Il termine magister nella tradizione romano-italiana assume diversi significati ed impieghi, ma, sostanzialmente, individua colui che è principio e capo, guida e dominatore, direttore sovrano di un dato ente, di una data arte, di una data disciplina, ecc.

Perciò il magister non può essere che il principio, la guida, il direttore, il capo, il sovraintendente, il curatore, il comandante, il modello, l’esempio sommo…..

L’Associazione Romania Qvirites

Regolarità tradizionale

Autorità, maestri e lignaggi

La trattazione della definizione della regolarità tradizionale comporta almeno un cenno alla questione del rapporto che esiste fra autorità, lo stato di maestro e l’appartenenza a precise linee o a lignaggi nella tradizione religiosa.

Il termine magister nella tradizione romano-italiana assume diversi significati ed impieghi, ma, sostanzialmente, individua colui che è principio e capo, guida e dominatore, direttore sovrano di un dato ente, di una data arte, di una data disciplina, ecc.
Ecco alcune definizioni canoniche: Magisterare moderari. Unde magistri non solum doctores artium, sed etiam pagorum, societatum, vicorum, collegiorum, equitum dicuntur, quia omnes hi magis ceteris possunt; inde et magistratus, qui per imperia potentiores sunt[1]; “Cui praecipva cura rerum incumbit et qui magis quam ceteri diligentiam et sollicitudinem rebus quibus praesunt debent, hi magistri appellantur[2].

In questi passaggi il magister è indicato come colui che presenta una precisa disposizione magis, mag-is, ovvero dispone attivamente del mag-, un elemento che si trova anche nel termine mag-nus, il quale definisce “ciò che è di più”, “il migliore”, “il massimo”, ma anche “la pienezza del potere”, della forza capace di far avvenire e la pienezza dell’attualità di un ente. Mag è anche la potenza di ciò che risulta il più grande, il più completo, il più realizzato, ecc.
Il termine magister è adoperato anche col significato di “moderatore”, per cui è magister chi dispone della forza per dare misura all’atto, ai suoi atti, il magister può essere perciò governatore, dirigente politico, prefetto, capo delle arti, dei collegi, dei villaggi, dei pagi, dei militi a cavallo, ecc. Ma il magister è anche maestro di precetti, maestro di dottrina, maestro di scienza, maestro di arte, maestro di mestiere, ma persino pastore, dirigente di greggi, timoniere, dirigente di nave, ecc. In tutti i casi, è maestro chi eccelle in una data attività, chi possiede la maestria, la piena capacità, la piena abilità, la piena eccellenza in qualche dominio.

Se si considera il termine magister in modo particolare, può essere diviso in mag-is-ter, una scomposizione nella quale troviamo il significato di ciò che è tre volte grande, di colui che possiede il mag* nel triplice dominio del corpo, dell’anima e dell’intelletto, o del triplice mondo, materiale, psichico e spirituale.
Perciò il magister, in senso eminente, ha a che fare con la principialità, con la qualità del potere maggiore, un potere superiore a quello di tutti o di tutto. Perciò il magister non può essere che il principio, la guida, il direttore, il capo, il sovraintendente, il curatore, il comandante, il modello, l’esempio sommo, ne deriva che l’esercizio del magisterium indica sempre una funzione direttiva principale, di controllo, di comando, di istruzione, di insegnamento. Il magistratus, che svolge una forma di magisterium civile, presenta un grado di potentia effettiva, a seconda dell’imperium che possiede, risulta essere il massimo magistrato quando possiede l’imperium maximum.
Ogni magister deve possedere una potentia effettiva, acquisita con la dignificazione ontologica che gli conferisce una certa potestas, ad esso non deve mancare nessun elemento della formazione dovuta, egli deve aver acquisito la piena disposizione di una data scienza, di una data arte, del controllo di un dato gruppo, di una data funzione, altrimenti non può adeguatamente essere definito magister, in quanto non possiede il pieno controllo del potere, dell’esercizio, della materia su cui deve esercitare il magistero, perché non possiede ancora la formazione completa che gli consente di dirigere con potestas e potentia i diversi elementi a lui subordinati.

