Nell’antica tradizione religiosa laziale, il sacrario di Fortuna Primigenia a Preneste ha avuto un’importanza primaria e ha attirato nei secoli schiere di pellegrini. Nel sacrario si svolgeva il culto a Fortuna in quanto Primigenia, in particolare, il rito di consultazione della Dea avveniva attraverso l’estrazione delle sortes, all’interno di una grotta sacra, ove si riteneva risiedesse la Dea.

È Cicerone, nel De Divinatione[1] , che descrive le origini del culto di Fortuna a Preneste, le quali vengono fatte risalire al sogno di Numerio Suffustio, il quale ricevette ordine di rompere una roccia in un certo luogo, un ordine che egli eseguì. Rompendo la roccia caddero da questa delle tessere di legno di quercia con incise delle scritture arcane in lingua antica, ovvero delle sortes. Le sorti furono riunite in un’urna di un ulivo presente sul posto, da cui scaturiva del miele. Il sito in cui caddero le sortes fu recintato come fanum della Dea Fortuna, al tempo di Cicerone il sito si trovava presso il tempio di Giove bambino, Iuppiter Puer, raffigurato seduto, insieme a Giunone, sulle ginocchia della Dea Fortuna.

La favola divina è assai significativa, ma anche la struttura del culto relato alla struttura del sacrario ricalca la descrizione della natura della Dea e della sua funzione. Cicerone dice che l’attività cultuale nel sacrario si svolgeva su due poli composti, comparati a due templi e a due aspetti della Dea. Il primo aspetto prevedeva l’invocazione della Dea Fortuna come Madre di Iuppiter, il secondo aspetto prevedeva la consultazione di Fortuna come portatrice di sorti.

Al primo aspetto di Fortuna, più arcano, prestavano culto le madri, al secondo invece accedeva un pubblico religioso indifferenziato, più esteriore, interessato alla conoscenza degli eventi futuri attraverso la consultazione delle sorti. Nella tradizione Fortuna appare come Madre e allo stesso tempo come Figlia di Iuppiter.

Per affrontare il mistero che interessa la natura della Dea esaminiamo dapprima il suo nome. Fortuna è termine che proviene da fero, l’atto del portare o del “sostenere portando”. La radice di fero è fer-, pher-, o anche bher-, queste radici hanno il significato di “portare”, “condurre portando”, da cui proviene il verbo ferre. Nel sanscrito la radice contratta è bhr-, una radice analoga a brh-, e a drh-, ciascuna radice significa, a suo modo, “il potere radicale che sostiene il tutto”. Da queste radici deriva il termine brahmam, al neutro, che nella tradizione hindù indica il Principio Divino Supremo, secondo l’accezione della sua potenza infinita, nella quale ha inizio e fondamento il Tutto. Ma sviluppiamo ancora il tema.

Alla stessa radice di fero viene fatto risalire il termine fors, che noi distinguiamo in fero-us, che significa “porto” o “sostengo l’atto di ur”, dello urere, cioè di determinare, di formare, di generare. Da fors vengono l’ablativo forte e gli sviluppi dei temi in forti– e fortu-. Dal tema in-i, ci si collega alla radice bhr-, a cui si aggiunge t, per cui si produce il complesso bhr-t, che designa uno specifico portare. Così anche il termine fors può essere relato a fortus, che indica l’atto soggettivo del portare collegato al tema in vs, da cui anche bhr-tu. È sulla linea fors, fortu, fortus, che si crea fortuna, come aggettivo sostantivato costituito da fortus con l’apporto della desinenza na, usata per costituire il nome di divinità aventi certe funzioni, una desinenza che indica la potenza del compimento del Dio o della Dea. Se fors indica “il principio dell’atto del portare”, fortuna esprime, come il perfetto, l’azione compiuta del portare, così si può comprendere anche l’associazione fors fortuna.

Fortuna è ciò che porta, ciò che sostiene l’atto del principio attivo urente e lo conduce al suo compimento. Per l’analogia tracciata prima con il senso di brh-, Fortuna può essere identificata con la potenza radicale infinita che sostiene il Tutto, attraverso la quale il Principio Divino Supremo, per la religione romana il Dio Ianus, porta a compimento ogni cosa. A partire dalla sua connotazione metafisica più generale, noi scopriamo tutti i significati di Fortuna, una Dea che reca sempre con sé vari sensi molto positivi. Un senso positivo è presente, ad esempio, nel termine fortunatus, che indica il soggetto favorito dall’atto di Fortuna, a cui si contrappone l’infortvnatvs, che non gode del favore di Fortuna, perciò incappa nell’infortunium. Questa breve anticipazione ci può far comprendere il motivo per cui la tradizione collega strettamente fortuna a felicitas, ma avremo modo di tornare su tutto ciò.

(L.M.A. Viola, estratto da Saturnia Regna n.54)

[1] Cicerone, De Div. II, XLI, 85