Sul divinare Nel De Divinatione Cicerone afferma che oltre alla sapientia, al sapere, era dote regale originaria la divinatio, il divinare[1], perciò in principio Roma ebbe re auguri, poi sacerdoti auguri, che governavano la Repubblica con autorità per via della capacità divinatoria. Il Padre romano prosegue il suo discorso affermando che le nazioni principali hanno avuto reggenti che riunivano nella loro persona l’arte politica e la capacità divinatoria, oppure erano governate da sacerdoti preposti alla divinazione, sulla quale veniva fondata la condotta civile. Così in Gallia i Druidi, fra i persiani i Re-Magi, in Siria i Caldei, in Etruria gli Aruspici, ecc. [2]. Inoltre Cicerone dice che la divinazione, ciò che i greci chiamano mantikhè, id est praesensionem et scientiam rervm fvtvrarvm [3], è una capacità magnifica e salutare che rende l’uomo prossimo alla potenza degli Dei, proxime ad deorvm vim, perché saper leggere e avere scienza delle cose future, presuppone il disporre della mens divina in atto, che può intendere l’azione provvidenziale degli Dei e lo sviluppo delle linee causali fatali. Perciò il divinare è la controparte del sapere in quanto, se sapere equivale a conoscere i Principi Divini Eterni di tutte le cose in se stessi, il divinare equivale a



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