio di autorità. Questa tendenza si verifica in ogni rivoluzione sovversiva, anche Platone ne parla nelle Leggi. In rapporto al degrado sovversivo in atto nella democrazia ateniese, il Maestro ha fatto un esempio rapportato alla musica, per mostrare quali sono gli effetti della prevaricazione dell’autorità e il sopravvento dell’individualismo in ambito tradizionale.

Dopo di ciò, col trascorrere degli anni, nell’ambito di coloro che giudicano i casi di prevaricazione delle leggi sulla musica, ebbero il sopravvento degli artisti per natura dotati di estro poetico, ma del tutto all’oscuro di ciò che è giusto e corretto in campo musicale. Ebbene, costoro, presi da furor bacchico e catturati dal piacere più del dovuto, mescolando fra loro treni, inni, peani e ditirambi, imitando la voce del flauto con quella della cetra, e, da ultimo, fondendo una cosa con l’altra, pur senza intenzione, ma certo per ignoranza, finirono con insinuare la falsa convinzione che la musica non avesse in sé un criterio assoluto di valore, ma che a dettare il miglior giudizio su di essa fosse il piacere di chi ne gode, indipendentemente dalla bontà o meno della sua natura.

Al seguito di tali opere e dei discorsi che ad esse si accompagnavano, introdussero nei più il gusto per la prevaricazione delle leggi musicali e la presunzione d’essere all’altezza di giudicare. Ecco quindi che i teatri, da silenziosi che erano, si riempirono di urla assordanti, quasi fosse il pubblico in grado intendere ciò che è bello e ciò che non lo è; e così, al posto dell’aristocrazia dell’arte sorse una forma di deteriore «teatrocrazia». E se almeno in questa «teatrocrazia» si fosse formata una sorta di democrazia di uomini liberi, il fatto non sarebbe stato poi così grave. Invece, da tale atteggiamento verso la musica si è originata fra di noi la falsa opinione di sapere tutto su tutto, un gusto per la trasgressione e, di conseguenza, per la libertà senza limiti.

La presunzione del sapere tolse ogni remora e la mancanza di timore generò l’impudenza. Infatti, il non aver più rispetto per l’opinione di chi è migliore, per effetto della presunzione è, per così dire, l’aspetto deteriore dell’impudenza, perché nasce da una certa forma di libertà spinta all’eccesso.

Megillo – Quello che tu dici è la pura verità.

Ateniese- In seguito a questa libertà è sorto il rifiuto a sottostare all’autorità costituita.

Ancora a tale forma di libertà va imputato come effetto il rifiuto di obbedire al padre, alla madre, agli anziani e ai loro precetti, nonché, al limite, anche l’insubordinazione alle leggi e, per chi si sia spinto fino all’estreme conseguenze, il tradimento dei giuramenti fatti, degli impegni sottoscritti e il totale disinteresse per gli Dei. A tale punto si rivela una natura del tutto analoga a quella tradizionalmente attribuita ai titani e, di conseguenza, si finisce col regredire alle loro condizioni di un tempo che consistevano in una vita eternamente infelice, sempre assediata dai mali.

Il rifiuto di sottostare all’autorità, che Platone descrive magistralmente, l’impudenza per la quale non si rispetta chi è migliore, per effetto della presunzione, sono aspetti di una condotta divenuta essenziale nell’individuo moderno. Il rifiuto dell’autorità, basato sulla presunzione di sapere, ha avuto una genesi remota nell’Occidente europeo e progressivamente si sta diffondendo in modo parossistico a tutto il mondo. La presunzione, che è alla base del rifiuto del principio di autorità, e l’abuso della libertà, devono essere completamente rimossi quando si tratta di ricostituire lo stato d’animo dell’uomo religioso tradizionale. Il soggetto tradizionalista non si rende conto di essere determinato da quella stessa hybris denunciata da Platone, che oggi è estremamente diffusa, egli manifesta una condizione titanica penosa, una doppia natura, un habitus, che proviene dall’avere vissuto secondo un orientamento radicalmente individualistico e sovversivo per decenni. L’eredità deviata di alcuni secoli di sovversione spinge all’assunzione incosciente di una mentalità e di una condotta tutta indirizzata in senso titanico, “…nel totale disinteresse per gli Dei”, un ateismo pratico incosciente, presente anche in coloro che si affermano “religiosi”. Restando sempre immerso in una società che condiziona esclusivamente in una direzione atea e ribelle, anche l’individuo che presume di militare per la “Tradizione” ricade nella stessa deviazione, rivelando, anche molto chiaramente, la sua insofferenza per la sottomissione all’autorità, un’insofferenza tipica dell’ultimo uomo, minato, tarato nel suo animo. Se questo uomo non riesce ad affrontare e superare la dura superbia che patisce, creando la dovuta subordinazione al principio dell’autorità divina, non potrà mai, in alcun modo, costituire un’animo religioso tradizionale. Chi svolge il magistero della direzione spirituale oggi, incontra molto spesso uomini che presentano un titanismo generale e profondo, ormai intrinseco alla loro costituzione psichica natale, questa tara genera estreme difficoltà al momento di avvicinarsi alla prassi religiosa regolare, specie al momento di costituire la retta relazione con l’autorità religiosa, che viene vista come un altro individuo, su cui si può opinare e dare giudizi protervi. L’uomo attuale ha già problemi per comprendere rettamente cosa è la religione, ma poi i problemi aumentano, perché la costituzione dell’animo religioso regolare prevede la completa risoluzione della superbia, dell’autoreferenzialità, dell’autoaffermazione, della disposizione individualistica, del rifiuto dell’autorità, ecc.

