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Il Genius, i suoi rapporti con l’anima e la costituzione dell’uomo vivente

La tradizione afferma: Genivs est Devs, il Genivs è un Dio in quanto trascende l’a­nima e immane in essa “causando” l’identità egoica immaginale e riflessa, esso perciò è il principio divino che fonda e governa tutto lo sviluppo dell’uomo psichico determi­nato, inoltre veicola la parte di fato ad esso assegnata, in conformità alle disposizioni della Giustizia Divina retta da Ivppiter. Avgvstivs dice: “Il Genivs è figlio degli Dei e padre degli uomini, dal quale sono generati. Per questo motivo è detto genivs mevs, perché mi ha generato”. Il Genivs è “figlio di Dio”, perché è generato direttamente dal Dio degli Dei olimpici, da Ivppiter, a sua volta, come ente mediatore angelico, la cui essenza è divina ed eterna, genera causalmente l’ego dell’uomo individuale. Il soggetto esteriore, la cui identità dipende dal corpo, è “generato” dalla seconda riflessione, quella dell’anima nella sostanza carnale, il Genivs perciò appare come un principio trascendente fino a quando l’identità sensibile avventizia, mera immagine-ombra dell’anima associata alle modificazioni del corpo, non si risolve nell’identità geniale che costituisce il principio dell’anima stessa. Il Genivs dunque non è altro che l’essenza trascendente dell’anima e perciò anche il suo principio causale. In quanto ente divino, esso ha una sostanza incorruttibile e impassibile, in effetti il principio “generatore” dell’ente psichico individuale è un intelletto determinato, come abbiamo visto, nel quale risiede veramente l’essenza immutabile dell’uomo. Quindi, in accordo col commento di Servio a Virgilio, occorre di­stinguere nell’uomo ciò che ha carattere divino e immutabile, l’animvs-genivs, da ciò che co­stituisce l’anima soggetta alle modificazioni del corpo e alle passioni della vita sensibile.

La tradizione religiosa romana concorda con la tradizione filosofica pitagorico-platonica, l’intelletto è il principio causale da cui è costi­tuita la forma dell’anima, la quale, a sua vol­ta, determina la forma del corpo, costituendo anche il suo principio animatore immediato. Perciò Servio dice che l’anima incarnata è im­pedita e ostacolata dal corpo, inoltre è influen­zata costantemente da esso nella sua condotta, ma nel suo principio essenziale, nella sua so­stanza eterna, essa è incorruttibile e immorta­le, questo principio è definito da Servio come animvs, il quale non può essere in alcun modo alterato o danneggiato: “… qvia animvs per se nihil patitvr…”. Secondo Servio l’anima è dunque divina ed eterna nel suo fondamento, il quale è sempre impassibile, in esso si trova il principio dell’identità ontologica permanente dell’uomo. Ma da questo principio qualcosa di­scende e si associa al corpo, e ciò che si associa al corpo può essere ora in un modo, ora in un altro, lo stesso ente disceso, se viene separato dal corpo diventa impassibile, mentre mescolato al corpo è passibile. È l’immagine psichica dell’intelletto che discende e viene coinvolta nel composto umano, mentre l’animvs, in quanto l’intelletto, rimane sempre non disceso e dunque permane separato dalla generazione e dalla corruzione, dalla nascita e dalla morte. Quindi ciò che immane nel composto non è l’animvs in sé, ma un’immagine dell’animvs.

Dunque l’animo-genio-intelletto è il vero principio di identità dell’anima, in esso vi è l’unità permanente che consente la coerenza e la stabilità nell’essere della vita dell’uomo sensibile, inoltre l’intelletto unifica anche le varie operazioni divise che av­vengono nell’anima mediana. L’intelletto costituisce l’unità trascendente dell’anima, perciò la comprende e immane in essa come centro ordinatore e unificatore della sua attività molteplice, in tal modo la mantiene in sé e, illuminandola senza sosta, la fa sussistere, consentendole di svolgere le sue operazioni. Proclo specifica poi che l’in­telletto può essere considerato un animo divino, avente la stessa natura degli Dei, poi ad esso associa un certo demone e dice che i demoni hanno per essenza un intelletto demonico sopra di essi. Proclo prosegue dicendo che, per la sua natura, l’anima ha un carattere demonico, perché è “la parte” del divino, del Dio, Theos, che discende nella materia. Infine, introduce la definizione di “anima parziale”, la quale è propriamente “la parte” dell’anima che discende veramente nel corpo ed è soggetta al corpo. Infatti l’anima parziale partecipa dell’alterità e comunica con l’unità solo attraverso l’ani­ma demonica, perciò l’anima parziale è “lontana” dall’essenza indivisibile e presenta un’affinità particolare con la vita che si divide in relazione al corpo.

