Il regio consiglio originario riuniva i romani esemplari che di­sponevano della pienezza dell’auctoritas, e dunque anche della maiestas, per le loro qualità essi sono stati definiti Maiores.

Da Re Latino e da Re Evandro, Enea ha ricevuto le due linee, quella trascendente e quella immanente, della tra­dizione integrale della Sapienza Eterna

L’Associazione Romania Qvirites

Natura tradizionale

Quando si vuole indagare il senso di ciò che è “tradizione” occorre fare riferimento alla religione romano-italiana, dove la nozione di traditio è stata definita dalle sue somme autorità pontificali, quale elemento essenziale della religio per il quale la condotta dell’uomo religioso rimane fedele alla consegna divina originaria.

Traditio è l’atto del tradere. Il termine tradere, tradire, è composto dalla particella trans– indicante l’oltre, l’al di là, l’al di sopra, e dal verbo dare, da-re, che è atto procedente da un soggetto attivo “reggente”. In senso lato l’azione del tradire è l’azione con la quale si fa passare in altro, si assegna, si attribuisce, ed equivale a trasferire un oggetto, o una sostanza, da un soggetto ad un altro, da un ente ad un altro.
A seconda dell’ap­plicazione, il termine traditio, tradizione, assume molti sensi, tra i quali quelli di consegnare, passare, affidare, cedere, tramandare, trasmettere, comunicare, insegnare, riferire, ecc[1].
Trans-dare è un atto che implica dunque un “dare oltre”, è un’azione che, pur svolgendosi fra due poli, permette la consegna di un dato che proviene da una dimensione che si trova al di sopra dei due poli, in quanto il principio dell’azione primaria e originaria del tradire trascende gli “anelli” del trans-dare. Nel lessico religioso romano, da cui il termine traditio proviene, questo significato è evidente.

Ciò che è tradito è innanzitutto un dato trascendente che “i traditori”, i Maiores, avevano ricevuto nel principio della traditio dal Fondatore della tradizio­ne stessa. Il principio della religio, e della relativa traditio, a Roma, è Ianus, Dio Supremo, il quale si è reso immanente in Saturnus Deus al principio della costitu­zione dell’umanità, stabilendo i Saturnia Regna.
Nel Deus Saturnus, vera e propria Persona Divina Primordiale, si trova la pienezza della Verità Universale, della Sapienza Eterna e dell’Autorità Divina, così come l’integralità delle virtù esemplari, perciò Egli costituisce il Principio Divino di Autorità e il Criterio Assoluto di Verità per tutto ciò che riguarda la Realtà, l’Essere e l’Uomo nell’ambito della religione romana immanente.

Dall’età aurea, attraverso i discendenti di Re Saturno, la catena divina della Sapienza Eterna è giunta fino a Re Latino, il quale, al tempo del “ritorno” di Enea in Italia, regnava ancora nel Lazio. Da Re Latino e da Re Evandro, Enea ha ricevuto le due linee, quella trascendente e quella immanente, della tra­dizione integrale della Sapienza Eterna, poi le ha ricomposte mediante la palingenesi che ha compiuto, la quale costituisce un atto fondamentale per l’attuazione in esso del Mistero di Roma.
Enea ha dato origine al ciclo divino albano, nel quale la Sapienza Divina Eterna si è espressa pienamente, poi Romolo, discendente di Enea, è stato eletto da Iupiter, dal Padre degli Dei e degli uomini che go­verna il mondo, per rendere immanente il suo Imperium nella nuova Città Divina Integrale restaurata.
In Roma la regalità aureo-saturnia e la sapienza divina ad essa inerente, è stata articolata nel complesso dell’Urbe e poi è stata estesa all’Orbe, la stirpe divina aurea, rigenerata da Enea, è stata posta a principio nel nuovo popolo universale, il Popolo Romano, affinché esso ristabilisce la perfezione originaria dell’umanità.

Nella persona di Romulus Divus si è costituita la pienezza inte­grale dell’auctoritas, per la quale egli ha proceduto alla creatio-inauguratio della Roma Divina immanente, manifestazione della Roma Eterna. Romulus, in quanto optimus auctor, fu anche optimus augur, con l’atto augurale perfetto costituì Roma e, nel medesimo tempo, stabilì in essa la Pax Deorum Hominumque, principio e fon­damento della religione romano-italiana.
Romulus, in quanto teofania sensibile ed immanente di Ianus, con gli atti esemplari fondati sulla sua sapientia perfecta, ha reso presente la quies suprema dell’Essere Puro nell’ordine civile dell’umanità, egli ha concretizzato il Regno dell’Essere Divino Integrale nel mondo, perciò ha riattualizzato l’aureo regno dei primordia, e la religio primordialis inerente, in Roma, è stata attuata per secoli fino al suo occultamento esteriore.