Nell’ambito delle funzioni religiose, deve essere definito magister colui il quale presenta il possesso adeguato di auctoritas, perciò è dotato di adeguata conoscenza e di adeguata potenza operativa nell’esercizio della religio. Secondo i Padri il Magister religioso per eccellenza è Dio, poi è magister il sapiens divinus che possiede un’auctoritas divina, vi sono poi diversi gradi di magistero relativi ai diversi gradi di disposizione della conoscenza religiosa e dell’auctoritas, fino al livello più elementare del magistero, esercitato dall’autorità che possiede la completezza della recta opinio secondo la retta e ferma fides.
Il magister elementare deve almeno aver realizzato la virtù fondamentale della fortia, con la quale egli si è stabilito senza difetto nell’osservanza del mos maiorum, secondo il suo modo fondamentale, per il suo stato virtuoso reale egli è capace di trasmettere la religione a coloro che sono qualificati per riceverla.

L’uomo religioso romano-italiano incontra diverse forme del magistero religioso, così come diversi gradi dello stesso nella sua vita. Il primo vero maestro di religione e tradizione, che incarna in prima istanza il mos maiorum, e perciò anche la sapienza divina, è il suo Pater, nel quale deve risiedere l’auctoritas almeno in forma elementare, grazie alla quale egli svolge la prima funzione di magister nei confronti del filius, attraverso quelle modalità del magisterium che sono tipiche della religio romana, fissate dall’Ottimo Padre Cicerone nel De Senectute, descrivendo il rapporto del Senex con il iuvenis, del Pater con il filius, del Magister con il discipulus. Il pver è chiamato a svolgere una formazione scolastica nella quale incontra un magister al momento della formazione nelle litterae, della formazione nella grammatica, della formazione oratoria e in quella giurisprudenziale. In questo ultimo caso il giovane stabilisce un vero proprio rapporto intimo col magister iurisprudens, che lo prende in carico e gli consente di svolgere, secondo un modo proprio di pratica, la discenza nella disciplina sapienziale romana fondamentale, la iurisprudentia. Attraverso il tirocinium fori il giovane è avviato alla carriera civile, perciò può elevarsi di grado in grado fino alla più alta dignitas, conseguendo anch’egli a sua volta lo stato di magister. Il giovane trova un magister anche quando viene arruolato nell’exercitus, che gli consente di svolgere il tirocinium militare, inoltre il giovane può trovare un magister nell’educazione filosofica e nella formazione religiosa superiore, specie se deve accedere ai collegi sacerdotali.

In senso lato lo status di magister religiosus, inteso nella sua completezza, è fondamentalmente connesso alla senectus, alla condizione di senex, nella quale dovrebbe essere presente la prudentia e il complesso delle virtutes civiles romanae.
Il senex ha compiuto il proprio officium secondo iustitia, egli è qualificato per esercitare il magisterium nei confronti dei giovani e dei discenti che egli può accogliere, discenti che però devono costituire la recta deditio al senex-magister, nel rispetto regolare della tradizione, senza sovvertire l’ordine della trasmissione della sapienza e dunque anche il rapporto Magister-discipulus o Pater-filius[3].
Nel corso dei secoli di sviluppo della tradizione, la figura del Pater-Magister si è articolata e complessificata. Passando dagli esempi forniti da Catone, Cicerone, così come da Macrobio, si notano approfondimenti del magistero relativi all’acquisizione della conoscenza astratta, teoretica e contemplativa, che devono consentire di dirigere coloro che sono sottoposti ad un cursus realizzativo che permetta di acquisire la sapientia maiorum, secondo determinate modalità spirituali, fino a realizzarne l’intimo spirito. La prassi ascensiva nella sapientia, definita dall’elaborazione del magistero dei Padri, è divenuta esemplare nei secoli.

