“… summa placatione deorum immortalium …” (Cicerone, De Natvra Deorum,III, 2, 6)

religione id est cultu deorum” (Cicerone, De Natvra Deorum, II, 3, 9)

L’Associazione Romania Qvirites

Fedeltà religiosa romano-italiana

Religio est quae superioris cuisdam naturae, quam divinam vocant, curam caeremoniamque affert[1]

In questa definizione Cicerone considera la religio come il complesso unitario dei sacra, delle caerimoniae, che hanno un orientamento verso ciò che ha una “natura superiore”, verso il Divino.
Se a questa citazione affianchiamo quest’altra: “religione id est cultu deorum[2], mettiamo l’accento su quello che è il termine finale di tutte le azioni proprie della religio, ovvero il colere Deos. Intesa nel suo senso esteriore e pratico, la religione è costituita da un insieme unitario di atti sacri e cerimonie funzionali ad un preciso colere, il cui fine è la “… summa placatione deorum immortalium …”[3], ovvero la costituzione della “somma pace”, dell’unione-accordo dell’uomo con gli Dei immortali.
Se l’azione religiosa non fosse stata adeguatamente svolta dal Popolo Romano-Italiano, esso non avrebbe mai attuato il fine fatale a cui è stato destinato dalla Provvidenza Divina.

L’insieme degli atti di culto specifici del Poulus Romanus Quirites costituisce la religio populi romani, la quale è divisa in auspicia e sacra, in essa sono integrate anche la disciplina sibillina e l’aruspicina.
La religione romana essenziale è stata definita da Romulus come Optimus Augur, costituendo in principio gli auspicia populi romani, mentre Numa ha articolato i sacra publica populi romani, l’insieme degli atti di culto che definiscono, in maniera esemplare e invariabile, la natura e il modo della religione romano-italiana.
Numa ha anche stabilito che ogni religioso civile romano rimanesse sempre fedele alla religio affinché fosse conservata l’originale pace con gli Dei e fosse continuamente ricevuto l’influsso divino, l’auges, e il favore connesso, che sostengono il buon esito dell’ufficio fatale imperiale del Popolo Romano.
A questi elementi fondamentali della religio ciascun romano-italiano è tenuto a credere e, specialmente, osservarli fedelmente, indipendentemente da ogni giustificazione razionale, filosofica o filologica, della religione[4].

Attraverso la retta esecuzione degli auspicia e dei sacra i pontefici e i magistrati romani hanno consentito la conservatio e la propagatio civitatis, essi hanno favorito la stabile presenza in evo della Pax Deorum Hominumque originale, costituita all’atto della fondazione dell’Urbe Divina da parte del Divus Romulus.
Il complesso essenziale della religio del Populus Romanus Quirites è rimasto sostanzialmente invariato per circa dodici secoli, grazie alla rigorosa fede dei cittadini romani, che non hanno deviato dalla consegna originaria.

Gli studiosi profani non possono comprendere quello che essi erroneamente definiscono “formalismo rigido” o “conservatorismo estremo”, in quanto la rigorosa fedeltà religiosa rispetta quanto disposto divinamente e fonda la stabilità del culto originale, in funzione della custodia della presenza dell’Impero di Dio nell’uomo, nell’Urbe e nell’Orbe. Il favore augurale divino originale non può essere soggetto a vane opinioni umane. Nell’autentica condotta religiosa del romano-italiano traspare una necessità ontologica, una fermezza sovrannaturale, una stabilità sovraumana, perché il soggetto pio è integrato nello Spirito Divino e, attraverso la sua fedeltà alla Provvidenza, consente che l’Impero di Dio, con la Sua Pace e la Sua Giustizia, rimanga sempre presente nel suo animo e in tutti gli atti della sua persona. Questo tipo di condotta religiosa è inaffrontabile per un uomo profano.

