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La Fides e la Pietas

Enea è perfetto nella fides, attraverso l’elevazione alla divinizzazione perfetta ha avuto accesso agli Arcana Fatorvm, così il suo animo si è risolto nel Dio Principiale ed è divenuto perfettamente impassibile rispetto ad ogni modificazione contingente. Statuita la perfetta identità con la Volontà Divina, Enea affronta ogni evento assegnato nella maniera più magnanima e perfetta possibile. Fino a quando non si ha la piena conoscenza dei Fata Iovis, l’animo conserva un limite, permane nell’incertezza, deve essere disposto verso il Padre degli Dei secondo retto timore razionale. Anche la Madre Venvs non conosce l’integralità del Fatvm, l’unico che lo comprende integralmente e lo trascende è Ivpiter, le linee parziali del Fato sono rette da divinità che dipendono da Dio Padre, come la Dea Venere, la Dea Giunone, le cui funzioni sembrano in contraddizione e in contrasto fra loro, ma in realtà mirano sempre al Bene Universale ultimo. Quando Enea giunge alla perfezione dell’apoteosi consegue la piena conoscenza del Fato, una volta che ha integrato la sua mens nella Mens di Dio, vede tutto nella onniscienza divina, ogni oscurità, ogni limite, ogni distinzione dei suoi atti individuali, rispetto all’atto unitario ed eterno della Provvidenza Divina, sono risolti.

Enea mostra la fides divina esemplare, egli stesso diviene mediatore di questa fides, quella fides a cui Re Numa dedicò il culto. Numa attribuì alla Fides il potere di mantenere la Giustizia e, dunque, la Pace, in ogni ordine dell’Essere. È attraverso Fides che Ivpiter sancisce ogni ente, secondo la sua natura, nella Ivstitia. Ogni ente ha un vincolo causale con la Causa Prima che è Dio, la Fides presiede al rispetto del creditvm che il Dio ha riposto nell’essenza del causato all’atto della sua costituzione, perciò il Dio è il primo che rispetta la Fides, in modo imperioso e sovrano. Egli l’ha costituita sopra ogni cosa, quale garante della sua Ivstitia, del vincolo ontologico che Lui pone in tutto ciò che è costituito dal suo Essere secondo Ivs, in modo fermo, saldo e immutabile. La Ivstitia Divina, e il Fatvm che ne è svolgimento, sono rispettati in ogni ordine dell’essere grazie a Fides, vincolo ineludibile che lega indissolubilmente il causato al Causante.

In seconda istanza, la Fides Divina immane nell’animo che ha raggiunto la conoscenza causale ed essenziale di Dio e degli enti. Quando l’intelletto vede essenzialmente il Vero, crede ontologicamente, il credere divino che si costituisce determina la Fides esemplare, che è identica alla Fides Universale che mantiene tutti gli enti allineati alla Volontà Divina, nel rispetto della Giustizia. Il sapiente presta culto alla Fides Divina, egli onora la Natura di Dio e del suo Impero, perciò conosce anche l’ordine necessario attraverso il quale Dio vincola tutto a Se stesso, nella Giustizia. Numa, in quanto religioso esemplare, presta un culto speciale alla Fides Divina dell’Animo e di Dio, la sua fides è costituita sulla certezza metafisica della conoscenza essenziale, sulla Sapientia Divina, per cui egli sa che il Dio, gli Dei, rispettano sempre e infallibilmente la loro parola, lo Ivs, il Fatvm, cosicché ad ogni azione rituale corrisponde sempre un effetto necessario ed inevitabile. Numa mostra come la fides vada riposta in primis in Ivpiter, perché in tal modo è riposta assolutamente bene, poi va posta negli Dei che sono costituiti dall’Impero di Giove. Dio è l’Essere Eminente, il Vero Supremo, del quale il soggetto può essere assolutamente certo, Egli è perfettamente affidabile, non tradisce mai, rispetta sempre la giustizia con fede, indipendentemente dall’uomo che non ripone la fede in Lui. Allo stesso modo si può considerare l’Augusto, che è Dio vivente presente, e tutti i Padri Divini autorevoli che hanno realizzato la Maiestas Divina.

