In diversi articoli abbiamo già descritto le linee fondamentali di un processo attraverso il quale si sta cercando di ricostituire la spiritualità originale, ma in modo rovesciato e parodistico. Questo fenomeno è certamente stato favorito dall’abbandono progressivo della dimensione del sacro nell’umanità europea, dal quale si è via via sviluppata la modernità a partire dal XVII secolo. In particolar modo negli ultimi due secoli si è entrati nella fase finale dell’involuzione della presente civiltà postindustriale[1], nella quale ormai si è eclissato completamente ogni riferimento alla trascendenza divina, al dominio sovrannaturale dell’esistenza, e perciò anche alla dimensione spirituale della vita dell’uomo. Occorre essere molto attenti a tutti gli indirizzi che promuovono, ripresentano o ripropongono la restaurazione del “sacro” nella postmodernità, nella società iperconsumistica, perché, nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di operazioni ingannevoli. Le varie forme di “restaurazione” presentano spessissimo un carattere controtradizionale, molte sono volte alla commercializzazione di uno pseudosacro presentato secondo le modalità tipiche della società iperconsumistica e degli indirizzi neospiritualistici, ogni moto rivolto in tal senso va completamente condannato[2]. In particolare va condannata la riproposizione ingannevole del sacro attraverso l’allestimento di “supermarket”, “ipermarket” e “centri commerciali” dello spiritualismo, ove il sedicente “sacro” o il sedicente “religioso”, vengono



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