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La tradizione regolare della religione romano-italiana e la sua continuità nel tempo. Esoterismo e disciplina pontificale – I –

Al principio della tradizione sapienziale e rituale romana vi è dunque Nvma Rex, “legvm scriptor”, il quale dispone la redazione delle scritture ieratiche e arcane originali della religione romano-italiana, i Libri Sacerdotali, nei quali venne riposta la scientia del Ivs divinvm, del Ivs sacrvm e del Ivs pontificvm. Una volta fissati, i Libri furono affidati ai pontefici, dai quali procedette, per tutti i secoli della disciplina del culto pubblico, ogni elaborazione normativa e legislativa, ossia tutte le azioni volte a tutelare la Pax Deorvm Hominvmqve. I pontefici disponevano della scientia ivris e della ivrisprvdentia, perciò, nel complesso, erano i custodi della sapientia civilis, essi, all’origine, conoscevano direttamente l’essenza dei Libri Sacerdotali, che custodivano negli archivi e trasmettevano, nella loro forma concreta, con l’arte filologica specifica. Essi, oltre all’applicazione delle scritture sacre originarie, furono deputati anche alla loro conservazione, interpretazione e trasmissione. In tal modo si costituì la prima “filologia” sacra romana, volta alla difesa della lettera e, indirettamente, dello spirito della religione, una filologia che, fondata sull’intellezione intuitiva sovrarazionale, propria del sapiens, costituisce una scienza sacra di tipo anagogico e simbolico, che consente di conservare la scienza arcana del Divino e del rito attraverso la retta tradizione dei Libri Sacerdotales. Fu anche per la retta applicazione della filologia ieratica, che la ritualità dei sacra e il suo senso misterico poterono conservarsi in tutta la loro potente efficacia per molti secoli. Grazie alla loro avctoritas i pontefici potevano intervenire con responsa o decreta nei vari domini e nelle situazioni più diverse della vita religiosa e civile del popolo romano. Oltre al Ivs scriptvm, i pontefici sorvegliavano anche sull’esercizio del Ivs non scriptvm, che era la parte principale, il quale costituiva l’insieme dei mores e degli institvta maiorvm, un ivs presente nel cuore sapiente dei Patres. Trasmesso con l’esempio, l’oralità e la vita virtuosa, accolto nella fides e nell’amor per la più regolare imitatio, in osservanza della pietas patria, il Ivs non scriptvm, implicitamente presente nei Mores Maiorvm, costituisce l’immanenza della Legge Eterna, della Misura dell’Intelletto Divino, nell’animo sapiente dei Patres, dei Divi Parentes. Questo Ivs costituì il primo nucleo del diritto del popolo romano-italiano, il Ivs Qviritivm.

La pronuncia, il responsvm pontificale, fu per lungo tempo, anche nella Repubblica, esercitato ex avctoritate, stat pro ratione avctoritas, perciò non era mai motivato, “spiegato”, esplicitato dialetticamente, perché aveva il valore di una sentenza divina “oracolare”. La singola persona aveva la possibilità di non tenerne conto, lo stesso valeva per il consilivm. La ivrisprvdentia posseduta dai Pontefici è una scienza di carattere oggettivo, il Ivs trascende anche la virtvs, per cui da esso la virtvs dipende, infatti melivs est virtvte ivs: nam saepe virtutem mali.

L’accesso alla scientia ivris e allo stato pontificale si costituisce alle origini attraverso un percorso ieratico e arcano. Come ogni regolare penetrazione nella scienza divina, anche la prassi romana ha seguito procedure esoteriche precise, alle quali sono stati iniziati i soggetti qualificati. Nel periodo della monarchia solo i patrizi e, per gran parte della Repubblica, solo optimi nobiles, potevano essere accolti alla disciplina sacerdotale.

Cvm mvlta divinitvs, pontifices, a maioribvs nostris inventa atqve institvta svnt, tvm nihil
praeclarivs qvam qvod eosdem et religionibvs deorvm immortalivm et svmmae rei pvblicae
praeesse volvervnt, vt amplissimi et clarissimi cives rem pvblicam bene gerendo religiones,
religiones sapienter interpretando rem pvblicam conservarent.