L’arcaico sacerdote italico possedeva la conoscenza essenziale della potenza del rito, detta frite, questo termine ha un corrispettivo nel latino fretvs, il cui significato è analogo a fides. Dal lessico religioso umbro vengono anche termini come siso-, sio-, e sisovio-, che indicano il garante del rispetto della ivstitia, del medos, della misura e della regola divina, perciò anche della osservanza dei riti e della pietas. Nella stessa religione umbra il Dio Fiso o Fisovio è considerato un’ipostasi di Ivpiter, Esso riceve l’attributo di Sancio, in quanto sancisce, rende sacro e inviolabile l’atto e l’oggetto attraverso la sua presenza in esso. Sancio o Sancvs garantisce l’immanenza del Medos divino, termine equiparabile a Fas, perciò è detto anche Meddix, Medicvs, perché costituisce la Giustizia Divina, che reca con sé la Pax, la Salvs e l’integritas. Anche a Roma Ivpiter è indicato come Divs Fidivs, altrimenti detto anche Semo Sancvs, in questo suo aspetto presiede ai pacta e ai foedera, perciò è garante della pax, del rispetto fedele della giustizia. Connettendosi ai fondamenti teologici della fede Cicerone dice: “Fvndamentvm avtem est ivstitiae fides, id est dictorvm conventorvmqve constantia et veritas”, dunque la fede è il fondamento del rispetto della giustizia, perciò garantisce l’osservanza dei patti e della parola data, con costanza, verità e lealtà. La virtù della fides garantisce il rispetto dei rapporti religiosi, giuridici e sociali, il primo tipo di rapporto è quello che si costituisce fra gli Dei e gli uomini nella religio, da questo rapporto derivano tutti i rapporti giuridici e sociali fra gli uomini. La violazione dei retti rapporti fra gli uomini è, per il religioso romano-italiano, equivalente alla violazione della giustizia che gli stessi Dei hanno costituito. Nella moderna società, atea e areligiosa, tutti i rapporti di giustizia sono violati.

Numa aveva la massima fiducia negli Dei e nell’efficacia della religione e del rito. In possesso della sapienza divina, Numa confidava sull’assoluta lealtà degli Dei, su questa lealtà devono essere fondati i rapporti fra uomo e Dio, e fra uomo e uomo. Il termine “lealtà” non ha un’immediata corrispondenza nella lingua latina, viene dalla parola “leale”, che a sua volta viene dal francese antico leal, divenuto modernamente loyal. Il termine leale significa legale, latino legalem, il suo significato indica ciò che è conforme alla lex, alla legge. Essere leale vale dunque come essere rispettoso della legge, essere fedele a ciò che è legalmente stabilito, e dato che la fedeltà alla Lex Divina, che è eternamente stabilita, fa il vero religioso, essere leale, in senso essenziale, è proprio del vir ivstvs. Gli Dei sono perfettamente “legali”, osservano la Lex Divina e lo Ivs in modo incorruttibile e immodificabile, perciò la loro “lealtà” è degna della massima corrispondenza, perché sono i primi a rispettare la fides in modo esemplare.

Numa è certo che gli Dei eseguiranno correttamente tutto ciò che deve essere compiuto attraverso il ritvs, nel rispetto dello Ivs Sacrvm. Disponendo adeguatamente il ritvs, secondo lo Ivs, il pivs raggiungerà, infallibilmente, un preciso risultato. Il vero sacrvm facere è centrato sulla conoscenza della legge causale necessaria che regge il colere, la pietas fonda su sanctitas, la scientia colendorvm deorvm, senza la conoscenza della Divinità e della sua attività, conoscenza che costituisce la fides certa nel buon esito dell’azione religiosa, la pietas non è mai adeguatamente fondata. Numa ha una fiducia giuridico-religiosa perfetta negli Dei, perché sa che daranno luogo ad un certo risultato se egli rispetterà fedelmente, lealmente, la loro disposizione di giustizia. Perciò Nvma pone la sua fides nell’essenza del rito, del sacrificio, egli crede nell’esattezza tecnico-oggettiva degli stessi, grazie alla sua fede sapienziale sa che è possibile attuare azioni religiose potenti. Il sacrificante che dispone divinamente dello Ivs Sacrvm ottiene ciò che vuole dal ritvs, perché fonda ogni sua operazione sull’efficacia causale che gli Dei hanno disposto. Numa è dunque l’esempio della fede religiosa perfetta, la quale ha un carattere oggettivo ed essenziale, che trascende le dimensioni relative della fede fondata su retta opinione e della fede razionale.

