L’uomo vivente, in quanto anima razionale unita al corpo, può realizzare un primo grado di liberazione della volontà, e quindi acquisire la completa capacità di autodeterminazione psichica, esclusivamente al momento in cui non sussiste più nella volontà alcun condizionamento sensibile e alcuna determinazione passionale da parte del corpo o di oggetti esteriori, e, più in generale, da parte di fini esteriori che non siano il suo essere proprio. Questo risultato equivale alla virtvs della prvdentia, l’elevazione nella quale è soluzione dell’anima dalle limitazioni della vita mortale corruttibile.
La prvdentia è la virtù propria dell’anima ancora associata, ma non più vincolata, al corpo, è una virtù che fonda sulla scienza di sé e sulla scienza del bene e del male relativamente all’azione contingente. Grazie alla prvdentia l’anima realizza la libertà relativa all’uomo psichico polare, il quale risulta così capace della prima vera libertà di determinazione e dell’esercizio del libero arbitrio. Nella prudenza l’anima prende effettivamente possesso di ciò che è in suo potere in quanto ente razionale. Prima di questo stato virtuoso l’anima era determinata da altro, in grado diverso, e non esercitava pienamente il suo potere proprio, inerente alla ratio essenziale separata dalla corporeità. La prvdentia si realizza attraverso l’impassibilitas dell’animo, l’apatheia, nell’impassibilitas si costituisce il primo grado effettivo di libertas dell’animo in quanto principio direttivo del misto anima-corpo. Nella prvdentia l’ego direttivo, principio dell’anima, costituisce la vera signoria virtuosa sul corpo e nella condotta della vita attiva secondo il corpo, questa virtvs è conditio sine qua non affinché si costituisca la basilare vita beata e felice.
Il primo vero grado di libertas che abbiamo descritto, sebbene sia molto raro, è il primo stato effettivo di autonomia, di cui l’animo, in quanto essenza ragionevole, può disporre, perché in esso si stabilisce la vera vita umana superiore a quella dell’animale e alla soggezione alla vita corporale. Prima di questo grado elementare di libertas l’animo si trova in alcune situazioni di relativa “servitù”: la prima è costituita dal non possedere alcuna virtù e dal non ricercarla; la seconda è costituita dalla ricerca delle virtù e dall’attuazione della disciplina per ottenerle senza ancora possederle, neanche in un modo relativo; la terza possibilità prevede che l’applicazione alla disciplina abbia costituito nell’animo uno stato intermedio ancora instabile fra l’assenza e la presenza delle virtù in atto; infine vi è un’ultima possibilità, nella quale la disciplina svolta porta alla realizzazione delle virtù inferiori alla prvdentia, perciò il soggetto non è ancora completamente statuito nella prima vera libertas. In ciascuno dei casi, specialmente nei primi due, non si può parlare, in alcun modo, di possesso di libertà reale, ma solo di primi orientamenti della volontà determinata nel senso della libertà, chi afferma altrimenti non conosce ciò che dice. Fino a quando sussiste il vincolo di un solo desiderio, e la presenza di una sola passione relativa, fino a che vi è qualche assimilazione dell’anima all’identità corporea, con tutto quello che questa implica, non è presente la prima vera libertà.
Alla libertà limitata alla prvdentia si riferiscono gli Stoici, la cui ascesi giunge solo fino alla liberazione della ragione individuale da ogni passione, e perciò alla statuizione dell’anima nell’apatheia-phronesis. Questa limitazione della realizzazione deriva dal fatto che la Stoa identifica il vero uomo con il logos immanente nella psiche, in tal modo viene esclusa l’essenza divina e trascendente dell’uomo, il nous o l’intellectvs. Il saggio stoico realizza effettivamente solo la perfezione del logos discorsivo, e perciò la relativa perfezione della scienza razionale oggettiva di carattere mediano e immaginale, da cui derivano l’apatheia psichica e la perfezione della phronesis, ma egli non si eleva mai all’intellezione pura e separata della noesis. Questa limitazione dell’orizzonte dell’uomo allo stato psichico si ritrova anche nella concezione dell’eph’hemin, di ciò che è proprio dell’uomo e di ciò che è in suo potere, concezione che non attiene all’attualità dell’essenza pura dell’uomo determinato.
Plotino corregge più volte la concezione limitata della libertà presente negli uomini psichici, in particolare negli Stoici, ma anche negli Aristotelici.