In ogni caso, la figura del “maestro spirituale” nella tradizione religiosa romana, pur non essendo univoca, è comunque una figura ben precisa, definita dalla tradizione e consolidata nel tempo. Nel Maestro devono sussistere virtù che rendono effettiva l’autorità della sua funzione, queste virtù gli consentono di svolgere l’esercizio potestativo del magistero religioso per cui egli immette e dirige nella vita religiosa i discenti che si ordinano alla sua funzione.
Con la modificazione delle forme della trasmissione della religione e del contenuto sapienziale e operativo della tradizione, avvenuta fra il IV e il VI secolo d.C., si sono configurate due figure del “maestro religioso romano”: quella propria del Pater tradizionale e quella del vero e proprio Magister della scuola religiosa, che presiede ad un’istituzione nella quale l’uomo si forma nella cultura religiosa romana classica; questa ultima figura si è conservata nei secoli, in diverso modo, fino al tempo attuale. Nel Medioevo si sono differenziate diverse linee scolastiche tradizionali, alle quali hanno presieduto diverse personalità magistrali, con diversi gradi di autorità e regolarità, da esse si sono sviluppati diversi livelli di lignaggio della tradizione.
Passando dal Medioevo al Rinascimento, la scolastica classica romana, e il magistero che ad essa presiede, sono stati recuperati pressoché completamente, ridefinendo anche le linee della tradizione, ricongiungendo la prassi speculativa con la prassi operativa realizzativa vivente. Nel periodo risorgimentale, fino al tempo attuale, alcune personalità hanno svolto un magistero romano di tipo scolastico in maniera più o meno adeguata, purtroppo, da circa due secoli, la scolastica romana regolare è degradata nella scuola profana nella quale il modernismo costituisce la base di ogni sua procedura. Con l’acquisizione della “scienza dell’antichità” e della “filologia moderna”, l’autorità e l’esercizio del magistero religioso regolare romano sono praticamente scomparsi, perciò la custodia della tradizione regolare, con il relativo magistero e la guida nella cultura religiosa classica dell’uomo, è andata incontro a defezioni e difficolta crescenti. A fronte di questo grande degrado è stata avviata da circa quaranta anni la costituzione dell’organizzazione religiosa generale da cui è sorta l’A.R.Q., grazie all’opera delle istituzioni è avvenuto il restauro della scolastica religiosa romano-italiana operativa, a partire dal ripristino del magistero autorevole regolare.

Oggi coloro che aspirano alla pratica religiosa si pongono domande relative alla qualità, alla natura e alla regolarità del magistero che si svolge nell’ambito delle istituzioni religiose ora presenti.
Alcuni si chiedono anche se vi siano delle linee di ascendenza o dei lignaggi precisi, e quale sia la qualità, il valore e l’affidabilità dei maestri attuali, considerando tutte queste cose. Nell’ambito della tradizione religiosa romana non si può propriamente parlare di “lignaggi” o di “linee spirituali di appartenenza”, né di linee di ascendenza dei maestri autorevoli, tali concetti, propriamente presenti, non hanno il significato che hanno in altri contesti religiosi tradizionali.

Nel dominio religioso romano-italiano è meglio parlare di “stirpe”, di discendenza da una determinata stirpe, della conservazione più o meno completa della Gloria degli Avi o della dignità relativa del Pater-Magister rispetto ai suoi eventuali ascendenti. Allo stesso tempo si può trattare del degrado della qualità della stirpe o, se si vuole, della “linea generazionale”, che è ad un tempo metafisica, spirituale, e fisica. In tal caso va detto che, già alla fine della Repubblica, i “lignaggi” delle stirpi patrizie erano ampiamente degradati, erano però presenti i “lignaggi” delle stirpi nobili costituite dall’ascendenza della plebe, mentre alla fine dell’Impero erano presenti “lignaggi” derivati dalle Genti senatorie, dalla nobilitas senatoriale che si era formata per l’ascesa dell’uomo nuovo nel cursus honorum, un cursus che consentiva di trovare una precisa collocazione nella classe che costituiva l’ordine sociale superiore nel periodo tardo antico. Nel corso dei secoli anche i “lignaggi” delle Gentes tardo antiche si sono variamente modificati, tanto che, nel tempo attuale, non esistono soggetti che presentano una regolarità completa di “stirpe” e “lignaggio”, ciò vale anche per gli appartenenti alla sola tradizione scolastica e non a quella gentilizia.
A causa di queste condizioni è possibile parlare di coloro che hanno svolto la prassi che riattualizza il Genio di una data stirpe, che ridignifica un dato lignaggio, oggi, come del resto già alla fine della Repubblica, è necessario riqualificare l’uomo romano-italiano in senso ascendente, recuperando ciò che si è prodotto in senso discendente, egli deve tornare ad essere portatore attivo di un certo nomen, di un certo honos, di una certa stirps e dunque di un certo “lignaggio” gentilizio o nobile preciso[4].

