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La tradizione regolare della religione romano-italiana e la sua continuità nel tempo. Esoterismo e disciplina pontificale – II –

Numa dona le leggi

La situazione che Roma attraversò fra il III e il I secolo a. C. presenta delle analogie col processo che interessò altre tradizioni religiose del Mediterraneo. Il progressivo occultamento dell’intelligenza spirituale interessò dapprima la massa del volgo, ma poi si estese anche alle aristocrazie a capo delle diverse civiltà religiose. Perciò anche fra di esse il possesso della conoscenza metafisica immediata, fondamento delle tradizioni spirituali e civili autorevoli, fu compromesso, così la disposizione della sapienza si restrinse ad esigue cerchie e, allo stesso tempo, l’accesso alla conoscenza divina originaria si rese sempre più difficile. In pari tempo si affermò il primo individualismo razionalistico di tipo sofistico, il quale si applicò alla critica umana della religione divina. La soggezione ai limiti della ragione umana favorì anche lo sviluppò della prima scepsi e il tentativo di corrosione delle certezze sacrali su cui le civiltà religiose fondavano da millenni.

Quando la catabasi dell’umanità raggiunse un punto critico, gli Dei vollero dare agli uomini la Philosophia, la cui comparsa, nel VI secolo a.C., deve essere considerata come il segno di un passaggio dell’umanità ad un nuovo stato e, allo stesso tempo, come un atto provvidenziale che il Dio Apollo operò specificamente in Pitagora, con lo scopo di fornire agli uomini, la cui intellezione era ormai soggetta ad un oscuramento, un nuovo mezzo, al fine di preservare o recuperare la Sapienza Divina, quella sapienza su cui fondava la visione-rivelazione divina originaria che era alla base delle religioni. La Philosophia è amore della sapienza, stvdivm sapientiae, ad essa va attribuita la prima ermeneusi ieratica della rivelazione mitica, favolosa e rituale, della teologia e della religione arcaica.

Il sodalizio pitagorico fu pioniere nell’applicazione del metodo allegorico all’interpretazione di Omero ed Esiodo. L’interpretatio-commentatio della scrittura poetica sacra, nella quale erano state espresse la teologia e la scienza sacra in modo criptico, e del complesso delle pratiche rituali del culto, portò alla costituzione, su basi dialettiche, di un discorso esplicativo relativo alla natura del Principio Divino Supremo, degli Dei, del Mondo, dell’uomo, della religione, ecc.; questa forma del discorso ebbe in Platone la sua completezza magistrale. La Philosophia, prima di costituire una via autonoma per l’accesso alla conoscenza della Realtà Integrale, fu finalizzata a mediare il contenuto trascendente, sovrarazionale, della religione alla ragione, affinché l’uomo rimanesse adeso alla tradizione religiosa, inoltre fu orientata alla difesa della stessa tradizione dall’attacco del razionalismo sofistico, critico, scettico ed empio.

Con la filosofia religiosa, integrata e subordinata allo Ieros Logos originario, fu costituita anche la philologia religiosa, con uno scopo analogo alla filosofia, ma partendo da un supporto diverso. Secondo l’ordine tradizionale regolare la filologia deve essere sempre subordinata alla filosofia e, a sua volta, la filosofia deve rimanere sempre subordinata alla Sapienza Divina originaria “rivelata”, sulla quale è stata costituita la religione. Una filosofia staccata dalla religione divina è mutila e si corrompe, la filologia senza filosofia si riduce alla materialità dell’interpretazione letterale della religione, perché è priva dello strumento adeguato per trattarla e comprenderla.

Il deposito pontificale della religione romana, al momento in cui fu esteriorizzato, fu anche fatto oggetto di una rielaborazione e di una ridefinizione organica su basi filosofiche, secondo le nuove disposizioni degli accedenti alla funzione sacerdotale. L’articolazione filosofica della scienza sacra romana si è compiuta fra il III e il I secolo a.C., gli esiti di questo sviluppo sono costituiti dalla fissazione e dalla pubblicazione dei principali contenuti del deposito pontificale: gli Annales Maximi, chiusi dal Pontefice Massimo P. Mucio Scevola fra il 130 e il 123 a.C. in ottanta libri; i Fasti; il Corpvs Ivris Civilis. La gran parte del contenuto dei Libri Sacerdotvm fu trasferito alle compilazioni antiquarie, delle quali la più importante fu quella esemplare compiuta da M. Terenzio Varrone nel I sec. a.C.

