In ogni società religiosa tradizionale ogni uomo sa che nessun evento avviene a caso, sa che tutto ciò che si svolge fenomenicamente ha una causa numenica, i fatti e le condotte sono presieduti e regolati dalla Volontà Divina, la quale opera sempre secondo Provvidenza e Giustizia per realizzare un suo preciso disegno finalistico universale, nel quale i diversi enti determinati non sono che pedine. L’uomo religioso tradizionale è attore cosciente del piano fatale, egli agisce in un certo modo quando si trova in una società religiosa, la società normale e retta, l’uomo non religioso è incosciente nella sua soggezione al Fato e vive nell’illusione di essere “indipendente”, “libero” e capace di “determinare il proprio destino”, l’uomo irreligioso vive oggi in una società completamente anormale e a rovescio, la quale ha una natura radicalmente controreligiosa e controtradizionale, che lui vuole continuare a sviluppare fino alle sue estreme conseguenze.
In una società come quella attuale, capovolta rispetto a quella normale, si crede che tutti fenomeni avvengano secondo una causalità naturale, mentre ciò che è naturale è sempre un epifenomeno di ciò che è soprannaturale, perché nel mondo si svolge esclusivamente un processo teofanico continuo, retto da cause trascendenti eterne, le quali seguono un ordine dinamico temporale preciso, che è assolutamente necessario e tradizionalmente viene definito Heimarmene o Fatvm. In una società religiosa tradizionale, che è retta e conforme all’ordine provvidenziale, l’uomo e le comunità sono impegnati a vivere in accordo con la Provvidenza Divina e ad accogliere le disposizioni fatali in modo opportuno. Le azioni corrette permettono alla vita dell’uomo di essere posta in condizioni di favore divino o di Pax Devm, così essa è sostenuta, protetta, salvata e mantenuta integra dal Divino. Le azioni scorrette, le disposizioni ribelli, contrarie ed opposte alle disposizioni divine danno adito ad ira Deorvm e sfavore, perciò innescano azioni rettificatrici giustizianti che ricostituiscono l’ordine armonico prodotto delle Cause Divine secondo provvidenza.
Nell’ambito della religione romano-italiana una situazione come la pestis, secondo la definizione del termine, che è composto dalla radice pis– o pish-, che significa “pestare”, “battere”, “schiacciare”, è una situazione in cui la comunità o l’insieme degli uomini riuniti da un determinato fato, vengono pestati, schiacciati o battuti, così come si batte con verga o frusta colui il quale deve essere punito o sanzionato per avere compiuto qualcosa di contrario alla giustizia e al bene comune. In senso lato il termine pestis indica tutto ciò che si costituisce come perth-ein, ovvero come “ciò che viene meno per distruzione”, disgregazione o annientamento, mentre la pestilentia è la diffusione, il dilagare, l’estendersi generalizzato di una situazione di pestis. Nelle diverse scritture autorevoli, il termine pestis indica calamità, flagello, rovina, distruzione, sventura, morte, in particolare la pestilentia è vista come diffusione epidemica contagiosa irrefrenabile e incontrollata, volta a perseguire scopi distruttivi, un processo che si ritiene generato da un veicolo pestifer, il quale viene sempre considerato funesto e rovinoso, per l’effetto schiacciante e annientante che produce su ciò su cui si abbatte.
Nella società attuale, una società completamente anormale, nella quale non è possibile “ritornare alla normalità”, come spesso viene erroneamente detto, in quanto occorrerebbe rettificare e convertire interamente la situazione attuale in una situazione religiosa, l’unica veramente normale, nessuno, nemmeno per un istante, attribuisce la causa di determinati fenomeni epidemiologici e pestilenziali ad enti sovrannaturali, ma si crede che dipendano dall’uomo o dalla natura esteriore. In realtà, occorre ripeterlo, l’ambito fenomenico ha sempre una causalità divina, nella “vita naturale” non vi è mai niente di realmente “naturale” o “umano”. In modo particolare tutte le epidemie, che siano esse maggiori o minori, sono specifiche espressioni della “collera degli Dei”, ovvero dell’ira Deorvm, la quale viene posta in atto perché nell’ambito collettivo esiste una condizione più o meno grave di infrazione alla Pax Deorvm Hominvmqve. Quando è presente una condizione di colpabilità sacrilega, derivata da piacvla, impietas o vitiositas, ovvero da precise abominazioni che interrompono il normale rapporto di favore, protezione e sostegno della Salvs da parte degli Dei, allora l’intervento divino si produce. La violazione reiterata e aggravata di tutto ciò che è venerabile produce “maledizione”, l’attentato alle leggi religiose e il mancato rispetto della condotta normale dell’uomo portano inevitabilmente alla sanzione divina, in particolare producono la sofferenza fisica data dalla pestis.