In virtù della sua auctoritas suprema, Romulus ha costituito anche gli istituti origi­nari dell’Urbs, nei quali ha riposto i mezzi affinché potesse attuarsi in evo la missione imperiale di Roma e il Fato Universale assegnato ai romani si compisse.
Le persone che dovevano ricevere la consegna del nucleo essenziale della religio romana, e che dovevano essere legittimate a trarre gli auspicia publica, rinnovanti perpetuamente la conformità di Roma al suo Fato, furono selezionate dai Patres delle Gentes patrizie e furono riunite nel regium consilium, il Senatus.
I Patres prisci erano anche naturali portatori della capacità augurale, in virtù della loro auctoritas, perciò da essi fu tratto il primo nucleo del Collegium Augurum, composto da tre Patres selezionati dalle tre Gentes originarie, ai quali, in quanto Augures Publici Populi Romani Quiritium, Romolo affidò la cura degli auspici pubblici, dai quali dipendevano la religio di Roma e la corretta attuazione del suo officium.
Nel consilium dei Patres vennero riposti gli auspicia maxima, inoltre auspicia ad Patres redeunt ogni qual­volta il soggetto che ne è titolare primario, come il Rex o il Consul, cessa il suo mandato.

Nell’as­semblea dei Patres, nel Senatus, è stato custodito nei secoli l’elemento che garantisce la regolarità fatale di Roma, gli auspicia, costituiti in principio da Romulus, soggetto del pactum-pax primigenio
L’esercizio degli auspicia rimane il principio operativo immodifi­cabile della traditio religiosa. Solo grazie ai suoi auspicia Roma ha portato a compimento il Fato dell’Imperium[2], il Senatus, istituto divino originario, sede della Maiestas Populi Romani, ha sempre vigilato sulla regolarità dell’esercizio e della traditio degli auspicia.
I Patres, custodi della costitu­zione romulea e poi dello status rei publicae, nell’esercizio della loro auctoritas hanno sempre tutelato la consegna divina originale e hanno evitato che essa fosse violata, perché altrimenti il pat­to con Iupiter, fondato sugli auspici, sarebbe stato infranto. Con l’estinzione nell’aphanismos, Romulus ha compiuto la sua funzione terrena, non prima di aver rimesso l’auctoritas suprema al consi­lium dei Patres, per poi ricomparire dal Cielo per assicurare il Popolo che il mistero fatale di Roma si sarebbe attuato in evo[3].

Il regio consiglio originario riuniva i romani esemplari che di­sponevano della pienezza dell’auctoritas, e dunque anche della maiestas, per le loro qualità essi sono stati definiti Maiores. I Patres prisci avevano una dignitas divina ed esprimevano perfettamente il Genius Populi Romani in tutta la loro esistenza.
Dalla loro persona rifulgeva l’auges, il loro Genius realizzato era garanzia della prorogatio in aevum di Roma.
I Patres prisci possedevano la sapientia e potestà molteplici, essi perciò vennero definiti anche auctores exemplares, e furono indicati come i modelli, le misure di riferimento dell’essere romanus, sulla loro sapien­za autorevole si è fondata la conservazione e la propagazione di Roma e della Pax Deorum Hominumque nei secoli.

Affinché la sapientia maiorum fosse mantenuta attiva ed operativa in Roma, fu necessario conservare la dignitas divina dei Maiores e disporre la regolare trasmissione della loro sapientia, in modo continuo e senza alterazioni di sorta, solo in questo modo l’attualità del Genio Divino Romano poteva essere perpetuata in modo incorrotto e ininterrotto.
La successione continua dei Patres autorevoli è potuta avvenire perché essi sono rimasti rigorosamente fedeli alla traditio morum, questa fede ha garantito la ininterrotta connessione della Sapienza Eterna trascendente con la vita temporale immanente di Roma e del suo popolo.
I Patres hanno garantito la mediazione misterica della Roma Divina trascen­dente nella Roma Divina immanente, perciò hanno reso possibile conservare la perfezione aurea della Pax Deorum Hominumque nei secoli, consentendone l’estensione all’umanità intera.