La costituzione di una nuova modalità di accesso alla giurisprudenza sacra, “rivelata” in principio da Numa, secondo la scienza religiosa filosofico-razionale, non comportò la corruzione della tradizione, si trattò solo dell’articolazione e della mediazione della sapientia ivris ad una dimensione più limitata, che si colloca fra la dimensione puramente divina e la dimensione umana. Questo riadattamento della prassi pontificale ha reso possibile al giurisperito di partecipare, almeno ad un dato grado, alla conoscenza sacra, secondo la scienza razionale fondata epistemologicamente sulla sapienza divina rivelata alle origini. La successiva organizzazione scolastica dello studio della giurisprudenza, e la distinzione in vari punti visuali della stessa scienza, produsse diverse haireseis o sectae, all’interno della tradizione divina del Ivs; ciò portò a varie complicazioni circa il sistema per l’applicazione regolare dello studioso all’originale sapientia, la quale rimase sempre il riferimento divino, non umano e intoccabile, dell’interpretatio giuridico-religiosa.

Il fine delle diverse scuole e delle discipline giurisprudenziali, rimase comunque la Sapientia Divina, in particolare la sapientia ivris, la specifica sapientia romana, che è sempre una sapientia civilis, non una sapienza puramente speculativa e astratta, ma una sapienza funzionale all’attuazione della Giustizia Divina nell’ordine religioso-civile di Roma e nell’Orbe intero.

Nel I sec. a.C. la disposizione integrale della sapienza pontificale ormai si trovava solo in pavci lecti, al tempo di Cicerone l’esoterismo romano era custodito nell’alveo di alcune gentes della nobilitas patrizio-plebea e nell’animo di alcune personalità di primo piano. Piccoli sodalizi, gruppi ristretti, cenacoli gentilizi, collegi sacerdotali, erano gli ambienti nei quali venivano custoditi i “misteri romani” e la disciplina sapienziale e iniziatica, elaborata su basi filosofiche pitagorico-platoniche, per la loro comprensione. Con la partecipazione della plebe ai più diversi domini della civitas, insieme alla sua massiccia estensione, si ebbe una drastica riduzione delle gentes patrizie in Senato, una riduzione pericolosa denunciata da Cicerone, insieme alla penvria virorvm extrema. In tal modo assunse la preminenza l’exoterismo e, con esso, l’orizzonte umano e il punto di vista morale, mediante il quale una certa sentimentalità penetrò nella religione. Ciò comportò un certo passaggio dall’oggettivismo tecnico-rituale sovraumano della prassi religiosa, alla soggettività psicologica e morale del culto, la quale determinò un certo riadattamento dei modi della pietas. L’adesione exoterica al culto patrio, che si diffuse nella maggioranza del popvlvs, definì una pietas religiosa basata sul credere Deos di tipo opinativo, lo sviluppo dello scire, fino alla sapientia, divenne privilegio di pochi nell’ambito della nobilitas e dei collegi sacerdotali. La fondazione filosofica del credere Deos fu uno dei principali scopi di Cicerone, il quale rese possibile anche il graduale ascenso allo scire, al fine di pervenire all’essenza metafisica della religione romano-italiana, mediante l’elevazione della ragione nella fede riposta negli Dei e nei Maggiori, fino all’attingimento dell’integralità della sapientia divina.

La sapienza religiosa romana ha conosciuto una sua articolazione in una letteratura dottrinale in prosa a partire dal III sec. a.C. Con l’accoglienza della filosofia pitagorico-platonica prima e di quella stoica poi, i Padri definirono in forma dialettica e discorsiva i principi della religione contenuti nei Libri Pontificali e nella tradizione orale. Varrone, per la filologia sacra, e Cicerone per la filosofia religiosa, svolsero un magistero esemplare, che è ancora oggi fondamentale per ogni religioso romano-italiano.

Nel I sec. a.C. diversi sacerdoti e pontefici non disponevano più della sapienza originaria in modo integrale, ma operavano comunque nella ferma credenza e nella solida fede negli Dei e nei Maiores, prestando un rispetto rigoroso alla tradizione, come il pontefice accademico Cotta. Egli, secondo le scritture di Cicerone, reagì a ciò che corrompeva la religione e insistette nell’anteporre la fede nella Sapentia Maiorvm ad ogni argomentazione razionale di tipo filosofico sul Divino e sulla religione. La disposizione presente in Cotta costituiva la base dell’ufficio rituale dei sacerdoti, grazie alla quale rimanevano fondati sulla scienza divina, senza cedimenti umani. La fides era poi rafforzata e fondata in modo epistemico mediante la disciplina filosofica, che consentiva al sacerdote di appropriarsi compiutamente del contenuto metafisico della disciplina dei sacra, inoltre permetteva, ai più qualificati, di ottenere la sapientia e, dunque, anche la perfezione dell’autorità sacerdotale.