È lo stesso Dio della medicina, Apollo, che insieme alla costituzione della salvs in contrario determina la pestis. Tradizionalmente l’accensione di un contagio incontrollabile e la diffusione di un morbo letale sono visti come interventi del Dio nei confronti degli uomini e delle comunità umane che si sono macchiate con particolari empietà. L’antica coscienza italica, latina, sabina o marsia, riteneva le pestilenze delle forme di prodigia inquietanti, per cui venivano compiute le azioni dovute per stornare le cause che determinavano i prodigi, ovvero l’ira Deorvm, al fine di ristabilire la Pax Devm. Per stornare la “maledizione divina” e tutto ciò che di catastrofico ne deriva, occorre, in prima istanza, mettere in atto un’espiazione purificante interna ed esterna, dunque è necessaria un’azione integrale, igienica, etica e rituale allo stesso tempo, che ripristini compiutamente le condizioni dell’ordine e della pace originari. Un tempo tutto ciò avveniva attraverso la moltiplicazione dei riti pubblici di “penitenza” e, allo stesso tempo, attraverso l’applicazione di condotte etiche espiatorie e purificatorie precise. In ogni caso, ieri come oggi, non è certo sufficiente rivolgersi agli Dei preposti al ristabilimento della Pax-Salvs, come ad Apollo, Esculapio, Salvs, o agli altri Dei, senza una precisa “conversione interiore” e una serie di “penitenze purificatorie interne ed esterne”. Un esempio di tutto questo è dato dalle procedure che si svolgevano negli antichi sacrari di Asclepio-Esculapio, procedure rigorose che, se venivano rispettate, potevano condurre il fedele alla guarigione dal morbo, altrimenti non si produceva alcun effetto nel senso dell’autentica salute.
Nel sacrario di Asclepio i sacerdoti templari introducevano i diversi fedeli pellegrini che, in fede, raggiungevano il luogo sacro, all’igiene santificante, piuttosto che alla terapia. Il fedele afflitto dal morbvs veniva condotto dallo ierofante ad alcune operazioni di rettificazione completa dell’anima, perciò era portato a vedere oltre le manifestazioni sensibili del pathema, affinché conoscesse le vere cause che producevano l’afflizione psicofisica. La prima parte del risanamento era costituita da una catarsi delle facoltà appetitiva e sensibile dell’anima, che consisteva in una purificazione-purgazione ottenuta con digiuno, astensione sessuale, assunzione di profumi, partecipazione alla recitazione degli inni sacri e alle musiche religiose apollinee. In questo modo erano compiuti i primi passi volti al ripristino del retto ritmo interno delle funzioni irrazionali, al fine di liberare la ragione dal corpo e dai sensi, perché la persona potesse riacquisire di nuovo la retta condotta di vita, l’eu-bios.
In una fase successiva il pellegrino metteva la sua volontà e la sua ragione in accordo col Dio, riacquisiva così la pietas, perciò compiva il sacrificio ad Apollo e ad Asclepio e si integrava nella ritualità regolare, ripristinando la conformità della sua anima all’Ordine Divino. L’ultima parte della prassi templare prevedeva il compimento del risanamento. Dopo aver compiuto le offerte oblatorie a Tyke, Mnemosyne e Themis, ossia a Fortuna, Memoria ed Ordine Divino, il fedele d’Asclepio assumeva la bevanda sacra, l’epiclesi di Hyghieia. Questo tipo di “eucaristia” portava l’anima nello stato di “esaltazione religiosa” indispensabile per l’ultimo atto, il passaggio che portava alla liberazione santificante-sanante, l’incubazione notturna nell’Abaton del Tempio. Nel culmine della notte, durante il sacro sonno, l’anima “vedeva il Dio” Esculapio “faccia a faccia”, da Esso veniva iniziata e “salvata”, così conseguiva la salute, la rimozione del male per il quale si era rivolta al Dio.
Le anime, che non si rettificavano prima, e non si convertivano poi, non accedevano all’Abaton, al luogo di presenza del Dio per la visione sanante, ma erano solamente “ri-mediate” con azioni più o meno palliative ed esteriori: prescrizioni di alimenti, bagni, massaggi, musica, ecc. Queste anime, fino a quando non si fossero convertite al Dio, non avrebbero potuto sanare il male che portavano in sé, perché “ribelli e ostili” al Dio, nel quale era riposto l’unico vero Bene, capace di rimuovere ogni male. In casi gravi come le peggiori pestilenze era ancora più necessario compiere integralmente, purificazioni, conversioni e riti pacificatori precisi, per rettificare quanto di nefasto si era prodotto, per cui la sola pratica formale di certi riti parziali risultava del tutto inefficace.