Dunque solo amplissimi et clarissimi cives potevano ben gestire i culti e dirigere la Repubblica con una saggia interpretazione della religione, ma lo statuto di cives esemplari poteva essere ottenuto solo al prezzo di un’ascesi religiosa, civile e militare precisa, un’ascesi dal carattere elitario, per cui solo optimi cives selezionati avevano il diritto di essere accolti fra i sacerdoti pubblici. Una parte analoga riguardava anche l’accesso al sacerdozio privato. La dignificazione del civis rendeva possibile l’accesso alla scientia ivris, la cui disposizione qualificava i pontefici come interpreti e mediatori della Volontà degli Dei: Eqvidem sic accepi, pontifices, in religionibvs svscipiendis capvt esse interpretari qvae volvntas deorvm immortalivm esse videatvr. I pontefici originali già conoscevano la distinzione dei due piani della scientia, e perciò solo alla scienza sacra attribuivano il valore di sapienza veritativa e normativa, mentre alla scienza profana non davano alcun valore. A tale proposito dice Orazio: “…fvit haec sapientia qvondam, pvblica privatis secernere, sacra profanis”.

La direzione e la custodia della tradizione della religione patria rimasero ben salde nelle mani dei Patres avctores e dei sacerdoti di origine patrizia per circa cinque secoli, la cura dei sacra e la conduzione religiosa della civitas erano riservate solo a persone autorevoli, pienamente qualificate nella scienza sacra, perciò fino al III sec. a.C. “…civile ivs depositvm in penetralibvs pontificvm”, poi l’emergenza eversiva della plebe ha prodotto un’alterazione dei modi regolari della tradizione.

La segretezza pontificale su cui fondava la tradizione divina dei sacra era massima, la scientia ivris veniva trasmessa secondo un esoterismo di metodo che permetteva l’accesso ad un esoterismo di contenuto solo a soggetti qualificati, secondo metodi ieratici fondati sull’oralità e sul rito. L’accesso al sacerdozio, riservato ai soli patrizi, garantiva qualificazioni basilari nei pontifices, così era tutelata la conservazione dello statuto autorevole originario dei sacerdoti, necessario per attuare realmente ed efficacemente la religione potente dei primordia, trasmessa dai Patres prisci, dai Maiores, a far principio da Numa.

I pontefici furono gli unici depositari della “rivelazione” numana originaria, gli autorevoli interpreti della sapienza divina e i capaci attuatori della sua misura nella vita civile degli uomini, per conformare ogni istituzione contingente dell’Urbe alla Giustizia Eterna. Dice Valerio Massimo: Ivs civile per mvlta saecvla inter sacra caerimoniasqve deorvm immortalivm abditvm solisqve pontificvm notvm. Dunque solo i pontefici conoscevano i fondamenti del Ivs civile originale, non distinto dal Ivs sacrvm e fondato sul Ivs divinvm, essi poi, quali veteres ivrisconsvlti, praticavano la segretezza pontificale, la quale era certamente finalizzata a difendere la regolarità della trasmissione potente della sapientia religiosa, infatti veteres illi, qvi hvic scientiae praefvervnt, obtinendae atqve avgendae potentiae svae cavsa pervvlgari artem svam nolvervnt. Perciò i giureconsulti arcaici non davano consvltationes pubbliche, né attuavano un insegnamento esteriore, volgare e democratico, della scienza e dell’arte pontificale. Queste pratiche erano coltivate nella segretezza, secondo la disciplina dell’arcano: “… posset agi lege necne pavci qvondam sciebant; fastos enim volgo non habebant. Erant in magna potentia qvi consvlebantvr”. In queste formule, confermate dall’Ottimo Padre Cicerone, viene specificato che la disposizione della scienza sacra era propria dei soli pontefici, il volgo, privo di magna potentia, non possedeva lo statuto ieratico per esercitare la disciplina autorevole, pertanto ogni approccio “democratico”, o addirittura “socialista” o “comunista”, e più in generale “antielitario”, al deposito della scienza sacra della religione, come sempre più spesso viene proposto da gruppi pseudoreligiosi contemporanei, non presenta alcuna regolarità, pertanto è privo di ogni legittimità.

