Tutto ciò che abbiamo descritto riguarda il fine che ciascun religioso romano-italiano deve attuare, il modello della realizzazione perfetta dell’uomo è costituito dall’Avgvstvs, nel quale beatitvdo, felicitas e fortvna sono pienamente attuate. Così come la Fortvna redvx, anche la fortuna vittoriosa e gioiosa caratterizza sempre l’Augusto, colui nel quale gli Dei hanno voluto costituire la loro completa presenza e attraverso di lui hanno attuato il loro disegno provvidenziale universale. All’Augusto è connessa una fortuna divina intrinseca, così come la vittoria, la pace e la salute, questi compimenti rivelano anche la sua felicitas, la quale è comunque dovuta ad una perfetta condotta religiosa sostenuta dal Favore degli Dei, in primis dalla Divina Madre che conosce i Fata Iovis e dunque la Fortvna secondo i data fata di ciascun ente. La fortuna propria del singolo uomo è assegnata al momento della sua determinazione causale, in rapporto alla vita che deve manifestare nel mondo e dunque per il compimento di un dato fato. Il fato assegnato deve essere conosciuto e assunto in modo pio dall’uomo, perché è suo ufficio condurre la sua parte, il ruolo nella sua vita, in base alla persona-maschera che gli è stata assegnata in principio.
L’Augusto è semper felix, grazie alla felicitas avgvsti egli può rendere felix lo stesso Imperivm nel suo complesso, perciò si può parlare anche di felicitas imperii, derivata dalla presenza provvidenziale agente di colui che è perfettamente felice e svolge un’azione perfettamente provvidenziale, mediante la quale il mondo umano è posto nella pienezza originale dell’essere, nel suo stato aureo, dunque è reso compiutamente felix. Grazie alla sua felicitas l’Imperator sviluppa e produce una prosperità per tutti gli enti, i quali dipendono dalla felicità imperiale, così come tutti gli enti dell’universo dipendono dalla Felicità di Dio, mediante la quale Egli li sostiene e li porta al loro pieno compimento, secondo un ordine provvidenziale preciso.
È significativo che Marco Valerio Messalla, a nome del Senato del Popolo Romano, abbia salutato Augusto, in quanto Padre della Patria, in questo modo: “Sic enim nos perpetvam felicitatem rei pvblicae et laeta hvic precari existimamvs …”. In questa formula si nota chiaramente la relazione che esiste fra il possesso della felicitas nell’Avgvstvs e la sua funzione di mediatore della felicitas divina nell’ambito della Res Pvblica e del mondo, in quanto Devs Praesens, l’Avgvstvs rende immanente la felicitas deorvm nella felicitas hvmani generis. Perciò l’Avgvstvs permette ai romano-italiani, e all’umanità intera, di beneficiare della protezione divina espressa nel termine felicitas, per l’aeternitas, sia in senso arcano, che in senso esteriore. Senza la presenza dell’Augusto la felicitas hvmani generis non può esistere compiutamente nel mondo, perché la presenza dell’Avgvstvs equivale alla stessa presenza di Dio e del Suo Regno, con la Sua Pace e la Sua Giustizia. Senza il governo provvidenziale dell’Augusto, che rende immanente la felicità eterna di Dio, non vi sarà mai una vera Salute Pubblica nell’Orbe.
Esiste un motivo preciso per cui i Cesari prestavano un culto arcano alla Dea Venere, essi associavano questo culto a quello della Dea Roma. Fin dalla restituzione integrale del culto misterico di Venere in Cesare, e con la definizione precisa della cultura rituale della Victoria e della Felicitas, l’Avgvstvs ha individuato nella provvidenza venerea l’attività attraverso cui la Dea distribuisce la fortuna, quel potere favorevole capace di assicurare agli uomini pacem veniamqve devm, ovvero il sostegno nell’essere e la grazia divina. Venere ha accompagnato tutta l’ascesa politica di Cesare e sotto i suoi auspici egli ha collocato l’ottenimento dei suoi poteri religiosi, ma anche la sua stessa apoteosi. Il Cesare, consapevole della sua relazione con la Dea, ha collocato proprio la sua apoteosi nel segno di Venvs, significativamente il rito apoteosico, che dispone la migrazione celeste dell’anima di Cesare, è avvenuto durante la celebrazione dei giochi in onore di Venvs Genitrix. È chiaro che la persona religiosa romano-italiana venera gli Dei perché concedano pace, romanvs veneratvr Devs vt pacem veniam accipere, questa affermazione compendia l’essenza romana della pietas rituale in particolare, ma anche della pietas morale, la quale, come sappiamo, ha sempre la priorità e la supremazia sulla prima. Si propizia la venia attraverso il venerari, quella particolare attività “devozionale” che non può mancare nell’animvs religiosvs et pivs.