La necessità di fondare in modo epistemico la fede religiosa romana è espressamente indicata da Cicerone, il quale fece di questo scopo una “missione”, finalizzata a combattere ogni tentativo di corruzione razionalistica del deposito della religione divina e ad evitare le deviazioni nella credulità e nella superstizione e, dunque, l’alienazione dalla regolarità religiosa. L’intera opera ciceroniana costituisce l’articolazione, ordinata e strutturata, dell’exoterismo religioso romano aperto nel suo vertice all’esoterismo. Questa opera ha costituito il modello basilare della filosofia e della cultura della romanitas nei secoli e ha fornito il modello della formazione religiosa del romanvs fino al tempo attuale.

Sulla base di una rigorosa definizione della hvmanitas romana, intesa sia come cultura religiosa, che come statuto ontologico della persona religiosa compiuta, Cicerone ha sviluppato il modello del vir bonvs dicendi peritvs di catoniana memoria e ne ha fissato la perfezione nella figura dell’Orator, descritta nel De oratore. Il cvrsvs della disciplina volta al conseguimento della “pienezza della dignità umana” fu ordinato negli stvdia hvmanitatis che, nell’ordine, prevedono la conoscenza delle litterae, della grammatica, della oratoria, della philosophia e della ivrisprvdentia. Il fine di questi stvdia è la politior hvmanitas, la formazione compiuta dell’uomo come optimvs civis religiosvs, capace di costituire in sé e nell’Orbe il Regno Divino e la Pace inerente.

La condotta civile del vir bonvs è riassunta nelle opere politiche e morali di Cicerone, la vita dedita agli uffici civili e all’osservanza fedele del Mos Maiorvm conduce all’apice dell’onore, della gloria e alla beatitudine eterna. La glorificazione dell’animo religioso romano è illustrata magistralmente dall’Ottimo Padre nelle pagine del libro VI del De Repvblica, altrimenti noto come Somnivm Scipionis, la cui parte centrale è costituita dalla visione di Scipione Maggiore, che comunica in sogno al nipote gli arcani divini e il destino escatologico degli animi che hanno compiuto perfettamente il loro ufficio civile, realizzando le virtù esemplari romane. Scipione mostra quale sia l’indirizzo postmortem dell’animvs, la sua elevazione al cielo, l’apoteosi e la beatitudine perfetta, ma questo fine è riservato ai rectores civitatis romani che hanno consacrato l’intera vita all’ufficio di Impero, realizzando la pietas esemplare e costituendo la Pace e la Giustizia Divina nell’Orbe.

Nella rielaborazione e nella riorganizzazione formale del Mos Maiorvm e della regolarità tradizionale romana, che avvenne fra il III e il I sec. a.C. ebbero un ruolo preciso gli Scipioni e diversi eminenti Padri del II e del I sec. a.C. Queste personalità diedero piena articolazione alle scienze sacre e alla filosofia romana, fissarono inoltre un modello di romanitas che interessava ogni ambito della civitas, dalla religione alla politica, dalla cultura alla letteratura. Questo modello fu definito classicvs dalla scolastica romana, cioè esemplare, “canonico”, perciò fu custodito nei secoli come il modello della “regola della tradizione romana”, al quale ogni romano-italiano deve rimanere fedele nella perpetuità, compiendo ogni atto della sua vita secondo la misura eterna della verità religiosa romana.

La romanitas classica costituisce l’unità organica della civiltà esemplare romano-italiana, il canone della cultura religiosa a cui ciascun romano-italiano aderisce per realizzare la virtvs e la sapientia dei Maiores e, dunque, per acquisire quell’avctoritas che gli consente di attuare la missione divina romana e l’ufficio universale della sua persona, in accordo con il Mos Maiorvm e i Fata Iovis. È parziale, troppo generico e improprio, ridurre la romanitas classica a semplice “tradizione classica”, il modello della religione e della cultura religiosa romana, che fu definito dalle autorità romane legittime “classico” e divenne perciò riferimento normativo per la trasmissione regolare del Mos Maiorvm, non si presta a riduzioni o confusioni. La tradizione della romanitas deve essere perfettamente conforme al canone classico, un canone religioso nel quale rientrano solo elementi specifici, ben determinati, che non possono essere variati da profani estranei alla religione secondo il loro capriccio. La regolarità tradizionale, la regolare trasmissione della religione senza alterazione o corruzione, non può essere violata, perché con la sua violazione viene alterata la trasmissione dell’essenza sovraumana e sovrannaturale della religione, la quale è stata definita in principio dal “fondatore” divino della religione, Romvlvs. La regola della tradizione è stata sempre osservata dai Patres, così il Popolo Romano-Italiano è rimasto rigorosamente fedele al suo fato e al suo ufficio. Il modello regolare della tradizione esemplare è funzionale a trasmettere la romanità classica, quella romanità che permette di realizzare appieno la funzione universale di Roma. Solo i Padri romani veramente autorevoli hanno voce per trattare della tradizione romana e della sua forma regolare, ogni ingerenza profana è impropria e priva dei fondamenti epistemici e ieratici opportuni.