Il responso pontificale era pressoché sempre rispettato da coloro che lo chiedevano, in quanto “responso oracolare” oggettivo e divino. Rispettare il responso voleva dire integrarsi efficacemente nella potenza della Volontà Divina, nell’opera provvidenziale del Dio che presiedeva alla Salute Pubblica. Chi accoglieva le parole pontificali con la dovuta intelligenza poteva riuscire a vedere il loro senso arcano, e quindi attenersi meglio a quanto indicavano.

Fin dai primordia della traditio pontificalis fu necessario definire una regola della tradizione, facente capo al principio di autorità costituito da Nvma, con la sua Sapientia Divina integrale. Questo principio fu rispettato fedelmente fino al periodo di transizione del IV-V secolo d.C., dagli Ottimi Padri, fra di essi Pretestato, Simmaco e Macrobio. Successivamente il principio dell’autorità numana, rinnovato da Virgilio e veicolato da Pretestato, ha costituito il riferimento della regolare tradizione sapienziale e religiosa romana. Depositata in principio nei Libri, attraverso il primo Pontifex Maximvs, la sapientia romana ha fatto di questi documenti la fonte autorevole primaria su cui fondare ogni interpretatio regolare di elementi attinenti al culto, di ogni responso pontificale relativo alla religio. I Libri Sacerdotales costituivano il “criterio di verità”, perciò erano il fondamento epistemico oggettivo di ogni scienza religiosa romana. Questi Libri furono affiancati ben presto dai Commentaria, che testimoniano dell’antica attività documentaria dei pontefici, in essi vennero trascritti i casi esemplari dell’attività interpretativa dei collegi sacerdotali. Grazie ai Commentari fu fissata la interpretatio pontificale nei supporti scritturali concreti, affinché il senso del contenuto dei Libri non andasse perduto col tempo. Inoltre questa procedura permise di annotare tutti gli adattamenti della tradizione allo sviluppo temporale della civitas. Numa è stato dunque il principio della “redazione” delle scritture sacre, dei Libri nvmae, i quali costituiscono il nucleo archetipico dei Libri pontificvm, come vuole la tradizione antiquaria.

Dalle origine numane, per secoli, i pontefici hanno svolto la loro attività producendo supporti documentali diversi, questi, generazione dopo generazione, furono raccolti negli archivi pontificali e fatti oggetto di revisioni “filologiche” ieratiche periodiche, fino a che giunsero ai giuristi e agli antiquari della Bassa Repubblica. Questo percorso della tradizione fu caratterizzato da una progressiva apertura dei penetrali pontificali, che non portò mai ad una vera profanazione, ma costituì un nuovo piano, più limitato, della ricezione della sapientia civile divina, un piano exoterico in cui si produce un’espressione mediata della sapienza arcana, fondamento della religio romana.

L’ininterrotta catena della tradizione è stata preservata dall’ufficio divino dei Padri, stabiliti nella dimensione della virilità spirituale fondata sulla sapienza divina. Essi costituiscono il nucleo primario della tradizione patria e la loro fedeltà alla regolare trasmissione è stata un esempio per tutti i religiosi romani nei secoli. Un autentico patriziato di sapienti potenti ha custodito la sapientia costitutiva della civitas originaria e della religione relativa.

L’esoterismo metodico, osservato per l’accesso all’Ordo Sacerdotvm, ma anche per l’ammissione al Senatvs, garantiva la custodia qualificata del Mos Maiorvm con adeguata avctoritas, la trasmissione esoterica fu però progressivamente insidiata dall’ascesa della plebe, fin dal principio della Repubblica, anche se solo nel 366 a.C. si ebbe il primo console plebeo, Lucio Sestio Laterano, mentre bisogna giungere al 172 a.C. per vedere, per la prima volta, due consoli plebei.

