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Dalla felicità paradisiaca alla parodia della felicità (2)

• Il degrado nel tempo 

Nel corso del tempo la concezione dell’autentica felicità si è progressivamente degradata, già nell’antichità, per evitare ogni deviazione, il senso della felicità è stato precisato in modo rigoroso, filosofico e dimostrativo, in modo che si potesse distinguere la vera felicità dalla falsa felicità. La vera felicità coincide con l’eudaimonia, cioè con il retto atto, eu-, dell’essere dell’uomo inteso come daimon, cioè come genivs-animvs, il quale è un ente di natura divina che costituisce l’identità ontologica permanente dell’uomo stesso e il suo principio essenziale. Solo quando, attraverso l’azione opportuna, l’essere proprio dell’uomo viene posto pienamente in atto, egli sarà pienamente beatvs et felix. Questa concezione filosofico-religiosa della felicità è fondata sull’essere reale dell’uomo e perciò attiene al suo autentico bene. La filosofia tradizionale ha via via sviluppato in diverso grado questa concezione. La completezza della prassi realizzativa dell’eudaimonia si trova nella filosofia platonica; nelle altre filosofie antiche, per non dire delle moderne, sono presenti delle limitazioni e persino degli errori, fino alla sovversione del senso proprio della felicità nell’edonismo di Aristippo e Epicuro. In queste “filosofie” si riduce tutto l’uomo al suo solo corpo, perciò si individua il senso della felicità nella realizzazione più adeguata della sensazione di piacere corporeo. Questo indirizzo, a seconda delle diverse posizioni, si concentra sul piacere statico oppure sul piacere cinetico, in entrambi i casi si può parlare di una felicità di tipo edonistico, per la quale il bene dell’uomo è individuato esclusivamente nel piacere. Secondo gli edonisti è bene tutto ciò che è piacevole, mentre è male tutto ciò che è doloroso, ne deriva inoltre che è massimamente buono il piacere più completo e permanente.

In definitiva, vi sono due concezioni opposte della felicità. La prima è definita “eudemonistica”, e si identifica con la concezione filosofico-religiosa tradizionale della felicità. In questa concezione il retto atto del daimon, dell’essenza dell’uomo, equivale alla felicità, perciò è eudaimon colui che è giustamente in atto secondo il suo essere proprio, secondo la sua natura essenziale. Ne deriva che è eudaimon l’animo virtuoso, la cui attività è pienamente realizzata secondo la sua essenza, lo stesso soggetto, oltre ad essere felix è anche buono, perché è in accordo al suo essere e a ciò che è la definizione del senso della sua esistenza, e giusto, in quanto i suoi atti esistenziali traducono esattamente la misura e la legge della sua natura nell’azione. In quanto attiene all’essere proprio dell’uomo, l’eudaimonia è sempre associata alla aretè-virtvs e corrisponde al suo sommo bene, inoltre dipende solo dall’animo dell’uomo, da noi, ed è in nostro potere, quindi non dipende in alcun modo dal corpo, dall’avere, dalle circostanze esteriori, dalla fortuna, dal tempo. Per essere vera la felicitas deve bastare a se stessa, ad essa non può essere aggiunto nulla, certamente non elementi esteriori.

La seconda concezione della felicità è di tipo “edonistico”, questa concezione non è tradizionale e si è sviluppata originalmente nell’ambito dei Sofisti greci, alle cui speculazioni si sono aggiunte prima la concezione edonistica di Aristippo e successivamente quella di Epicuro, poi la concezione edonistica della felicità è divenuta nettamente dominante nella filosofia moderna e contemporanea. Questa concezione della felicità fonda sul concetto di hedonè, il piacere, e propone una “felicità” coincidente con la fruizione del piacere, sia esso catastematico, statico, oppure, come accade per lo più nelle concezioni contemporanee, cinetico, dinamico, accidentale e temporaneo, quindi, in questo secondo caso, la felicità è fatta coincidere con la soddisfazione dei desideri circostanziali che danno piacere effimero e impermanente. La felicità edonistica si produce quando viene ottenuto temporaneamente, o quando viene conservato stabilmente, il piacere sensibile, essa dipende dalla soddisfazione del desiderio irrazionale, sia in modo non conforme a ragione, nel caso del piacere cinetico, sia in modo conforme a ragione, secondo natura, nel caso del piacere statico. La concezione edonistica della felicità orienta la vita dell’uomo nel senso del vizio e la vincola alla concupiscenza-lussuria, per la quale l’individuo ricerca in ogni suo atto, e nelle diverse situazioni, il piacere individuale utilitario, perciò chi ricerca la felicità edonistica rinuncia ad una condotta di vita onesta e giusta, volta al vero bene individuale o comune.