Il tempio della fede è il cuore di ogni religioso romano-italiano, è per la fede che il vir si unisce agli Dei saldamente e osserva fermamente l’officivm di pietas. L’animo retto, normale, fonda sul primo credo, sul credere Deos, da questo credere deriva tutto, i rapporti retti fra gli uomini e gli Dei e fra gli uomini. Di un soggetto che non fonda sul credere Deos, che non è religioso, non ci si può veramente fidare, né in modo essenziale, né in modo contingente, per cui le relazioni che si svolgono fra un soggetto religioso e un soggetto profano devono essere soggette alla cavtio. Può essere detto vir bonvs solo colui che osserva la fede in Dio, perché solo nel rispetto di questa fede è possibile attuare la giustizia. L’animo che è fermo in questa fede è giusto, chi non è fermo in questa fede non può mai essere giusto, sotto qualsiasi profilo, neanche nelle situazioni contingenti. L’animo ateo è illuso di essere giusto, ma soggiace ad un’apparenza di giustizia. Il soggetto ateo non può discriminare ciò che è giusto da ciò che è ingiusto, è sempre ingannato dal sistema illusorio della falsa giustizia nel quale si trova intrappolato.

L’ateo è soggetto alla falsa credenza, nella quale il credere non si costituisce secondo conoscenza vera, ma secondo opinione vuota e falsa, secondo credvlitas. Il credvlvs ha posto, attraverso un processo falsato della conoscenza, il suo credere in ciò che non è vero, ha dato consenso a ciò che gli appare vero, un “consenso” che si è costituito attraverso la sensazione, la passione, l’opinione vuota. Il credvlvs manca di arte dialettica e dell’autonoma capacità di discernere il vero, perciò è sempre sottoposto alla estorsione sofistica della convinzione, che opera secondo passione, sensazione, emozione. Ciò che fa leva sul suo amor proprio, sulla gratificazione della sua superbia, lo cattura, lo affascina e perciò il credulo viene preso al laccio dell’inganno. Da millenni, l’azione dei sofisti è stata condannata, essi approfittano degli incapaci di discernere, dei deboli di ragione e discernimento, dei creduli carnali. Alla fine dei tempi la credvlitas è estremamente diffusa, mentre il retto credere è estremamente raro. Il credvlvs non è affidabile, chi dipende costantemente dalle sue sensazioni, dal suo sentimento, dalle sue reazioni passionali, da ciò che gli appare, dalle sue opinioni senza fondamenti epistemici è vuoto d’essere, di realtà, perciò privo di ogni consistenza, anima vagula, è leggero e mutevole secondo gli accidenti. Il credulo è un soggetto vano, alla deriva, sballottato sia dai sofismi delle sue opinioni passionali, sia dai sofisti dei quali è vittima. Non c’è niente di peggio che trovarsi nello stato del credulo, come un burattino egli è costantemente manipolato, a sua insaputa, dalle opinioni comuni, dalle convenzioni, alle quali crede come se fossero vere.

Il contrario del credvlvs è il vir bonvs stabile nella retta fides, un soggetto affidabile che rispetta la Giustizia Divina, perché fondato nel credere Deos. Senza questo stato retto e normale dell’animo, non può mai prodursi un’azione corretta. La bona fides, la firma fides, devono essere ricercate con assiduità, non si può lasciare spazio alla credvlitas e alla pertinacia in essa. La disciplina protreptica conduce al retto credere, al credere Deos e dunque alla prima recta fides. Per radicarsi nel credere Deos bisogna vincere ogni tendenza superba e viziosa, perciò occorre che l’animo si applichi alla temperantia e alla fortia. Una volta ottenute queste virtvtes si costituisce la firma fides, attraverso la quale l’animo si radica saldamente in Dio, in modo pressoché immodificabile. La fermezza nella fede, propria al vir bonvs, costituisce il contrario della pertinacia del superbo, che si attiene rigidamente alle sue convinzioni vane ed erronee, difendendole a tutti i costi contro ogni evidenza, ponendosi persino in contrasto con l’autorità religiosa e gli Dei.

