Per trattare della natura della virtus romana è necessario riprendere brevemente la descrizione della natura dell’animo e della composizione dell’uomo vivente. “Tu vero enitere et sic habeto, non esse te mortalem sed corpus hoc; nec enim tu is es quem forma ista declarat, sed mens cuiuque is est cuisque, non ea figura quae digito demonstrari potest. Deum te igitur scito esse …”[1]. Come in tutte le religioni tradizionali integrali anche la religione romano-italia­na afferma l’identità di natura e sostanza fra l’animo individuale e l’Animo Divino Supremo, identità per la quale l’animo vivente dell’uomo risulta essere una mani­festazione determinata e particolare dell’Essere Divino che costituisce l’Identità Divina Principiale. Allo stesso modo, come dice Cicerone, l’animus-mens è ciò che nell’uomo costi­tuisce l’elemento ontologico in cui si risolve la sua identità permanente, l’animus è un Devs, il quale, in realtà, non è che la presenza immanente del Devs Princeps che regge e governa il triplice mondo manifestato. L’animus è indicato anche come nvmen nella tradizione, quando di esso si vogliono evidenziare gli effetti virtuosi della sua presenza divina operante. In ogni caso il numen praesens nell’homo non è mai separa­to dal Numen Princeps, dal Principio Numenico Universale, vale a dire dalla sua vera



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