La “felicità” presentata dalla concezione edonistica è una falsa felicità, perché non attiene all’essere proprio dell’uomo ed è sempre associata a una perversione della condotta morale, in quanto l’edonista antepone la ricerca del piacere al compimento di azioni secondo ragione e giustizia. In genere l’uomo edonistico è inclinato alla dissimulazione, all’adattamento alle circostanze, solo in funzione del piacere accidentale individuale. La falsa felicità non dipende da noi, ma dalla fortuna, non è in nostro potere, ma è condizionata dal corpo, dal piacere, dall’avere, dalle circostanze esteriori e dalle disposizioni fatali. Se la felicità ha un carattere accidentale, di fatto è impermanente e mutevole, perciò non può mai essere realizzata stabilmente una volta per tutte, quindi lascia il soggetto che si sente momentaneamente “felice” nel continuo timore di perdere quella sensazione effimera di “felicità”. Nella concezione edonistica della felicità rientrano varie definizioni pseudofilosofiche della felicità, determinate dalle varie opinioni comuni che si sono susseguite nel corso del tempo. Nell’età contemporanea vanno per la maggiore varie definizioni inconsistenti della felicità, la quale viene intesa di volta in volta come buona fortuna, buona sorte, successo esterno, oppure come soddisfazione della propria vita presa come “insieme globale di piaceri”, come un tutto edonistico, oppure la felicità è intesa come soddisfazione individuale di varie aspirazioni, desideri, sogni, ecc.

Fra queste definizioni comuni se ne possono selezionare alcune dal carattere particolare. Vi è la felicità intesa come “accontentamento” di ciò che si ha o di ciò che si fruisce nel presente, oppure la felicità è intesa come soddisfazione oggettiva e permanente dei diversi desideri individuali o, ancora, la felicità è fatta consistere nell’acquisizione oggettiva di beni esterni (salute, bellezza, denaro, piacere, onori, ecc.), inoltre è intesa come piena soddisfazione dei bisogni materiali fondamentali, oppure dei bisogni interiori (stima, affetto, amicizia, ecc.). Vi è poi una concezione della felicità di tipo esclusivamente esteriore, la quale va intesa come uno stato di contentezza dovuto all’attuazione pratica dei propri desideri, a questa concezione si contrappone l’intendimento della felicità come uno stato astratto, interiore dell’anima, staccato dalle contingenze pratiche. Vi sono poi concezioni della felicità particolarmente individualistiche come quelle relative alla felicità intesa come soddisfazione di desideri particolari dell’individuo (quel mio desiderio, quella mia aspirazione, quel mio sogno, la ricerca di quel cibo a me gradito, di quella condotta sessuale che mi dà quel piacere, quella musica che mi procura quelle sensazioni, ecc.). Infine si può fare cenno alla concezione edonistica più estrema della felicità, la quale prevede il licenzioso compimento di ogni azione, in qualsiasi modo e circostanza, fino a godere di uno stato continuo e ininterrotto di piacere carnale globale.

Abbiamo esaminato in tal modo, innanzitutto, le due concezioni principali della felicità ed abbiamo poi elencato una serie di varianti della concezione edonistica della felicità, nelle quali la felicità non è più associata alla beatitudine e non è correlata adeguatamente ad alcuno stato virtuoso interno permanente, acquisito attraverso una disciplina morale specifica. Le due concezioni della felicità definiscono le due direzioni fondamentali di vita che gli uomini hanno percorso negli ultimi venticinque secoli per raggiungere ciò che in loro li spingeva al termine di ogni azione. Come dice Aristotele, tutti gli uomini convengono sul fatto che il fine ultimo di ogni azione è il conseguimento della felicità, però esistono i più ampi disaccordi su che cosa sia la felicità, perciò è necessario definire chiaramente e rigorosamente che cosa essa sia, affinché l’uomo non riponga in falsi oggetti il termine ultimo della sua ricerca, il fine di tutti i suoi atti. Solo l’uomo che avrà individuato correttamente cosa è la vera felicità potrà realizzare se stesso ed ottenere l’autentico bene e dunque la perfezione della sua natura.

