A partire dalla negazione a priori dell’Autorità Divina, a cui segue la negazione della regola della tradizione e della modalità opportuna per disporre l’animo ad essa, viene dato sfogo all’anarchia individualista dell’uomo carnale, basandosi su fonti scritturali profane, raccolte da studiosi esteriori, si applicano a presunti “riti religiosi”. L’irregolare accesso alla religione, senza alcuna catarsi dell’animo e senza la formazione della sua ragione e della sua volontà, è un atto empio e sacrilego. L’individuo ignorante e superbo produce una vera e propria “profanazione” del deposito della tradizione,  al quale si applica secondo il disordine impuro della sua improvvisazione temeraria. Se l’animo non si è stabilito nel credere Deos, la pietas è irregolare, fondando su credulitas e superstitio, ogni operazione “rituale” è vana, illusoria, inefficace e soggetta a sanzione divina.

Quando l’animo raggiunge la prima modestia s’installa nel credere Deos, da questo credere procedono la prima fides e il Deos sequi, gli unici elementi che permettono di esercitare la pietas in ogni istante della vita. Senza il credere Deos l’animo si avvicina agli Dei impreparato e immaturo, ancora impuro in diverso grado, egli non può disporre della honesta opinio sul Numen Dei, che sappiamo indispensabile per la retta pietas, perciò le sue azioni “rituali” non sono adeguate.

La costituzione del credere Deos richiede una lunga ed impegnativa disciplina formativa, che non ha nulla a che vedere con l’erudizione sulla natura di un Dio o di un altro Dio, sulla Provvidenza, ecc., ma comporta una completa e concreta conformazione della ragione e della volontà dell’uomo alla Volontà Divina e alla Provvidenza che su di Essa fonda, in modo tale che in ogni momento la vita dell’uomo sia in accordo con la Giustizia di Dio. Se il credere Deos non si acquisisce, l’animo rimane circoscritto esclusivamente ad un vuoto e formale attivismo ritualistico esteriore, ovvero i suoi atti si riducono ad una parodia dell’autentica religio e della relativa pietas.

La condizione di honestas, che presuppone il possesso elementare della recta opinio religiosa, è indispensabile per la pietas, anche se non è ancora sufficiente per il suo esercizio regolare. La conoscenza “onesta” degli Dei è l’elemento primario che qualifica l’animo pio, questa conoscenza deve essere essenziale, ontologica e operativa,  perché deve costituire l’animo in accordo con l’attività divina, perciò per essere ottenuta è necessario affrontare la prassi costitutiva del credere, che si sviluppa nella sequenza specifica di questi stati d’animo: conoscenza, amore, giustizia, fedeltà, pace.

Se il soggetto umano non raggiunge l’adeguata subordinazione all’Autorità Divina non può considerarsi religioso. Senza avanzare in principio pretesa di scientia o sapientia,  egli deve essere persuaso dell’esistenza degli Dei, della loro Provvidenza, del loro Piano Universale di Giustizia e del ruolo che l’animo dell’uomo occupa in esso, questa persuasione deve costituirsi sulla base della sola recta opinio, dalla quale poi è possibile sviluppare lo scire e il sapere[1]. Il discente deve sapere che la Sapienza Divina si trova espressa nella forma della Sapientia maiorum, questa Sapientia è superiore ad ogni filosofia umana e costituisce, per un romano-italiano, la conoscenza suprema, il fondamento epistemico inerrante sul quale misurare ogni attività razionale, perciò colui che si disciplina per ottenere il credere Deos adegua ogni sua attività conoscitiva e giudicativa a questa Sapientia, rimuovendo ogni altro riferimento errante e privo di fondamenta metafisiche di certezza  immutatabile. Sulla Sapientia maiorum, specifica immanenza della Sapientia Divina Aeterna nel principio della religio romana e nella sua Autorità Divina, il discente deve costituire il fondamento epistemico di ogni suo opinare, in modo da costituire la recta opinio su Realtà, Dio, Mondo e Uomo secondo religio.