Secondo questa esposizione abbiamo: l’intelletto, o l’animo divino, principio in­corruttibile di identità ed elemento che dirige e governa tutto il composto psicofisico; l’anima, detta anche anima demonica, che partecipa immediatamente dell’intelletto, ma anche del corpo, ed è polarizzata fra l’unità e la molteplicità; infine vi è l’anima parziale, che è diretta dall’anima demonica ed è la parte che discende veramente nel corpo ed è coinvolta completamente nella molteplicità.

Quando l’animo-intelletto immane nell’anima demonica e vi costituisce con la sua presenza l’ego psichico e la sua attività, deve essere considerato come ciò che “gene­ra” o “causa” il “noi” psichico separato dal corpo, il quale si può dire essere diverso e non diverso rispetto al “noi” intellettivo. Fra l’intelletto e il suo prodotto, l’ego psichi­co, dovuto alla sua incidenza nell’anima, non vi è distinzione di essenza, né soluzione di continuità, solo la processione crea l’alterità avventizia nell’identità dello stesso principio. L’alterità è solo temporanea ed apparente ed è limitata a certe potenze. L’anima demonica è l’anima dell’uomo separata dal corpo e unita all’intelletto, la sua attività separata costituisce anche il momento più alto della vita razionale dell’uomo, la quale è totalmente priva di commistione con la sensibilità. Nell’anima demonica separata, secondo Proclo, si svolge la piena attività del logos, in modo permanente e senza impedimenti.

L’ultimo passaggio della catabasi è costituito dalla determinazione dell’anima par­ziale, la quale è “causata” o “generata” immediatamente dall’anima demonica, che non è veramente altro dall’anima parziale. Con la costituzione dell’anima parziale si attiva il centro sensorio, il quale diviene referente immediato della vita inferiore, la vita sensibile e appetitiva, connessa alle funzioni vegetative e riproduttive. Al centro sensorio si associa uno stato d’essere e un senso di sé determinato dalla mescolanza dell’anima parziale con il corpo, l’io-ombra che ne deriva è un prodotto somatico ed empirico, esso si presenta come l’ultimo riflesso della proiezione dell’intelletto, nel quale sussiste l’identità avventizia e accidentale del “noi” sensibile e corporale. L’vmbra è il veicolo aereo e sensibile dell’anima, attraverso il quale le facoltà sensi­bili e vitali vengono rese immanenti nel corpo, in essa si risolve l’esistenza sensibi­le dell’uomo, l’attività delle sue facoltà irrazionali e la memoria di una singola vita corporea. Nell’vmbra è riunito il complesso delle esperienze sensibili, le sensazioni impresse nell’ “anima parziale” dall’esperienza carnale. L’vmbra è l’elemento che si trova in relazione immediata col sangue volgare e con la vitalità fisica, il suo aleg­giare attorno al tumulo è connesso alla presenza della carne coperta dalla terra. La decomposizione del corpo distacca progressivamente l’vmbra dal suo supporto, fino a quando si ritira nella dimensione sovrasensibile dell’Ade. Lo spogliamento delle ossa dal loro rivestimento carneo equivale alla purificazione dell’anima dalla mescolanza con la sfera corporale. La carne può essere consumata lentamente o velocemente a se­conda dei riti funerari posti in atto o in base allo stato dell’anima del defunto. L’anima comune, che non ha raggiunto nemmeno un grado elementare di virtvs, fonda la sua identità sull’vmbra sensibile, in quanto ego vmbra il soggetto animico attraverserà una separazione dal corpo assai travagliata, con tutte le conseguenze inerenti.