In linea con la legge che regola la catabasi dell’uomo, la concezione tradizionale della felicità è stata progressivamente abbandonata ed è stata sostituita dalla falsa concezione della felicità. L’uomo e l’umanità, da quando si è costituita la modernità, si sono indirizzati nel senso opposto alla vera felicità, nell’attuale postmodernità si è raggiunto il capovolgimento del senso della felicità e, con esso, del senso della vita dell’uomo. La felicità paradisiaca originaria è stata completamente dimenticata, la via per la sua realizzazione è stata abbandonata, al loro posto l’uomo ha stabilito la vita fondata sulla falsa felicità, radicalmente edonistica e infernale, e ogni sua azione è orientata al suo perseguimento. In questo scritto tratteremo in particolare degli elementi decisamente negativi che fanno parte della peggiore concezione edonistica della felicità.

La felicità edonistica, come abbiamo visto, si stabilisce quando viene ottenuto e conservato un dato piacere sensibile, indipendentemente dalla giustizia, dalla moralità e dal fine di bene comune dell’atto compiuto per ottenere il piacere. Questo tipo di felicità deriva dalla soddisfazione del desiderio e orienta la vita esclusivamente nel senso della ricerca del piacere individuale, il quale, può essere di due tipi, dinamico o statico. Il piacere dinamico deriva dal compimento di una determinata azione, ed è fruito mentre questa si compie. Perciò vi è una soddisfazione cinetica del piacere, una soddisfazione diveniente e mutevole. Il piacere statico è derivato dalla soddisfazione che proviene dall’assenza di desiderio, una volta che il desiderio è stato soddisfatto o annullato dalla disciplina filosofica. Perciò l’assenza del desiderio dà un piacere stabile, relativamente permanente e produce un certo senso di pienezza, appagamento e quiete. Entrambe le ricerche dei due tipi di piacere, cinetico o statico, dispongono l’uomo in senso individualistico, utilitaristico e materialistico. Le forme originali dell’edonismo, come abbiamo accennato, furono abbozzate dai Sofisti, poi furono sviluppate dalla scuola cirenaica e infine da quella epicurea, per divenire poi sempre più diffuse nei secoli della modernità.

Ma quali sono le negatività specifiche della condotta volta al perseguimento della falsa felicità edonistica? Innanzitutto, l’uomo edonisticamente orientato inverte l’ordine dei suoi atti, egli non persegue il giusto, ma il piacevole, però il piacevole è moralmente indeterminato, dunque colui che agisce in modo edonistico inverte l’ordine retto dell’azione non preoccupandosi della giustizia dei suoi atti. La concezione edonistica della felicità promuove la ricerca del piacere indipendentemente dalla giustizia dell’atto, o, peggio, fa corrispondere il giusto con il piacevole o l’utile, così viene pervertito il fine dell’azione dell’uomo e l’ordine della sua vita. Concependo l’uomo come “animale” edonisticamente orientato, si disconosce la sua natura spirituale, perciò si conduce l’uomo al fallimento della sua esistenza. Vincolando l’individuo alle contingenze, alle circostanze, all’impermanenza, alla corruttibilità, non si fa che renderlo sempre più inquieto, inconsistente e dipendente da ciò che è effimero.

Le conseguenze rovinose dell’indirizzo edonistico della condotta erano già state ben individuate nell’antichità, nei secoli successivi sono state poi approfondite, articolate e sempre meglio evidenziate. Ora possiamo dire che l’emergenza della modernità equivale anche alla sostituzione della concezione eudemonistica della felicità con la concezione edonistica della falsa felicità, sulla quale le società moderne, individualistiche, utilitaristiche, materialistiche, sono state organizzate. Lo Stato moderno è un ente atto a perseguire, in ogni suo aspetto, il termine finale di questa aberrazione.

