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La relazione che esiste fra virtù, felicità, onore e mezzi esteriori di vita

L’uomo in cui si esprime pienamente la sua vita essenziale, il compimento dell’attività virtuosa di tutte le sue facoltà, con la piena fruizione dei diversi gradi di felicità che quest’attività comporta, viene definito dai greci olbios. Il termine olbios può essere scomposto in due precisi termini, olos e bios, da cui deriva che olbios significa “vivere intero”, “vita integrale”. All’olbios è concesso di godere di tutti i frutti dell’attività virtuosa, ad esso si addice ogni onore e ogni opulenza, quindi anche la piena disposizione di tutti i mezzi di espressione della sua felicità. Secondo l’interpretazione degli studiosi profani, gli antichi erano felici perché possedevano un certo numero di schiavi, un certo numero di buoi o un certo numero di altre cose esteriori, ma è vero esattamente il contrario. Gli elementi esteriori esprimevano solo la natura della loro timè, del loro onore, in quegli uomini religiosi ben misurati, alle loro virtù interiori corrispondevano una precisa prosperità, una data opulenza, dei mezzi adeguati all’attuazione felice delle loro virtù. Quando l’equilibrio delle società religiose tradizionali non era stato ancora alterato, non vi era alcuna distinzione fra la realizzazione dell’essere spirituale dell’uomo e la concretizzazione di questa realizzazione in una vita pienamente attuata, ovvero anche pienamente fortunata, prospera e felice. Ma questo risultato dipende dall’accordo del valore dell’animo con il favore della Divinità, ovvero deriva dalla eusebia-pietas, senza la quale non è possibile creare il giusto equilibro fra ciò che dipende dall’uomo e ciò che dipende dagli Dei. Se si capovolge l’ordine di questa operatività religiosa, se si bramano gli elementi esteriori senza sviluppare il valore, e senza tenere in conto la fortuna, ci si relega alla peggiore infelicità, all’inquietudine perpetua, fino alla completa disperazione autodistruttiva.

Un uomo religioso completo, pienamente attuato nella sua tradizione spirituale, presenta una piena attuazione virtuosa delle sue facoltà, in accordo con l’attività provvidenziale divina, a questa condizione si associano degli atti esteriori precisi, come ad esempio la generazione della stirpe, la costituzione dell’opulenza della propria gente e del proprio popolo, il raggiungimento di determinate cariche civili e religiose, l’attuazione di determinati uffici e ministeri, il conseguimento di date vittorie; in questi atti devono risplendere le virtù e la felicità, così come la magnificenza dell’animo onorevole e glorioso.

Quando il degrado delle stirpi virili ed eroiche è divenuto significativo, già in Grecia si è dovuto mettere l’accento sulla vera natura dell’eudaimonia e dell’eutychia, per evitare che il centro dell’attività dell’animo si spostasse verso l’esterno, e dunque verso la conduzione della vita in modo edonistico. Purtroppo l’ascesa di un demos tellurico ha favorito la diffusione di una concezione invertita della disposizione degli oggetti esteriori, disposizione che va invece intesa come l’espressione esistenziale delle virtù attuate dell’animo divino dell’uomo, piena disponibilità libera di mezzi “ornamentali” che rendono la vita del giusto pienamente onorata, prospera e felice.

