Come abbiamo mostrato, la magnanimitas rappresenta la quintessenza della virtvs romana, nelle scritture che narrano delle res gestae arcaiche, la magnanimità viene individuata come il cuore stesso del valore romano e della bontà del civis nell’esercizio della sua funzione di datore di Pace Universale all’Orbe. L’ideale della magnanimità ha determinato la condotta di vita romana per secoli prima che i Padri della tarda Repubblica maturassero l’intenzione di esplicarne la natura e la pratica attraverso il mezzo filosofico, col quale veniva favorita l’applicazione dell’uomo ormai involuto al fine fondamentale della sua vita. La magnitvdo animi venne trattata utilizzando anche due secoli di approfondimento della sua natura che si erano svolti in ambito ellenico, la definizione della magnanimità divenne più articolata e fu esplicata in tutti i suoi aspetti, non di meno conservò il suo autentico valore romano e la sua identità precipua.
I Padri romani hanno fatto giustamente notare che essi avevano più diritto di trattare della magnanimità, rispetto ai filosofi, perché quest’ultimi non facevano che disputare sulla natura di questa suprema virtù, chiusi all’interno delle mura delle varie scuole filosofiche, separati e lontani dalla vita reale dell’uomo. Riferendosi a Catone, i Padri dicevano che delle dottrine filosofiche il romano si serve solo per vivere e giammai per discorrere astrattamente di una cosa o dell’altra, essi avevano di fronte a loro una grandiosa serie di esempi, oltreché una tradizione dell’educazione alla magnanimità che aveva un carattere eccellente. Vi è da dire poi che la magnanimità romana, come abbiamo in parte già visto, supera l’orizzonte della magnanimità ellenistica, sia quella di tipo stoico, che quella di tipo aristotelico, infatti essa presenta un carattere universale integrale ed evidenzia diverse coincidenze con la concezione suprema della magnanimità di tipo platonico. Vi è da dire inoltre che noi possiamo parlare di una Magnanimitas Popvli Romani, in quanto a Roma il supremo valore non si può attribuire ad un singolo uomo, ma, per l’estensione della sua presenza fra i cittadini, si deve attribuire a tutto il Popvlvs Romanvs Qvirites, il quale ha agito unito nell’unico amore della Gloria Divina, in funzione della traduzione dell’Amore Divino Assoluto nella Giustizia Divina Suprema, costituita nell’Orbe mediante l’istituzione dell’Impero Divino integralmente universale.
Innanzitutto dobbiamo correggere un inveterato errore commesso dai moderni filologi, i quali reputano che non esistesse nella Roma antica l’ideale della “grandezza d’animo”, al contrario possiamo dire che esso costituiva il fulcro della cvltvra animi e veniva attuato regolarmente dai cittadini, anche se per diversi secoli non vennero trattate la sua natura, le sue parti e la sua disciplina in modo dialettico, discorsivo e filosofico, come avvenne in Grecia già dal V sec. a.C. Non appena i Padri reputarono necessario adottare uno strumento dialettico più opportuno per esplicitare la natura della virtvs principale, allo scopo di favorire la sua pratica, utilizzarono la filosofia per servire il Mos Maiorvm, così poterono trattare della magnanimità come la specifica virtù del Popolo Romano, virtù che essi consideravano essere la cifra, la misura dell’essere romano eccellente. è indubbio che il vocabolario relativo alla magnanimitas si è perfezionato solo a partire dal II sec. e si è arricchito via via attraverso la correlazione col corrispondente vocabolario greco, ma l’azione filosofica romana fu ordinata a quanto esigeva la cultura romana, in funzione del governo di tutto l’Orbe imperiale.