La bona fides è presente solo nel vir bonvs, perché egli è stabile nella virtvs, fondamento della fides firma e intemerata. Con firma fides il pivs si salda nella recta opinio, ma se mancano temperantia e fortia la fides diventa incerta, instabile, soggetta all’influsso di opinioni vuote e passioni. L’animo deve lottare a lungo per liberarsi dalla credvlitas e dalla perversa fides connessa, sia la superbia, che le passioni, lo portano costantemente all’errore. Mentre colui che ha raggiunto la stabilità nella fides intemerata presenta una rettitudine e una bontà d’animo permanenti, la sua condotta è sempre coerente, per cui in tal caso si può dire veramente: “dicta fides, seqvitvr fata”. Il vir bonvs non presenta mai doppiezza, dissimulazione, ambiguità, non è mendace, né falso, né ipocrita, ma saldo e firmvs nella recta opinio, è anche legalem, leale, sincervs, verax, all’opposto del pertinax, che, irrigidito nella credvlitas infondata e nella vacva opinio, rimane infidvs e inivstvs.

La fides romana è strettamente connessa a ivstitia ed è vincolata alla pietas. La sapientia, che permette di conoscere essenzialmente il Dio, fonda il credere, da cui deriva la fides. Fulcro della fides, come sappiamo, è l’amor, attraverso il quale l’animo si unisce all’essere del Dio nel credere. L’amor costituisce il legame fondamentale che salda fermamente l’intelletto e la volontà nel Dio, questo legame è fides. È per questa fides che la ivstitia può essere osservata con fermezza e dunque può essere attuata la pietas con spontaneità, ne consegue infine l’edificazione della Pax e della Salvs.

In Enea troviamo la perfezione di tutti gli elementi che costituiscono l’animo religioso, perciò Enea è anche il modello del fidelis. Egli sviluppa una fede crescente negli Dei e nella Giustizia Divina, fino alla perfezione, che consegue dalla visione essenziale degli Arcana Fatorvm. Oltrepassati tutti i limiti umani, la fides di Enea non è più soggetta alla relatività e agli accidenti, perciò non è determinata da elementi eteronomi, ma è radicata nella certezza metafisica della visione diretta della Natura Divina, quindi è saldissima e incrollabile. In Enea la perfetta visione del Divino determina la forma esemplare del Credere Deos e dell’Amor Fati, dai quali deriva infine la Fides Divina nella Perfetta Bontà e nella Assoluta Giustizia degli Dei. La Fede Divina rende Enea compiutamente impassibile e invincibile, perciò anche invulnerabile a tutte le circostanze. In Enea si trova la fede sapienziale nel Vero e nel Giusto, dalla quale deriva l’esecuzione dell’ufficio divino supremo, che ha un esito provvidenziale assoluto.

L’esempio di Enea si costituisca nel cuore di ogni vir vere romanvs, illumini la sua condotta, animi la sua fides, lo renda fermo nei suoi officia di civis, senza deviare dai giusti negozi, mantenendo la lealtà-legalità nei confronti degli Dei, dei Padri, del Popolo, della sua Gente, dell’Umanità. È per la fides che il vir osserva la triplice pietas, non viola nessuna obligatio giuridico-religiosa e rispetta il padre, i parenti, i fratelli, gli amici, ecc. Perciò Sallustio può dire che il vir è “magnifico negli onori resi agli Dei, …e fedele verso i suoi amici”, ma se nell’animo si infiltrano i mali dell’ambitio e dell’avaritia, si sviluppa la corruzione, perché “l’avarizia distrugge la fede, la lealtà, la probità e tutte le altre buone virtù; al loro posto compaiono la superbia, la crudeltà, il disprezzo degli Dei e la venalità che queste cose inducono”.