Per cui, al di là delle interpretazioni teologiche antiche delle pestilenze, che portavano alla pratica espiatoria specifica, il formalismo religioso è sempre stato condannato. Nel caso delle diverse pestilenze derivate dalla collera divina, furono ripetuti specifici riti di espiazione con le stesse modalità, nel 433 a. C., nel 427, nel 399, nel 363, nel 208 e nell’80, ma, man mano che si procedeva nel tempo, a fianco delle pratiche espiatorie vi è stato un incremento di attività “rituali” volte a tentare di stornare la situazione pestilenziale in atto con un “eccesso di riti”, azioni che sconfinavano sovente nella svperstitio. Livio fa presente che per la peste del 427 vi fu un esodo rurale massiccio che fece sorgere una vasta superstizione con la diffusione di molteplici pratiche “straniere”. La popolazione non sapeva più a chi rivolgersi, né sapeva più come fare per affrontare la pestilenza, per cui purtroppo si abbandonò alle opinioni e alle attività estranee alla religione e al culto romano regolare. Allora si diffuse un ciarlatanesimo di tipo settario ed individualista, che favorì lo sviluppo di una follia collettiva, per cui le famiglie e i singoli accolsero riti sacrificali nuovi e ascoltarono “profezie” provenienti da ogni parte, generando così uno scompiglio generale. La religione degli antenati fu trascurata e il suo posto fu preso da una serie di superstizioni che inducevano a praticare delle espiazioni straniere insolite per ottenere, senza alcun risultato, la Pace degli Dei. Questa condotta, in ogni caso e in ogni modo, come accadde anche nell’epidemia del 363, non poteva portare al corretto intervento soccorrevole degli Dei, perché gli animi erano soggiogati dalla superstizione e si appellavano a tecniche diverse con disposizioni interiori improprie, infedeli e infide, che non facevano altro che accentuare la collera divina in atto. In quel caso si parlava di svperstitio externa, in opposizione alla religio maiorvm, ma oggi, in presenza della pestilentia contemporanea, vengono diffuse superstizioni di ogni genere, anche fra coloro i quali presumono, illusoriamente, di fare ricorso alla religio maiorvm o alla patria religio. Chi pensa di ottenere qualche risultato, facendo delle offerte formalistiche esteriori agli Dei, o compiendo delle “preghiere” di una certa natura per ottenere la “forza e il sostegno” di una data divinità, si ingannano continuamente, e se promuovono quelle pratiche pseudoreligiose verso altri, diffondono l’inganno e accrescono la pestilenza per empietà superstiziosa. In mancanza del retto ordine procedurale espiatorio, purificazione, conversione, pacificazione igienica, etica e rituale, nulla potrà essere ottenuto.
Peggio della peste vi è solo l’illusione superba dell’uomo che si crede religioso e fa uso improprio di “riti” e “preghiere” rivolti a Dio e agli Dei, la causa delle peste è proprio la mancanza di uno stato d’animo pio, che determina ogni scorrettezza nei confronti di Dio e degli Dei, da quelle più evidenti a quelle più difficili da scoprire. Fino a quando non vi sarà una rettifica completa dell’uomo, e la sua ricostituzione nella pietas effettiva, non vi potrà essere una vera soluzione dalla soggezione alla “peste”, sia essa esteriore o interiore, anche perché l’uomo che, illusoriamente, si crede salvo dal “pericolo della morte corporale”, nulla potrà compiere nei confronti della “morte dell’anima”, che si costituisce quando in essa non ci sono pietas e virtvs. Solo l’animo casto, puro, pio e onesto nei confronti di Dio e degli Dei, si stabilisce in questa e nell’altra vita nella Salvs e permane fermamente nella Pax Devm, facendo vita beata in terra e poi vita elisiaca, al di sopra di ogni peste dell’anima e del corpo.
A.R.Q. .
“Quelli che tutti i giorni pregavano gli Dei e facevano sacrifici perché i loro figli sopravvivessero a loro stessi, furono chiamati superstiziosi …”, Cicerone, De Nat. Deo., II, 28, 72. In generale il termine svperstitio indica proprio un comportamento preciso, per il quale si svolgono “riti eccessivi” per via di una smisurata sopravvalutazione dell’azione divina. In tal modo si voleva “forzare” gli Dei a intervenire, per propiziare delle azioni protettive o per salvare la vita a determinate persone, delle quali appunto si cercava la “sopravvivenza”.
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