In generale, la concezione della falsa felicità non fonda sulla vera natura dell’uomo, ma ritiene che l’uomo sia un essere animale o corporale, perciò non mira ad attuare la vera natura dell’uomo, quindi non libera l’anima dalla soggezione al corpo e alle circostanze esteriori. L’asservimento del soggetto ad agenti esterni non risolve “la pena di esistere”, e dunque neanche la tristitia ontologica, dovuta alla costituzione esistenziale dell’anima e poi alla successiva incorporazione, con tutte le conseguenze che ne derivano. Di conseguenza la ricerca della felicità edonistica non risolve la paura, né il desiderio, né tantomeno l’inquietudine essenziale, perciò nessuna perturbazione dell’animo può essere veramente eliminata. L’edonista cinetico ha sempre un atteggiamento preoccupato e ansioso, vive nella permanente tensione volta ad acquisire ciò che non ha e nella continua paura di perdere ciò che ha, concepisce tutto in termini di piacere e ricerca l’isolamento civile e sociale da impegni e responsabilità. Egli, con la sua condotta, accentua tutti i problemi sociali e civili e favorisce la scomparsa di ogni attitudine dell’uomo all’impegno sacrificale per la realizzazione del bene comune, rendendosi complice della dissoluzione della civiltà. La falsa felicità edonistica non è orientata alla virtvs-sapientia, ma al vizio, alla superbia, alla condotta pervertita e ingiusta, chi la cerca diventa sempre più vizioso, passionale, lussurioso e quindi anche disonesto, ingiusto, ecc.

La condotta dell’edonista è egoistica, utilitaristica e asociale, volta al piacere individuale, non può costituire vero amore, vera amicizia, vera concordia, sotto alcun profilo. Il perseguimento della falsa felicità edonistica accentua la dipendenza dalle circostanze e dal corpo, non permette di superare la soggezione al dolore, alla morte, né la soggezione alla fortuna (fato, destino, disgrazie, lutti, accidenti, ecc.), né crea indipendenza dalle circostanze umane esteriori (violenze, ingiustizie, offese, prigionia, ingiurie, diffamazione, ecc.), inoltre è per forza individualistico ed egocentrico, perché il motivo di azione dell’individuo edonistico è il piacere esclusivo.

Il perseguimento della felicità edonistica corrompe perciò la morale e la giustizia, accentua l’avidità, la dissimulazione, l’inganno e la disonestà, inoltre vincola la vita dell’uomo al denaro, ai mezzi esteriori, così anche le istituzioni civili. Una volta che si persegue la via della falsa felicità edonistica, l’ambizione dell’uomo cresce senza fine, perciò i limiti della felicità devono essere rivisti continuamente, per essere estesi in senso quantitativo. È vano e dannoso perseguire, sotto qualsiasi profilo, l’indirizzo edonistico di vita sviluppato dai Sofisti, poi da Aristippo ed Epicuro fino a Bentham e Mill, questo indirizzo di vita è completamente rovinoso e porta alla dissoluzione dell’umanità, lo stato degli uomini e delle società postmoderne ne è la più chiara dimostrazione.