Sia l’orizzonte aristotelico, ma specialmente quello platonico della libertà, trascendono la dimensione “limitata” della libertà stoica, anche se quest’ultima, in rapporto agli animi comuni asserviti al corpo e alla condizione carnale mortale, è già una libertà di carattere decisamente elevato, che era già rara al tempo della costituzione della nuova Stoa nel periodo alto imperale romano, ma oggi si può dire che è più unica che rara. Plotino mette in luce i vari termini relativi alla libertà, la cui realizzazione deve prevedere l’attuazione reale di ciò che è vera autarchia. In particolare l’essere libero deve possedere l’autodeterminazione, non nel senso dell’azione esteriore, come nel caso della Stoa, ma nel senso dell’autocostituzione essenziale nell’essere, la quale si realizza solo nello stato autexousios. In questo stato, e solo in esso, l’animo prende possesso pienamente di sé e perciò dispone realmente di ciò che è in suo potere, di ciò che inerisce l’atto libero della sua essenza, che è l’essenza divina dell’uomo individuale.
La libertà metafisica supera la semplice metriopatheia aristotelica, ma anche la stessa apatheia stoica di tipo psichico e determinato, fintanto che sussiste un qualche elemento di passività, ossia fino a quando l’essenza dell’uomo non è pienamente in atto, non vi è vera libertà, in quanto l’atto puro dell’essenza è impedito, più o meno completamente. L’animo determinato dipende sempre da Dio e dagli Dei sovracosmici in modo preciso, ad essi deve rivolgersi secondo la retta relazione, cioè secondo i modi stabiliti dalla religione regolare. Tutta l’ascesi alla libertà dipende da Dio e dal governo provvidenziale, all’animo spetta la parte sua propria. Fino alla completa divinizzazione, comunque, e perciò fino al completo svincolo dalle condizioni fatali determinate, l’animo deve rispettare in modo subordinato le disposizioni divine e svolgere la sua ascesi in accordo con esse.
Non vi può essere dunque vera e compiuta libertà metafisica senza il potere essenziale di autodeterminazione, e specialmente senza l’attuazione del vero eph’hemin, di ciò che dipende veramente da noi. La fondazione autodeterminativa dell’uomo si ha solo nell’atto puro dell’intelletto, almeno fino a questo punto la morale e qualsiasi condotta contingente risultano ancora eteronome e partecipate, il raggiungimento della oikeiosis logica, ma anche il raggiungimento della oikeiosis cosmica, secondo la prospettiva stoica, non sono sufficienti a stabilire l’animvs nell’oikeiosis noetica iperurania, dove egli gode della sua piena libertas e dello stato divino isotheos.
L’azione contingente è ordinata alla libertà solo quando è volta all’attualizzazione dell’essenza dell’uomo, è libera invece quando è espressione dell’attualità dell’essenza dell’uomo. In senso lato, l’azione volta al bene è liberatrice, ma, giustamente, solo l’animo inteso come essenza intellettiva separata in atto è veramente buono e libero. Perciò il bene dell’uomo si realizza nell’attività pura e isolata da elementi inferiori alla sua dignità, e pertanto quando questa attività non è determinata da ciò che non è proprio al suo essere reale. Se l’uomo attribuisce una libertà ad altri stati del suo essere compie un errore sviante. La disposizione della ragione libera da sensazione e passione vale solo per un determinato livello di libertà, così come la disposizione della “volontà nuda”, astratta da ogni desiderio e concupiscenza, si limita al solo livello psichico dell’essere, perciò entrambi questi elementi attengono ad una libertà “condizionata”, non certo “assoluta”.
Solo l’autodeterminazione metafisica è vera libertà, la quale va sempre considerata nel rispetto dell’essenza interiore e delle facoltà relative, perciò non ha niente a che vedere con le facoltà esteriori, né con le attività esterne dell’uomo che si svolgono nello spazio-tempo. È nel nous, nella noesis, che si attua la vera libertà relativa dell’uomo individuale, è lì che il soggetto è veramente hekousios, propriamente in possesso della sua essenza e dunque tutti i suoi atti procedono dall’identità attuale con essa. Nello stato hekousios il soggetto realizza l’apatheia metafisica, puramente intellettiva, e perciò si libera da ogni pathos e dal paschein, cioè dall’attività secondo il vincolo, pasca, termine analogo a quello indù paça, che indica ciò che vincola l’anima alla corporeità, e il soggetto la cui dimensione ontologica è limitata all’identità carnale, il paçu.
L.M.A. Viola
Estratto da Saturnia Regna n. 70
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