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Libertas
Il senso della parola Libertas

Contrariamente a ciò che affermano le dottrine politiche cristiane, che si fon­dano sull’orizzonte dell’individuo, a cui viene attribuita erroneamente la dignità di “persona”, anche in assenza dell’attualità della sua essenza, la società tradiziona­le non si costituisce affinché l’individuo umano “cresca nella libertà” e “realizzi se stesso”, ma, almeno in origine, il suo scopo è proprio il contrario. La società tradizionale è un ente orga­nico di socii, procedenti dal medesimo principio costituente, dalla stessa Persona Divina, è un ente nel quale si attua la processione teofanica del Dio archegeta che glorifica l’ordine sociale, da questa processione la materia umana indifferenziata è continuamente formata, attraverso la ritualizzazione religiosa della sua esisten­za. La prospettiva cristiana, che mutua parzialmente le dottrine politiche aristote­liche, specie con Tommaso d’Aquino, inverte la prospettiva e formula la conce­zione della società politica naturale fondata sul diritto naturale, un’astrazione che non ha nulla a che vedere con la costituzione sacrale sovrannaturale della società tradizionale precristiana, una società fondata sulla libertas della persona divina e sull’articolazione della sua attuazione in evo.

La libertas a Roma è un valore essenziale fondamentale che qualifica il civis romanvs in un modo molto preciso, l’intera opera universale di Roma è volta a garantire la libertas, nel modo più integrale, alle nazioni e alle religioni, rispettando perfettamente il Diritto Divino. Nella misura in cui sussiste la regolare attuazione dell’optimvs statvs civitatis, nella Repubblica si costituisce la perfetta libertas, sia in senso civile che religioso. Come vedremo, il termine libertas indicava originalmente una qualità inerente ad uno statvs dell’essere proprio del Divvs romanvs, dei Divi parentes, dei Maiores, poi, progressivamente, la libertas ha assunto un significato più esteriore e successivamente è divenuta un attributo formale, tanto che, con l’ascendenza della plebe e, in seguito, delle fazioni popolari militanti, i concetti di aeqva libertas e di ivs aeqvvm si sono fatti strada, nel tentativo di realizzare una parificazione esteriore dello statuto dei cives e dell’attribuzione dell’esercizio specifico del ivs e delle dignitates, dunque anche degli officia. Questo tentativo di “democratizzare” la libertas, attribuendola anche a soggetti a cui non corrispondeva un’effettiva dignitas, ha generato una moltitudine di problemi, la ricerca di una libertas senza dignitas, per accedere ad officia senza merito, era lo scopo del vizio dell’ambitio, un male che, una volta che si è diffuso nella societas romana, ne ha alterato la struttura equilibrata e il funzionamento equo. L’ambizione causa le peggiori ingiustizie nell’assegnazione del diritto, delle funzioni e delle cariche particolari, con questo vizio, che è una particolare espressione della svperbia, l’iniquità penetra in tutti i domini della società.

Per rettificare gli errori che comunemente commettono gli studiosi profani nei confronti di Roma, è necessario dire che non è mai esistito a Roma un concetto esclusivamente politico della libertà, la libertas ha sempre avuto una connotazione ad un tempo religiosa e civile, col termine libertas si indicava, contemporaneamente, la qualità che inerisce ad uno statvs dell’animvs ben preciso e ciò che consente all’animvs una data attività esteriore. Perciò nel concetto di libertà noi dobbiamo fare, fin dal principio, una distinzione relativa di significato, perciò parleremo di “libertà di”, nel senso esteriore della possibilità di compiere una determinata azione, ovvero anche di articolare determinate facoltà animiche nell’esercizio di uno specifico diritto, o di un particolare ufficio, oppure parleremo di “libertà da”, nel senso della mancanza di soggezione o dell’assenza di sottomissione del soggetto agente rispetto ad un agente, sia in rapporto agli atti che il soggetto deve compiere, sia in rapporto al suo essere. I due domini della libertas vanno tenuti separati nella spiegazione, ma, come vedremo, nella situazione originale della società romana erano strettamente connessi, in quanto solamente il soggetto che presentava una “libertà da” poteva esercitare la “libertà di”.

In prima istanza metteremo in luce alcuni elementi relativi alla natura della libertas che vengono generalmente trascurati o distorti dagli studiosi profani, ma, data la loro importanza per intendere nella sua completezza la nozione e l’istituto effettivo della libertas, dobbiamo trattarli in modo adeguato.

Il termine libertas è proprio del lessico religioso e giuridico romano e rac­chiude molteplici connotazioni di carattere metafisico, cultuale, giuridico e so­ciale. Nel senso più esteriore libertas è lo stato o la condizione propria di cui fruisce l’uomo libero, liber, il civis romanvs svi ivris. Coloro che non presentano la libertas sono soggetti alla limitazione della loro condotta, sono sottoposti ad altri che ne dirigono e sorvegliano il comportamento. La condizione del servvs presuppone una determinata mancanza giuridico-civile di libertas.