Il primo grado di costituzione della ragione nella fides magistralis regolare, produce anche il credere maioribus, che risolve l’instabilità e l’erranza della opinazione umana individuale, soggettiva e accidentale, a cui sono soggetti il discente e i profani, prima di radicarsi nella partecipazione alla conoscenza inerrante, un radicamento che permette di oltrepassare la soggezione agli influssi del filosofare umano sviante e alle giustificazioni razionali per la conservazione della “indipendenza” epistemica che ne possono derivare[2]. Fintanto che l’animus non si è reso firmus nella fides nei Maggiori, non deve arrestare la sua attività convertiva, quindi non deve lasciarsi persuadere da eruditi profani, dai sofismi di uomini empi o da filosofie estranee all’onesta opinione religiosa trasmessa dai Padri Maggiori nella tradizione divina. L’auctoritas maiorum, per l’animus che deve divenire religiosus, è elemento al quale tutto va subordinato, in questa auctoritas l’animo deve “ancorare” tutto se stesso con rigorosa fides, al fine di sottrarsi dall’ignoranza, dall’errore e dalle molteplici illusioni maligne che ne derivano. Il discente deve sapere che la tradizione divina autorevole deve essere sempre rispettata senza se e senza ma, ad essa va riservata la fedeltà più rigorosa, nessun tipo di discorso razionalistico o sofistico  deve mettere in dubbio la fides religiosa, fondamento della pietas.

La Seconda Fase della Formazione Propedeutica alla religione indirizza il discente ad affrontare e superare in modo compiuto la superbia dell’animo, la presunzione di conoscere e le conseguenze morali deviate che da questa presunzione derivano.        Da qui può avviare la disciplina di modestia centrata sugli insegnamenti e sulle pratiche di questa parte della Scuola, per cui il discente deve respingere fino ad eliminare ogni moto autoreferenziale e autoaffermativo, che faccia risultare che egli è “autorità” e “giudice” di se stesso e lo spinga ad attribuirsi libertà e capacità di giudizio inerrante senza alcun fondamento. Quando le soggezioni alle convinzioni false, alle opinazioni formate su tali convinzioni, alle passioni che derivano da tali devianze sono risolte, l’animo costituisce il credere Deos secondo recta opinio. Il credere perfetto ha una natura ontologica, è un atto del “cuore”, ovvero, in senso essenziale, dell’intelletto, perciò il vero credere determina un fermo e stabile radicamento dell’intelletto nell’Essere Vero, nella Verità,  nella certezza metafisica immutabile, da cui derivano anche la fermezza nell’esito certo di un’azione, di un rito, ecc.[3]. L’atto del credere, ad ogni livello, fonda, unifica o lega il soggetto credente al creduto, tanto che egli dipende strettamente da esso, in tale modo il suo essere, quanto il suo esistere, vengono determinati dal creduto, da ciò in cui è stato posto il credo. È evidente che, per raggiungere un adeguato credere Deos, trascendendo ogni opinione umana e ogni vana operazione della conoscenza, occorre compiere un’ascesi del credere. Col favore degli Dei è possibile giungere all’immediata costituzione del credere Deos sulla base della “fede autoritativa”, ricevendo la luce del Verbo Patrio nell’essenza del cuore. Questo tipo di credo oggi si produce eccezionalmente, perciò il discente ordinario deve costituire il suo credere attraverso il processo dimostrativo didascalico-magistrale, fino a quando raggiunge una convinzione ferma e stabile circa la Verità Divina espressa nella sapienza religiosa patria, nella quale egli ripone con sicurezza indubbia il proprio essere. Se il discente evita il processo che forma il credere Deos non potrà mai sviluppare un animo religioso, pertanto non potrà mai accedere regolarmente alla pietas.

Il primo credere Deos, che si raggiunge al completamento della Seconda Fase della conversione, stabilisce anche  la prima recta fides, fondamento “tecnico” oggettivo per rendere efficace la pietas rituale, come l’Autorità Divina di Numa ci ha insegnato. Inoltre la fides è garanzia del rispetto della iustitia e, dato che la pietas innanzitutto è iustitia adversum Deos, senza fides vera non è possibile rispettare la giustizia e dunque anche la pietà. Esiste una differenza profonda fra una religiosità irregolare, spuria, irrazionale, critica, che si spinge verso “gli Dei” e ricerca la pratica di “riti”, e la disciplina religiosa rituale scientifica, tecnica, oggettiva, che può essere messa in atto regolarmente solo rispettando rigorose condizioni soggettive e oggettive nell’assunzione della prassi secondo il ius sacrum. Comprendiamo i motivi che spingono certuni a slanci confusi e disordinati al Divino e alla pietà, ma ciò non ha niente a che fare con la religione, specie quella romana, la quale, risulta assai difficile da comprendere all’uomo di oggi e, specialmente, da praticare.

