Veniamo ora a vedere quanto più ci riguarda, ovvero l’accoglienza e lo sviluppo della filosofia nel dominio romano. L’ingresso della filosofia in ambito romano avvenne già dal V sec. a.C., da allora la filosofia pitagorica venne accolta, accettata e utilizzata dai Padri, dunque fu ritenuta compatibile col mos maiorvm. Per almeno tre secoli, cioè fino a tutto il III sec. a. C., non vi sono state precise opposizioni di sorta all’utilizzo della filosofia subordinata al mos maiorvm, la filosofia pitagorica veniva impiegata in diversi ambiti senza alcuna difficoltà, come risulta da molti documenti e testimonianze. Non mostreremo qui tutte le prove di quanto affermiamo, ne sono piene le opere antiche e anche quelle degli studiosi profani, in questa sede ci limiteremo a dare una bibliografia selezionata e aggiornata riguardante la questione che stiamo trattando, ad essa faremo riferimento spesso senza citare espressamente le diverse opere, lasciando che i seri lettori facciano gli studi necessari.
Un certo problema relativo alla “filosofia” ha cominciato a prodursi realmente solo nel II sec. a. C., quando una serie di influssi ellenistici ha interessato la vita di Roma in modo significativo ed è stato necessario discriminare esattamente cosa accogliere, come romanizzarlo e come utilizzarlo esclusivamente in funzione dell’attuazione della missione di Roma. A quel punto si sono venute a creare due posizioni, che comunemente la letteratura profana indica come la posizione “filoellenica” e la posizione “antiellenica”, alla prima si mette come capo Scipione l’Africano e alla seconda Catone il Censore. Ma il problema di un respingimento della filosofia, anche in questa fase della storia repubblicana, non si pose minimamente, perché sono stati proprio i patrizi Scipioni, i quali, nell’arco di un secolo, nel cosiddetto “secolo degli Scipioni”, hanno pienamente accolto la filosofia pitagorico-platonica, e poi quella stoica, nell’ambito del mos maiorvm, e hanno attribuito alla filosofia un ruolo indispensabile per l’elaborazione filosofica del mos maiorvm, chiarendo, con argomentazioni dialettiche precise, la natura di Roma, la sua funzione imperiale universale e i suoi fini di pace integrale. Non è possibile mettere in discussione l’operato di personalità come quelle dei diversi Scipioni, così come quella di Lelio e successivamente quella di Cicerone, il quale, come è noto, ricevette la trasmissione del magistero romano da questi sapienti Padri, anche attraverso il tirocinio svolto presso Scevola. La questione della filosofia a Roma semmai si può porre nel caso in cui, seguendo una filosofia estranea alla religione romana, si venga meno al rispetto del mos maiorvm e si devii dalla fedeltà al proprio ufficio, ma, nel caso in cui la filosofia è adeguatamente subordinata e coordinata al mos maiorvm, così come magistralmente hanno stabilito i Padri, non possono essere posti problemi di alcun genere.
Vi sono critici che pensano di trovare delle “deviazioni” in senso filosofico in Varrone o in Virgilio, la loro accoglienza di dottrine filosofiche, ritenute “estranee” alla mentalità e alla forma religiosa romana, avrebbe comportato delle “alterazioni”, ma questi giudizi sono assurdi. Chi può giudicare l’azione di un’autorità religiosa suprema come quella di Virgilio, che è stato considerato Pontefice Massimo perpetuo, senza il quale non sarebbe stato affatto possibile trasmettere la conoscenza dell’essenza della romanità alle generazioni, per permettere la sua attuazione nei secoli ai fedeli di Roma?
Che dire poi dell’autorevole opera svolta da Varrone, il quale ha potuto compiere la sua azione proprio perché aveva una solida formazione filosofica tradizionale? Egli ha trattato della filosofia ripetutamente nelle sue opere magistrali, elogiandola, questa sua azione è stata approvata dal Pontefice Massimo Giulio Cesare. Varrone stesso ha dimostrato come ad un certo punto dell’ascesi conoscitiva delle scritture non sia possibile eludere la disciplina filosofica, solo la quale consente ad un uomo che non possiede più l’intellezione metafisica in atto di accedere ai significati profondi delle opere religiose ispirate, e, per loro mezzo, alla conoscenza del senso ultimo della religione. Anche se la filosofia non consentisse di accedere alla conoscenza religiosa suprema, ossia all’intera comprensione dello Spirito Divino che ha costituito la religione, non di meno essa è un elemento indispensabile per preparare lo studioso religioso a raggiungerla.