La tradizione religiosa patria mette in evidenza la stretta connessione che esiste fra la pietas e la felicitas, dal principio della Repubblica è stata curata la particolare relazione che si deve stabilire fra la corretta presa degli avspicia e la felicitas della civitas. In questo caso si aveva un’espressione integrale dell’esercizio rituale della pietas, mediante la quale ogni azione del Popolo Romano veniva accordata alla Volontà Divina, in modo che il suo svolgimento avvenisse in modo felice. Una connessione molto importante esiste anche fra la svpplicatio e la felicitas, in quanto la svpplicatio è fondamentale per l’espiazione, che ha lo scopo di ricostituire le condizioni precedenti la deviazione dalla condotta rituale regolare, irregolarità che altera la felicitas civitatis, e richiede l’attuazione di azioni rituali purificatorie, rettificatorie ed espiatorie precise. Livio tratta in modo chiaro della connessione che esiste fra l’Imperivm, l’avspicivm e la felicitas, tre elementi che sono strettamente congiunti nella teologia della victoria e nella fondazione teologica dei trionfi romani. Secondo Livio omnia prospera evenisse seqventibvs Deos, perciò è necessario che tutte le azioni, specialmente in ambito pubblico, siano svolte secondo un retto Deos seqvi, ed il primo atto fondamentale che permette di accordare le azioni particolari degli uomini alle circostanze disposte dai Fata divini è costituito dalla retta presa degli auspici.
Come abbiamo visto, nello sviluppo temporale della Repubblica il rapporto fra la virtvs e la fortvna viene considerato in modi diversi, con alterne accentuazioni, ora di un polo ora di un altro. Nella contrapposizione fra Mario e Silla abbiamo un’espressione esemplare della dialettica virtvs-fortvna, il primo, Mario, centrava totalmente la sua condotta sul culto primario della Virtvs, mentre il secondo, Silla, incentrava principalmente la sua azione sul culto di Fortvna. Secondo Mario la virtvs propizia la vittoria e il trionfo, per Silla invece questi risultati sono dovuti alla fortvna, in particolare Silla fece centro sulla sua “elezione” e sul favore che credeva di ricevere dagli Dei, a partire dalla felice predisposizione fatale costituita alla sua nascita. Attorno a questi due personaggi fondamentali della Tarda Repubblica, si sviluppa tutto il discorso successivo relativo ai due aspetti fondamentali da considerare nella condotta religiosa personale dell’uomo romano-italiano. Cicerone ha approfondito filosoficamente e teologicamente, nelle sue orazioni e nei suoi trattati, la natura della virtvs e della fortvna e la dinamica dei loro rapporti, e, specialmente, come l’uomo romano deve disporsi nei loro confronti. La cultura della virtvs deve sempre prevalere, in ogni caso, l’elevazione nella virtvs, fino a raggiungere la virtvs perfetta, è nel potere dell’uomo, la fortvna deve essere considerata come una conseguenza di questa condotta, o, meglio ancora, come una particolare manifestazione dell’approvazione degli Dei della bontà dell’uomo virtuoso. La virtvs garantisce, in qualsiasi circostanza e in qualsiasi condizione di fortvna, la fermezza nella retta condotta, mentre l’abbandono a fortvna è sempre deleterio, anche per coloro i quali hanno espressamente ricevuto una particolare fortvna natale, il caso di Silla lo dimostra. Cicerone tratta poi della polarità esistente fra Lucullo e Pompeo, e dalla loro vicenda trae spunto per mostrare ancora quale debba essere il retto rapporto fra i due elementi fondamentali della disciplina religiosa romana: la virtvs deve avere il primato sulla fortvna, la cvltvra animi deve precedere e sovrastare qualsiasi condotta rituale esteriore volta a procurare venia e fortvna, per non dire del solo affidamento alla propria fortvna natale.
Nell’Avgvstvs abbiamo il modello esemplare della condotta religiosa, in lui vengono attuate, in modo esemplare o divino, le virtvtes, dalle quali dipende la disposizione causale della Fortvna, secondo i modi che abbiamo descritto, per cui nel Princeps vengono elogiate dapprima la virtvs, poi il consilivm ed infine la felicitas, secondo questo preciso ordine. È molto importante ricordare che le vittorie del Princeps avvengono sempre benigno nvmine Ivppiter, e se Ivppiter non fosse benigno, benevolente, la vittoria e il trionfo non sarebbero possibili, e quindi anche l’attuazione dell’Imperivm Divinvm Romanvm, voluto da Ivppiter stesso, mediante il suo popvlvs e attraverso il suo Avgvstvs. È certo che qvibvsdam svmmis viris qvaedam ad amplitvdinem, et ad gloriam et ad res magnas bene gerendas divinitvs adivncta fortvna, per cui l’influsso divino della fortuna imperiale è sempre presente, ma, come sappiamo, nella misura in cui l’Avgvstvs è dignificato esemplarmente in Ivppiter, non vi è soluzione di continuità fra l’attività di Ivppiter e quella di Avgvstvs, attuandosi la prima nel secondo immediatamente, senza alcun conflitto, specialmente senza alcuna alterità. Per cui l’Avgvstvs fortunato è proprio colui in cui Ivppiter si rende compiutamente immanente con la Sua Fortuna, e perciò anche con la sua disposizione vincitrice, mediante la quale attua il Suo Imperivm, stabilendo la Sua Pax e la Sua Ivstitia, e dunque anche la Sua Salvs. In questo modo viene affermata la Signoria di Dio, la Sua Regalità e il Suo Dominio sull’Orbe e nell’umanità intera. In virtù della presenza operativa di Ivppiter in Avgvstvs, l’Imperivm assume un carattere divino e teofanico, quindi la Fortvna Avgvsti è, allo stesso tempo, anche Felicitas Avgvsti, per cui si espande ovunque nell’Orbe terraqueo, per animarlo e “accrescerlo” in un modo arcano, “transustanziandolo”, infondendo ad esso la Gloria Divina e ricostituendolo nel suo stato originale. In questo modo viene ripristinata nel mondo la felicitas dei primordia e la prosperità ad essa connessa, del fatto che la felicitas temporvm ad Imperatoris pertinet, tratta Servio nel commentario alla IV Egloga di Virgilio.