Allo stesso modo si può trattare, solo nel senso sopra indicato, del grado di maestria e dell’ascendenza dei maestri da cui un dato soggetto procede. Le figure che svolgono attualmente il magistero nel campo della religione e della cultura romano-italiana, possono far parte di un “lignaggio” da cui discendono o possono aver acquisito il magistero attraverso un’applicazione alla pratica che dignifica l’animo e gli consente l’attuazione di una precisa dignitas e della relativa auctoritas.
Si può dire che esiste lo stato di magister quando il soggetto ha raggiunto almeno il grado elementare di auctoritas che gli consente di esercitare il magisterium. Il magister ricostituito può divenire il principio di una nuova linea della tradizione puramente scolastica, oppure il soggetto può giungere a costituirsi come Pater Gentis, perciò, in tal caso, diviene anche il principio di una precisa stirpe religiosa, dalla quale si costituisce la gente relativa, nella quale la stirpe si dispiega. Lo stato di maestro e il grado di magistero devono essere acquisiti attraverso la disciplina religiosa regolare, che consente di accedere ad una dignitas precisa, alla quale corrisponde anche un nomen attivo effettivo.
Lo stato reale di magister può essere accertato facendo ricorso ai criteri definiti dalla dottrina tradizionale relativa, in ogni caso il magister deve esercitare in modo evidente precise virtù, inoltre deve svolgere opere religiose e civili, pubbliche e private, di diverso genere, in rigoroso accordo con la tradizione rituale, legale e morale.

Purtroppo oggi, in generale, in tutte le tradizioni religiose ci si trova di fronte ad irregolarità del “lignaggio”, tanto che è possibile incontrare personalità che vantano un’eccellenza dal punto di vista del “lignaggio formale”, ma presentano una grande irregolarità dal punto di vista del “lignaggio reale”, ovvero della sapienza e dell’autorità effettive che dovrebbero possedere, come la stessa tradizione richiederebbe.
Molti esponenti religiosi che hanno un “lignaggio regolare” sono spesso guadagnati allo spirito antitradizionale, allo stesso tempo vi sono personalità che non vantano una precisa ascendenza, né un lignaggio preciso, tuttavia sono conformi all’essenza della loro tradizione, e rivelano la loro sapienza e la loro autorità in vari modi adeguati. Così come si conserva un lignaggio civile formale, anche se svuotato della sua reale dignità, come nel caso di nobili decaduti, re, principi, duchi, ecc., lo stesso accade per il lignaggio religioso, il quale è stato svuotato della sua reale natura nel caso di diversi “maestri spirituali” o “guide religiose” contemporanee, rimanendo del loro lignaggio solo il nome. Oggi occorre fare molte sottili distinzioni, relative a ciò che appare e a ciò che si trova realmente in un “maestro” o in una “autorità religiosa”.

Nell’ambito della religione romano-italiana, già alla fine della Repubblica, si facevano precise distinzioni fra il patricius, il nobilis e l’homo novus, fra coloro che conservavano solo formalmente un lignaggio, pur avendo addirittura un’ascendenza divina, e coloro che apparivano “comparsi dal nulla”, ma, attraverso una precisa dignificazione, avevano acquisito uno status effettivo superiore a quello di coloro che conservavano solamente la discendenza formale. Questo fenomeno interessa l’umanità intera da almeno duemila anni.