Sulla funzione filosofica massima svolta da Cicerone è inutile insistere troppo in questa sede, ne abbiamo lungamente parlato nelle pagine di questa rivista e ne parleremo ancora. I giudizi contrari a Cicerone, in genere, non tengono adeguatamente in conto l’insieme dell’opera magistrale dell’Ottimo Padre, verso il quale certi ambienti pseudotradizionalisti hanno una disposizione pregiudiziale decisamente impropria. L’opera di Cicerone è stata interamente approvata dall’Imperatore Augusto, e questo è più che sufficiente a chiudere ogni discorso sulla sua regolarità e legittimità. Che dire poi dello stesso Augusto, Imperatore Divino esemplare, il quale ebbe come maestro Ario, un filosofo stoico con tendenze onnicomprensive? E del fatto che lo stesso Principe ha scritto un’opera di esortazione alla filosofia, Hortationes ad philosophiam? Probabilmente un “protreptico” composto sul modello dell’Hortensius, ovvero del dialogo che Cicerone ha composto in forma di esortazione per invitare ad intraprendere la filosofia e per preparare alla ricezione della sua produzione filosofica. Se l’Imperatore, in una determinata fase della sua opera, ha potuto comporre lui stesso un’esortazione alla filosofia, che cosa si può dire ancora? Che la filosofia non è romana? Che è una cosa greca o orientale? La filosofia è stata “romanizzata”, subordinata e adeguatamente posta al servizio del mos maiorvm, non si possono più dire cose di ogni genere quando vi sono state adeguate disposizioni di autorità divine in merito, permettersi di dire cose contrarie è temerario.
Procedendo nell’esame della presenza della filosofia a Roma, alcuni hanno criticato anche una personalità romana autorevole come quella di Seneca, ponendosi al di sopra di lui in maniera temeraria secondo il modo astratto tipico degli studiosi profani. Senza alcuna valutazione modesta del loro stato e della condotta di vita che tengono, questi “critici” mancano di rispetto a persone delle quali non sarebbero degne di portare neanche i sandali. Seneca ha operato realmente, al prezzo della sua vita, nell’ambito della religione patria, praticando e difendendo il mos maiorvm, in un modo tale che i suoi “critici” nemmeno potrebbero ripetere per una minima parte. Coloro che si permettono questa tracotanza dovrebbero essere esaminati in tutte le parti della loro vita, si vedrebbe facilmente che essi non sono degni di disquisire o cavillare sull’opera di Seneca. Se la loro esistenza venisse posta sotto lo sguardo di tutti sarebbe uno spettacolo decisamente indecente, e ogni pretesa di atteggiarsi a “critici” di personalità di tale levatura verrebbe demolita sotto ogni punto di vista.
Vogliamo vedere cosa è successo nel I secolo dopo Cristo? Ci si permette di criticare Seneca, perché non era veramente “romano”? Perché non filosofava secondo il mos maiorvm? Perché quanto ha operato non era pienamente accordato alla mentalità romana e a quanto un romano deve sviluppare? Ma si è veramente sicuri? Si ha una conoscenza approfondita ed adeguata dell’opera di Seneca? Nonostante il suo “eclettismo filosofico”, Seneca conservava una precisa coerenza con la condotta romana regolare.
E poi che dire dell’Imperatore Marco Aurelio, stoico, non era regolarmente romano? E degli Imperatori che hanno sostenuto in maniera precisa l’opera della Scuola Platonica di Roma fondata da Plotino e sviluppata da Porfirio e Amelio, che dire? Che dire poi dei Padri autorevoli del III secolo, fra i quali Cornelio Labeone, che hanno assunto il magistero platonico romano per perfezionare la loro azione in senso universale, dialogando con tutte le culture e le religioni, e rielaborando in maniera filosofica i fondamenti della tradizione romana? Vogliamo eliminare tutte queste cose fondamentali perché sono “fumosi orientalismi” non corrispondenti alla “pura romanità” ?
Noi possiamo enumerare i molti Padri romani platonici, non “neoplatonici”, che hanno acquisito una formazione filosofica fra il III e il VI secolo d.C., grazie a questa formazione hanno potuto svolgere il loro magistero romano in una maniera veramente universale, proprio come si addice a un vero romano. Che ne sarebbe stato di Vettio Agorio Pretestato senza la sua formazione filosofica platonica? E di Quinto Aurelio Simmaco? Ma vogliamo parlare poi di Servio, di Macrobio, di Marziano Capella? Per alcuni Macrobio è un Padre romano di riferimento solo a tratti, egli è colui che ha commentato filosoficamente le opere delle somme autorità del canone scritturale romano, ossia Virgilio e Cicerone, e per questo suo magistero molti degli elementi essenziali della sapienza romana sono stati trasmessi alle epoche successive. Purtroppo chi tratta delle cose sacre in maniera pregiudiziale, esclusiva e parziale, e non conoscendo a modo le cose che giudica, compie molti errori. Chi è colui che critica le massime autorità romane che hanno praticato la filosofia, l’hanno introdotta in Roma, l’hanno adeguata al mos maiorvm e dunque l’hanno romanizzata come un romano deve fare effettivamente? Certamente questa opera deve sempre mantenere una corrispondenza adeguata coi diversi ambiti, e non deve mai uscire dai confini della disciplina religiosa, civile e morale, dell’uomo romano. Purtroppo nell’ambito dello pseudotradizionalismo romano si fanno solo operazioni dilettantistiche, si parla di filosofia in modo maldestro, senza disporre neanche di una formazione filosofica profana, si lanciano critiche incontrollate verso quella o quell’altra personalità autorevole romana, con molta temerarietà, avendo ormai assunto la stessa boriosa spocchia degli studiosi profani con cui si accompagnano. Criticare “le deviazioni” o gli “errori” dei Padri che non hanno seguito la “pura romanità prisca” è ormai diventata l’attività principale di chi segue un certo orientamento, soggetti che purtroppo tradiscono sempre anche una certa impostazione evolista e profana delle cose.
