Identità

Culto pubblico e culto privato: il luogo dell’istituto gentilizio nella tradizione

culto pubblico

Nella Gens la persona singola trovava tutti gli istituti religiosi e civili funzionali alla sua cultura religiosa personale integrale, quegli istituti che consentivano la formazione del vir religiosus, il solo capace di svolgere rettamente l’ufficio di civis e di percorrere il cursus honorum nella civitas.

Culto Privato

Publica sacra, quae publico sumptu pro populo fiunt, quaeque pro montibus, pagis, curiis, sacellis. At privata quae pro singulis hominibus, familis, gentibus fiunt”

Istituto Gentilizio

Nella Gens la persona singola trovava tutti gli istituti religiosi e civili funzionali alla sua cultura religiosa personale integrale, quegli istituti che consentivano la formazione del vir religiosus, il solo capace di svolgere rettamente l’ufficio di civis e di percorrere il cursus honorum nella civitas.

L’Associazione Romània Quirites (ARQ), la cui sede centrale è sita in Forlì (Forum Livii), costituisce l’istituzione attraverso cui opera verso il pubblico, in funzione efferente, educativa e culturale, la Società Religiosa Romano-Italiana. La Società Religiosa si è costituita attorno ad una Gens tradizionale romano-italiana, che opera in conformità alla regola della tradizione del mos maiorum nel tempo attuale.

La Gens[1] è un istituto religioso privato la cui presenza era ben consolidata già prima della fondazione di Roma. All’atto della costituzione originaria del Populus Romanus Quirites, il Divus Romulus compose le Gentes principiali dei Ramnes, Tities, Luceres in un sinecismo sovrareligioso e sovragentilizio, il popolo così costituito divenne il soggetto del culto pubblico, mentre le Gentes divennero i soggetti del culto privato. “Publica sacra, quae publico sumptu pro populo fiunt, quaeque pro montibus, pagis, curiis, sacellis. At privata quae pro singulis hominibus, familis, gentibus fiunt”[2], dunque i sacra privata erano svolti in favore di singoli uomini, famiglie e genti, ma vennero posti sotto la supervisione dei pontefici che amministravano i sacra publica. Nessun arbitrio era ammesso da parte di singoli o Gentes nei culti, in quanto il fine di bene pubblico, a cui indirettamente era ordinato il culto privato, antecede ogni interesse delle singole parti. I sacra privata comunque presentavano una completezza di culto pro singulis, pro familiis, pro gentibus che li rendevano autonomi e autosufficienti.

La Gens era l’unità costitutiva del Populus, era perciò la sua cellula portante, ad essa presiedeva un Pater gentis, l’insieme dei Principi delle Gentes patrizie formava il Senatus delle origini, deputato alla direzione religiosa e civile del Populus e della Civitas.
La continuità del culto gentilizio aveva un’importanza assoluta, perciò le Leggi delle XII Tavole ordinavano di non interrompere i sacra privata, sacra privata perpetua mamento[3], in quanto assicuravano la conservazione della qualità divina patrizia originale nella traditio morum, mediante la quale veniva veicolato, senza interruzione, l’influsso spirituale vivente ed efficace e perciò era custodita e trasmessa l’originale gloria dei Divi Parentes, e dunque anche la sua potenza efficace.
Nelle Gentes erano custoditi gli auspicia privata, oltre agli arcana delle origines e le arti sacre specifiche che ciascuno dei Patres aveva recato nel consesso originale del Populus.

Nella Gens si attuava il matrimonium volto alla generazione di una stirpe che assicurava a Roma degni cittadini, affinché la sua opera universale di pace fosse compiuta secondo il Fato nella perpetuità.
Nella Gens la persona singola trovava tutti gli istituti religiosi e civili funzionali alla sua cultura religiosa personale integrale, quegli istituti che consentivano la formazione del vir religiosus, il solo capace di svolgere rettamente l’ufficio di civis e di percorrere il cursus honorum nella civitas. Attraverso il culto gentilizio veniva assicurata altresì una piena e completa realizzazione religiosa della persona integrale, in tutti i suoi aspetti, naturali e sovrannaturali, perciò nell’ascesi sacrificale, nell’iniziazione ieratica al mos maiorum, nella teurgia domestica del fuoco, la persona romano-italiana trovava la via aperta alla perfetta divinizzazione.