Nonostante la chiarezza e l’evidenza di questi elementi, la necessaria catabasi dell’umanità deve prodursi, perciò l’inviluppo oscurante e aberrante, che tutt’ora è nel suo tratto conclusivo, deve fare il suo corso. Perciò dapprima si è definita la modernità, come statuizione del nuovo senso antireligioso e antibeatifico della felicità, poi si è giunti alla postmodernità, nella quale il senso della felicità è stato completamente invertito. Dal XVII secolo, a partire da Cartesio e poi passando da Hobbes e Locke, la filosofia morale è stata ridefinita in senso corporale ed edonistico. Nel XVIII secolo si è avviato il definitivo rovesciamento della concezione tradizionale della felicità. Già da allora, a causa dello sviluppo generale di un pensiero sovversivo, la vita dell’uomo è stata ridotta e rinchiusa entro un orizzonte carnale, perciò, secondo gli esponenti della modernità, tutta l’azione umana deve essere volta esclusivamente alla conservazione dell’uomo-corpo in uno stato di piacere sempre più onnicomprensivo, complessivo e permanente. Da quel periodo l’edonismo, nonostante sia una deviazione estrema della condotta morale dell’uomo, è stato organizzato in un sistema di condotta di massa, per pianificare la “fuga” dell’uomo dalla sua tristezza esistenziale di fondo, ormai stabilita dal rinnegamento della religione e dalle posizioni degli stati atei nascenti. L’individuo del XVIII secolo ha cominciato ad avvertire una nuova ebbrezza, una frenesia dovuta allo scatenamento delle pulsioni animali, tenute a freno dalla morale tradizionale fino a quel tempo, perciò esso si è orientato alla ricerca di una felicità terrena immediata, che costituisce però un surrogato parodistico dell’autentica felicità. Il timore della minaccia infernale è andato rapidamente indebolendosi, così l’uomo ha imboccato la strada dell’incoscienza, la quale è stata ben definita in una frase presente nel libro Spleen (1757) di Bésenval (1711-1791): “Sforzatevi di non riflettere, così sarete meno infelici”. Tutte le dottrine filosofiche moderne a base individualistica e soggettivistica sviluppano sostanzialmente queste parole presenti nello Spleen, sia a livello sociale che a livello civile. L’uomo deve abbandonare ogni riferimento spirituale ed ontologico e non deve agire secondo la sua natura per realizzare il suo bene, egli deve smettere di preoccuparsi di cose astratte e invisibili, deve cercare la felicità nell’ora temporale, una felicità carnale, effimera, senza preoccuparsi della salvezza o delle pene postmortem. Con questi presupposti non può che farsi strada l’annichilimento completo dell’uomo e della società in cui vive.

Ogni uomo deve occuparsi da sé del suo presunto bene, ovvero del massimo piacere ottenibile nella sua esistenza effimera, deve badare ad edificare un “vero Eden” nel presente temporale, attraverso una serie di azioni individuali e sociali che svincolino interamente le società dalla religione, fino a rendere possibile una situazione di vita che dipenda esclusivamente dalle carnali e caotiche pulsioni dell’uomo.

Le tendenze filosofiche e ideologiche astratte, volte in questa direzione, hanno trovato la loro concretizzazione nella sovversione dei sistemi politici e sociali e nell’attualizzazione di queste concezioni diaboliche a partire dalle rivoluzioni fondamentali, di cui quella principale è stata la Rivoluzione Francese, attraverso la quale si è entrati nel periodo terminale della catabasi di questa umanità. Con il XIX secolo si è diffusa in maniera compiuta la concezione borghese della felicità, e, insieme ad essa, le filosofie e le ideologie, che ne hanno consentito l’attualizzazione. Ad esempio la definizione del capitalismo e la messa in atto della rivoluzione industriale, provengono dagli ideali borghesi della “revolution”, questi indirizzi sono finalizzati alla realizzazione degli scopi edonistici borghesi per il più gran numero di persone e perciò sono gli elementi che hanno permesso di definire le operazioni volte a costituire gli stati borghesi orientati a perseguire la felicità edonistica di massa. Contemporaneamente alla definizione di questa situazione si è delineata anche l’identità e l’opera degli Stati Uniti, appena unificati e organizzati in quella confederazione che muoverà le fila del mondo nel XIX e specialmente nel XX secolo. Dagli U.S.A. sono state diffuse le più micidiali concezioni antitradizionali della felicità e del bene, le quali hanno via via preso poi il nome di “via americana al bene”, oppure di “American way of life”, o anche di americanizzazione della vita, ecc. Nel corso di un secolo, dopo la prima diffusione del capitalismo borghese e della rivoluzione industriale, gli Stati Uniti d’America hanno acquisito il ruolo primario nell’avanzamento della sovversione antitradizionale e sono divenuti il modello di riferimento al quale occorreva riferirsi per realizzare la più completa libertà edonistica, ben simboleggiata dalla statua della “libertà” posta nella “grande mela”, a New York. Questa confederazione ha diretto le fila affinché si potesse costituire una nuova vera età dell’oro, però a rovescio, un’età basata sull’oro materiale, simbolo della nuova felicità fondata sul possesso di oro, denaro e sul consumo indeterminato di oggetti corporei, producente un piacere accidentale ed effimero, alienante e disintegrante.

