Sappiamo che i termini felix e felicitas hanno una radice in feo-, analoga alla greca phyo-, che significa “potenza germinatrice”, “potenza generativa”, “potenza di costituire una generazione vitale compiuta”, “potere di fecondità”, di abbondanza e fruttuosità. Notiamo, assai significativamente, che fela è la mammella e fela–x è l’emissione del latte dalla mammella, da cui anche la possibilità di intendere il felix come colui che attinge il latte-luce, ovvero la scienza divina della mammella-potenza divina costitutrice della realtà intelligibile. Nella tradizione religiosa romana il termine felix indica tutto ciò che produce frutto, ma anche tutto ciò che ha compiuto il suo atto pienamente, ovvero tutto ciò che è stato portato a compimento e che ha portato a termine un processo verso un fine. Si dice felix anche ciò che è produttivo, efficace, positivamente concluso, e quindi possono essere felices determinati enti, come gli arbores, così come gli homines, ed anche gli acta. In generale felix è ciò che ha avuto buon esito, che si è compiuto così come doveva essere compiuto, quanto è ben riuscito, ben fatto, completato e dunque perfettamente attuato.
Possiamo ora comprendere meglio la stretta relazione che esiste fra fortvna e felicitas. La fortvna è quella particolare disposizione della Providentia che rende possibile la piena attuazione di un atto secondo giustizia, perciò il soggetto è fortvnatvs quando fruisce delle migliori condizioni oggettive, che dipendono sempre dagli Dei, affinché egli possa portare a compimento l’atto proprio della sua natura, o ciò che è in accordo realmente con il suo fine di bene. I due termini, fortvnatvs e felix, sono rigorosamente religiosi, essi hanno un senso preciso solo se vengono usati nel contesto della Providentia Divina, in quanto attengono all’attuazione provvidenziale dell’essenza di un dato ente. In particolare l’uomo può essere detto veramente felix quando è compiutamente attuata la sua natura, ovvero, come abbiamo visto, quando realizza la conoscenza perfetta della Cavsa Cavsarvm, e in ciascuno dei suoi atti egli esprime questa conoscenza nella compiuta attuazione della ivstitia. Nella corrispondenza analogica dei vari significati, si può dire che l’uomo è felix quando è pienamente compiuto, ovvero quando fruisce pienamente dell’essere. Il perfettamente felix si identifica all’atto divino del suo essere, che coincide con la piena attività della sua divinità, nella quale è compresa anche la conoscenza della Causa Prima, del Principio causale trascendente ed eterno di tutte le cose, una conoscenza che equivale alla compiuta conoscenza di sé. Il soggetto felice, come sappiamo, è anche colui che è fortunato, ovvero è favorito, propiziato e autorizzato dagli Dei, vi è dunque una stretta relazione fra chi è felix e chi è fortvnatvs, colui che ha ricevuto fortuna, traduce la sua felicità nella prosperità e nella vittoria secondo la Giustizia Divina. Venvs, in quanto Felix, distribuisce la fortvna e media la Gratia di Dio, colui nel quale Dio si è pienamente manifesto, come Enea, fruisce nell’immanenza della pienezza della Sua Gratia–Fortvna, ovvero risulta essere figlio della Sua Venvs Genitrix costitutrice di Felicitas. Se la felicitas dell’animo coincide con la piena attuazione del suo essere proprio, questo risultato non è indipendente da fortvna, in quanto è Dio che vuole che l’animo si realizzi in un dato modo, e perciò lo favorisce con la Sua Elezione e dunque anche con la Sua Grazia-Fortuna. La felicitas è dunque il risultato e la presenza di una precisa attività divina nell’animo e negli atti dell’uomo, è un risultato ad un tempo voluto dall’uomo e concesso da Dio, se vogliamo è ciò che si realizza secondo un preciso disegno provvidenziale, per il quale Dio vuole manifestarsi nell’animo dell’uomo, ma l’uomo deve prendere atto di questa disposizione e volerla, accordandosi a Dio operante in lui. La felicità viene dunque acquisita con il valore, la virtvs, ma la sua attuazione esistenziale fortunata deve essere impetrata e propiziata con la pietas.