La costituzione della fides nella sapientia e nell’auctoritas maiorum è un atto razionale e oggettivo ben fondato, questa fides si raggiunge solo attraverso una disciplina impegnativa, come succede in tutte le religioni, una disciplina che consente di passare dall’attività opinativa e cogitativa superba dell’animo empio e profano, chiuso nella sua vanitas e nella sua autoreferenzialità, come Turnus, al primo recte credere, nel quale tutti gli elementi impropri che alienano l’animo dalla pietà vengono sospesi e respinti per la prima volta. Ma per credere occorre volere credere, quindi la volontà rettificata deve ordinare tutto l’uomo ad una disciplina profonda per raggiungere la costituzione iniziale della modestia. Se non si ricercano le condizioni che producono il credere, il soggetto non riuscirà mai ad integrarsi  nella Realtà, perciò rimarrà sempre alienato dall’Essere a causa dell’illusione a cui soggiace, prodotta dall’ignoranza metafisica degli Dei, del Mondo e  di sé.

Non può darsi alcun rivolgimento corretto agli Dei, alcun colere Deos se a monte non vi è un credere Deos autentico e onesto. Solo quando l’animo è stabile nel credere Deos può costituirsi stabilmente come religioso pio, in quanto col credere Deos l’animo si è costituito nel rispetto della ratio debiti e, dunque, assolve la sua obbligazione giuridica essenziale, tutto sottoposto e sottomesso agli Dei. Solo quando l’animo si è riposizionato nel suo adeguato luogo metafisico e ha ristabilito la retta relazione a Dio, attraverso il retto temere prodotto dalla modestia, si definisce come bonus, dunque ogni atto della sua condotta diviene castus e purus, perciò presenta tutti i caratteri dello status pius.

Seneca descrive precisamente qual è la condizione essenziale per la quale l’animo trova l’accordo con gli Dei e li rende propizi: “Vis Deos propitiare? Bonus esto. Satis illos coluit quisquis imitatus est” (“Vuoi propiziarti gli Dei? Sii buono. Imitarli è un atto di culto sufficiente”)[4]. Dunque, se l’animo vuole propiziarsi gli Dei, deve essere innanzitutto buono, ed essere buono per l’animo equivale ad imitare gli Dei. Ma se l’animo non rientra in se stesso e non diviene modestus, adeguando ogni suo atto al suo essere, non può farsi bonus, perciò non può nemmeno costituire un atto di culto sufficiente. Il ripristino delle condizioni elementari di bontà è un elemento ineludibile per esercitare la pietas, occorre perciò disilludere tanti che si slanciano verso “gli Dei”, senza alcuna modestia, perciò senza alcuna bontà, i loro atti sono “suggestivi”, ma vani, impuri e temerari. Lo stesso Seneca, prima dell’affermazione riportata dice: “Primus est deorum cultus deos credere…” (“Il primo atto di culto rivolto agli Dei è credere negli Dei”)[5], perciò, fino a quando non sussiste un vero credere Deos non può prodursi nemmeno il primo vero atto di culto. Tutte le giustificazioni che gli empi temerari possono produrre in tal senso sono vane e violano le consegne divine trasmesse dai Padri nei millenni. Le assurde argomentazioni esposte, per dare luogo a pratiche religiose senza il rispetto della costituzione dell’uomo pio, sono un segno dei tempi e dimostrano fino a che punto è giunta oggi la superbia temeraria.

Il raggiungimento dell’elementare stato bonus dell’animus non è cosa facoltativa, ma è la condizione basilare della pietas, del cultus deorum; senza questo stato non esiste l’animus pius, né dunque la pietas. Questo stato dell’animo si stabilisce contestualmente alla prima modestia, alla quale si associa il credere Deos, in presenza di queste condizioni l’animo si accorda agli Dei e può imitarli, perché essi sono sempre buoni e la bontà dell’animo costituisce il fondamento di ogni colere. Dobbiamo ribadirlo ancora una volta, lo status bonus e il credere Deos non sono accidentali, né irrazionali, non sono frutto di suggestioni e aspirazioni immaginarie o sentimentali, ma sono il frutto di un’azione della conoscenza e della volontà che istalla l’animo in sé e nella modestia. Come dice Seneca, poco oltre il passo citato, dal credere procede lo scire, ma il primo credere è anche un primo scire, una conoscenza degli Dei e del loro Governo Provvidenziale che è catartica e convertiva, perciò se il credere è reale e l’animo è buono, tutto l’animo rinuncia, in ogni suo atto, alla sua condotta proterva e determina ogni aspetto della sua vita secondo l’obbedienza fedele al Governo, all’Impero Divino, che presiede ad ogni singolo atto, esterno e interno, dell’esistenza dell’uomo.