Questo indirizzo ha determinato delle reazioni, perciò si sono sviluppate posizioni antiborghesi e anticapitalistiche, le quali sono state definite da filosofie e ideologie di tipo socialistico e comunistico che si sono sviluppate nella seconda metà del XIX secolo e all’inizio del XX. Ma ormai il cammino era tracciato, perciò questo tipo di “reazioni” non hanno fatto altro che proporre indirizzi e cammini apparentemente diversi o distinti da quello borghese e capitalistico, ma, in realtà, conducenti nella stessa direzione della felicità intesa in modo edonistico e materialistico. Secondo i fautori della reazione antiborghese, nel precedente indirizzo venivano fatte discriminazioni di classe inaccettabili, e la felicità proposta risultava ancora troppa elitaria. Occorreva abbattere tutte le distinzioni, le disuguaglianze e le presenti ingiustizie, specialmente occorreva eliminare i presunti sistemi totalitari e oppressivi di tipo borghese, però, purtroppo, ne furono creati di nuovi, decisamente peggiori dei precedenti.

All’inizio del Novecento l’umanità era già pienamente lanciata nella direzione della radicalizzazione dell’edonismo alienante, tutti gli uomini dovevano impegnarsi per organizzare le società e le loro istituzioni in funzione del perseguimento globale del più perfetto risultato edonistico. La seconda fase di questa azione sovversiva si è svolta fra la fine dell’Ottocento e la Seconda Guerra Mondiale, è questo un periodo in cui, dopo che il dominio nella società era stato assunto dal terzo stato borghese, è emerso il quarto stato proletario. Con l’affermazione del proletariato e delle ideologie socialiste e comuniste in tutte le loro varianti, si sono anche aperti i confronti e gli scontri, determinando quello che è stato l’ultimo conflitto planetario, che si protrae ancora oggi in diversi modi.

Nel XX secolo la felicità edonistica non è più, di fatto, liberamente ricercata, ma viene “imposta” dallo stesso sistema edonistico che va organizzandosi su scala mondiale, a partire dalla Società delle Nazioni, istituita dalle potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale, allo scopo di mantenere e sviluppare la “pace”, in funzione dell’accrescimento del “benessere” e della “qualità della vita” degli uomini. Poi è stata costituita l’organizzazione delle Nazioni Unite dalle nazioni che hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale, divenute poi i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, unendo a loro, inizialmente, qualche decina di stati con l’intento di mondializzare integralmente gli scopi edonistici radicali, ormai trainanti tutte le nazioni costituenti questo diabolico organismo. Ogni individuo deve essere “coercito”, in tutte le maniere, in modo che persegua una vita edonistica integrale, ma, più viene spinto in questa direzione, più esso perde ogni dimensione ontologica e anche ogni rapporto col senso più elementare della “religiosità carnale”. Questa diabolica operazione viene compensata dall’illusoria nuova sensazione di pienezza e sicurezza materiale, prodotta dal possesso crescente di denaro e dalla possibilità di una fruizione aumentata degli oggetti di consumo.

Nelle società postmoderne il vuoto ontologico viene imposto ormai “per legge”, alla condotta religiosa virtuosa dell’uomo gli Stati a rovescia sostituiscono l’avidità, la lussuria e ogni genere di perversione, la sopraffazione sistematica. La corruzione e la violenza perciò dilagano ovunque, perché l’unico scopo è l’ottenimento del guadagno, in qualunque modo possa essere procurato. La radicalizzazione del perseguimento della felicità edonistica annienta l’uomo, il quale, durante tutto il corso del Novecento, appare sempre più torturato da un’angoscia crescente. Ansie, paure, crisi di panico si diffondono in tutti gli strati della popolazione, la depressione diventa la sofferenza più diffusa, da essa deriva l’aumento continuo dei suicidi, che interessano in modo crescente i più giovani. Con la radicalizzazione dell’edonismo si radicalizza anche l’individualismo, così l’uomo si isola nella sua individualità titanica e perde ogni capacità di autentica relazione umana, perciò la famiglia e la società si disintegrano progressivamente, fino al loro annientamento finale. La ricerca del denaro, o dei mezzi per conservare anche il piacere più infimo, diviene spasmodica, avvilente, alienante, un flusso crescente di nuovi desideri, indotti e imposti, condiziona una massa di burattini incoscienti, completamente asserviti alle peggiori linee del dominio materiale.