Dunque i Patres prisci sono i depositari della sapientia e dell’auctoritas supreme su cui fonda tutta la missione di Roma, la loro condotta esemplare costituisce la misura della romana religio, perciò delle ope­razioni rituali, giuridiche e morali che costituiscono l’insieme dell’organizzazione culturale del Populus Romanus Quirites.
Il complesso unitario ori­ginario dei principi e delle norme, delle azioni e degli istituti che ogni romano deve osservare, affinché i suoi atti siano in accordo coi Fata Iovis, e perciò si compiano secondo giustizia, è definito mos maiorum, perché costituisce la misura esemplare, mos, della condotta religiosa e civile definita ed incarnata dai Patres prisci esemplari, dai Maiores, perché dotati di status magnus.

Nel mos maiorum è riunito l’insieme degli atti necessari ad attuare il Genio spirituale romano nell’esistenza.
Questo Genio ha una sua misura tra­scendente, la quale deve essere tradotta nei sacra, nei iura, nei mores, affinché le sue qualità si imprimano nell’esistenza dell’uomo e della città.
Il mos maiorum è stato attuato dai Patres Maiores nella loro esistenza esemplare, essi costituiscono il modello oggettivo e trascendente del comportamento reli­gioso che attualizza il Genio romano nel monito, ogni religioso è tenuto ad imitarli fedelmente, a partire dalla trasmissione vivente del mos, perché “mos erat a maioribus traditus”. Se si costituisce la retta ricezione del mos, l’uomo pio può realizzare a sua volta lo stato divino dei Padri Maggiori, per poi, a sua volta, trasmettere il mos ai suoi successori.
In questo processo risulta che il mos è qualcosa che viene consegnato oggettivamente, “dall’alto”, ai rice­venti che stanno “in basso”, in uno stato inferiore dell’essere rispetto al datore del mos. Dunque il mos procede da uno stato che trascende il ricevitore e perciò deve essere trans-dato, tradito, perché “patrio more traditum est”.
La ricezione del mos patrius, nell’animo religioso del romano-italiano, esige delle condizioni particolari, tra le quali la fedeltà rigorosa alle forme della trasmissione. Attraverso questa fede viene preservata la regolare attuazione dei contenuti del mos, una fides per la quale è possibile “servare traditum ab antiquis morem.

Il mos, ciò che deve essere tradito, si riferisce a un dato originario, ad uno stato dell’essere principiale. Il “dato” oltrepassa i limiti dello spazio e del tempo, nei quali avviene la tradizione contingente.
Il dato trascende anche i limiti dell’individuale fruizione dei rice­venti e dei traditori contingenti, dunque il trans-dare ha un senso eminentemente religioso e si riferisce alla trasmissione di qualcosa che trascende l’ordine orizzontale della tradizione, qualcosa che si rende immanente nel primo traditore sensibile.
Ogni traditore successivo al primo costitutore originario della tradizione riceve perciò un dato che è a lui anteriore, temporalmente e ontologicamente.
Una volta che egli ha attualizzato pienamente il dato trascendente essenziale della tradizione, nell’immanenza del suo animo, a sua volta lo tradisce, lo rimette, lo riconsegna al succedente. Il ricevuto da ciò che è oltre, il dato dall’alto, è così “trans-messo” ad altro, in modo che si costituisca una catena lineare di “trasmis­sione”, funzionale alla presentificazione nell’orizzonte temporale del dato sovra­temporale, a partire da una linea discendente verticale.

La conservazione del dato della tradizione originaria richiede il mantenimento della presenza, nella tradizione, dell’attualità del dato originale, nella sua pienezza. Il dato originario, nella fattispecie del contesto romano, non è una sostanza o un contenuto oggettivo distinto dal datore, ma è lo stesso stato del datore prima­rio.
Questo stato equivale allo stato divino del Principio trascendente della tradizione e comprende in sé la disposizione della sapientia aeterna, in quanto il primo costitutore della tradizione coincide con l’Intelletto Divino agente nel cuore della persona divina che costituisce da un lato l’atto terminale della tradizione spirituale verticale discendente della sapientia aeterna e, dall’altro lato, l’at­to iniziale della sua trasmissione nella dimensione spazio temporale.

