• Vanità, desiderio, possesso. Le catene oscure
In una società integralmente economicistica, la felicità edonistica ed effimera della popolazione dipende dal buon andamento dell’economia, la quale, a sua volta, dipende dai consumi individuali, i quali infine sono determinati dall’esercizio della “libertà consumistica”. L’obiettivo che lo Stato postmoderno si propone è quello di realizzare una società completamente fluida, senza apparenti contrasti, dalla quale siano eliminate le insicurezze e i potenziali fattori di turbamento, esterni ed interni. In questo modo i diversi individui non dovrebbero più presentare ansie, paure e frustrazioni, e i loro desideri, ridotti all’infimo, potranno essere sempre soddisfatti. Si prefigura così la creazione di una “società” completamente sterilizzata, omogeneizzata e “formattata”, nella quale si parlerà una lingua uniforme, imposta a tutti, dove gli individui, illusi di essere liberi, avranno solo pensieri imposti dal subdolo sistema onnioperante, che ha molte analogie col sistema adottato dai Khmer rossi per ottenere l’uguaglianza assoluta, anche se questo sistema fa apparire delle accidentali differenze formali esteriori che danno l’illusione della “diversità”. Così come il sistema dei Khmer prevedeva l’abolizione dell’uso delle parole io e mio, ed anche la mentalità ad esse connesse, oggi il sistema prevede di eliminare le parole “politicamente scorrette”, come “negro”, “zingaro” e molte altre. Inoltre il sistema impone una forzata cancellazione di ogni residuale pensiero religioso tradizionale, anche se dà l’illusione del contrario, si impegna poi, anche con mezzi coercitivi e sanzioni penali, a “purificare” la mentalità di coloro che ancora si basano su discriminazioni antimoderne di ogni genere, che il sistema totalitario non ammette. Dunque, nel sistema, ciascuno è “libero” di pensare e di fare quello che il sistema dice di pensare e di fare, altrimenti il sistema, con diversi mezzi, fa rientrare il “dissidente” nei ranghi o lo “elimina”.
Tutto deve essere uniformato e appiattito ad un altro modello, che non è più quello dell’uomo del quarto stato, ma è quello dell’individuo postmoderno nichilista ed edonista in modo radicale, un individuo che incarna il “quinto stato”, e che rappresenta nel mondo umano la potenza caotica e indifferenziata che è posta alla base del Cosmo. Tutta l’umanità dovrebbe adeguarsi alla vita materiale e bestiale dell’individuo ultimo, perciò si è costituito un potere totalitario mondiale, un tempo più occulto e ora sempre più palese, che incombe sull’individuo iperconsumatore per allinearlo adeguatamente allo scopo finale. Questo individuo è ormai perfettamente in accordo col sistema, anche lui ha ormai ottenuto la sua carta di credito che gli garantisce la sua vana quanto effimera felicità, ha il suo telefono cellulare che gli dà un senso illusorio di vicinanza e comunione con gli altri uomini, il suo computer con cui può viaggiare su Internet ed avere l’illusione di potere accedere facilmente ad ogni conoscenza, infine ha le sue rate e il suo mutuo che gli danno l’illusione di possedere le cose più importanti che desidera.
Le catene che imprigionano l’ultimo uomo sono invisibili, ma sono le più rigide, le più oscure, ormai hanno legato e sottomesso l’uomo ad una gigantesca chimera, più egli crede di acquisire la “libertà”, più invece si incatena, più si crede “libero”, più è aggiogato. L’ultimo sembiante umano non si rende nemmeno più conto che la sua concezione iperconsumistica della felicità dipende dal mercato. L’attuale Leviatano, lo “Stato” postmoderno, è anch’esso parte di un processo diabolico universale, a causa del quale la definizione della felicità viene continuamente modificata in relazione a ciò che deve essere posseduto di volta in volta per essere “felici”, ora quel prodotto, poi la sua nuova versione, e così via. Tutto ciò determina un’inquietudine crescente, l’incertezza e l’insicurezza serpeggiano ovunque, e la sensazione che ci possa essere un collasso imminente della situazione domina molti uomini.