Entrando nell’ultima fase, sia il capitalismo, che il socialismo-comunismo originari, sono stati via via rimodellati, e ormai si sono confusi nelle diverse società, alcune divenute “socialcapitalistiche” e altre “capitalcomuniste”, altre ancora esprimono diverse varianti dei due poli, ma tutte sono ordinate alla realizzazione di un fine omogeneo, raggiunto il quale sarà terminata la catabasi dell’umanità. In questa fase ultima si afferma in tutto il suo orrore la postmodernità, con essa emerge l’ultima figura dell’uomo, la quale costituisce l’immagine rovesciata dell’uomo divino originale. Questo residuo di uomo, completamente dedifferenziato, compone il “quinto stato”, in realtà un substato, un subordine, una dimensione infera che si colloca al di sotto di tutti gli ordini sociali precedenti, anche a quello dell’uomo proletario: è l’uomo ridotto alla sua elementare materialità animale, il quale, di fatto, non ha più interiormente nulla di umano, ma conserva ancora una forma esteriore di tipo umano e una condotta centrata su una forma carnale che sviluppa l’ordine inferiore dell’esistenza corporale sensuale. Questo uomo è stato ormai oltrepassato verso il basso, così come le ideologie provenienti dall’uomo del quarto stato. È comparso l’uomo totalmente dequalificato e dedifferenziato, che esprime le sue concezioni e le sue ideologie, affermando un nichilismo integrale e il completo ribaltamento di ogni ordine normale di cose. In ogni suo indirizzo il subuomo persegue l’annullamento di ogni qualità distintiva superiore e la cancellazione di ogni distinzione essenziale e formale, dall’identità di genere sessuale all’identità di nazione, dall’identità di razza a quella di persona, ecc. Questo moto rappresenta il completo svincolamento dell’ente individuato dalla forma ed anche dalla materia formata, lo scopo è quello di incarnare esclusivamente una tendenza indifferenziata, completamente caotica e costantemente mutevole, ovvero la tendenza propria alla materia tenebrosa infernale priva di ogni forma, ne deriva che gli istinti più radicalmente infernali dovranno essere espressi, con tutta la mostruosità che ad essi si associa.

Gli appartenenti alla dimensione subumana non hanno più alcuna stabilità ontologica, ma neanche psicologica, sia essa interna o esterna, essi hanno perso completamente il radicamento nei principi divini, nei valori eterni e nella forma spirituale, ma si sono altresì sconnessi anche dalle ideologie umane comparse negli ultimi quattro secoli, ovvero nel periodo della modernità. L’individuo del “quinto stato”, che è in realtà un non-stato, è completamente isolato da tutto e, allo stesso tempo, è confuso col tutto. In lui opinioni, giudizi, emozioni, sensazioni, impulsi non hanno ormai più alcun riferimento all’Essere, non hanno più alcun radicamento ontologico, questo individuo si riduce ad essere un “flusso liquido” di processi accidentali, senza alcuna consistenza ontologica, senza alcuna vera identità. Spogliato di ogni riferimento a principi e valori, reali o surrettizi, di ogni qualità, esso si limita alla mera sussistenza esistenziale accidentale, senza veri obbiettivi finali di vita. L’unico scopo del non-uomo è il divertimento istantaneo, che dà fugace piacere cinetico, un divertimento che non richiede valutazioni utilitaristiche sul “dopo”, sul “domani”. È un divertimento nel suo duplice senso, senza più regole morali, né fini, la condotta edonistica di tale accidente di uomo è volta al benessere edonistico integrale, senza limiti o privazioni di sorta.