Come si potrà capire, quanto esposto si collega con il tema della continuità interrotta della trasmissione della sapientia maiorum e dell’auctoritas che inerisce al possesso di tale sapientia. Si tratta di una questione assai complessa, le cui dinamiche e le cui interpretazioni possono essere dedotte da quanto anticipato.
È possibile affermare che vi è stata una trasmissione senza soluzione di continuità, ma la qualità della tradizione si è diversificata nei secoli e nelle personalità, così come nei diversi enti, nelle scuole e nelle organizzazioni che sono state praticanti e trasmettitrici. Se la tradizione si fosse completamente interrotta, sia secondo la sua modalità essenziale, sia secondo la sua modalità formale, ora non potremmo nemmeno parlarne, in ogni caso occorre affrontare correttamente un tema così importante e complesso.
Bisogna considerare che, fino a quando la tradizione non è completamente estinta, essa è suscettibile di essere restaurata, rivivificata e riattualizzata, completamente o in parte, a seconda delle disposizioni provvidenziali che possono concentrarsi in determinate personalità e nella loro opera, consentendo ad esse di rimanifestare i diversi livelli della tradizione e le diverse possibilità attuative ad essi inerenti.
Nei casi migliori, vorremmo dire perfetti, si dà la possibilità di restaurare la tradizione, alla quale in qualche modo si ha avuto accesso, in qualsiasi stato essa si trovi, fino al suo stato originale compiuto, ma, data la situazione dei tempi, questa possibilità può essere solo il frutto di un’elezione divina eccezionale specifica, che non va tenuta in conto come possibilità “ordinaria”.

In ogni caso, ciò che è stato conservato dalla tradizione, consente di praticare l’ascesi per accedere alla sapientia e all’auctoritas regolari e perciò rende possibile acquisire anche lo status di magister. Nella tradizione autorevole che si è conservata sono presenti i criteri e i segni che permettono di individuare chiaramente chi possiede effettivamente un’auctoritas religiosa derivata da una sapientia precisa, o da un determinato grado di scientia o recta opinio, perciò ogni soggetto che conosce questi criteri può individuare la vera natura di coloro che si presentano come magistri romani. Anche se esercitano il magistero nell’ambito gentilizio, nel quale essi assumono lo status di Pater, questi magistri devono possedere precisi requisiti e caratteri, devono tenere una condotta impeccabile e svolgere precise opere, in modo conforme a quanto la tradizione magistralmente ha consegnato.
Anche oggi un vero magister compie sicuramente una vita totalmente dedicata alla religione, una vita santa, rigorosamente conforme al mos maiorum, con una moralità ineccepibile, sciolta completamente dalla vita profana e dall’impiego nell’impuro “lavoro”. Il magister dirige funzioni religiose, presiede a comunità religiose, insegna in istituti religiosi, ecc. Una serie di precisi elementi consentono di conoscere la realtà vivente di autentiche autorità religiose romano-italiane, che ancora oggi possono essere incontrate.

La Societas Religiosa Romano-Italiana e l’Associazione Romània Quirites sono enti che hanno una costituzione originaria, la loro fondazione è dovuta ad una ricostituita autorità di carattere originario, perciò è improprio cercare le ascendenze e lignaggi diretti di chi presiede magistralmente alle istituzioni. Nel seno di questi enti è stato ripristinato l’iter costituente la dignitas magistrale tradizionale e coloro che vogliono afferire ad essa possono svolgere la disciplina regolare che consente di acquisire la dovuta autorità religiosa.
La A.R.Q. rimane fedele all’autorità religiosa dei Padri e nelle sue attività mette subito di fronte alle irregolarità che tante figure oggi presentano, le quali svolgono una funzione “magistrale” senza possedere i requisiti tradizionali per farlo. L’autorità regolare presenta correttamente le sue qualità, la sua regolarità e la possibilità di accoglienza degli uomini nella discenza religiosa con modestia, evidenziando i caratteri dell’identità, della funzione esercitata e dell’opera sua propria.
Tutti i partecipanti alla formazione devono conoscere tutti quegli elementi che garantiscono la costituzione della retta fede e del retto rapporto fra il discente e il magister autorevole della tradizione.

[1] Pavl, 113 L.

[2] Pavl. Dig. 50, 16, 57, pr.

[3] Cicerone, De Repvblica, I, 67.

[4] Viola L.M.A., Essere Italiani, Forlì 2015, cap. XIII.