Quando l’animus si statuisce veramente nel primo credere Deos, “emerge” per la prima volta dalla soggezione al corpo, dalla determinazione corporale della sua identità, ed anche dalla seconda ignoranza. La sensazione carnale accecante è sospesa però solo in modo iniziale, perché la liberazione dalla soggezione all’illusoria identità carnale, e dalla prima ignoranza, quella ontologica e metafisica, con la prima “virile” apertura, non è certo conseguita completamente e definitivamente.

La soluzione dell’animo dai ceppi del corpo, dalle catene del “carcere cieco”[6], sarà attuata pienamente con la realizzazione delle virtutes purgativae, da cui derivano la prudentia e la perfetta tranquillitas animi. Perciò dal primo credere Deos il regresso alla situazione precedente è ancora parzialmente possibile, quindi l’animo deve stabilire il credere iniziale protendendosi alla realizzazione dei diversi gradi superiori del credere, fondati sullo scire e sul sapere, ovvero sulla perfezione dell’attività della ragione separata dal corpo e dalla sensazione o sulla perfetta attività dell’intelletto separato dalla ragione e dalle sue operazioni distintive. Ma prima di applicarsi allo scire l’animo deve attuare compiutamente e stabilizzare la recta opinio, attraverso la pratica delle virtutes della temperantia e della fortia, che consentono di radicarsi stabilmente, senza più alcuna defezione, nel retto temere e perciò nella retta attuazione della misura dell’azione secondo la Giustizia Divina.

L’animo che ha oltrepassato il varco del credere ha rigettato il riferimento alle false opinioni e si è costituito in Dio, sul fondamento della Sapientia Maiorum, ma la sua ragione si trova ancora in una situazione precaria. L’animus vede riemergere di continuo un cogitare improprio, un’opinazione vuota, derivata da sensazione, passione, dall’accordo con opinioni stolte, ecc., perciò egli reagisce con la disciplina indicata per non incorrere in superbia o umiltà, alienandosi dalla modestia. Egli sa che l’esercizio del suo giudizio dovrebbe essere limitato al minimo possibile e inoltre andrebbe relativizzato alla misura del retto giudizio.

La sospensione definitiva della soggezione all’empeiria-doxa, e all’attività opinativa della ragione sofistica, è un risultato arduo da conseguire, che richiede la realizzazione della perfetta impassibilità e dunque la separazione completa dell’anima dal corpo e da tutte le limitazioni e le distorsioni accidentali della conoscenza che da esso provengono. La costituzione della perfezione della scientia rationalis del Divino, e  di tutto ciò che riguarda i fondamenti eterni della Verità circa la Realtà di Dio, del mondo e dell’uomo, è un risultato elitario, per pauci lecti, a partire da questa scientia si può accedere alla sapientia intellectualis, un traguardo per rarissimi uomini.

Non si può accedere alla sapienza, ma neanche alla scienza, senza avere realizzato dapprima la completa e stabile recta opinio, che per l’uomo attuale è già un risultato assai impegnativo da raggiungere, il quale va conservato con fede rigorosa, questo risultato è aperto ad un numero maggiore di aspiranti alla religione. In ogni caso, per raggiungere la recta opinio occorre che il soggetto voglia, con tutto se stesso, eliminare la superbia, costituire la modestia e radicarsi nella Misura Divina, nella Norma Eterna di Verità e Giustizia, nel mos maiorum per il vir vere romanus. Perciò il discente deve disprezzare con tutto se stesso ogni azione individualistica umana, che provenga dalla vanità presuntuosa e superba dell’ignorante o da qualsiasi altro soggetto che si trovi nelle medesime condizioni. L’animus si fa religioso solo cercando e costituendo la sottomissione attiva della sua ragione e della sua volontà alla Ragione e alla Volontà Divina,  le cui disposizioni sono fissate, nella loro essenza, nel Verbo Sacro dei Maiores, sul quale il religioso modella ogni atto della sua vita, nella ferma fides, evitando ogni deviazione dal termine finale del suo ufficio di Salus Publica.

(tratto da Formazione ARQ, La seconda fase della formazione. La costituzione del credere Deos e l’animo religioso. Il radicamento dell’animo in Dio e nella Sua Sapienza)

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