Skip to content Skip to footer

La società e l’economia iperconsumistiche e i loro effetti distruttivi • 2

Nella fase terminale della catabasi anche il “culto del lavoro”, che è un elemento proprio del quarto stato, viene meno, così come la struttura fissa e regolare del “posto di lavoro”, queste espressioni dell’ideologia delle società proletarie, democratiche e materialistiche, sono ormai oltrepassate verso il basso dall’ultimo degrado dell’attività umana. Negli ultimi giorni degli ultimi tempi il lavoro diviene necessariamente sempre più precario e “flessibile”, i lavoratori non possono più stabilirsi in una posizione lavorativa continuativa per tutta la vita, ma devono continuamente mobilitarsi in modo flessibile, devono ridefinirsi di continuo per affrontare una precarietà che si accresce di giorno in giorno. Il lavoro stesso perde ogni riferimento alle ideologie che ne avevano fatto un oggetto di culto, inoltre anche la residua “moralità del lavoro” viene abbandonata, più che altro si cercano impieghi e occupazioni per fare denaro in ogni modo, allo scopo di sopravvivere o divertirsi, senza scrupoli e al più presto, e specialmente in vista della più rapida soddisfazione del piacere cinetico e della sua più intensa ed estesa fruizione.

Nella società iperconsumistica l’individuo è chiamato a “fare il suo dovere” ordinando la sua condotta al “bene comune” costituito dal P.I.L. Se il P.I.L. non è adeguato sono guai seri, tutta la vita iperconsumistica viene depressa e la “felicità” iperconsumistica viene ad essere ferita o sminuita, per non dire cancellata. Ognuno deve perciò impegnarsi ad accrescere il prodotto interno lordo, che non deve diminuire, né deve diventare negativo, altrimenti subentra “la crisi”, e la crisi economica per l’individuo iperconsumatore è uno spauracchio terribile. In stato di crisi esso pensa di trovarsi in una situazione “negativa”, in una pena esistenziale orribile, allora si impegna per far crescere l’economia, per fare uscire il paese dalla recessione aumentando i consumi e comperando in tutti i modi, non importa che cosa viene comprato e quanto se ne compra, quello che importa è che si compri, altrimenti tutto il sistema implode, e, con esso, l’individuo che ne fa parte.

Per sostenere questo circolo vizioso è molto importante fare ricorso al credito e indebitarsi progressivamente, così il motore della finanza viene oliato e l’economia si accresce. Tutto il sistema deve favorire la dinamica iperconsumistica, interiore ed esteriore, dell’individuo, non deve esserci nulla che gli consenta di uscire da una certa forma mentis e da uno stile di vita rigorosamente imposto da tutti i mezzi comunicativi e “culturali”. L’iperconsumatore deve imparare a vivere a credito, alle dipendenze di chissà chi sta a capo del sistema, prostituendosi in tutte le maniere possibili, al fine di ottenere quel gruzzoletto che gli consente di “essere”, cioè di essere in quanto iperconsumatore, risolvendo il suo destino nel destino della società iperconsumistica. Tutte le azioni prodotte dal sistema sull’individuo devono creare in lui un senso di felicità, esso si sente felice quando concorre a soddisfare le politiche del marketing aggressivo e selvaggio, inoltre si sente felice se non viola le dinamiche iperconsumistiche che regolano ininterrottamente il suo pensare, il suo dire e il suo fare, se questa conformazione al sistema non avviene l’individuo si sente incompiuto ed infelice. In ogni modo ognuno deve adeguarsi al sistema, deve essere introdotto all’iperconsumo fin dalla nascita, al più presto ciascuno deve acquisire tutto quello che un iperconsumatore deve possedere, ma tutto ciò deve farlo facendo ricorso al credito, utilizzando la carta di credito, anche già nell’adolescenza o addirittura anche nella puerizia. Ognuno deve imparare al più presto ad apprezzare il denaro al di sopra di ogni altra cosa, a vivere in funzione del denaro, il singolo deve capire che molto denaro equivale a molta felicità, perché molto denaro permette molto consumo di merci materiali, ma anche merci “interiori”, cioè emozioni molto intense, gratificazioni molto profonde dovute alla stima acquisita nella società iperconsumistica.

A causa di questo diabolico indirizzo le generazioni diventano progressivamente sempre più incapaci di pensare ad una vita stabile, ad una vita costituita dalla capitalizzazione permanente, invece concepiscono la vita come una fruizione immediata e rapida di oggetti di piacere, ma così si accresce la dipendenza dal debito, si riduce il patrimonio delle famiglie e la “ricchezza” si trasferisce nelle mani dei pochi che via via assumono il controllo delle nazioni. Diversi segni rilevanti evidenziano che le nuove generazioni hanno perso ormai completamente le caratteristiche di quelle precedenti, il loro esistere è diventato più effimero e inconsistente, i giovani sono volti alla soddisfazione esistenziale nel presente, e hanno scarse capacità di pianificare il futuro, di vedersi strutturati in un’esistenza come quella delle due fasi che hanno preceduto l’attuale situazione iperconsumistica.

Tutta l’economia è ormai condizionata in senso iperconsumistico e iperfinanziario, nel “modello” di questa aberrazione, negli U.S.A., gli individui sono assuefatti, dipendono dal denaro e ciascuno di essi ha un deficit finanziario enorme. Gli istituti di credito statunitensi sono sempre più volti a finanziare i consumi piuttosto che gli investimenti, perché la promozione del volume dei consumi accresce la ricchezza finanziaria, ma crea anche grandi bolle speculative con possibili conseguenze rovinose. In particolare il sistema di tassazione vigente negli Stati Uniti è ultimamente cambiato, passando dalla tassazione sul reddito, tipica della società solida dei produttori, alla tassazione sulla spesa, tipica della società liquida dei consumatori. Anche il generale taglio delle tasse, come quello operato sui ceti più abbienti, segue questo trend generale, perché la tassazione del reddito è meno redditizia nella società dei consumatori, in quanto tutta l’economia si sposta sulla spesa, la quale diviene la base su cui imporre la tassazione. Quindi la politica economica iperconsumistica presuppone che sia l’attività del consumatore, e non più quella del produttore, a fornire la mediazione fra i singoli e la società nel suo complesso, e quindi è la capacità del consumatore a contribuire al sostegno dello Stato, così esso prevale sul produttore, e tutta la società viene rifondata sul consumo, e, specialmente, sulla sollecitazione dell’iperconsumo.

Anche in Italia l’imposta sul valore aggiunto, l’Iva, a differenza dell’imposta sul reddito, l’Irpef, pone al centro la “libertà di scelta” dell’iperconsumatore, che dovrebbe esplicarsi nella società in cui esso vive, garantendo anche il rispetto dei “diritti umani”. Tutto volge, in senso ultimativo, in questa direzione: se vi sono meno tasse sul reddito, vi sono più soldi da spendere, se vi sono più soldi da spendere sono possibili più consumi, e se vi sono più consumi le tasse sulla spesa, o sui consumi, fanno entrare una maggiore quantità di denaro nelle casse dello Stato, denaro che, a sua volta, viene speso per ottimizzare i consumi, e dunque per mantenere questo circolo vizioso, il quale è alla base del processo autodistruttivo tuttora in corso nelle società finali.

(Estratto da Saturnia Regna n.65, La fine dell’uomo nella società iperconsumistica di ARQ (parte V)

© A.R.Q. Associazione Romània Quirites

C.so Garibaldi, 120 – Forlì
Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione anche parziale, se non autorizzata in forma scritta dall’Associazione.