Affinché la fortvna esistenziale sia pienamente costituita nel senso della felicitas, è sempre necessario il concorso degli Dei, perché l’estrinsecazione della virtvs nell’azione vittoriosa non dipende direttamente dall’animo, a differenza della beatitvdo. La felicitas in atto nell’azione dipende dalle “circostanze esteriori”, ovvero dalla disposizione provvidenziale di Fortvna, perciò la felicità dispiegata ha un carattere fuggente, transeunte ed impermanente, l’esito felice è sempre in bilico fra diverse condizioni e dipende dall’accordo dell’atto compiuto dall’uomo con la Volontà o la Provvidenza degli Dei. Questo vale sia che si consideri la felicità nel suo essere contingente, sia che la si consideri nella sua predestinazione, e quindi in rapporto all’elezione trascendente. Quando nell’uomo si esprime la pienezza della virtvs, insieme alla pienezza della fortvna, si realizza la perfezione nell’atto esistenziale della stessa virtvs, in tal modo si conseguono anche la signoria, la vittoria e il trionfo su ogni condizione fatale. Da questo stato realizzato è possibile compiere azioni provvidenziali perfette, in accordo con l’ordine fatale integrale.
La fortuna viene “chiesta” dal religioso alla Divinità, ma egli deve accordare la sua azione virtuosa alle circostanze opportune, solo così l’azione può andare a compimento, ovvero può conseguire il suo frutto e la sua vittoria, essendo così pienamente felice. Si può facilmente comprendere che l’azione religiosa, che si svolge nel dominio temporale contingente, deve essere sempre costituita da un accordo armonico della virtvs, ovvero del potere proprio dell’animo, e della pietas, con la quale l’uomo si accorda al potere proprio degli Dei. Nell’Eneide, Virgilio mostra costantemente la fatuità della felicitas esistenziale presente negli esseri che non consistono in se stessi, e che dipendono esclusivamente o prevalentemente dalle “circostanze esteriori”. Didone si presenta perciò come maxima infelix, in quanto la sua “felicità” dipende totalmente dall’oggetto esteriore, dalla “persona amata”, per cui ella è del tutto incapace di affrontare le modificazioni di fortuna e lo sviluppo dei disegni divini in senso contrario ai suoi desideri umani acquisitivi. La fortuna per Didone prende il volto di Chimera, sors infavsta e infelix, dove il termine infelix indica l’infruttuosità dell’azione esteriore, ma anche la particolare incapacità di accordare il proprio animo alle disposizioni della Provvidenza, a partire dalla comprensione dello sviluppo fatale degli eventi.
Sono stabilmente felici, in ogni circostanza, solo le anime virtuose e beate, quelle anime che si costituiscono come tali nella vita e nei relativi Elisi, mentre sono stabilmente infelici i viziosi e coloro che dipendono solamente dalle circostanze esteriori per far maturare il frutto del loro essere. Gli infelici vivono nell’inquietudine costante, questi sono gli empi, perché l’infelicitas è anche una manifestazione di impietas, una mancanza di amor dei e di timor dei, chi è privo di queste qualità religiose non può che essere torturato di continuo dall’inquietudine, dall’ansia, dalla paura e dall’afflizione, così come da ogni tipo di frustrazione. La persona infelix soffre poi di invidia, la quale può giungere fino all’odio estremo e dunque alla volontà di distruzione dell’altro o di sé, di ciò che illusoriamente si crede impedisca la realizzazione della felicitas. Dilaniato dall’erronea disposizione nei confronti del Fato, l’animvs infelix si rende la vita drammatica, lacerata dalle più diverse sofferenze. L’infelix è anche sterile, freddo, acido, amaro, melanconico, disseccato, consumato, il povero infelice si macera costantemente nella sua inquietudine, nella sua amarezza, nella sua afflizione, nel suo dolore, ma tutta questa sofferenza è vana se non si produce una precisa conversione religiosa. Le anime infelici sono collocate nel Tartaro infernale, specialmente nell’oscurità ove regnano le ombre sotto l’albero del pianto, in quanto la vita di queste anime può essere rappresentata come un pianto continuo. La persona infelix, al contrario di quello felice, allontana da sé la fortuna e finisce spesso in situazioni infauste e disgraziate. Se la sua fortuna natale è stata scarsa, la sua vita sarà veramente oscura e negativa, maledetta e rovinosa, tutto attorno a lei volge al male, perché il male è portato nel suo animo, ed è da essa costantemente allevato a causa anche del travaglio che essa patisce per le continue contrarietà a cui è esposta. L’estrema infelicitas produce una sconnessione dell’unità psicofisica del soggetto, perciò l’infelice può perdere il senno, andare incontro a una completa insania mentis, patire un fvror devastante e subire l’invasamento delle Furie, delle Erinni, le quali, quando l’anima è in preda alla peggiore frustrazione, e crede che tutto sia privo di speranza, la spingono all’autodistruzione. Dido demens rappresenta il topos della infelicitas, è proprio il contrario di Aeneas felix, in lei l’amore frustrato, la tendenza alla soddisfazione del desiderio troncata, la gelosia mortale, l’invidia, l’incapacità di accettare le disposizioni fatali, queste pene sono distruttive. L’amore malriposto è sempre causa di inquietudine, frustrazione continua, infelicità, paure, dolori e tristezza, senza fine, specialmente se l’animo è afflitto dalla cvpiditas che dipende dal piacere, dall’appagamento derivato dal possesso degli oggetti esteriori, a causa di queste passioni non vi sarà mai pace, ovunque l’uomo sia.