Si trovano le prime descrizioni del magnanimvs nei primi autori letterari non pontificali, definizioni e argomenti relativi alle virtù principali si trovano in Plauto ed Ennio e in diversi altri che diedero seguito alle loro prime scritture. Al tempo in cui Virgilio svolse il suo magistero, l’articolazione di una “dottrina romana” della magnanimità era ormai ampiamente avvenuta. Secondo il Sommo Vate la Magnanimitas è l’ideale supremo dell’uomo romano, per cui egli definisce Magnanimvs Aeneas più volte e nei modi che abbiamo descritto, inoltre ripone la perfezione esemplare della Magnitvdo Animi in Ivppiter. Enea, grazie alla sua elevatio nei Cieli elisiaci, compiuta attraverso una pietas superiore, raggiunge l’apice del Cielo e lo scavalca gettando il suo sguardo e la sua visione oltre, nella dimensione iperceleste o iperurania, un oltrepassamento che gli consente di integrarsi nella Mens Divina e di assumere la dignità sovrana di Ivppiter e le sue virtù esemplari. A tanto egli doveva giungere per acquisire la dignità del Re Divino Universale e dare compimento alla sua funzione provvidenziale attraverso la palingenesi dell’umanità e la sua restituzione alla sua dimensione originaria. La natura divina universale della magnanimità romana è stata trattata dal Sommo Vate in tutto il corso della sua opera, mettendo in luce come la luminosa consapevolezza della missione universale di Impero abbia sollecitato nell’intero Popolo Romano un’ardente tensione divina alla magnanimità, virtù dalla quale scaturisce la forza per attuare la più perfetta giustizia nell’Orbe. In questa parte della scrittura non trattiamo della magnanimità cantata dai Vati nella loro opera poetica, né della magnanimità esaltata nell’annalistica, ma vogliamo trattare dell’elaborazione filosofica della dottrina e della pratica della magnanimità romana, in particolare dell’opera svolta da Cicerone in tal senso.
L’elaborazione filosofica del concetto romano di magnanimitas è stata influenzata principalmente dalla trattazione stoica di questa virtù centrale, senza che però vi sia stata una riduzione all’orizzonte definito in particolare da Panezio e accolto dal “circolo degli Scipioni”. La concezione più articolata e completa della magnitvdo animi romana, trattata in modo filosofico, si trova certamente nell’opera di Cicerone, a partire dall’orazione Pro Mvrena, la quale riguarda un famoso discorso, tenuto all’interno di un preciso processo, nel novembre del 63 a. C. Per l’Ottimo Padre, il magnanimvs è caratterizzato da una particolare eccellenza nella fortia animi, a tal proposito egli dice: “Constantem enim qvendam volvmvs, sedatvm, gravem, hvmana omnia spernentem illvm esse, qvem magnanimvm et fortem virvm dicimvs”. In questa definizione Cicerone evidenzia che dalla magnanimità scaturisce la virtù della forza, per la quale l’animo virile esprime un’elevata gravità e una calma stabile che lo rende superiore a tutti gli eventi umani, sui quali egli comanda in modo sovrano. La magnanimità non può essere riscontrata in un individuo che si rattrista o che ha paura, oppure è in preda a qualche desiderio o è soggetto ad una allegria che lo altera, queste condizioni passionali sono proprie di coloro che reputano gli eventi umani più importanti, più forti e più grandi del loro animo.
L’Ottimo Padre associa strettamente la sapientia e la fortia nell’unità della magnanimitas: “… nemo sapiens nisi fortis: non cadet ergo in sapientem aegritvdo. Praeterea necesse est, qvi fortis sit, evndem esse magni animi; qvi magni animi sit, invictvm; qvi invictvs sit, evm res hvmanas despicere atqve infra se positas arbitrari”. È dunque molto chiaro, per l’Ottimo Padre, che il magnanimo è colui che disprezza le cose umane e le considera inferiori al suo essere proprio, alla sua dignitas divina, perciò da queste cose non può essere toccato, né alterato, dunque rispetto ad esse risulta invincibile. La grandezza sovraumana rende l’animo forte, in questa forza risplende la sua sapientia, per cui abbiamo la struttura della magnanimitas che è costituita internamente dalla virtù della sapientia, massima elevazione dell’atto dell’animo, mentre