Nel periodo critico della transizione, fra il IV e il V secolo d.C., l’Ottimo Padre Simmaco, che ha diretto i Senatori nel difficile compito di difesa della religio romana, ha affermato in una sua relazione: “… repetimus igitur religionem statum, qui rei publicae div profvit[5].
Simmaco si riferisce alla religio populi romani, egli si appella alla fede dei cittadini religiosi romani, una fede che essi avevano osservato nei secoli, e, così come Cicerone, egli parla di “romanis caerimoniis” per riferirsi ai culti pubblici tradizionali che avevano garantito la conservazione dell’Impero.
Gli imperatori che avevano preceduto Teodosio non avevano impedito l’esecuzione dei culti, ad essi non avevano mai fatto mancare il fondamentale sostegno dell’erario pubblico per il loro regolare svolgimento, favorendo anche l’accesso dei membri dell’Ordo Senatus nel Collegio dei sacerdoti. Chiudendo la sua perorazione, Simmaco ha invocato il rispetto della religio romana tradizionale: “… ergo diis patris, diis indigetibus pacem rogamus …”[6], gli Dei patrii a cui si riferisce sono gli Dei che nel culto pubblico avevano sempre ricevuto gli onori fondamentali, gli specifici Dei della religio publica romana.
Questo appello non fu accolto, l’opera sovversiva dei cristiani della fede giunse a corrompere gli Imperatori, venne determinata la sospensione del complesso delle attività sacrali e cerimoniali che costituivano il culto pubblico di Roma, l’esercizio complessivo degli auspicia e dei sacra fu interrotto, da quel tempo il culto non è mai più stato riattivato nella sua completezza. Con questa interruzione fu  spezzata anche l’originaria unità costituita dal Diritto Divino, dal Diritto Sacro e dal Diritto Pubblico, col conseguente annullamento della Pax Deorum Hominumque vigente nell’Orbe imperiale.
Gli eredi della traditio, i Senatores dell’Ordo Senatus, hanno accolto nelle loro persone ciò che costituisce l’essenza del culto ed anche le modalità operative degli auspicia e dei sacra che ne consentono l’esercizio, questo deposito arcano è stato trasmesso nei secoli senza più essere tradotto nella prassi esteriore. Il raccoglimento del culto pubblico romano, insieme ai culti privati, in interiore animo e in privato loco, non alterò la loro trasmissione secondo l’autentico spirito della romanitas. La ferma e perseverante custodia della traditio, secondo more maiorum, ha permesso a generazioni di fedeli di accedere alla via religiosa romana, alla disciplina della romanitas classica, e alla comprensione operativa del mistero imperiale di Roma.

I Patres hanno custodito gli elementi fondamentali della religio, in particolare hanno preservato la prassi attraverso la quale avviene la formazione dell’homo religiosus romanus, che gli consente di attuare la sua dignitas e conseguire la sapientia dalla quale dipende la sua pietas. La disciplina realizzativa trasmessa consente di acquisire anche diversi gradi di auctoritas, una virtù che permette al religioso di divenire Padre autorevole della tradizione.
In mancanza di questa cultura realizzativa non possono costituirsi soggetti autorevoli, capaci di custodire e trasmettere ciò che permette la realizzazione della romanitas.
Il magistero romano nei secoli è sempre stato incentrato sulla cultura formativa dell’uomo religioso romano-italiano, senza questa formazione non c’è uomo, né religione, né tradizione.
La disciplina romana si è svolta nella dimensione privata per secoli, quanto è fruibile ancora oggi è dovuto a coloro che, con fede ferma, hanno conservato il deposito fondamentale della tradizione religiosa fino a noi.

L’intera organizzazione religiosa di Romània si ricollega al magistero dei Patres dell’Ordo Senatus, che hanno operato fra il IV e VI secolo, attraverso il magistero dei Padri del Rinascimento.
L’organizzazione ha restaurato e rivivificato, oltreché riattualizzato per quello che è possibile nel tempo attuale, l’intera prassi che forma l’uomo religioso romano-italiano, il civis romanus, quell’uomo che possiede la politior humanitas, il solo che può accedere allo spirito essenziale della tradizione romana per costituirlo in se stesso e trasmetterlo a sua volta, secondo le modalità consegnate dai Padri.

L’Associazione Romània Quirites introduce al complesso della romana religio, così come è stata ridefinita e raccolta in interiore animo e in privato loco al momento della transizione del periodo tardo antico.
La A.R.Q. rimane fedele alla consegna originaria e osserva, per quanto possibile, la più rigorosa regolarità tradizionale, perciò la A.R.Q. afferma in modo preciso quanto i Padri hanno sempre dato per costituito e definitivamente affermato, ovvero la realtà di Roma, e della sua religio, come un ente dal carattere universale assoluto, non limitato ad una identità etnica o nazionale, in quanto la stessa costituzione dell’Urbe, con la fondazione di un nuovo Populus di carattere sovrannaturale, e quindi anche sovrannazionale, ha risolto le diverse identità nazionali e civili preromane nella communis patria, la quale ha trasceso le patriae naturales, in funzione della realizzazione di un ente universale al quale gli Dei hanno assegnato un fine di Bene Assoluto comune.
Il tentativo di recupero in senso particolaristico e distintivo dei culti etnico-nazionali preromani che si svolgono in ambito italiano è totalmente anacronistico e si colloca al di fuori dell’ordine costituito dalla prassi divina e provvidenziale romana.
A questo proposito è possibile parlare di uno stato di cose preromano e di uno stato di cose romano, con l’opera di Roma il preromano è stato risolto in una nuova situazione religiosa e civile immodificabile e irreversibile.
Qualsiasi tentativo di ripristino di condizioni preromane è contrario al Fato e alla Provvidenza, tutto ciò che è stato fatalmente stabilito non può essere in alcun modo alterato.

