Sia nell’ambito pubblico, che in quello privato, nessuno si accosti agli Dei o all’ufficio rituale nelle condizioni d’animo inopportune, senza la disposizione di una sufficiente sanctitas. Finché l’animvs non ha raggiunto un adeguato statvs virilis, deve essere indirizzato alla edvcatio religiosa, deve disporsi come il filivs nei confronti del Pater, al fine di ricevere mediante l’esempio la forma e la sostanza del Mos Maiorvm. L’animo deve sapere che deve separarsi dal corpo per realizzare la virilitas, in questo consiste l’ex-dvcere che costituisce l’ego razionale sovrano sulla facoltà appetitiva e arditiva dell’anima, costituendo la temperantia e la fortia, ovvero le virtvtes relative delle facoltà con le quali l’animo dispone della retta relazione nei confronti del corpvs. Con l’attuazione della fortia, la ratio e la sua attività possono essere liberate dalla soggezione alla corporeità, così l’animo può acquisire la scientia oggettiva del ivs al fine di attuarla nel sacrvm facere. Perciò fino all’acquisizione dello stato virile il soggetto partecipa indirettamente alla pietas privata e riceve incarichi nel culto domestico. Nella misura in cui è pvrvs, si rivolge agli Dei nella modestia e nella fides con atti di pietas elementare, con lo scopo primario di favorire la realizzazione della virtvs, avendo cura di rispettare il ivs sacrvm e obbedendo alle norme dettate dal Pater-Magister nel modo dovuto.
Affinché queste condizioni rituali, di tipo tecnico-oggettivo e non solamente “morali”, siano rispettate, nella religione romano-italiana vi sono specifiche persone qualificate per officiare i riti pubblici e privati. Al compito sacerdotale nessun empio, impuro e temerario, può avvicinarsi, perciò ogni abuso nella religione è punito direttamente dagli Dei e indirettamente dagli uomini. Non si infrangono le consegne sacrali accostandosi impuri agli Dei, in mancanza della dovuta pietas ed esagerando nella suntuosità del rito, altrimenti il Dio stesso si costituisce vindice e punisce immediatamente l’empio temerario.
L’onnipresenza della Giustizia Divina deve essere sempre accolta dall’animo religioso, affinché sia sempre mantenuto l’adeguato timor Dei, e non sia varcato il limite della metvs razionale, come dice Servio riprendendo Cicerone e Virgilio. È molto importante insistere nel tempo attuale sulla necessità della formazione rigorosa di un animvs religiosvs, che è indispensabile per l’esercizio della retta pietas, ma oggi la superbia è estrema, e con essa la temerarietà, perciò molti, afflitti da ambitio, si affrettano al “culto” in condizioni inopportune. La temeratio ha raggiunto oggi un’ampia diffusione e molta confusione si è generata, un grande disorientamento regna fra gli uomini e il retto modo di accostarsi alla religione romano-italiana viene smarrito, sopraffatto da indirizzi illusori e svianti alla “pietas”.
“Sanctvs est qvod ab inivria hominvm defensvs atqve mvnitvm est”, Digesto, I, 8, 8: “È santo tutto ciò che è difeso e tutelato dall’ingiuria degli uomini”.
“Qvi secvs faxit, devs ipse vindex erit”, Cicerone, De Legibvs, II, VIII.
a cura di ARQ
Estratto da Saturnia Regna n. 66
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