Nella tradizione religiosa romano-italiana il soggetto felix è anche fortvnatvs, questa duplice qualificazione lega strettamente la felicità determinata dell’uomo all’elemento trascendente, cioè alla Volontà Divina e alla disposizione provvidenziale, in quanto senza il favore divino nulla è possibile all’uomo. I greci definiscono il soggetto fortvnatvs come eutyches, in questo attribuito il prefisso eu- sta per “retto”, “giusto”, e tyche sta per “fortuna”, “favore”, l’eutyches è colui che ha “successo religioso” in quanto è favorito dalla Fortuna, cioè dalla Provvidenza degli Dei. L’eutyches è diverso dall’eudaimon, in quanto l’eudaimon è colui che è in atto come retto o giusto daimon–genivs, ovvero come l’animvs che costituisce la presenza di Dio nell’uomo. L’eudaimon è l’uomo la cui essenza divina è in atto, perciò la sua natura è pienamente realizzata e, con essa, la sua più intima virtvs-areté, la sapientia-sophia; la possibilità di conseguire questo risultato è nel potere dell’animo.
Il termine eudaimon è analogo al latino beatvs, che sta per bene actvs, ed indica l’animo costituito in atto secondo il bene, cioè in accordo con la realizzazione della sua natura propria, e perciò anche con la disposizione divina che lo ha generato. Trattando le cose in modo più preciso, possiamo dire che l’animo che è in atto secondo la sua essenza è beatvs, mentre la retta attività della sua essenza nell’esistenza è felicitas, infine la fortvna consente alla felicitas di conseguire il pieno successo religioso nell’azione temporale. Quando l’animo gode di una particolare elezione provvidenziale, e dunque dispone di un particolare favore divino, egli è destinato alla felicitas anche nell’azione, perché in essa viene attuata provvidenzialmente la Volontà dell’agente divino, nella quale si risolve la volontà dell’agente umano. Dio è Beato e Felice in eterno, egli è sempre in accordo col suo essere proprio, sia secondo l’essenza, sia in tutti i suoi atti, inoltre egli attua perfettamente la Sua Essenza, senza alcun impedimento ed ostruzione, ma anche senza differire mai l’azione rispetto alla Sua Volontà. Per analogia l’atto dell’essere nell’uomo è sempre compiuto secondo la sua essenza quando l’animo è in atto secondo la sua natura, perciò l’animvs beatvs fruisce immediatamente di sé, della sua essenza, e quindi anche della pienezza del suo bene. Quando l’animo conosce Dio immediatamente egli coincide con Dio e fruisce della stessa beatitudine, in quello stato beatitudine e felicità coincidono perfettamente, allora colui che è pienamente “augustificato”, e dunque ha raggiunto la sua attività virtuosa esemplare, presenta anche una beatitudine e una felicità esemplari, le quali vengono espresse in evo nella sua azione provvidenziale integrale. È chiaro che la beatitudine e la felicità divine esemplari costituiscono la perfezione per l’animo dell’uomo divinizzato, sono il risultato del compimento ultimo della sua natura, la quale, totalmente glorificata, si irradia nell’azione perfettamente provvidenziale e teofanica, in cui la stessa felicità ha la sua perfetta attuazione nell’esistenza. Quando l’animo dell’uomo viene pienamente glorificato esso può compiere pienamente il suo ufficio religioso, attuando perfettamente il disegno fatale di Dio per il quale è stato costituito, e, allo stesso tempo, può operare per la conduzione di tutti gli eventi secondo il fine teologico ultimo del perfezionamento di tutti gli enti, in accordo con l’insieme totale dell’Esistenza Universale.
L.M.A. Viola
Estratto da Saturnia Regna n. 66, “Victoria aeterna e felicitas imperatoria”
© A.R.Q. Associazione Romània Quirites
C.so Garibaldi, 120 – Forlì
Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione anche parziale, se non autorizzata in forma scritta dall’Associazione.