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Libertas
Dignitas e persona nell’ordinamento civile romano

Occorre trattare anche della stretta relazione che esiste fra il senso della dignitas e quello della persona nell’ordinamento civile romano. Della natura metafisica divina e causale della persona abbiamo già trattato in diverse nostre opere, ora vi faremo riferimento molto sinteticamente. In senso lato il termine persona indica il mezzo attraverso cui l’attore teatrale recita la sua parte, ovvero la maschera, in senso più particolare identifica il complesso psicofisico che l’animo-attore assume per recitare la sua parte nell’esistenza. Il termine persona ha anche un altro significato, nel contesto civile indica il ruolo sociale, lo statvs ufficiale, il particolare impiego in un ufficio della Repubblica. Ma a ciascuna persona corrisponde un certo gruppo di uffici, o di doveri, a seconda dell’impiego assunto, per cui se un dato soggetto presenta essenzialmente una certa identità personale, nell’assumere il suo ufficio civile si moltiplica in diverse personae funzionali, a seconda delle determinate azioni a cui deve adempiere. Verso la fine del I sec. a.C. il termine persona ha assunto principalmente il significato di ruolo, competenza, impiego, l’unità molteplice delle funzioni implicite in una data parte, ciò di cui si riveste l’animo per svolgere un dato compito o una data funzione. Nella misura in cui il termine persona assume il significato di ruolo, di parte sociopolitica, e quindi implica la possibilità di mettere in atto adeguatamente determinati uffici, la sua correlazione con il termine dignitas diventa più evidente.

Per intendere meglio la relazione che sussiste fra dignitas e persona occorre richiamare brevemente il senso metafisico e causale di persona. Dalla radice prs-, analoga alla radice pls-, che dà origine al termine plenvs, derivano i significati di “unità-molteplice completa”, “pluralità organica unificata”, che si riferiscono al termine “persona”. In relazione al termine greco prosopon, analogo al latino persona, si può dire che la persona, intesa in senso universale, è l’Unità Molteplice delle essenze divine contenute nell’Essenza unitaria dell’Ente Divino, mentre se consideriamo la persona in senso individuale va intesa come l’unità molteplice delle qualità eterne presente nell’unità dell’essenza del singolo ente. Inteso in questo modo la persona determinata è il principio immutabile dell’identità dell’individuo manifestato. L’individuazione somatica non è altro che una modulazione materializzata delle qualità essenziali della persona, per cui l’uomo è un individuo indifferenziato fino a quando in lui la sua persona, la sua essenza, rimane latente ed inespressa, egli acquista uno statuto personale nella misura in cui la sua essenza passa dall’essere in potenza all’essere in atto. L’individuo umano indifferenziato corrisponde ad uno stato dell’essere in cui la persona metafisica è solo in potenza rispetto all’esistenza, perché è occultata dalla materia umana, in questo individuo non appaiono, in maniera attuale nell’immanenza, le qualità essenziali della sua essenza, e cioè le sue diverse virtù, in particolare le sue virtù paradigmatiche. L’individuo corporeo anonimo è un ente oscuro nel quale si dispiegano automati­smi naturali caotici non corrispondenti alla misura eterna dell’uomo, egli è privo dell’attiva ed operativa consapevolezza della sua essenza, nella quale la sua identità si risolve, perciò non agisce per rendere attuale nella sua esistenza la sua persona divina eterna.

Attribuire la qualità di persona in atto a qualsiasi individuo naturale, indistin­tamente, è sia un’aberrazione metafisica, che una anomalia giuridico-religiosa e rituale. La persona deve essere conseguita come la forma sovrannaturale dell’uomo, l’affermazione dell’individuo esteriore ed accidentale ne costituisce la negazione, l’occultamento. L’individuo è ciò che appare della persona metafisica una volta che, a causa dell’incarnazione, la “materiazione” ha avuto il sopravvento sull’attività dell’essenza, mentre la persona essenziale è ciò che domina la materiazione, la sua manifestazione consente di costituire attivamente le qualità ideali nella materia.