Con il termine caro si intende infine la sostanza del corpvs, il veicolo più grossolano in cui si esprime l’uomo essenziale. Nel corpo, a seconda dei caratteri che vi si imprimono, è possibile rintracciare la processione delle cause trascendenti, che dà luogo alla generazione dell’uomo sensibile. La regolare attuazione del principio geniale nella corporeità dipende dal rispetto dell’eugenetica rituale della stirpe.

Dopo questa esposizione risulta chiaro che il “me” carnale appare distinto dall’a­nima demonica o dal demone e, ancora di più dall’animo divino, dal Genio o dall’in­telletto, ma, in realtà, in essenza, non differisce dall’intelletto stesso. Il vero Genio-demone è divino, in quanto Devs non proviene dagli astri, né può essere legato alla figura della genesi, ma procede immediatamente dalla Causa Superiore, dal Dio degli Dei, dunque è “figlio di Dio”. Questo “demone divino” o Genio, viene assegnato all’anima demonica o razionale al momento della sua costituzione e dunque prima della sua discesa nel corpo:

 

“E dopo che l’anima l’ha scelto per guida, subito il demone vigila alla realizzazione delle vite dell’anima: la lega insieme con il corpo quando scende nel corpo: governa il vivente composto di anima e di corpo: indirizza la vita personale dell’anima: tutto ciò che pensiamo lo pensiamo perché egli ce ne ingenera i principi: facciamo ciò che egli ci mette nella ragione: governa gli uomini fino al momento in cui, mediante la teurgia ieratica, noi preponiamo all’anima un Dio che la sorvegli e ne sia il signore: allora o cede davanti all’essere superiore o gli consegna la signoria o gli si sottomette in modo da cooperare con lui o gli serve in qualche altro modo come a un Signore”.

 

Il Genio-demone personale è superiore alla temporalità, dirige la vita dell’anima e del corpo e sottopone alla ragione “i buoni pensieri”, agendo in essa senza posa, comunicandogli la Luce dall’Alto, anche a sua insaputa. Quando l’anima conduce vita pura e pia, cioè casta, separata dal corpo, può cogliere la presenza del Genio- Angelo in lei, quale suo fondo, principio e guida, inoltre può ricevere da esso imme­diata ispirazione, per essere condotta verso la perfezione. Onorando il Genio, come vera essenza dell’anima, è possibile propiziare una vita felice, per via del fatto che il Genio può guidare l’uomo e soccorrerlo per mezzo di sogni, segni ed eventi, stor­nando da lui avversità che lo minacciano per avvicinarlo al bene. Stiamo trattando di ciò che Giamblico considera essere oggetto della teurgia, perciò “il vero Genio” è invocato come una causa superiore non soggetta alle disposizioni genetliache di tipo astrale. Nella tradizione ci si rivolge al Genio attraverso un culto divino e universale, che trascende la natura del divenire cosmico. È attraverso il culto teurgico del Genio trascendente il quale, in definitiva, si identifica con l’animo divino o l’intelletto, che l’anima demonica può liberarsi dalla fatalità, riferendosi al demone angelico “suo creatore” e conoscendolo, l’anima può essere felice, se il vero demone non fosse divino e superiore alla figura della genesi, nessuna trascendenza del divenire o della morte sarebbe possibile.

Se si ritiene che il demone personale sia limitato alla sola figura astrale della genesi, si compie un errore, questo demone non potrebbe essere preso a guida per “allonta­nare la fatalità”, perché, errando a causa di una impropria riduzione, si afferma che il demone è stato dato per compiere ciò che è assegnato dalla fatalità. Chi si limita a considerare il demone personale secondo l’astralità fatale, si occupa solo di una parte della teoria del demone, quella meno importante, e trascura invece l’essenziale.