Ciascun ente possiede un’essenza metafisica da cui procede il dispiegamento della sua esistenza, un dato uomo, una data nazione, un dato popolo costituito da un insieme di nazioni sono vincolati da un’obbligazione trascendente ad esprimere la loro esistenza secondo la loro essenza. Ciò che gli consente di attuare questo comportamento è la religione, la quale, attraverso l’atto del rileggere l’esistenza nell’essenza, consente all’essenza di attuarsi nell’esistenza, in modo che l’ente sia sempre conforme alla sua natura e perciò attui sempre il suo bene.
La dinamica che regola l’attuazione dell’essenza nell’esistenza è regolata da una legge interna, da una ratio e da un ius impliciti nell’essenza del soggetto, nella sua natura metafisica, nella sua idea formante eterna.
Per cui il suo comportamento può essere considerato retto e giusto nella maniera in cui è conforme alla sua essenza, e dunque si attua secondo lo scopo per cui è stato costituito, realizzando così il suo officium e attuando il suo fatum.

L’ente determinato non può scegliere la sua natura, ad esso viene data, per cui si parla di obbligazione intrinseca, di connessione intima dell’ente esistente con il suo essere trascendente. La costituzione della soggettività morale dell’uomo prevede che il soggetto stabilisca attivamente una comunione operativa con la sua essenza, attraverso un processo di autoconoscenza che lo costituisce nella sua natura propria, fino a radicarlo nella sua identità geniale e perciò nel senso dell’esistenza che deve svolgere e nell’ordinamento di tutti i suoi atti nel senso del fine che deve perseguire.

Oggi la formazione morale dell’uomo è stata ribaltata completamente, perciò il soggetto è lasciato abbandonato alla sua anarchia licenziosa, ad esso si fa credere che ha la facoltà di “scegliere” la sua religione, così come può scegliere persino il suo genere sessuale, ma tutto ciò è una chiara aberrazione, che indica a quale punto di alienazione, di estraneità a se stesso, sia giunto l’uomo postmoderno.
Nella misura in cui il soggetto recupera la sua identità geniale e trascendente, conforma sempre più ogni suo atto alla sua natura essenziale, perciò esso diviene sempre più unificato in se stesso e il suo comportamento assume una data misura, una data attitudine e così il suo modo di pensare, di vedere, di sentire, di agire, dando forma ad uno stile specifico, ad un preciso tipo di uomo. La cultura, ovvero l’azione che permette al soggetto di fare passare dalla potenza all’atto ciò che è presente nella sua essenza, non è mai neutra, la vera cultura regolare fa sempre corrispondere l’azione esistenziale di un uomo, di una nazione o di un popolo, alla loro identità metafisica.
Perciò la cultura o è religiosa o non è cultura. Per quanto riguarda l’uomo religioso romano-italiano, egli deve essere fedele alla sua identità metafisica, al suo Genio, il quale è stato esemplarmente attualizzato da Romulus Divus, nel quale è presente il modello essenziale di tutta la religio e della relativa pietas, in Romulus si trovano anche la sapientia e l’auctoritas esemplari, che costituiscono gli elementi fondamentali della traditio.

La definizione della misura esemplare dell’azione, nella quale si esprime il Genius romanus, ovvero il mos romanus, costituisce la misura divina sacrificante alla quale l’uomo religioso romano-italiano deve attenersi strettamente, per attuare la sua esistenza provvidenziale e perseguire il fine per il quale egli stesso è stato costituito nel mondo.
Solo la completa osservanza del mos, con fedeltà e rigore, garantisce l’attuazione della natura dell’uomo romano-italiano, la realizzazione della romanitas e del fato di Roma-Italia. Perciò non esiste un uomo che possa definirsi compiutamente romano-italiano se non ha attuato la sua natura attraverso la pratica del mos.
Coloro che praticano il mos, ma non hanno ancora raggiunto la pienezza della loro humanitas-romanitas, non sono ancora pienamente romano-italiani, mentre coloro che non praticano la cultura della loro natura, pur essendo in potenza romano-italiani, rimangono individui subumani indifferenziati.
Si può parlare di homo religiosus e pius romano-italiano solo quando il soggetto è in atto almeno in modo elementare secondo la qualità geniale romano-italiana, senza questo stato non si può praticare la religio romano-italiana in modo regolare. Per raggiungere questo stato è richiesta una  conversione religiosa e la formazione dell’animo religioso romano-italiano basilare, il quale è stabilito nella regolare assunzione del mos, per la quale si costituisce la corrispondenza precisa nell’esistenza dell’identità metafisica, della natura trascendente ed eterna del romano-italiano.
Questa corrispondenza può essere realizzata solo attraverso il rispetto della ratio debiti, per la quale l’uomo è costituito nel mondo per svolgere un ufficio provvidenziale secondo la Volontà Divina e non secondo il suo interesse proprio.