Ne risulta che può essere degnato dell’attributo di persona solo un ente umano che abbia in atto la sua essenza, è persona co­lui che ha reso attuale l’intelligenza del suo essere nel suo atto esistenziale. Questa spiegazione ci permette di comprendere che l’attualizzazione dell’essenza dell’uomo, e dunque la sua realizzazione come persona, ha attinenza con la dignitas, è questo il risultato per cui i vari gradi di dignitas, nella tra­dizione religiosa patria, indicano i diversi gradi di attualizzazione dell’essenza dell’uo­mo, ovvero dell’animo-intelletto, dunque corrispondono anche a precisi gradi di virtvs. Nella giurisprudenza sacra romana i termini dignitas e persona sono inscindibili, ad essi si associano anche i termini honestas e honos. Esiste honestas nell’animvs quando esso attua l’officivm inerente alla sua natura, compie la sua esistenza in accordo a ciò che è stato scritto nella sua essenza divina. È degno di honos l’animo che ha condotto la sua attività secondo diversi gradi di giustizia, attraverso l’esercizio dell’officivm religioso honestvm, dunque l’honos è il riconoscimento, il sigillo del valore ontologico dell’animvs honestvs. È chiaro che, nella misura in cui un animo attualizza la sua essenza e perciò acquisisce gradi via via superiori di dignitas, esprime la sua personalità divina eterna e, ad un tempo, realizza una condotta compiutamente giusta e felice.

Attribuire la dignità di persona, de facto, a un embrione, a un feto, a un bam­bino, o ad altro individuo indifferenziato, che non possieda la sua essenza in atto, neanche ad un grado basilare, è un’aberrazione, un’empietà. È un fatto, non un pregiudizio morale, che “servvs non habet personam”, perché lo status di servvs dell’uomo indica proprio la mancanza in esso dell’attualità della sua essenza-intelletto, perciò, prima di tutto, essere servo è uno stato ontologico, che indica la passività dell’animo umano rispetto al corpo e alla materia, una condizione in cui l’animo è sottomesso a vincoli che impediscono la sua attività signorile, la virilitas virtuosa.

Il libero e il servo sono essenzialmente identici, ma il primo ha posto in atto la sua essenza, almeno ad un certo grado, un’attualità che definisce la sua relativa libertas, mentre nel secondo è presente l’inibizione del suo atto essenziale, perché il suo animo è asservito al corpo e perciò patisce passioni e vizi. Fra i due enti esiste una differenza di statuto ontologico, che definisce una gerarchia di dignità e valori che non può essere cancellata né elusa, una società religiosa normale è strutturata secondo questa gerarchia, la quale definisce una società ordinata secondo giusti­zia in base a precise differenze di dignità. In questa società la persona è in atto solo nei liberi, l’animo libero dirige i suoi atti secondo giustizia, per cui rispetta ciascun ente secondo il suo stato e compie il suo ufficio nel campo suo proprio.

La dignità della persona religiosa tradizionale è frutto della differenziazione qualitativa, intellettiva e ontologica, che attualizza l’essenza dell’animo, perciò la dignità non è relativa a differenze materiali o psicologiche quantitative, che indi­viduano materialmente l’essenza, ma interessa in primis la persona divina, non l’individuo uma­no, è a questa persona che si rivolgono termini come dignitas, honos, officivm, fides, ecc., i quali fondano la struttura verticale e rituale della persona religiosa romano-italiana tradizionale e della società in cui essa è collocata.

Dunque è solo nella misura in cui si ha una determinata dignitas, e dunque si è posto in atto un dato grado della propria essenza, che si può assumere una data persona, intesa come ruolo, funzione e ufficio. Se il soggetto non presenta una determinata dignitas, non può assumere alcuna persona-funzione, né può esprimersi come “persona civile” alla quale vengono attribuiti precisi diritti, ivra, per i quali è possibile esercitare degli uffici elementari. Come vedremo poco più avanti, anche la libertas è connessa alla dignitas e alla persona, la libertà viene attribuita al soggetto a cui si riconosce la disposizione di uno statvs virilis, per il quale egli può compiere un dato ufficio civile secondo virtù. Nella società civile tradizionale ogni persona deve esercitare l’officivm corrispondente alla sua dignitas e, allo stesso modo, in rapporto alla dignitas che un dato animo possiede, deve essere concessa una libertas proporzionale e dunque anche una serie di diritti e doveri, ivra e officia, adeguati e misurati alla capacità ontologica di esercitarli.

                 In particolare: Viola L.M.A., Essere Italiani, vol. I, Forlì 2015, cap. I, II, III, IV, V, VI.

                 Cicerone, De Officiis, I, 32, 115.

 

L.M.A. Viola

Estratto da Saturnia Regna n. 70

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