Il demone che viene approcciato secondo scienza riguarda la disposizione dei corpi celesti visibili e si indaga sulla sua natura con la genetlialogia, la sua configurazione è data dalla disposizione del mondo, “del cosmo intero, da tutto ciò per cui l’anima scende nel divenire”, al momento del concepimento. L’anima si dice che scelga questo demone dal coro degli angeli, ma, allo stesso tempo, va detto che l’anima è scelta da esso come ciò che deve essere guidato, in modo che fra il demone e l’anima si crei una cooperazione. Nel demone configurato dalla disposizione del mondo si definisce la qualità del dispiegamento dell’anima nell’esistenza, perciò il demone della nascita provvede a regolare in modo opportuno la parte di fato assegnata al singolo uomo e, quindi, se l’anima ha ricevuto “un fausto Genio” sarà virtuosa e giusta nella sua opera e sarà indicata come anima eletta e fortunata, principio di un uomo ben nato.

La descrizione di un duplice Genio-demone non deve però trarre in inganno, perché in realtà esiste sempre un solo unico Genio che regge tutte le parti dell’uomo, secondo i modi diversi delle sue operazioni immanenti. La configurazione della genitura e la regolazione della vita corporea dipendono sempre da un solo reggente, quindi non è corretto parlare di un demone dell’intelletto, un demone dell’anima e un demone del corpo, come fanno alcuni. Pertanto il culto va rivolto ad un solo Genio e non va ri­stretto alla cura del corpo, ciascuna anima ha il suo Genio-principio reggente e da esso solo è guidata e disposta. In definitiva il Genio essenziale è il solo vero Genio, l’anima determinata dalla configurazione astrale è da lui “scelta”, così come per l’anima è una sua “scelta” coordinarsi al Genio ricevuto in sorte, dalla cui disposizione non può deviare. L’anima parziale e il soggetto somatico non sono che il precipitato finale del processo catabasico, perciò l’ego sensibile è diretto causalmente dall’animo divino e determinato fatalmente dall’anima demonica, rimanendo esso sempre incosciente dei suoi principi causali trascendenti, fino a quando, direbbe Giamblico, non viene avviata la disciplina teurgica e il culto del Genio divino e personale, una pratica religiosa fondamentale nel culto privato romano. Questa discipli­na prevede innanzitutto la conoscenza del proprio Genio tutelare divino e la propria natura paradigmatica, solo in seguito la conoscenza della disposizione celeste della nascita, fino ad accordare la vita immanente con le divinità dispensatrici di favore e fortuna, per realizzare l’esistenza secondo la vocazione essenziale stabilita dagli Dei.

L’identità egoica dell’uomo sensibile è determinata dal senso immanente al corpo, l’anima, in questo stato di identità-attualità, è “parziale” e non è dispiegata secondo il suo modo “demonico”, quindi l’identità psichica separata non può essere esperita fino a quando il soggetto sensibile avventizio non viene risolto nel principio superiore che lo determina. Questa soluzione libera l’anima dalla soggezione all’illusione del nascere e del morire e la costituisce nel suo stato separato, “resuscitato”; l’anima che ha compiuto questa soluzione, ristabilendosi nel suo Genio, come vedremo meglio più avanti, è degna di culto come Lar Victor. Attraverso l’anabasi e la disciplina della virtù, l’anima passa dalla potenza all’atto e poi si risolve nella sua essenza, l’intelletto geniale. L’uomo sensibile, come sappiamo, è un accidente dell’Uomo Divino Eterno, è una delle molteplici possibilità esistenziali inferiori dell’Uomo Perfetto. L’Uomo Eterno, e dunque anche la Personalità Divina Universale, sussistono occultamente in potenza nell’uomo sensibile. Attraverso il progressivo adeguamento di tutti gli atti contingenti alla misura del suo paradigma, l’uomo sensibile, una volta che la sua essenza è stata realizzata, viene trasfigurato dall’attualizzazione dei suoi attributi di perfezione, paradigmatici ed eterni.

                 Censorino, De die natali, 3, 1.

                 Apvd Festo, p.84 L.

                 Servio, Ad Aen., VI, 724.

                 Giamblico, De Mysteriis, IX, 6, 280-281.

                 Ibidem, IX, 3, 275.

                 Ibidem.

                 Ibidem, IX, 3, 276.

                 Ibidem, IX, 6, 280.

                 Ibidem, IX, 6, 281.

               Orazio, Epistole, 2, 2.

L.M.A. Viola,  Estratto da La Religione degli Italiani vol. III.

 

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