Affinché l’animus possa esercitare in maniera elementare la pietas e, dunque, essere religioso, deve conseguire almeno il primo grado di partecipazione alla Verità Divina mediante la retta opinione, dalla quale può procedere eventualmente all’acquisizione di stati superiori di conoscenza e giustizia. La retta opinione, stabile ed efficace, non può essere ottenuta senza la retta fede, la fede perciò costituisce l’elemento basilare per integrare l’animo nella religione operativa, nella tradizione divina del mos maiorum.

 

“Quod eo, credo, valebat, ut opiniones, quas a maioribus accepimus de dis immortalibus,

sacra caerimonias religionesque defenderem. Ego vero eas defendam semper semperque

defendi nec me ex ea opinione, quam a maioribus accepi de cultu deorum inmortalium,

ullius umquam oratio aut docti aut indocti movebit”.

 

“…il che credo volesse dire che io devo difendere le opinioni sugli Dei immortali che

ci sono state tramandate dai Maggiori, i riti, le cerimonie, le pratiche religiose. Io

le difenderò sempre e sempre le ho difese, e il discorso di nessuno, sia egli dotto o

ignorante, mi smuoverà dalle opinioni sul culto degli Dei immortali che ho ricevuto

dai Maggiori”[1].

 

 

La religione accolta dai Maggiori è stata costituita fondando sulla Sapientia Divina, perciò ad essa occorre credere con fede ferma, ciò comporta lo stabilirsi dell’animo nella retta opinione, ricevuta dai Maggiori attraverso la tradizione, senza farsi turbare da discorsi umani, orationes, e opinioni di filosofi o uomini empi. La Sapientia Maiorum non è oggetto di discussione, né dell’opinare vano degli impuri e degli empi, essa procede direttamente dagli Dei, perciò le si deve fede ferma, anche senza ricevere alcuna dimostrazione razionale o filosofica della sua validità. La fede nei Maiores si costituisce per “autorità”:

 

«Primum quidque videamus», inquit, «et si id est primum, quod inter omnis nisi

admodum impios convenit, mihi quidem ex animo exuri non potest, esse deos, id tamen

ipsum, quod mihi persuasum est auctoritate maiorum, cur ita sit nihil tu me doces».

 

 

«Consideriamo, disse, ogni singolo punto. È vero che la prima affermazione, quella relativa alla esistenza degli Dèi, trova tutti d’accordo, a meno che non si tratti di empi, e non c’è fuoco che riuscirebbe a cancellarla dalla mia mente: tu però non mi dimostri per quale ragione questa verità, di cui io sono fermamente convinto sulla base dell’autorità dei nostri Maggiori, sia veramente tale»[2].

 

La scepsi razionalista, la critica alla religione, la credulità e la superstizione fondano sull’ignoranza e sulla superbia, elementi impuri che caratterizzano l’empio. Queste viziosità richiedono una rettificazione laddove siano presenti, perché alienano l’animo da se stesso e dal suo ufficio divino.

La prima elementare partecipazione alla Sapientia Maiorum si costituisce con l’atto iniziale del credere nella verità trasmessa dai Maiores, nel mos maiorum. Il credere, in questo piano, è fondato sull’Auctoritas Maiorum, la quale determina la fides in modo autoritativo, quella fede sulla quale la base del nostro popolo ha sempre fondato nel suo sviluppo plurimillenario. Con la Formazione Religiosa Propedeutica l’animo comune, afflitto da razionalismo, scetticismo, criticismo, credulità, superstizione, indifferenza religiosa e altro, è condotto alla fides fondamentale, sulla quale fonda lo stato elementare dell’animo religioso e pio. La prima fides, che segue alla costituzione del primo credere Deos, è la sola virtù che può garantire la basilare partecipazione operativa alla religione patria.

 

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