L’emergenza del titanismo nell’umanità ha origini remote, si può ben dire che risalga al passaggio dall’età aurea a quella argentea, ma poi la superbia e l’indisposizione avversativa e sovversiva nei confronti dell’Autorità Divina si sono via via accentuate, fino all’età bronzea, la quale si è conclusa con la sanzione divina della condotta superba e violenta dei Titani, che si erano ribellati all’autorità spirituale e all’ordine sacerdotale detentore della legittima trasmissione della Sapienza Divina Originale. Dopo la restaurazione eroica delle condizioni auree originali il titanismo è ricomparso in modo più aggressivo nell’età ferrea, nella quale l’elemento tellurico e corporeo sviluppa un’ascendenza titanica sempre maggiore nei confronti dell’animo dell’uomo. Man mano che l’umanità procede verso la fine dell’età oscura e, più in generale, verso la fine del suo presente ciclo, il centro dell’essere umano viene sempre più traslato nell’elemento titanico, fino al punto in cui l’umanità si compone, pressoché esclusivamente, di individui somatici e carnali. La soggezione alla natura titanica sviluppa anche una correlativa superbia, la quale, accrescendosi di continuo, genera una sempre più intensa opposizione e avversione nei confronti di tutto ciò che costituisce i principi superiori dell’essere, elementi che trascendono l’identità somatica, ai quali l’individuo, ridotto all’orizzonte corporeo, dovrebbe subordinarsi per tentare di vincere la soggezione alla natura mortale, della quale patisce ogni cosa. Con l’ingresso nell’ultima frazione dell’età oscura, nella quale si costituisce la modernità, il titanismo raggiunge la massima intensità e la più larga estensione, il problema della superbia ribelle a Dio e all’autorità religiosa diviene collettivo, fino al punto in cui l’umanità atea si organizza per imporsi a livello mondiale, in contrapposizione a qualsiasi ordine religioso, negando ogni subordinazione al Divino.

