Nella società attuale, in cui ormai si è raggiunto il compimento del nichilismo integrale, si accresce momento dopo momento un diffuso malessere, sempre più profondo, questo è il risultato inevitabile di un processo involutivo determinato dal distacco dell’anima dalla sua origine, dal suo fondamento ontologico e dal suo essere, e perciò anche dalla possibilità di attuare se stessa e dunque la sua felicità. È significativo che fra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento sia comparsa in Europa una generalizzata tristezza e, allo stesso tempo, una preoccupazione per quel diffuso “male di vivere” che colpiva strati sempre più ampi della società e accresceva in essa un’angoscia esistenziale che ormai spingeva al suicidio diverse persone. Proprio ai primi dell’Ottocento, come abbiamo visto, ha inizio l’ultimo tratto della catabasi dell’umanità, perciò questa situazione, nel corso dei due secoli successivi, è via via peggiorata, fino ad interessare l’intera umanità.

In particolare il diffuso male di vivere colpisce i giovani, i quali, dai primi anni ‘70 del XX secolo, secondo diverse indagini, per oltre il 50%, non individuano più alcun senso nella loro vita, mentre oltre un terzo di essi concepisce il suicidio come una buona  soluzione per affrontare il tema della vita. Nello stesso periodo l’uso delle droghe ha cominciato a diffondersi in maniera dilagante, l’uso degli stupefacenti ha via via interessato ampi strati della società, fino alla capillare penetrazione presente nel tempo attuale.

Questa situazione ha origini remote, ma, nelle sue cause più immediate, vi è indubbiamente da individuare il distacco dell’uomo dalla trascendenza, da ciò che costituisce una realtà, una verità, un valore permanente, una dimensione nella quale sussiste il senso, il fine, la compiutezza dell’uomo, elementi che non si trovano in alcun’altra dimensione.

Di certo il problema della felicità e della piena realizzazione di sé è aperto da millenni, le sue origini, in qualche modo, possono essere fatte risalire al passaggio dall’età aurea a quella argentea, dallo stato perfetto dell’uomo, dalla sua condizione paradisiaca a quella che è subentrata successivamente. Una volta che si è costituita nella pena esistenziale, l’anima si è impegnata in un moto di riascesa, per recuperare la felicità perduta, le religioni tradizionali sono ordinate al ripristino della perfezione finale dell’uomo e dell’umanità in cui esso è compreso.

La felicità dell’uomo è inerente al suo essere proprio, all’animo, ossia al soggetto che è principio direttivo e dispositivo del corpo. L’animo dell’uomo è bonus, e dunque anche beatus, bene-actus, quando è in atto secondo il suo essere proprio, quando esso è attualizzato integralmente nella sua pienezza, senza limitazioni, perciò presenta la sua virtù propria nella sua completezza. In senso lato, un dato ente compie il suo bene quando i suoi atti sono orientati alla realizzazione della sua natura essenziale, lo stesso ente è perfettamente buono quando la sua essenza è pienamente realizzata, ovvero attuata.

Il significato proprio del termine felicità indica “ciò che è pienamente fruttificato”, ovvero maturato, completo, perciò si può dire che solo quando l’animo è compiuto, cioè completamente realizzato, e opera nella sua attività perfetta, è veramente felice, a questo stato inerisce una piena beatitudine, in quanto l’animo è propriamente stabilito nel suo bene. Qualsiasi grado di limitazione di questa perfezione della felicità-beatitudine determina diversi gradi di pena, di insoddisfazione e inquietudine, e promuove la tensione al fine ultimo di ogni azione, la felicità, fino a che questo termine non viene completamente realizzato. Dunque, solo quando l’animo giunge al compimento del suo atto essenziale è completamente felice, quando l’uomo realizza compiutamente la sua natura, e la pone in atto in tutta la sua completezza, raggiunge la sua perfezione finale, dopo la quale non vi è null’altro da perseguire. Fino a quando questo stato non viene realizzato, l’animo si muove verso questo risultato, ma se non segue la via corretta non lo raggiungerà mai.

 

(estratto da Saturnia Regna, n. 63, LA FINE DELL’UOMO NELLA SOCIETÀ IPERCONSUMISTICA, di A.R.Q.))