Al punto finale della catabasi umana non si può più parlare di “società”, perché non esiste più un insieme di “soci” uniti dal perseguimento del bene comune trascendente, la pseudosocietà postmoderna è costituita da una massa di atei impazziti, che hanno conflitti crescenti in loro e ne generano altrettanti fuori di loro, la loro condotta relazionale non ha più nulla a che vedere con la società rettamente intesa. La massa caotica degli ultimi individui viene radicalmente condizionata e manipolata dai potentissimi strumenti della rivoluzione tecnocomunicativa, ogni individuo- atomo è indotto a perseguire un suo ristrettissimo modello di felicità, all’interno del modello generale, il quale viene però continuamente variato nelle sue forme accidentali dalle mode, dal mercato e dalla elaborazione di nuove tecnologie, che portano sempre più velocemente alla meta finale.

La “felicità” dell’individuo postmoderno dipende dai programmi di condizionamento psicologico e morale che vengono ininterrottamente diffusi nella società, i quali si prefiggono il raggiungimento di una felicità accidentale ed effimera, ma “automatica”, perché viene ottenuta tramite la soppressione di ogni ostacolo che si possa interporre fra il desiderio del singolo individuo e la sua soddisfazione più o meno immediata. Perciò, per raggiungere questa felicità, non dovrebbe esserci alcuna legge esteriore, né alcuna morale, né tanto meno alcun Dio, che impedisca all’individuo di perseguire ciò che l’impulso radicale del suo desiderio mira a raggiungere. Se “leggi” o “morale” devono proprio esistere, allora vanno invertite nel loro senso e asservite al fine indicato. Anche la “scienza” si è adattata a questo scopo ed è divenuta il principale mezzo per favorire, nel modo più semplice e facile, la soddisfazione delle pulsioni più basse dell’inumano, allo stesso tempo essa fornisce ricette sempre più banali e demenziali per riuscire a raggiungere la felicità “obbligatoria”, a cui tutti gli individui nella pseudosocietà postmoderna vengono indirizzati come automi.

A conclusione di questa parte, occorre dire che, dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, il processo della radicalizzazione in senso edonistico integrale della vita dell’uomo ha subito un’accelerazione, la quale si accresce di giorno in giorno. Tolti di mezzo gli ultimi ostacoli europei, ovvero i residui governi “reazionari”, la campagna di annichilimento dell’umanità si è unificata in un solo organismo coordinatore e si è estesa definitivamente a tutto il mondo, alterando ora gli ultimi Stati religiosi, definiti dal sistema dominatore anche “stati canaglia”, perché “osano” opporsi in ogni modo al loro annientamento. Religioni, civiltà, culture e nazioni dovranno essere definitivamente omogeneizzate al modello dell’edonismo radicale postmoderno, chiunque tenterà di dissentire verrà perseguitato come “nemico” del sistema, un soggetto che mette a rischio la costituzione della “democrazia” mondiale, o meglio della tirannide assoluta dell’ateismo edonistico nichilistico integrale. Così con le ultime politiche mondialiste e globalizzatrici, i confini della distribuzione dei mezzi necessari per la sopravvivenza e per la soddisfazione dei bisogni naturali sono stati sfondati definitivamente verso il basso, ciò ha permesso, in prima istanza, la nascita della “società” consumistica, col relativo accrescimento della cosiddetta “qualità della vita”. L’esito di questo indirizzo si è prodotto nel corso di alcuni decenni, poi, dagli anni ottanta si è passati allo sviluppo della “società” iperconsumistica attuale, la quale è sorvegliata e regolata da uno pseudostato, che ormai ha solo la funzione di produrre e gestire pseudoleggi fondate su pseudovalori, che favoriscono la disintegrazione finale dell’ultimo residuo di uomo e delle sembianze della società di cui fa parte.

A.R.Q.

                 Aristotele, Etica Nicomachea, I, I, 1-3.
                 Bésenval P.V., Lo Spleen e altri racconti, Fasano (BR) 2008.                 Bauman Z., Modernità liquida, Roma-Bari 2003; Amore liquido, Roma-Bari 2006; Vita liquida, Roma-Bari 2014.
                 Si veda a tal proposito: L’ateismo e la rovina dell’uomo e della società umana, in «Satvrnia Regna», nr.57. lug-dic. 2014, pag. 21 e segg.

(Estratto da Saturnia Regna n.63, La fine dell’uomo nella società iperconsumistica di ARQ (parte II)

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