Coloro che vogliono essere fedeli all’azione magistrale dei Padri devono oggi, come sempre, assumere la romanitas nella sua integralità sovrannaturale, perciò distaccata da un tipo nazionale preciso, cosa che nel periodo tardo antico era pienamente in atto, anche nell’élite dell’Ordo Senatus, così come nel Senatus stesso.
La romanitas e il romanus hanno dunque un carattere integralmente universale, oggi possono essere assunti solo se vengono opportunamente realizzati a partire da questa loro natura.

L’A.R.Q. utilizza la denominazione “romano-italiano” per riferirsi ai diversi enti ed istituti patrii, consapevole che è un artificio con il quale viene indicato uno stato di fatto definitivo.
Con l’opera augustea Roma e l’Italia sono state fatte coincidere, così come i romani e gli italici. L’associazione utilizza i termini “italiano” e “italiani”, perché considera gli uomini dei secoli postimperiali quali discendenti dagli antichi italici, che hanno poi assunto il nome di “italiani” già dal primo periodo medioevale e che poi sono stati individuati come tali da tutte le nazioni del mondo.
In ogni caso esiste un’identità trascendente, che rende una cosa sola l’essere romano e l’essere italiano, ciò è stato rivelato col compimento della riunificazione in Roma dell’originaria genia aurea degli italici.
L’atto unificativo e trascendente che Roma ha compiuto è stato rispettato nei millenni successivi. Perciò, innanzitutto, bisogna parlare dell’essere italiani, e non dell’essere lombardi, veneti, liguri, ecc., o addirittura orobici, lariani, piceni o sanniti, in quanto nell’unità dell’essenza trascendente della romanità-italianità è presente effettivamente la funzione universale di Roma-Italia. Perciò, così come l’homo romanus costituisce la misura trascendente dei diversi homines, il Populus Romanus costituisce l’unità trascendente delle diverse nazioni ed etnie, quindi l’essenza geniale romana comprende e trascende tutte le nazioni particolari nell’unità dell’Essere Divino Supremo, nel quale tutti gli uomini sono una cosa sola e non presentano aspetti distintivi.

Oggi, in assenza di un culto pubblico unificato, praticato nella sua completa regolarità, è possibile attuare il fine proprio dell’homo e del Populus Romanus attraverso la cultura della romanitas, che ha un senso universale assoluto, tramite questa cultura è possibile conseguire la perfetta humanitas, e dunque stabilire la sapientia civilis nella persona e negli enti privati, per rivolgersi all’intero Orbe, in funzione dell’unificazione pacificante trascendente delle religioni e delle nazioni.
Questi indirizzi pratici si svolgono secondo un’altra forma e un altro modo rispetto alla prassi antica, ma sempre con lo stesso fine: attuare nel mondo il Diritto Divino Integrale rendendolo immanente nel Diritto Pubblico, così è possibile riunire tutte le distinzioni formali, religiose, civili e nazionali, in un’unica Res Publica, retta da un élite religiosa e civile universale, che incarni la trascendenza delle differenze religiose e nazionali e renda possibile, anche in questo tempo, la migliore costituzione possibile della Salus Publica.

L’istituzione associativa di Romagna rimane fermamente fedele a quest’opera essenziale, conserva la conformità all’identità universale romano-italiana, prepara alla cultura che forma l’uomo religioso romano-italiano universale e lo mette in condizione di attuare il fine fatale supremo a cui esso è stato destinato: la Pace Divina Integrale.

[1] Cicerone, Opera qvae svper svnt omnia hac deperditorum fragmenta rhetoricorum, II, 54.

[2] Cicerone, De Natvra Deorum, II, 3, 9.

[3] Ibidem, III, 2, 6.

[4] Ibidem.

[5] Simmaco, Relatio III, De Ara Victoriae.

[6]Ibidem.