Come abbiamo osservato, è possibile dividere l’ultima fase dell’età ferrea in tre sezioni di settecentoventi anni circa, che costituiscono i tre decani di un mese cosmico, ciascuno dei quali riproduce i tre domini della manifestazione umana. Nel primo periodo predomina un’umanità intellettiva e noetica, nel secondo periodo domina un’umanità psichica, mentre nell’ultimo periodo assume il predominio l’uomo sensibile e carnale. L’ultimo periodo può essere suddiviso a sua volta in due parti, nella prima parte si verifica il distacco progressivo della ragione individuale “titanizzata” dalla fede e quindi dalla partecipazione indiretta alla verità divina. La ragione determinata dall’individuazione somatica e circoscritta alle limitazioni dell’uomo carnale, quindi limitata alla “nascita” e alla “morte” del composto umano transeunte, assume il ruolo di guida unica nella prassi conoscitiva, morale e civile, dell’uomo. La prima dinamica del distacco si ravvisa negli indirizzi antitradizionali che si sono fatti strada all’interno della Scolastica medioevale e che ne hanno favorito la dissoluzione nel corso di tre secoli, fino alla metà del ’600. Al moto titanico si è opposta, per analogia e reiterazione in una voluta più bassa della catabasi, una reazione di tipo “eroico”, che ha dato origine al Rinascimento, il quale, nell’intento dei suoi fautori doveva ripristinare la spiritualità aurea in senso generale, e la condizione divina dalle lettere e della poesia presente nella augusta costituzione dell’Impero di Roma. Il conflitto fra l’elemento titanico ascendente e quello eroico, volto alla difesa e al restauro della tradizione originale, ha avuto il suo fulcro tra la fine del ’400 e l’inizio del ’500, cioè alla metà della prima parte dell’ultimo periodo, superato questo snodo l’elemento sovversivo e antitradizionale ha assunto un certo predominio, sia nella tradizione cristiana, sia nella tradizione romana, fino a che la distinzione, la separazione e persino l’opposizione della ragione umana rispetto all’intelletto divino si è definita nettamente, in tal modo è stato preparato il sovvertimento completo di ogni cosa, al fine di ordinare tutta la vita dell’uomo ad uno scopo titanico, nella seconda parte dello stesso periodo. La modernità è stata preparata in un periodo di circa 360 anni, equivalente alla prima metà della durata dell’ultimo decano del ciclo, nella seconda metà si è estesa tutta la sua azione sovversiva, fino al tempo attuale. La seconda parte del decano di 360 anni si può suddividere ancora in due parti, la prima si sviluppa fino a circa la metà dell‘800, un periodo in cui ormai ogni orizzonte umano, civile e religioso è sovvertito e ridotto alla materia corporea. La comparsa della filosofia positivistica, la definizione ultimativa della “scienza moderna”, lo sviluppo delle dottrine evoluzionistiche e progressistiche, la riduzione di ogni orizzonte alla materialità e alla animalità, sono gli elementi più significativi, che marcano questo stadio della catabasi. L’ultima parte del segmento esaminato è caratterizzata dal completo capovolgimento di tutta la vita dell’uomo e della società civile in cui vive, in ogni dominio verrà affermata la negazione radicale dell’Essere Divino e dell’Ordine e della Misura che da Esso procedono, perciò ogni elemento residuo proveniente dalle civiltà religiose tradizionali verrà perseguitato ed eliminato, al fine di riprodurre la diabolica parodia della civiltà divina originaria.

È significativo che nell’ambito degli studi profani si parli di una prima fase di sviluppo della modernità, nella quale si individua il predominio di una “ragione forte”, questa fase si sarebbe svolta fra i primi decenni del ’600 e i primi decenni dell’800. A questa prima fase ne è seguita una seconda, in cui è prevalsa una “ragione debole”. Il soggetto razionalistico titanico prende atto dell’inconsistenza del suo tentativo umano di “salire al Cielo”, individua i limiti della ragione umana e della chiusura di tutto l’uomo nel suo orizzonte. Questo riscontro non porta però al recupero della fede religiosa o della intellezione metafisica, attraverso la retta subordinazione della ragione all’autorità spirituale che guida nella via realizzativa, ma porta invece in senso contrario, in una direzione ancora peggiore. I diversi filosofi moderni hanno criticato la religione e l’intelletto trascendente su cui fonda, ma anche la fede, poi si sono appuntati a criticare anche la ragione umana stessa, senza però alcun “pentimento”, né alcuna “conversione”, perciò il titano superbo finisce per implodere e autodistruggersi. L’elemento razionale contingente, separato dal trascendente, suo fondamento causante, rileva la sua inconsistenza ontologica, gnoseologica ed epistemica, attesta anche il suo “niente”, ma non si ravvede, al contrario, procede al suo annichilimento. Il moto di allontanamento della ragione dall’intelletto e dalla fede diventa, progressivamente, un moto di opposizione, fino a quando, con l’Illuminismo del ’700, raggiunge il suo culmine. Toccato questo punto emerge l’opera di Kant, che interpreta a rovescio quanto sta avvenendo, infatti egli reputa che, con lo sviluppo razionalistico dell’Illuminismo, l’uomo si sia riscattato da uno stato di minorità e finalmente liberato da ogni guida autoritaria esterna. A tale proposito Kant dice:

“Minorità è incapacità ad usare il proprio intelletto senza la guida di un altro. Questa minorità va imputata a se stessi quando essa non dipende da un difetto dell’intelletto, ma da una mancanza di decisione e del coraggio di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Sapere avde! Abbi il coraggio di usare il tuo proprio intelletto! È questo dunque il motto dell’Illuminismo”.