La divina felicità dell’Augusto si irradia, coi suoi benefici influssi, nel mondo intero, tutti gli esseri sono sostenuti da questa felicità. Questa concezione della felicità, intesa come “benedizione divina” dal carattere salutare, analoga a quella che, arcanamente e arcaicamente, riguardava anche la funzione del Divvs Pater Gentis, il quale, sia in vita, sia post mortem, irradiava sempre la sua gloria e la sua felicità trionfale, nei confronti della sua Gens. I suoi discendenti erano tenuti ad operare con fides per accogliere il flusso glorioso benefico del Divvs Pater e mantenerlo vivo nell’immanenza, un flusso di carattere sacrale col quale veniva veicolata anche la fortuna e la prosperità gentilizia. La felicitas imperatoria è il risultato di una dignificazione imperiale vittoriosa dell’animo, e dunque si associa al possesso perfetto dell’Imperivm Divinvm, sia nel senso essenziale, che in quello esteriore, in quella divina felicità si trova la coincidenza della volontà individuale con quella universale, essendo il Genivs Avgvsti identificato al Genivs Mvndi, ovvero allo stesso Ivppiter. Come Ivppiter, l’Imperator è il signore degli avspicia, grazie alla sua perfetta divinizzazione l’Imperatore è persino superiore ad essi, perciò egli attua immediatamente la Giustizia Divina grazie alla Fortuna di cui dispone, e la Felicità caratterizza tutti i suoi atti vittoriosi e trionfali. Cesare fu persino accusato di non rispettare i riti e le disposizioni tradizionali degli avspicia e degli oracoli, tanto che anche il giorno in cui doveva terminare il tempo della sua funzione terrena, prima del momento del “sacrificio rituale” della sua persona, egli procedette con la sua intuizione immediata verso ciò che si stava compiendo, non prestando fede agli avvertimenti dei veggenti, così il suo fato doveva compiersi. Occorre ben capire perché Cesare non tenne in considerazione quei segni e andò direttamente nel luogo in cui tutto si sarebbe compiuto.
Noi dobbiamo attribuire la perfetta felicitas solo a coloro i quali hanno attuato pienamente la loro natura, perciò posseggono la somma virtvs in atto e, con essa, godono di un favore divino determinato. In maniera precisa l’attributo di felix va dato all’uomo romano-italiano perfettamente realizzato, all’Avgvstvs, nel quale si trova quella felicitas imperatoria che coincide con la perfetta felicitas romana, perché in essa viene compiuto l’ufficio supremo assegnato da Dio a Roma, l’attuazione in evo degli arcana imperii e dei data fata del Popolo Romano, e dunque anche dell’uomo religioso italiano. Grazie alla felicitas imperatoria, e alla fortvna connessa, si è ricostituita nel mondo la presenza dell’Impero Divino Universale Assoluto, nel quale sono state stabilite la Pace e la Giustizia che erano presenti nell’età aurea dell’umanità. Mediante la felicitas imperatoria l’Impero è stato sostenuto e custodito in evo, e gli uomini ne hanno fruito fino a che Dio ha voluto. Gli elementi che poniamo in risalto hanno costituito per secoli i punti chiave dei panegirici imperiali, i quali si aprivano spesso con l’invocazione: ‘O te felicem!’, ovvero rivolgendosi al felice per eccellenza, l’Imperator, il quale, grazie alla sua perfetta felicitas era anche perfettamente pivs. L’Imperator, in quanto semper felix, permane immutato nella sua essenza divina, ad esso si addice la beatitudine fin dalla vita presente e poi, una volta elevato nell’apoteosi che lo purifica integralmente dal corpo e dal mondo, il suo essere si stabilisce nella perfezione integrale della beatitudine divina assoluta.
Svetonio, Vita di Cesare Augusto, 58, 2, “… Così noi crediamo di pregare felicità perpetua e gioia continua per la Repubblica”.
Plinio, Natvralis Historia, II, 94.
Cicerone, De Imp. Cn. Pompei, 16, 47.
Servio, Commento alle Bucoliche, IV.
L.M.A. Viola
Estratto da Saturnia Regna n. 66, “Victoria aeterna e felicitas imperatoria”
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