La fides è un valore fondamentale nella civitas, senza fides religiosa non può essere osservata la pietas, perciò la ivstitia scompare da ogni istituzione, per essere sostituita da ogni abuso e sopruso. Perciò non vi è niente di peggio della perfidia nelle relazioni, nei rapporti giuridici, nei contratti, nei patti. Con la perfidia la civilitas è distrutta, se ogni negozio diventa infidvs, inaffidabile, falso, ingannevole, se dietro ad ogni faccia apparentemente amica si trova il nemico, il malfattore, il traditore, il fraudolento, allora ogni evento si svolge nell’inquietudine e nella mancanza di secvritas. Tutta la vita diventa insidiosa, oscura e ambigua, menzognera e dissimulata, quando nell’uomo manca fides, egli pensa solo ai suoi interessi e si rende malevolo nei confronti di ogni cittadino.

La honesta fides non può mai lasciare il cuore del vir, nessun cedimento deve essere possibile. Sia sempre rispettata la sentenza relativa al popolo romano-italiano: “sacrata gens, clara fides”, perché l’uomo italiano è nel mondo per essere autore divino di Pace e, dunque, deve essere esemplare nella giustizia, attenendosi incrollabilmente alla fides e alla pietas conseguente. Ogni uomo religioso rispetta l’officivm, assolve i suoi compiti di fides e pietas, in qualsiasi stato, dignitas e ordo si trovi. Il vir bonvs fonda ogni suo atto sulla fides negli Dei e nei Maiores, traduce la sua fides nella pietas erga Deos ed erga Divi Parentes, inoltre egli compie il culto del Lare familiare, del Genivs e rispetta il Mos Patrivs. Il vir vere romanvs rispetta i vincoli parentali e gli uffici reciproci, fonda i rapporti umani sui rapporti divini, corrisponde la pietas che gli Dei hanno verso gli uomini con la pietas dell’uomo verso gli Dei, pone poi ogni negozio in linea con il favore divino. Egli si impegna a realizzare la dovuta virtvs, che rende stabile l’animo nella fides e consente di rispettare ogni impegno che la natura umana comporta. Il vir cerca la perfezione esemplare del civis romanvs, promuove l’amore di gloria e lo spirito di emulazione, affinché i doveri, che richiedono la continuazione del Mos Maiorvm, siano rispettati. Il vir religiosvs educa i figli al Mos Maiorvm, unisce a sé la moglie nell’amore della gloria e nell’ascesa olimpica, coltiva la stirpe e la dignifica con valore. Il vir senex compie il suo ufficio di sapiens, con prvdentia e consilivm, dirige i giovani nella virtvs e suscita in essi l’amor virtvtis. Ognuno rispetti la parola data, l’impegno preso, la responsabilità dovuta, sia fidelis, non cada mai nella perfidia, né nell’infidelitas, osservi il rigoroso rispetto dei patti, degli accordi, dei contratti e non violi le obbligazioni. Il vir abbia presente in che cosa consiste il valore della dextrarvm ivnctio, pegno di salvezza, rappresenti sempre con amore la fides pvblica popvli romani, sia esempio di ivstitia e di bona fides, fondamenti di pietas.

La civiltà romano-italiana fonda su questa condotta sacrale, eroica e regale, sulla condotta del vir vere romanvs, splendore della romanitas, della civitas, della hvmanitas. Attraverso lo sviluppo religioso e civile nella vita privata e pubblica, l’uomo religioso romano-italiano pratica il “vivere militare” e continua ad attualizzare, ora e sempre, il vivo influsso della Providentia Romana. Fedele alla Maiestas del Popvlvs Romanvs, l’italiano coltiva le idee superiori della libertas e della felicitas, in senso sacrale e spirituale, e le traduce nell’attuazione del Regnvm Divinvm, a cui ogni azione della sua vita è ordinata, in funzione della Svprema Salvs Pvblica.

                 “Fondamento poi della giustizia è la fede, cioè l’osservanza della parola data e dei patti, con costanza e veracità.” Cicerone, De Off., I, 7, 23. 

                 “In svppliciis deorvm magnifici, domi parci, in amicos fideles erant”, Sallustio, Cat. 9. 2.

                 “Namqve avaritia fidem, probitatem ceterasqve artis bonas svbvortit; pro his svperbiam, crvdelitatem, deos neglegere, omnia venalia habere edocvit”. Ibidem, 10, 4.

                 Silio Italico, Pun., I, 634.

                 Valerio Massimo, VI, 6.

(Estratto da La Pietas e la Fides di L.M.A. Viola in Saturnia Regna n.53,  I parte)