Dalla descrizione delle caratteristiche dell’operatività della Gens, si evince una certa autonomia del culto privato rispetto al culto pubblico. Nel culto gentilizio sono riposti i principi e le forme essenziali della religio, la quale ha assunto una forma pubblica modellata su quella privata al momento della sua articolazione in funzione del Populus. Quando il culto pubblico fu sospeso, gli auspici e, con essi, il deposito autorevole del culto pubblico, ritornarono ai Padri delle Genti senatorie, perciò la possibilità di una restaurazione del culto pubblico, l’eventualità di una sua riattualizzazione, fu consegnata alla custodia privata dei Principi che reggevano le Gentes dell’Ordo Senatus.
Dal V secolo d.C. la trasmissione dell’auctoritas e degli arcana imperii è avvenuta secondo modalità occulte, nel segreto della tradizione privata si è conservato il deposito essenziale del culto pubblico originario del Populus Romanus Quirites.

L’ingiunzione proveniente dalle Leggi Sacre delle XII tavole deve riecheggiare perpetuamente nell’animo della persona romano-italiana, affinché essa non venga meno ai culti aviti e, laddove si siano degradati e corrotti, provveda, secondo i modi religiosi regolari, a ripristinarli. L’influsso spirituale glorioso dei Maiores, e l’arcana sapienza su cui fonda il mistero di Roma, possono essere custoditi nella tradizione privata indipendentemente dalle vicissitudini del culto pubblico, perciò nei confronti della tradizione privata va osservata una rigorosa fedeltà.

Durante la Repubblica le Gentes patrizie si ridussero progressivamente di numero, passarono da settantacinque nel V secolo a.C., a quindici nel III secolo a.C., poi Cicerone, alla fine del I secolo a.C., temette per la loro estinzione, data la loro esigua presenza residua, perché l’estinzione della pura tradizione gentilizia sarebbe stata distruttiva per la tradizione romana, poiché nei Patres era riposta l’auctoritas e la custodia regolare degli auspicia.

A fianco delle Gentes patrizie si formarono fin dalla fine del IV sec. a.C. delle Gentes nobiles, a seguito dell’accesso alle magistrature curuli di homines novi provenienti dalla plebe. L’elevazione alla nobilitas garantiva anche l’accesso al Senatus, così come l’esercizio dell’auctoritas senatus e l’iscrizione all’Ordo Senatus.
Nell’Alto Impero la nobilitas di ascendenza plebea divenne nettamente dominante, mentre nel Basso Impero le distinzioni fra Patres e conscripti, fra vetera e nova nobilitas vennero eliminate, rimase così solo la differenziazione degli ordini sociali. Il solo merito, acquisito nel cursus honorum per l’impiego virtuoso negli officia pubblici, consentì al singolo soggetto di accedere all’Ordo Senatus, a coloro che accedevano all’Ordo Senatus, una volta completato il cursus honorum, veniva riconosciuta la nobilitas. La categoria dell’homo novus acquistò perciò via via un valore secondario, così come la trasmissione ereditaria della nobilitas.

Nel contesto delle principali Gentes del Tardo Impero, i cui esponenti erano inseriti nell’Ordo Senatus, fu elaborata la difesa e la riorganizzazione della religione romano-italiana, dopo la proibizione del culto pubblico avvenuta alla fine del IV secolo d.C., che ha portato poi alla sua sospensione all’inizio del V secolo. Con la rinuncia dell’Imperatore Graziano al Pontificato Massimo, l’Impero venne staccato dall’influsso dell’augustum augurium originario, al quale Roma rimaneva conforme attraverso l’esercizio degli auspicia operato nel rispetto dell’Auctoritas Divina, che ne costituiva il fondamento originario, e dell’auctoritas patrum, che ne garantiva il regolare esercizio. In tal modo l’istituto imperiale venne scollegato dalla religione romana e dal culto pubblico, elementi che ne garantivano la salda presenza nel mondo e il suo retto esercizio. Il Fato Divino assegnato a Roma e ai romani venne così negletto e tradito, perciò l’esercizio dell’Impero subì una profonda alterazione, a causa della quale non fu più possibile attuare la Pace Universale Assoluta nel mondo.