 Vi è da dire che, in queste parole, chi ha una minima conoscenza della storia della filosofia, non trova niente di strano, quello che può risultare strano, come vedremo, è che queste stesse parole, usate spesso tali e quali e con lo stesso significato, sono utilizzate da personalità, enti e associazioni, che dicono di essere “tradizionali” o “religiose”, talora si trovano anche in vari esponenti che dovrebbero essere espositori del pensiero religioso o iniziatico tradizionale. La mancanza di una vera preparazione religiosa tradizionale porta a diverse conseguenze, così può prodursi un semplice tradizionalismo deviato, che non è altro che una particolare forma dell’individualismo moderno titanico, mascherato da spiritualismo tradizionale o da proposizione dell’esoterismo e dell’iniziazione.

L’Illuminismo si presentò come una tendenza filosofica e culturale che aveva l’intenzione di liberare l’uomo dalla cosiddetta schiavitù proveniente dall’ignoranza, dalla superstizione, da ciò che si reputava religione, rendendolo “pienamente padrone di se stesso”. Questo atteggiamento, assunto dai “liberi pensatori” già a partire dai primi del ’500, divenne la ragione principale del moto individualistico che si applicò alla critica e alla distinzione dall’autorità religiosa tradizionale, tra i primi decenni del ’600 e la fine del ’700. Per un paio di secoli, una serie di personalità e di indirizzi filosofici hanno cercato in ogni modo di svincolare la ragione individuale dell’uomo e la sua opera dall’alveo della religione tradizionale e quindi anche dall’autorità religiosa e dal criterio di verità da essa posseduto. Tutto il ’700 è un secolo in cui si svolge un’azione furiosa e violenta in funzione dello sradicamento dell’uomo dalla religione, la ragione doveva cessare, a tutti i costi, di subordinarsi a ciò a cui, da sempre, si era subordinata. La Sapienza Eterna, l’Intelletto Divino, ma anche la fede, elementi che trascendono la ragione e ai quali essa deve adeguatamente subordinarsi, vengono misconosciuti e combattuti, l’individuo moderno non ne vuole più sapere della gnosi metafisica, né della fede nella Sapienza Divina rivelata, egli vuole fare da sé, vuole consegnarsi all’errare e all’illusione perpetui. Una volta che la ragione titanica diventa il centro di ogni referenza, allo stesso tempo il soggetto che insegna e il soggetto che impara, ciò che giudica e ciò che è giudicato, tutto diventa assurdo, un’astrazione irrealistica si produce. Da questa immersione nell’illusione razionalistica l’uomo non si riavrà fino a quando non restituirà il suo animo alla condizione religiosa adeguata.

In generale, gli illuministi hanno attaccato particolarmente la religione dominante, il cristianesimo cattolico e la chiesa della fede, nella loro funzione rivolta agli ultimi uomini, secondo modi che troviamo ancora nei tradizionalismi deviati e nel neopaganesimo contemporaneo. Nella fede cristiana gli illuministi vedevano uno degli ostacoli principali, che impediva all’uomo di divenire “maturo” e “adulto”, gli stessi illuministi precisarono ed accentuarono l’attacco all’autorità religiosa e alla funzione del suo magistero, in particolare presero di mira l’esercizio della direzione spirituale che, secondo loro, era finalizzata a tenere l’uomo sottomesso ad un elemento autoritario esterno senza alcun motivo, perché la soggezione all’autorità religiosa era considerata uno stato di minorazione, un minus, senza alcuna comprensione della sua necessità.