L’endiade greca eudaimon kai olbios è simile all’endiade romana felix fortvnatvs, nella quale sono congiunti i due aspetti, interno ed esterno, dell’animo completamente attuato e della sua vita teofanica. Sono gli Dei che dispongono di questi elementi, ed abbiamo visto che è la virtù che propizia la fortuna e non il contrario, per cui la ricerca viziosa della “ricchezza” e del godimento piacevole degli oggetti esteriori indica uno stato perverso dell’animo, e una condotta capovolta rispetto a quella virtuosa. Nella religione greca i termini olbios o makarios indicano sempre la presenza nel soggetto di una particolare benedizione degli Dei, di un particolare favore, così come nella religione romana i termini felix e fortvnatvs. L’uomo felice è colui che gode di una vita favorita dagli Dei, una vita fiorente, fortunata e prospera che gli Dei hanno voluto concedergli, chiunque si reputi felice per suo solo merito, o per la dipendenza fortunata dalle circostanze esteriori, è un insensato che non sa quello che dice e non conosce la natura di ciò che fa. Egli va incontro alle modificazioni della fortuna e all’azione rettificatrice da parte degli Dei in un modo completamente disonesto, perciò incorre nelle afflizioni, nei dolori e in tutti i generi di sofferenza, pene connesse alla sua disposizione empia, superba e tracotante. Se l’uomo non opera con la dovuta pietas, e perciò non si pone nel rapporto adeguato con gli Dei, con coloro i quali hanno il vero potere sulla sua vita, sul mondo e sulle cose, egli non potrà mai ordinare la sua vita in vista del raggiungimento trionfale della piena felicità. L’uomo vizioso ed empio non può trascendere le disposizioni provvidenziali della fortuna e raggiungere la libertà divina, egli non può nemmeno arrogarsi alcun merito, altrimenti andrà incontro ad una insanabile infelicità, oltre ad una serie di conseguenze penose; il Cielo non ha alcuna indulgenza nei confronti del superbo insolente, tracotante e temerario.

Se l’uomo è felice specialmente nelle circostanze esteriori della sua esistenza, è certamente “protetto” dagli Dei, i quali lo rendono fortunato nell’attuazione delle sue azioni, se l’uomo poi gode di qualche particolare grado di elezione, può attuare atti esistenziali in accordo con le disposizioni provvidenziali volte alla realizzazione di un preciso disegno divino. Si deve sempre ricordare che la soddisfazione di desideri concupiscenti e di azioni viziose non costituisce felicitas, perciò non può essere retta da fortuna. Lo stolto dice che è “felice” colui che può appagare i suoi desideri umani, perciò ricerca le condizioni oggettive per soddisfare le sue brame, ma egli non è un soggetto felice, né tantomeno fortunato, è invece proprio il contrario. Come sappiamo, gli Dei possono punire determinati soggetti empi facendoli languire nel piacere e favorendo l’attuazione dei loro desideri, in modo da oscurargli l’intelligenza, in questo modo vogliono allontanarli da loro per motivi espiatori e penali. Quando si fruisce liberamente di un bene, con una disposizione retta dell’animo, sia secondo l’essenza, sia nelle circostanze degli atti dell’esistenza, noi possiamo parlare di beatitvdo, o di gavdivm, ovvero di gioia, ma anche di placere, ovvero di piacere, un risultato che viene dall’atto di “placare”, perciò implica, in qualche modo, la conseguenza di un’azione concordante e pacificante. In tal caso, se si compie un’azione in accordo con la natura propria dell’uomo, si può parlare di “piacere retto”, oppure quando vi è un’azione contro natura si può parlare di “piacere perverso”.

Il soggetto felice e fortunato ha una vita piena e gioiosa nel senso giusto, egli fruisce sempre, nel suo essere intimo e nei suoi atti, così come nelle circostanze dell’esistenza, una gioia continua, inoltre è sempre appagato in modo religioso perfetto. I greci definiscono makariotes la disposizione di uno stato gioioso e beato intenso e perfetto, uno stato che può essere presente solo negli animi divini realizzati anche in questo mondo, ma poi certamente anche quando, senza alcuna relazione con le contingenze, saranno divinizzati negli Elisi. La vita dell’uomo può avere successo, conseguire vittoria e compimento trionfale, solo se è benedetta dagli Dei, se è favorita dalla loro fortuna, se la Divina Madre Venere “bacia” l’animo e raggiunge il cuore dell’uomo. Enea, che per i religiosi romano-italiani rappresenta l’eletto da Venere per eccellenza, è colui che è generato immediatamente dalla Dea ovvero dalla Fortuna Divina, quindi Enea è pieno di Grazia, di favore Divino, ciò è dovuto al fatto che deve compiere un ufficio divino supremo, ovvero deve dare al mondo la perfezione del Bene Integrale nella statuizione della Salute Pubblica.

 

 

L.M.A. Viola

Estratto da Saturnia Regna n. 66, “Victoria aeterna e felicitas imperatoria”

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