Dunque, in ultima istanza, ciò che viene tradito, trasmesso attraverso la traditio, è lo status perfectus romanus, l’animo romano esemplare al quale inerisce la sapientia divina romana, sulla quale fonda l’auctoritas divina romana, per la quale nel soggetto sussiste la piena potestas che consente di attuare, attraverso la messa in atto della misura religiosa del mos romanus, l’ufficio provvidenziale supremo del regere imperio populos.
Questi elementi costituiscono i fondamenti essenziali della religio romana, e dunque anche della traditio funzionale a trasmetterla senza alterazione, corruzione e discontinuità nella temporalità, secondo la disposizione divina originale. È erroneo pensare che vi siano molte “religioni romane” o che la religione romana sia mutata nel tempo, la quale cosa vorrebbe dire che sono mutati la sua essenza, la sua identità specifica e il suo ufficio finale, i quali, in realtà, non possono che rimanere sempre i medesimi e questo vale, naturalmente, ancora oggi.

Se non si conoscono la vera essenza della religio romana e il suo ufficio, non sarà possibile conservare una fedeltà a questa essenza attraverso la fedele osservanza della tradizione, perciò si farà sempre confusione e non si capirà esattamente cosa sia veramente romano e cosa non lo sia. Qualcuno potrà immaginare che la religione romana abbia subito delle “trasformazioni”, o addirittura abbia avuto un’evoluzione e perciò sia andata incontro ad un miglioramento, ed altre fantasie del genere, ma la religione è sempre secondo Dio, non secondo l’individuo superbo che cerca la sua affermazione, la sua opinione, il culto vanaglorioso di sé.
La religio è sempre conforme al dato originario che è stato tradito, allo stato originario che sussisteva al principio della sua traditio. Ogni azione culturale, cultuale, morale o civile, anche la più piccola, deve sempre essere conforme all’essenza della religio e della traditio, perciò deve rispettare il Ius Divinum e il Ius Sacrum in funzione dell’attuazione del Ius Publicum universale, a cui Roma è stata preposta in maniera eccellente. I relativi adattamenti esteriori della religione non mutano mai l’identità della sua essenza.

L’essenza divina della religione può essere conservata e trasmessa nella tradizione solo se si rispetta rigorosamente la regola della tradizione, definita dall’autorità divina in principio e osservata dai Padri. La fede religiosa consente di conservare e trasmettere lo status divinus originario, così la dignitas divina romana, la dignitas dei Maiores, dei Patres prisci, può essere realizzata anche dai loro successori, a partire dalla piena realizzazione della sapientia, che conferisce all’animus lo status magnus, la maiestas e, in particolar modo, l’auctoritas, per la quale esso è capace di riprodurre con continuità l’azione religiosa esemplare originaria, senza alterazioni di sorta.
La fede religiosa è il solo elemento che consente di realizzare il Genio divino romano nell’azione mediante la religio, la fede garantisce la conservazione della funzione provvidenziale romana nel mondo, con continuità ininterrotta, senza corruzioni e degenerazioni.

Si può avere una tradizione regolare solo se sussiste una regolare successione di autorità religiose qualificate che consentano una regolare trasmissione del deposito della religio. Se l’auctoritas presente nei trasmettitori è quella dei Patres auctores dai quali procede l’auges originario che dà fondamento augusto alla traditio, allora la trasmissione avviene in potenza, secondo la sostanza e in pienezza. In questo modo la possibilità di realizzare lo status divinus dell’animus e la sapientia ad esso inerente, attenendosi alla misura divina trasmessa dai Maiores, rimane pienamente attiva e la vita può essere resa piena di auges, di gloria.
Nell’animus magnus dell’auctor si trovano uniti tutti quegli elementi come il consilium, l’avxilium, la luce dell’intelletto e la forza dell’animo che rendono la tradizione pienamente regolare, conforme alla Realtà Divina e alla Verità Eterna.
Se l’autorità si degrada nei suoi due stati inferiori, la tradizione non viene interrotta ma risulta depotenziata, la trasmissione non avviene più in potenza, ma in modo più inessenziale, inoltre la piena possibilità di realizzare lo stato divino romano si pregiudica e così pure l’efficacia dell’azione rituale, civile, e morale.
Se invece l’autorità viene perduta e si produce una defezione o una deviazione dalla fede elementare e dalla regola della tradizione, allora le operazioni si collocano al di fuori della tradizione religiosa regolare, perciò non è possibile accedere alla sapienza divina, perché si è smarrita la prassi per realizzarla, allo stesso modo la costituzione dell’auctoritas non può avvenire e la giustizia non può essere attuata.
La tradizione deve essere sempre oggetto di rigorosa conservazione, nessuna deformazione può avvenire, pena la perdita o l’alterazione di ciò che è stato costituito e poi consegnato in principio. Il vero religioso romano-italiano presenta una vera fede, egli osserva fedelmente il mos maiorum senza alcuna superbia.