Gli elementi essenziali del culto pubblico vennero assunti in carico dalle Gentes fedeli alla tradizione, poi la definitiva condanna del culto determinò il suo completo riassorbimento nell’ambito privato. I Senatores romani, legittimi detentori dell’auspicium imperiumque, divennero i titolari esclusivi del mandato fatale romano di impero, originariamente riposto in Romulus, quel mandato unico e irripetibile che gli Dei hanno dato ai romani, affinché essi stabiliscono la Pace Suprema nell’umanità.
Gli auspicia, gli arcana imperii, la sapienza pontificale a fondamento del culto pubblico, così come tutto l’insieme della tradizione religiosa e civile, vennero preservati e trasmessi nell’alveo ritirato delle Gentes. Il nucleo intimo della religione patria deve ai Patres, e alla loro prompta devotio, la sua conservazione e la sua trasmissione, dopo la cesura del V secolo.

Nei secoli successivi le Gentes romanae hanno continuato la tradizione divina con modalità adeguate alla situazione, le esigenze dei tempi hanno reso necessaria una diversificazione della trasmissione, cosicché la continuità della religione romano-italiana è potuta avvenire anche grazie a diverse istituzioni religiose o ad azioni personali, non strettamente gentilizie. La riemergenza progressiva della religione patria, specie del suo exoterismo, dal Rinascimento umanistico romano fino ad oggi, si è avuta grazie a mutate condizioni civili e religiose, che hanno consentito agli italiani di recuperare un nuovo collegamento con le loro autentiche origini religiose, tanto da trovare parziale alimento per il Risorgimento nazionale conclusosi con la fine della Prima Guerra Mondiale.

Nel periodo contemporaneo, la presenza della tradizione religiosa romano-italiana non può esulare dal culto privato, perciò l’azione tradizionale romano-italiana ha come primo compito la creazione di un soggetto religioso capace di culto regolare, nel rispetto del diritto sacro, il quale poi, attraverso la dignificazione opportuna, deve rendersi capace di costituire un regolare matrimonio religioso per dare fondamento e principio alla ricostituzione appropriata di Gentes, solo nelle quali può avere luogo la completa attuazione della vita religiosa dell’uomo romano-italiano e, specialmente, l’esercizio della funzione fondamentale della tradizione divina.

La regolare riattualizzazione delle Gentes, e perciò della loro struttura e della loro operatività, per quanto possibile oggi, è un’opera assai ardua, ma è la sola che debba essere intrapresa, perché si possa parlare ancora, in qualche modo, di una tradizione religiosa romano-italiana, vivente e operante.
Le Gentes possono costituire una vera societas religiosa romano-italiana, i cui componenti unificati danno adito alla militanza universale per la Pace e la Salute Pubblica integrale, una militanza che ha ragione di essere solo se osserva in modo rigoroso la fede nel mos maiorum. Ogni pretesa di rifarsi a Roma, di ricollegarsi alla tradizione divina, senza rispettare l’ordine giuridico-religioso della prassi consegnato dai Maggiori è destinato alla sterilità e al fallimento.
Con la costituzione di veri Principi di Gentes è poi possibile organizzare una vera élite di Patres e dare corpo ad un Ordo Senatus che operi ancora oggi nel senso della missione universale romano-italiana in tutte le estensioni possibili.

[1] Per un’approfondita trattazione della natura della Gens e della sua funzione nella religione romano-italiana, si può consultare: Viola. L.M.A., Esseri Italiani, Forlì 2015.

[2] Festo, 245.

[3] Cicerone, De Legibus, II, IX.