esternamente si esprime nella virtù della fortia. Quando Cicerone espone ciò che caratterizza in massima misura il valore dell’animo, la sua honestas, in particolare l’honestas officivmqve, egli afferma chiaramente: “Splendidissimvm videri, qvod animo magno elatoqve hvmanasqve res dispiciente factvm sit”. Per l’Ottimo Padre, la cultura della magnanimitvdo animi ha come termine la sapienza, in particolare è la conoscenza della nobiltà della natura dell’uomo che genera la repulsione ad essere asserviti a ciò che ci è inferiore. La conoscenza della natura divina dell’animo, che è il primo passo da compiere sulla via della magnanimità, determina la volontà nel senso della completa indipendenza da tutto ciò che asserve e condiziona, questa conoscenza è dunque anche il principio della realizzazione della perfetta libertà. Allo stesso tempo questa conoscenza permette di comprendere che l’animo, prima di acquisire stati superiori di dignità, deve obbedire e subordinarsi a ciò che gli è superiore e sovraordinato, Dio, gli Dei, i Divi, i Sapienti, i Padri Magnanimi, l’Ordine Sovrano della Civitas e tutto ciò che costituisce il Bene Pubblico. In ogni caso la magnitvdo animi attiene alla libertà interiore dell’animo, il quale, nel disprezzo delle cose umane, cioè di tutto quello che è legato all’hvmvs carnale e alla condizione corporale, inclusi tutti i moti dell’anima che sono determinati dalla soggezione all’umidità della carne, si rende impassibile e sovrano rispetto a tutto ciò che riguarda la corruttibilità e la morte. Colui che aspira alla magnanimità ricerca solo lo stato impassibile e sovrano su corpo e anima, perché in esso vi è l’affrancamento da tutte le perturbazioni dell’animo, “…ab omni animi pertvrbatione liber sis”. In particolare l’animvs magnvs è excellens, perché egli è stabilito nella contemptio hvmanae vitae, in questo modo viene espressa la dignità della sua natura sovraumana, che è indipendente dalla morte, ma si afferma anche l’attività regale divina dell’animo, per la quale è stato costituito ex Deo in modo da stabilire la Regalità Divina nell’Orbe e, con essa, la Pace e la Giustizia perfette.
Il magnanimo è compiutamente honestvs, per cui svolge il suo officivm senza alcuna mancanza, la sua magnanimità si traduce dunque nell’honestvm decorvmqve, in cui risplende la bellezza di un animo virile, completamente svincolato dalla bruttura delle passioni e dall’asservimento alla cvpiditas. Il magnanimo romano non cerca un’autarchia o un’autonomia per se stesso, ma uno stato libero per il quale egli è capace di perseguire, nell’unità trascendente del Popvlvs Romanvs Qvirites, la Salute Pubblica e dunque il Bene Universale di tutta l’umanità. Solo il magnanimo perfetto è in grado di sacrificarsi integralmente per realizzare il bene comune, perciò può intraprendere grandi imprese, esporsi a grandi pericoli, disprezzare la morte per fare il bene dell’umanità intera, nulla vi è di più glorioso che consacrare se stessi alla Res Pvblica, per attuare un unico mondo di Pace Divina. Solo per il bene comune, e non per la ricerca di onori, potere e ricchezza, o di qualsiasi altro elemento che abbia relazione con la contingenza o la finitudine temporale, il magnanimo impiega la sua vita. In lui l’amore per la grandezza d’animo e l’amore per la Giustizia Divina non sono mai disgiunti, infatti egli “vt nihil a statv natvrae discedas, nihil a dignitate sapientis, robvsti animi est magnaeqve constantiae”.
Il magnanimo è completamente privo di fini di profitto o della ricerca dell’utilità individuale, di ritorni per l’essere proprio, la sua dignità trascende la ricerca degli onori esterni e persino dei regni. Una regola propria del Mos Maiorvm induce il magnanimo a rinunciare anche a ciò che i sapienti invitano a svolgere, come ad esempio l’assunzione del Principato. Chiaro è stato il caso di Ottaviano, il quale si manifestò schivo rispetto a questi elementi mondani, per cui assunse il suo ufficio nella più completa assenza di cvpiditas gloriae e di ambitio, come un vero magnanimo, nel quale il nobile disinteresse per le cose del mondo sostiene la sua più ardente dedizione alla Salute Pubblica.