In riferimento a quanto è stato descritto, possiamo affermare che è tradizionale tutto ciò che è conforme al contenuto essenziale, spirituale e autorevole, della tradizione, così come alla sua forma esteriore, è tradizionale anche il rigoroso rispetto della regola della tradizione.
Gli stati d’animo, la condotta religiosa, civile e morale vanno considerati tradizionali solo quando sono conformi alla misura della persona religiosa romano-italiana, misura fissata nel mos maiorum e consegnata nella traditio primigenia nella sua esemplarità. Ogni Pater, ogni civis romanus, ha operato per custodire questa misura nella sua vita, in tutti i suoi atti con ogni impegno, dando adito a quella vita sacrificale che è propria del vir vere romanus.
È stata la fedele osservanza del mos maiorum, la rigorosa fermezza nella fede religiosa alla misura divina consegnata, che ha consentito di attuare esemplarmente l’ufficio provvidenziale di Impero così come stabilito, questa fede ha caratterizzato la vita virtuosa esemplare dei Padri, i quali si sono sempre occupati di essere i più obbedienti possibili al mos maiorum, specialmente al mos antiquus, modellando la loro condotta sul mos, senza provare di modificare il mos in funzione della loro individualità, magari per venire incontro alle loro debolezze, deviazioni per i Padri inconcepibili, che invece oggi diversi soggetti aberranti cercano di mettere in atto.
I Padri si sono sempre adoperati, con ogni mezzo, per ripristinare il mos ogni qualvolta è andato incontro a corruzioni e defezioni, questo tipo di condotta esemplare deve essere imitata ancora oggi, nell’età in cui la tendenza a riferirsi al mos maiorum è ormai quasi completamente scomparsa negli italiani. Tutti i Padri sono stati elogiati per avere rispettato gli antichi usi, il modello originale della religio, non per avere deviato da essi o per essersi inventati cose individuali per alterare la tradizione.
Essi sapevano che nei mores antichi si trovava la misura esemplare divina della loro perfezione, gli elementi che costituiscono la virtus romana che qualifica quella virilitas che rende capace di attuare in evo la Salus Publica perfetta.

Da quanto affermato risulta chiaro che, più ci si discosta dalla fedele osservanza del mos maiorum, più tutti gli stati d’animo e la condotta perdono di tradizionalità, fino al punto in cui si perde ogni conformità alla tradizione. Perciò non può essere considerato tradizionale tutto ciò che non è conforme al mos maiorum, alla tradizione normativa, sia secondo il suo contenuto essenziale, sia secondo la sua forma, sia secondo la sua modalità regolare di trasmissione e osservanza.
Non è tradizionale la mancanza di rispetto del principio di autorità divina e della catena della trasmissione autorevole che ha consentito la continua attualizzazione di questo principio in tutta la tradizione. Non è certo tradizionale il tentativo di interpretare gli auctores secondo modi individuali, umani e profani, alterando il contenuto della tradizione e la forma della sua attuazione.
Non è in alcun modo tradizionale il discostarsi dall’obbedienza alla Verità Divina trasmessa dai sapienti padri autorevoli e dagli auctores, così come inventare dottrine e condotte che nulla hanno a che fare con la tradizione.
Non è tradizionale attribuirsi arbitrariamente e superbamente uno stato autorevole, senza dimostrare in modo rigoroso quale sia la prassi regolare che si è seguita per ottenerlo, senza dimostrare quale conoscenza effettiva sia presente nel soggetto che si afferma autorevole, senza evidenziare se la sua opera sia rigorosamente conforme alla tradizione che pretende di custodire con autorità, così come senza evidenziare nella sua esistenza la conformità pratica al mos maiorum nei suoi diversi aspetti.