La via alle magistrature si aprì nella seconda parte del IV secolo a.C., in tal modo fu aperto il varco per l’accesso della plebe in Senatvs. I plebei pretesero la titolarità degli avspicia, a questa pretesa si oppose originariamente il censore patrizio Appio Claudio Cieco, attorno al 300 a.C., facendo presente che, se gli avspicia fossero passati ad un titolare plebeo, gli sviluppi, per quanto riguarda la regolarità della loro detenzione e tradizione, sarebbero stati catastrofici, la civitas sarebbe piombata nel disordine e avrebbe conosciuto la distruzione, questo esito fu quasi raggiunto nel I sec. a.C., dopo che l’eversione popolare e plebea spinse la Repubblica sull’orlo del baratro. I patres conservarono sempre l’avctoritas patrvm, mentre i plebei, il cui accesso in Senato rendeva possibile l’appartenenza alla nobilitas, parteciparono alla sola avctoritas senatvs.

Nel 300 a.C., la Lex Ogvlnia consentì ai plebei di divenire pontefici. Il primo Pontefice Massimo plebeo, Tiberio Coruncanio, si ebbe nel 254 a.C., egli introdusse per la prima volta l’uso di pvblice profiteri, ossia di dare responsi giuridico-sacrali in pubblico. Con questo evento simbolico si può determinare il principio della costituzione in senso exoterico dell’esercizio pontificale. A quest’azione si aggiunse la pubblicazione delle legis actiones da parte dello scriba di Appio Claudio, le leggi ieratiche che regolavano il processo civile-religioso; oltre alle leggi furono pubblicati anche i Fasti, ai quali il volgo, come abbiamo visto, non aveva accesso. Il processo di esteriorizzazione del deposito della sapienza sacrale pontificale equivalse dunque ad una certa exotericizzazione della tradizione segreta. Questo sviluppo è visto positivamente da molti studiosi profani attuali, costoro presentano una disposizione antitradizionale e sono impegnati a sostenere le ragioni della plebe e della democrazia e ad avversare ogni esoterismo di metodo e di contenuto, predicando un’indefinita concezione antielitaria della religione romana. Le procedure a cui abbiamo accennato non comportarono un effettivo accesso della plebe alla dimensione essenziale, esoterica, della sapienza pontificale romana, la quale, per sua natura, rimane inaccessibile agli approcci esteriori, ma da questo periodo la sua difesa e la sua custodia furono assunte da una ristretta élite della nobilitas.

La natura essenziale di ciò che venne pubblicato rimase, dunque, per la sua dimensione, per il suo statuto intrinseco, che è di carattere divino e sovraumano, “segreta”, ciò che attiene al mistero non può essere conosciuto dal soggetto limitato ad un dato stato ontologico e gnoseologico. L’accesso alla sapienza mitico-rituale dei pontefici richiede, comunque e sempre, la realizzazione di uno specifico stato dell’animo, nel quale viene attualizzata l’intellezione pura di carattere sovrarazionale. La conoscenza intellettiva rimase sempre in possesso di una élite pontificale e della nobiltà qualificata, questa conoscenza, occorre ripeterlo, non può essere democratizzata artificialmente, in alcun modo. Va detto inoltre che, anche la scienza religiosa di ordine razionale deve essere acquisita rispettando la tradizione, attraverso l’applicazione rigorosa all’ascesi filosofica, come è accaduto anche nel contesto del pontificato degli ultimi tre secoli della Repubblica, servendosi della disciplina pitagorico-platonica e poi anche di quella stoica. La sapienza pontificale è di ordine metafisico e divino, rimane perciò sempre interdetta a coloro i quali non presentano le qualificazioni per accedervi, allo stesso modo rimangono inattuabili le procedure sacrali potenti, che solo gli autorevoli pontefici sapienti sono in grado di compiere. Un soggetto limitato ad un dato piano dell’esistenza può comprendere solo ciò che il suo livello ontologico gli consente, un livello nel quale si risolve anche il suo orizzonte intellettivo. A causa del suo limite, e spesso inconsciamente, il soggetto tende a ridurre ciò che recepisce alla sua dimensione esistenziale, in tal modo egli rimuove quanto vi è di più essenziale nel deposito della tradizione divina e si attiene, se regolare, ad una dimensione più o meno limitata di partecipazione alla verità e alla religione.