La filosofia fu dunque pienamente accolta dai Padri romani, essi la rielaborarono e poi la ordinarono e integrarono nel mos maiorvm, come avvenne per diverse altre discipline accolte dalle diverse tradizioni religiose con cui Roma è entrata in relazione. Come abbiamo visto, nella sua funzione imperiale Roma ha accolto e romanizzato quanto necessario alla sua opera di pacificazione universale, quindi per la filosofia, come per altri apporti, non si pone alcun problema. La precisa elaborazione di una “filosofia romana” non è però mai avvenuta, ma la sistematica romanizzazione della filosofia, nel suo complesso e nell’insieme delle scuole, fu avviata già nel II sec. a. C., nell’ambito degli Scipioni, dopodiché, nel corso dei sei secoli successivi, l’utilizzo regolare e sempre più esteso della filosofia non è mai venuto meno. Un esempio fra gli altri è quello di Varrone, il quale ha svolto la sua formazione filosofica mettendola poi a disposizione dell’elaborazione della filologia romana, allo scopo di dare una struttura sistematica alle scienze sacre della tradizione. Egli stesso ha chiaramente dimostrato che, già al suo tempo, senza la filosofia non era più possibile accedere, per un dato uomo, in un certo stato, alla comprensione del significato essenziale delle scritture, in particolare, e all’intellezione dell’essenza della religione in generale. Solo la filosofia infatti consente di accostarsi all’interpretazione dialettico-dimostrativa della “teologia numenica” arcaica. Inoltre la filosofia permette di cogliere il senso delle tre forme fondamentali della scienza teologica, quella civile, quella poetica e quella filosofica, perciò consente di procedere per le tre vie teosofiche direttamente all’intellezione delle verità divine che costituiscono l’essenza della religione, verità presenti nella sapienza arcaica dei divini pontefici, a far principio da Numa.
Come abbiamo visto, coloro che criticano la presenza e l’utilizzo della filosofia a Roma hanno ormai assunto l’impostazione metodologica rovesciata che è propria degli studiosi profani, coi quali tendono sempre più a confondersi, dipendendo anche, pressoché totalmente, dalle loro opere. In ogni caso bisogna vedere quale sia la loro competenza relativa alla filosofia a Roma, e, più in generale, alla conoscenza della filosofia. Per poter affrontare tale argomento è fondamentale sia avere le adeguate conoscenze sia, e soprattutto, aver condotto una seria disciplina in merito, aver svolto una vita filosofica. Non la possono svolgere perché sono “romani”? Ma alla luce di quali studi o sulla base di quali discipline costoro si arrogano l’autorità per disquisire sulle autentiche autorità religiose romane, al riguardo della loro accoglienza e del loro utilizzo della filosofia? Queste critiche sono certamente fuori luogo e temerarie, in quanto, senza alcuna misura morale, certuni si permettono di oltrepassare in modo protervo il limite a loro concesso.
Questa condotta è il frutto di quel composto di evolismo, di erudizione profana e di neospiritualismo, che si può anche definire tipicamente pseudotradizionalista, sicuramente caratterizzato da un titanismo di fondo e per molti tratti aggressivo, protervo e tracotante, come i suoi modelli di riferimento del tutto profani. Colui che segue questo orientamento si spinge oltremisura costantemente, senza alcuna modestia e senza essere suffragato da una vera disciplina e specie senza rendersi mai conto del fatto che non si potrebbe permettere, nello stato in cui si trova, di compiere azioni di questo genere, erigendosi, in modo del tutto contraddittorio, a paladino della “tradizione”, per lo più diffondendo concezioni infondate e profane in modo indiscriminato, coinvolgendo, influenzando e danneggiando molteplici persone.
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A.R.Q.
Estratto da Saturnia Regna n. 66, “Le illusioni dello pseudotradizionalismo romano. Precisazioni e rettifiche”
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