Hegel, significativamente, riconobbe nella soggettività individuale il principio dell’età moderna, tutto il suo sistema filosofico costituisce la fissazione dello stadio catabasico a cui l’uomo si era ormai ridotto al momento in cui egli svolse la sua opera. Hegel definì in modo rigoroso ed organico il soggetto come “soggetto assoluto”, invertendo i termini della realtà e individuò, erroneamente, nel processo di soggettivazione uno sviluppo positivo. Ma il sistema hegeliano, che non è niente altro che un sistema filosofico moderno, che comporta una negazione di esclusività, come ogni altro sistema filosofico moderno, prevede che la storia della filosofia sia un susseguirsi di elaborazioni di soluzioni dei problemi antinomici, prodotti dalle negazioni esclusive dei sistemi filosofici, per giungere ad una “sintesi” risolutiva delle contraddizioni, che rinascono incessantemente dalle esclusioni. Ma la soluzione, come crede erroneamente Hegel, non si trova al termine della storia della filosofia o nel sistema hegeliano, anche per il fatto che un sistema, in quanto tale, non può superare antinomie e contraddizioni. La risoluzione si trova prima dei sistemi, all’origine, l’Assoluto non appare alla fine della storia filosofica, ma ne costituisce il principio, la sua realtà trascendente e sovratemporale, il suo essere oltrepassa le contraddizioni dell’origine e della fine e di ogni sistema filosofico. Il sistema di Hegel non è che un effetto della catabasi della filosofia, nel quale la realtà viene ridotta all’orizzonte della ragione dell’individuo titanizzato. Con l’azione idealistica l’individuo titanico si emancipa, e così la sua ragione titanizzata, dall’adeguamento alla trascendenza, dalla subordinazione a principi causali eterni e dall’oggettività di ogni comportamento. Dall’eteroreferenzialità dell’anima individuale, centrata in Dio o negli Dei, si passa esclusivamente all’autoreferenzialità razionalistica e individualistica del soggetto titanico. L’uomo carnale contingente e inconsistente, nell’ignoranza di sé e nella sua superbia bestiale, afferma “se stesso” come “autonomo”, “libero”, la sua ragione diventa sovrana e si propone, attraverso una serie di rivoluzioni progressive, di eliminare dalla sua vita e dalla società in cui vive ogni riferimento al Divino, alla religione e all’autorità spirituale, ciò su cui tutta la condotta dell’uomo si era fondata per decine di millenni deve essere abbandonato.

Con l’affermazione titanica dell’individuo si affermano anche nuove condizioni, arbitrariamente stabilite, la ricerca della “indipendenza” e della “autonomia” diventano motivo esclusivo dell’azione umana, volta a definire le costituzioni civili a rovescio che hanno dato luogo agli “Stati di diritto”. Una volta soggetto all’illusione della sua potenza, l’uomo infrange i limiti del rispetto della natura e dispiega il suo dominio violento su di essa. Con l’affermazione della modernità si ha perciò l’abbandono progressivo delle arti tradizionali e di tutto ciò che ha a che fare con la vita connessa all’esercizio dei mestieri, incluse le possibilità di realizzazione spirituale che questi presentano. L’uomo avvia un processo di alienazione da sé e dalla realtà, attraverso lo svincolamento della sua ragione dalla sua essenza e dall’Essere, tutta la sua vita assume un carattere astratto e artificiale, nel senso più deleterio del termine. Sradicato prima dal dominio sovrannaturale, l’uomo procederà poi anche ad alienarsi dalla natura sensibile, con lo sviluppo dell’industrializzazione e della tecnica materiale, strumenti attraverso i quali l’illusione titanica dell’ultimo uomo presume di plasmare il mondo, e persino la storia, il tempo e il suo destino, mentre lo porterà solo al suo annientamento. Il processo di alienazione ha raggiunto ormai caratteri estremi, ma l’esaltazione delirante del titano si è ormai costituita ed egli, ignaro, lavorerà fino in fondo per la sua autodistruzione.

Nei primi decenni del 1800 la sovversione, volta a ribaltare ogni ordine di cose, si era ormai stabilita in ogni dominio, la religione doveva essere perseguitata con programmi specifici fino ad essere eliminata dalla società umana, ogni sua presenza costituiva un ostacolo al “progresso” titanico dell’ultimo uomo, perciò doveva essere cancellata o sterilizzata e resa innocua e ininfluente. Questo attacco frontale a tutto il sistema di principi e valori su cui l’uomo si è regolato per millenni ha determinato diverse reazioni a più livelli, fronti compatti si sono organizzati per difendere la presenza della religione tradizionale nella società e si sono opposti al suo sradicamento, ma il risultato finale dovrà essere ottenuto. L’esistenza dell’uomo e della società titanizzata non dovranno avere più alcun appoggio sull’Essere Divino, né dovranno presentare relazioni con Esso, in tal modo potrà completarsi la catabasi, con la dissoluzione implosiva della presente umanità, derivata dalla sua sottrazione al fondamento ontologico della realtà e dalla corrispondente soggezione al “ni-ente” della materia tenebrosa e abissale.

