La religio mentis: la sapientia quale fondamento di religio e pietas Esaminiamo il termine religio secondo l’interpretatio che i Patres e i Pontefices ne hanno sempre dato. Il Genvs mixtvm romanvm, secondo la Volontà Divina di Ivppiter, supera uomini e Dei nella pietas: “…svpra homines svpra ire Deos pietate videbis…”[1], e inoltre: “Sed pietate ac religione atqve hac vna sapientia, qvod deorvm nvmine omnia regi gvbernariqve perspeximvs, omnis gentis nationesqve svperavimvs”[2]. La pietas è definita da Cicerone in questo modo: “Est enim pietas ivstitia adversvm Deos”[3], ma la pietas è strettamente connessa alla religio in quanto: “… religione id est cvltv deorvm…”[4], dunque la pietas è la specifica virtù per la quale viene attuata praticamente la religio. Ma l’esercizio della pietas richiede una speciale conoscenza del nvmen Dei: “…nec est vlla erga deos pietas <nisi sit> honesta de nvmine eorvm ac mente opinio…[5], questa nozione “onesta” relativa alla natura del nvmen degli Dei si acquisisce applicandosi alla sanctitas, ovvero alla scientia che rende l’uomo atto al colere devm: “Sanctitas avtem est scientia colendorvm deorvm” [6]. La dimensione pratica della religio deve essere fondata sulla conoscenza, senza la disciplina conoscitiva adeguata non vi può essere retta pietas, è proprio l’attività conoscitiva



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