Alla fine della Repubblica la magnitvdo animi caratterizzava tutti coloro che, col disprezzo di ogni pericolo che potesse pregiudicare la vita corporea, difendevano ad oltranza la tradizione del Mos Maiorvm e lo Statvs rei pvblicae, contro coloro che volevano sovvertire completamente l’ordine civile e religioso tradizionale, mettendo a forte rischio la missione imperiale di Roma. Uomini nuovi provenienti dalla bassa società, contrari alla conservazione della condotta tradizionale, e animati da un’ambitio smisurata, si infiltrarono nei diversi gangli del governo. Ciascuno professava una falsa magnanimità, quella dei demagoghi, i quali esprimono anche una falsa clemenza e una falsa liberalità, vizi che muovevano le loro ambizioni, per soddisfare le quali potevano anche apparire “misericordiosi” e “indulgenti”, ovvero ostentavano hvmanitas come un autentico magnanimo. La vera magnanimità è però priva di ogni ostentazione e dissimulazione, il magnanimo non viola mai il diritto, ma lo difende ad oltranza, a costo della sua vita, non cerca di attirare in modo demagogico la simpatia popolare, non è dedito ad elargizioni per accaparrarsi l’attaccamento degli umili, non svolge mai azioni che sopravanzino la verità e la giustizia, per soddisfare le passioni del volgo o per ricercare il sostegno della forza bruta delle masse. Il magnanimo romano sovraordina sempre la gravitas e la severitas a qualsiasi misericordiosa, quanto irrazionale, filantropia di carattere carnale, egli non manifesta mai alcuna debolezza pietistica passionale verso gli inferiori.
La magnanimità che venne attribuita a Cesare fu molto spesso controversa, quelli che ne sostenevano l’azione gliela attribuivano, quelli che invece lo avversavano, gliela negavano. Con l’istituzione imperiale la magnanimitas divenne un attributo esemplare del Princeps, associata alla clementia, della quale è causa immediata. La magnanimità si riconobbe a colui che aveva la capacità di condurre gli uomini alla giustizia, senza arrecare loro umiliazioni, ingiurie e offese. Da questi tratti essenziali della condotta si deduce che il magnanimo è quieto e calmo, tranquillo e mite, anche quando esercita con signoria la fermezza e applica con inflessibilità le pene, in lui non si trova mai alcuna collera, un vizio tipico dei fanciulli, dei soggetti femminili, dei deboli e dei viziosi, nel quale non vi è nulla di nobile. L’ira implacabile non si addice al magnanimo, e perciò nemmeno al Principe, in quanto egli è la presenza immanente di Dio, e come tale deve esprimersi nei confronti di tutti gli uomini.
Augusto, il Principe ideale, ha espresso la magnanimità ideale, ovvero la suprema magnanimità sapienziale, che si sovraordina alla magnanimità di tipo volitivo e morale. Il modello della magnanimità augustea è rimasto insuperato nei secoli, la sua essenza è sintetizzata nel clipevs virtvtis che il Senato dedicò ad Augusto nel 26 a. C., per celebrare l’esercizio della condotta magnanima del Principe nei confronti degli Dei e della Patria. Nel clipevs si evidenziano la virtvs, la clementia, la ivstitia e la pietas con le quali Augusto ha condotto il suo Principato esemplare, queste virtù traducono nell’azione divina imperiale la sua magnanimità esemplare. Nell’Optimvs Princeps Avgvstvs è certamente assente la cvpiditas regni, perché è inammissibile che una tale passione sia presente in colui che possiede la magnitvdo animi in modo eminente, così come sono assenti dal suo animo l’ostinazione e la durezza, che invece si presentano negli ambiziosi e negli orgogliosi, in coloro i quali rappresentano la negazione della magnanimitas.
“Il vir che qualifichiamo come magnanimo e forte dev’essere per noi una persona equilibrata, calma, grave, superiore a tutti gli eventi umani”, Cicerone, Tvsc. Disp., IV, 28, 61.
Non vi è sapienza senza fortezza: quindi l’afflizione non toccherà il sapiente. Inoltre, necessariamente, l’uomo forte è dotato di grandezza d’animo; per cui chi è magnanimo è sempre invitto; chi è invitto disprezza le cose umane e le considera al di sotto della sua dignità”, Ibidem, III,7, 15.
“Splendidissimo a vedersi è quell’animo grande ed elevato, che disprezza le cose umane”, Cicerone, De Officis, I, 18, 61.
“… nell’essere libero da ogni perturbazione dell’animo …”, Cicerone, De Officiis, I, 20, 67.
“… non si discosta per nulla dall’ordine della natura, né dalla dignità del sapiente, in quanto animo saldo e sommamente costante…”, Ibidem.
L.M.A. Viola
Estratto da Saturnia Regna n. 70
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