L’accesso esteriore alla sapienza rituale romana può determinare sia la limitazione della tradizione ad un dato orizzonte, sia una corruzione della stessa, fino alla sua completa profanazione, come è accaduto in diversi casi nel tempo e come accade specialmente oggi. Quando alla tradizione divina si applica un soggetto privo delle più elementari e regolari qualificazioni religiose, la corruzione e lo storpiamento della verità sono inevitabili. Le interpretazioni della religione romana, date dagli insipienti e vanagloriosi studiosi moderni, o anche da tradizionalisti vagamente romaneggianti, sono spesso contrarie all’interpretazione regolare che i Padri hanno sempre fornito. Le diverse figure dei sedicenti “esperti” esprimono spesso i limiti ontologici ed eruditivi dell’individuo materialistico postmoderno, per cui le loro interpretazioni tendono a misconoscere l’origine divina della tradizione religiosa romana e finiscono per trattarla come “cosa umana”, come un’opera di individui umani deboli ed erranti, soggetti a paure e a molteplici “fantasie irrazionali”, oltreché a condizionamenti “storici”.

Ciò a cui gli studiosi vorrebbero applicarsi è in genere troppo elevato per il loro stato ontologico e intellettivo, inoltre si rivolgono alla tradizione senza un animo religioso e con mezzi decisamente inappropriati, per cui un regolare accesso ai misteri divini non è loro possibile, specialmente se si affidano al “metodo scientifico”, del tutto inadeguato per intendere lo spirito essenziale di ogni forma religiosa e ancor più del Mistero di Roma e della sua religione. A causa di questa impostazione, ogni interpretazione della religione romano-italiana, e della sua civiltà, viene pesantemente travisata e deformata, sia dai profani, sia da coloro che si rifanno alla Sapienza Divina senza il rispetto della regola della tradizione. L’ufficio divino della trasmissione della sapienza arcana fu affidato in principio a soggetti sovraumani, che possedevano la virilità spirituale. I Padri Sapienti hanno definito la modalità originaria della tradizione della religione patria, al loro modello occorre ininterrottamente rifarsi.

                 Cicerone, De Rep. V, 3.

                 Ennio, Hectoris Lytra, 155-6.

                 “Tra le molte istituzioni che gli Dei, o pontefici, hanno ispirato ai nostri maggiori, non ce n’è una che sia più bella della loro volontà di affidare agli stessi uomini sia i culti degli Dei immortali, sia i supremi interessi della Repubblica, affinché i più autorevoli e illustri cittadini assicurassero col loro buon governo la conservazione dei culti e con una saggia interpretazione della religione la prosperità della Repubblica.” Cicerone, De Domo sua, 1, 1.

                 “Da mia parte, o pontefici, ho capito che la cosa essenziale che sorregge la religione è l’interpretazione di ciò che si vede essere la Volontà degli Dei immortali”. Cicerone, De Domo sua, 41, 107.

                 “Così a quel tempo era la sapienza: distinguere il pubblico dal privato, il sacro dal profano…” Orazio, Ars poetica, 396.

                 Livio IX, 46, 5.

                 “ Il diritto civile, che per molti secoli non era stato distinto nettamente dai riti e dalle cerimonie degli Dei immortali, era noto solo ai Pontefici…” .Val. Max., II. 5. 2.

                 “… quei nostri antenati, che si dedicarono alla scienza religiosa, allo scopo di ottenere un accrescimento della sua potenza, non vollero che la loro arte fosse divulgata”. Cicerone, De Oratore, I, 41, 186.

                 “Un tempo pochi sapevano se una una cosa poteva essere fatta o no secondo la legge; il volgo

non aveva fasti. Coloro che venivano consultati erano nella grande potenza…” Cicerone, Mur.11. 25.

               Varrone, in Festo, p. 204 (L).

L.M.A. Viola

Estratto da Essere Italiani, vol. I

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