Questo stato di cose ha favorito la creazione di diversi movimenti neospiritualistici, con le fughe nei residui “paradisi spirituali” orientali, ma ha anche favorito l’alienazione nelle droghe, l’incremento dell’uso degli psicofarmaci, lo sviluppo crescente dell’alcolismo e, a fronte di tutto ciò, la moltiplicazione degli indirizzi psicologici e psicoterapeutici postmoderni. Le centinaia di psicoterapie proposte non riescono però a far fronte al problema dell’“uomo marmellata”, dell’ “uomo flusso”, disfatto interiormente ed esteriormente, privo di identità e personalità, ormai incapace di sussistere stabilmente nell’esistenza.
L’ultima frontiera della ricerca della felicità edonistica radicale è fornita dalla pseudoscienza attuale, rigorosamente ad indirizzo inframaterialistico. Così come abbiamo visto degradarsi il senso dell’autodeterminazione umana, secondo un indirizzo titanico controreligioso, fino al punto in cui l’uomo crede di potersi autodeterminare attraverso la biologia, anche la ridefinizione continua della felicità non è scevra da questa degenerazione. Sono ormai i biologi che assumono un ruolo chiave, “scientifico”, per individuare le basi ultime della felicità, essi affermano che la felicità è inscritta nei geni, perciò il senso della felicità dipende dalla soggettiva fisiologia genetica, tanto che essi ritengono possibile, attraverso un’opportuna mutazione genetica o intervenendo in qualche modo sui geni, rendere l’uomo compiutamente felice. Queste posizioni sono avvalorate dagli studi effettuati da neurologi, neurofisiologi e dai neuroscienziati, i quali sembrano apportare il loro definitivo contributo a quest’ultima, estrema utopia, individuando persino nell’utilizzo di certe sostanze, o nelle modificazioni della chimica del cervello, la possibilità di determinare uno stato di “felicità” permanente. La maledizione finale, in cui l’uomo è sprofondato, lo porta ormai in una precisa direzione, alienandolo completamente dalla felicità e dal suo bene.
La promozione del salutismo carnale integrale converge nella stessa direzione, messaggi in tal senso saturano tutti i canali di comunicazione, le riviste di massa diffondono un modello di uomo apparentemente felice, sorridente, sereno, bello, tirato a lucido, frutto esemplare dell’edonismo e del narcisismo radicale dominante. La felicità è tutta ormai in uno stato accidentale del corpo, nel piacere più esteriore, effimero e transeunte. La disciplina filosofico-religiosa che conduce alla vera felicità è stata sostituita da una sua parodia: la pratica di un regime di vita salutistico-edonistico ferreo, con regole rigorose, per ottenere risultati corporei molto precisi. Sedicenti esperti di “felicità” fomentano l’ambizione di essere più belli, più sani, più longevi, più felici, una fascinazione crescente genera uno stordimento collettivo e un abbandono ad ogni “lasciarsi fare”. Gli psicologi si preoccupano di motivare l’individuo accrescendo in esso una falsa autostima titanica e fomentano una superbia temeraria inconsistente e vuota, volta da una parte a permettere ogni comportamento licenzioso, ma dall’altra ad accrescere il bisogno di conferme e sostegni psicologici. Questo non è che l’ultimo conato, l’ultima traccia oscura e capovolta della ricerca della felicità, prima del collasso finale di un’umanità che mostra di aver perduto completamente il senso della vera felicità.
Aristotele, Etica Nicomachea, I, I, 1-3.
Bésenval P.V., Lo Spleen e altri racconti, Fasano (BR) 2008.
Bauman Z., Modernità liquida, Roma-Bari 2003; Amore liquido, Roma-Bari 2006; Vita liquida, Roma-Bari 2014.
Si veda a tal proposito: L’ateismo e la rovina dell’uomo e della società umana, in «Satvrnia Regna», nr.57. lug-dic. 2014, pag. 21 e segg.
A.R.Q.
(Estratto da Saturnia Regna n.63, La fine dell’uomo nella società iperconsumistica di ARQ (parte II) © A.R.Q. Associazione Romània Quirites C.so Garibaldi, 120 – Forlì Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione anche parziale, se non autorizzata in forma scritta dall’Associazione.