Col positivismo di Comte, con la teoria dell’evoluzione di Darwin, con figure come Marx, Nietzsche e Freud, tutto assume un particolare indirizzo. Per Marx la religione è “l’oppio dei popoli”, che conduce l’uomo all’autoalienazione e impedisce la liberazione dalla servitù dei padroni, individuati anche nelle autorità religiose. La direzione spirituale e la funzione autorevole della Chiesa Cattolica sono considerate da Marx come alienanti, asserventi e umilianti la “dignità dell’uomo”. Nietzsche annuncia “la morte di Dio” ed esprime una “filosofia” che dovrebbe essere la transvalutazione di tutti i valori, ma in realtà corrisponde alla mera svalutazione di ogni valore religioso tradizionale e conduce al nichilismo compiuto. Nietzsche afferma la morte di tutte le strutture sociali tradizionali e dice che questa favorisce l’autoaffermazione dell’uomo come superuomo, al quale attribuisce la responsabilità di progettare il mondo a suo piacimento, creando valori a partire da sé. La sostituzione dell’io titanico, ormai ridotto all’identità animale e vitale, a Dio, è pressoché completa in Nietzsche, la ipertrofizzazione del super io superbo si concretizza nella definizione del “superuomo”, in realtà solo un “sub-uomo”, rimesso alle sole componenti vitali e animali. Nietzsche attribuisce poi una funzione alla religione cristiana che è proprio l’opposto di ciò che essa è in realtà. Ciò che egli afferma essere il mantenimento dell’uomo nella “inferiorità”, nella sottomissione, proviene da una ignoranza totale di ciò che sono l’ordine della realtà e la vera natura dell’uomo e della religione. Purtroppo anche enti e persone che si qualificano come “tradizionalisti”, o addirittura “religiosi tradizionali”, hanno Nietzsche come riferimento in tutto o in parte, e nelle loro posizioni e nelle diverse azioni che propongano traspaiono le sue aberrazioni.

Freud pensa che la religione sia il prodotto di soggetti psicopatologici, perciò afferma che qualsiasi inclinazione religiosa è una psicopatologia. Egli crede che la religione sia qualcosa di ingenuo, volta a negare quella che egli reputa essere la “dignità dell’uomo”, un ente debole e impotente, nei confronti del quale le soluzioni proposte per la sua salvezza sono inconsistenti ed inutili. Egli vede nell’inclinazione religiosa dell’uomo un pericolo, la riproposizione della figura del “padre”, la censura della condotta e le possibili nevrosi che ne dovrebbero conseguire. Freud pensa di riscontrare questi elementi in tutti i religiosi, in particolar modo nei mistici e ritiene siano cose negative. Quando poi sottopone ad una critica serrata il maestro spirituale e nega le sue qualità perché vede in esso un soggetto autoritario, paternalistico e dirigistico che, secondo lui, ha una funzione diseducante, rovescia completamente il senso dell’autorità religiosa e della direzione spirituale. Niente deve intralciare le esigenze di “autonomia” e di “libertà creativa” della persona umana, nulla può essere sovraordinato ad essa, né Dio, né chi Dio rappresenta e rende presente in diverso grado. Il magistero e la direzione spirituale devono essere aboliti, perché sono istituzioni insane, inutili e prevaricatrici, tutto va omogeneizzato verso il basso, in accordo alla soddisfazione dell’anarchia dell’individuo titanico. L’impostazione di Freud è stata addirittura assunta da “teologi”, ma specialmente da “pagani”, in senso strumentale, per cercare di dimostrare la natura psicopatologica del monoteismo e delle religioni semite su di esso fondate.

Molti di coloro che affrontano un percorso spirituale, a sentir loro in modo “tradizionale”, sono molto spesso imbevuti di influssi provenienti da Nietzsche e da Freud, essi nutrono un particolare sospetto nei confronti della struttura ordinata, gerarchica e autorevole, della prassi religiosa, inoltre guardano con sospetto ad elementi che fanno parte di una regolarità religiosa plurisecolare; queste cose risultano persino odiose, perciò verso di esse si rivolgono spesso con disprezzo e con una certa sufficienza. Una particolare repulsione viene poi indotta dalla “autorità”, che molti si esercitano a delegittimare o screditare, ogni sottomissione ad essa è ritenuta un’inutile limitazione della “libera coscienza” o del “proprio percorso” individuale, che ciascuno deve “creare da sé”, a suo piacimento, senza sottostare ad alcun “dogmatismo”. Così ci si sbarazza delle uniche cose che consentirebbero a uomini smarriti di raggiungere ciò che stanno disperatamente cercando invano.

                 Platone, Leggi, III, 698 a-702 b.

                 Platone, Leggi, 700 d -701 c.

                 Kant, I. Scritti sul criticismo.

                 Si vedano gli articoli in Satvrnia Regna, nn. 54-55, Al di là del monoteismo e del politeismo.

 

a cura di ARQ

Estratto da Saturnia Regna n. 54

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