Connesso al termine libertas è il verbo redimere, che significa fondamental­mente riscattare, riavere, riacquistare, liberare da un particolare vincolo esteriore, ad esempio sociale o giuridico, ma anche da un vincolo interiore. Si adopera il verbo redimere per indicare l’atto per cui un servvs è riacquistato, ma il redimere è anche ciò per cui il servvs riacquista la libertas e diventa libertvs, ossia liberato dalla condizione di servitù. In senso lato il verbo redire implica un ritornare in­dietro, il riacquisire una posizione precedente, uno statuto originario, riacquistare ciò che si era perduto. La redemptio, la redenzione, è, giuridicamente parlando, un acquisto sacrale, un contratto di acquisto rituale e, in senso più generale, indica l’avvenuta riacquisizione, la ricostituita statuizione della condizione originale attraverso il riscatto, la liberazione dal vincolo che costituiva l’assoggettamento primario. È noto che il termine redemptio andò a connotare in maniera precisa uno stato religioso ed iniziatico nell’ambito misterico, prima e nella chiesa cri-stiana, poi.

Se esaminiamo ora la parola liber, vediamo che è composta da due parti: leib e vr, nella prima abbiamo indicazione di una specifica attività, la leib, la lisi, la soluzione, il solvere, mentre vr è radice che sta per principio igneo attivo. Leib-vr o lib-vr/liber è un termine che indica lo stato del principio igneo attivo sciolto da vincoli, limiti, impedimenti. In generale, il termine libertas indica lo stato di un ente che ha in atto la sua essenza, il suo essere proprio senza alcun ostacolo, senza dipendenza, soggezione o vizio. La medesima radice leib- si trova in molteplici altri termini, come libere, dall’antico lvbere, che indica l’attualizzazione della volontà, la disposizione della volontà in atto, da cui deriva che chi è libero compie ciò che vuole, perché la sua volontà non è sotto­posta ad alcun vincolo o dipendenza. Abbiamo inoltre libitvm, che indica sostan­zialmente l’atto del lvbere e, dunque, ciò che si compie secondo la volontà pura, cioè ignea, compiutamente attiva, una volontà in atto misurata, non impedita, non assoggettata a comandi o impedimenti. Associato a questi termini vi è anche libido, che, in senso lato, indica una tendenza a “sciogliere” un’azione in modo indefi­nito, è perciò desiderio, licenza, arbitrio, sfrenatezza o capriccio, è moto oscuro che “scioglie” la forma nell’informe. L’azione non libera è secondo libido, perché si compie in condizione di soggezione. Chi è soggetto a libido è libidinosvs, leib-id-noxivs, pertanto patisce la soluzione nell’azione che porta danno, nocumento. Chi soffre di libidine è servo di un potere nocivo, nox-vs, il potere attivo del soggetto, vs, è “coperto”, oscurato, negato, da nox, nex. La libido è una tendenza tirannica, in senso lato condizionata, licenziosa. Dunque esistono due termini differenti che indicano due modi dell’essere e del suo atto, il primo termine è liber, e connota l’ente in atto essenzialmente, senza alcuna limitazione o inibizione passionale o passiva, il secondo termine è libidinosvs, che connota l’ente soggetto ad una spinta che non viene dall’atto sciolto della sua essenza, ma da un agente eteronomo ed estraneo al suo essere, perciò il libidinosvs patisce la soggezione passiva, il trascinamento, la negazione dell’attualità del suo essere. Nel libidinosvs domina la soggezione al corpo e al desiderio carnale, dunque il libidinoso è servo perché: “Nemo liber est qvi corpore servit”.

Le distinzioni filosofiche e psicologiche successive al conio originale di questi termini hanno portato a distinguere nel soggetto, nell’animvs, una volvntas da una volvptas, successivamente definita desiderivm o anche cvpiditas. Se la libido è collegata alla cvpiditas, la libertas è collegata alla volvntas. Se Venvs presiede alla tendenza innata del soggetto, la quale costituisce la presenza imma­nente dell’Amore Divino quale tendenza al Bene, questa può trovarsi, a seconda delle condizioni dell’animo, orientata in modo positivo o negativo.

Genericamente, nei più diversi ambiti, si parla di una “libertà di” piuttosto di una “libertà da”, nella prima accezione si tratta di un riferimento alla libertà esteriore, mentre nella seconda si tratta della libertà interiore, dalla quale dipen-de quella esteriore, che è sempre comunque di carattere inferiore. È in questa seconda accezione che propriamente si può trattare di libertas, e non si può fare a meno di ricordare che nella religio romana la libertas interiore fonda sempre la “libertà di”. È ad uno stato interiore dell’animvs veramente libero che si rico-noscono virtvs, dignitas e avctoritas, per cui nella retta civitas non vi è qualcuno che si arroghi libertà a cui non corrisponda una reale dignità, né viene assegnata la libertas civile se non sussistono le condizioni interne che rendono il soggetto “capace di libertas”.

                 Sallustio, Catilinarie, VII, 3.

                 Wirszubski, Ch., Libertas. Il concetto politico di libertà a Roma tra Repubblica e Impero, Bari 1957.

                 “Nessuno è libero se è asservito al corpo”, Seneca, Lettere a Lucilio, XIV, 92, 33.

 

L.M.A. Viola

Estratto da Saturnia Regna n. 70

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