Per potere costituire uno stato d’animo autorevole, anche solo elementare, per non dire dello stato autorevole perfetto, nel quale è presente la sapientia divina integrale, è necessaria una lunga disciplina regolare, conforme alla tradizione, svolta in ogni istante della vita, coinvolgendo con coerenza tutti gli aspetti dell’esistenza e ordinandoli a questo fine. Se tutto questo non viene svolto con modestia e fede, si scade nella superbia e in tutte le sue orride varianti. Molti sono comunque gli elementi che oggi portano facilmente ad essere difformi dalla tradizione, perciò collocano il soggetto al di fuori della medesima. Nelle diverse sezioni di questo sito istituzionale esamineremo le devianze principiali e i modi temerari e superbi che oggi vanno per la maggiore, volti a costituire delle caricature della religione tradizionale in violazione della fede nella tradizione.

La Società Religiosa generale, e in particolare l’A.R.Q., sono applicate con ogni mezzo ed ogni sforzo, nell’osservanza più completa della tradizione, in modo che ogni azione avvenga nella più corretta e completa tradizionalità. Accogliendo la consegna dei Patres e impegnando ogni energia e attività per rimanere adesi a quanto è stato fissato in principio da Dio, si osserva la fede nella sapientia originale dei Patres, consegnata alla tradizione come modello esemplare invariabile, a cui le generazioni devono rifarsi, senza produrre, in alcun modo, alterazioni nella consegna della perfezione.

L’organizzazione religiosa generale, nel suo complesso, ha uno sviluppo di oltre quarant’anni e opera da alcune decine di anni per ricostituire, nella sua essenza e nella sua forma, per quanto sia possibile ancora oggi, la fedeltà rigorosa al mos maiorum e, specialmente, si impegna ad attuarlo senza attenuazioni, concessioni o compromissioni di diverso genere, con tutto l’impegno e le difficoltà che una tale azione in questo tempo comporta.
Purtroppo oggi vari soggetti irregolari e temerari, cercano di avvalersi delle critiche al “tradizionalismo” e al “conservatorismo” per proporre le più gravi alterazioni della tradizione in funzione esclusivamente modernistica, individualistica e relativistica, con tutte le conseguenze distruttive che questa condotta aberrante presenta.
La gran parte delle iniziative romaneggianti attuali è priva di carattere tradizionale, o procede dalla profanità o da opinioni estemporanee o da azioni improvvisate. Un volgo non adeguatamente preparato e purificato si arroga improvvisamente uno stato religioso, per non dire uno stato autorevole, dal quale poi procede a compiere le più diverse scempiaggini.

L’Associazione Romània Quirites, e il complesso dell’organizzazione religiosa di cui è espressione, sono stati costituiti per andare oltre a queste diverse alterazioni della tradizione e alle irregolarità che vi sono connesse, deviazioni che si sono accentuate nel corso dei decenni, per costituire un’azione religiosa romano-italiana autenticamente tradizionale, rigorosamente centrata sul rispetto di ciò che è stato divinamente consegnato, al quale ciascun vero religioso è tenuto a essere fedele, operando affinché niente di suo proprio, individuale ed umano, possa intervenire nella divina ricezione e nella divina attuazione di ciò che è stato disposto secondo il Ius Divinum nel Ius sacrum per la costituzione della Salus Publica.

[1] Il termine tradire ha assunto anche una connotazione negativa a partire dal II secolo dopo Cristo, quando fu utilizzato per indicare l’azione di consegna dei libri sacri, che taluni cristiani effettuarono alle autorità romane, durante le azioni di polizia prodotte nei loro confronti, per evitare la pena di morte. Traditor assunse così un senso specifico, indicò colui che consegnava le sacre scritture per timore delle sanzioni. In tal modo il “traditore” veniva meno al patto di custodia dei libri sacri, al rispetto del segreto, alla fedeltà al Dio a cui il soggetto si era votato. Il significato ultimo di traditore è stato poi utilizzato in prevalenza dal volgo, declinandolo nei contesti e nei modi più diversi.

[2] Virgilio, Eneide, VI, 781-786.

[3] Livio, I, 16, 7.