Il vir religiosvs rispetta la regolarità della tradizione a partire dalla costituzione della retta fede nella Sapientia Maiorvm, presenza della Sapientia Deorvm, la quale costituisce il principio della religiotraditio. Stabilito nella firma fides, l’animvs religiosvs romanvs procede all’attuazione della sua persona metafisica, che coincide con il Genivs Romanvs. Questa forma spirituale eterna viene attualizzata nella vita sensibile del romano-italiano attraverso la specifica cultura geniale, la quale non può essere abbandonata senza patire l’alienazione dalla prorpia identità metafisica e quindi anche dalla realizzazione del proprio bene.

La fedeltà alla loro identità religiosa radica gli italiani nel loro vero essere, nella loro vera radice spirituale eterna, la pratica della loro religione dà agli italiani un senso nel divenire temporale. Discesi da Saturno, riuniti da Enea, figli di Marte-Romolo, essi devono costituire nel mondo il Regno Divino Integrale e la Pace Suprema che ne deriva. L’uomo è romano-italiano innanzitutto perché la sua essenza geniale coincide con il Genio di Roma, oppure è romano-italiano perché il suo Genio si è assimilato, attraverso la prassi morale, giuridica e rituale, al Genio di Roma. In ogni caso il romano-italiano è un civis, che presenta una precisa dignitas religiosa e civile ottenuta con la cultura della romanitas e l’osservanza del Mos Maiorvm. L’uomo romano-italiano non è un fedele di un credo soteriologico inautentico ed inessenziale, egli esprime la Maestà Divina di un preciso Genio spirituale, che si rivela anche in una data anima e in un dato corpo. Il religioso romano-italiano traduce la Maestà Imperiale Assoluta del suo Genio anche nel sangue e nella carne, attraverso la disciplina del Mos Maiorvm, ogni aspetto della sua esistenza rivela la dignità di una stirpe venuta al mondo per dare all’umanità la Suprema Salute Pubblica.

La fedele traduzione dell’identità metafisica della persona e del popolo romano-italiano richiede la pratica regolare dei rituali, delle leggi e della condotta morale esemplare costituiti dai Padri Divini. Il patrimonio religioso romano-italiano non può essere trasmesso come un credo universalistico a uomini indifferenziati qualsiasi, perché esso esprime un’identità geniale precisa, la quale può essere presente nell’essenza dell’uomo oppure può essere fine di una elezione spirituale. È vano pensare di accedere alla religione romana, alla romanitas e alla sua cultura, se non vi è “vocazione”, ovvero se non si possiede una qualità geniale precisa. Allo stesso tempo l’uomo indifferenziato non può essere immesso alla religione di Roma-Italia se non ha realizzato una dignità adeguata allo stile religioso romano. Egli dovrà già avere attualizzato il suo Genio in modo sufficiente, tanto da escludere dalla sua condotta disordini e modi religiosi non conformi al Mos Maiorvm. L’approccio selvaggio, di uomini impreparati, a “culti” e “riti” romani, non presenta alcuna regolarità, per lo più ha il carattere di una parodia neospiritualista. Solo quando l’animo ha realizzato una configurazione geniale idonea può procedere alla sua completa realizzazione attraverso la specifica vita rituale romano-italiana, che sacralizza l’anima, lo stile morale e il corpo, secondo la misura del Mos Maiorvm. Solo una coerente, organica e completa disciplina religiosa, stabilisce il vir vere romanvs nella funzione divina che gli Dei gli hanno assegnato, nell’unità fatale del popolo romano-italiano.

Il Mos Maiorvm, il patrimonio religioso integrale del popolo romano-italiano, costituisce la sua sostanza spirituale, in esso l’uomo italiano trova la misura della sua identità metafisica eterna e la guida invariabile della sua giusta condotta. Ogni italiano deve custodire con viva forza il Mos Maiorvm, se egli indebolisce la sua fede, oscura la sua memoria divina e devia dal proprio fato. I Padri Divini hanno trasmesso i Mores dal principio dell’Urbe secondo una tradizione divina che non può essere interrotta, altrimenti il filo spirituale della stirpe divina si spezza e la presenza teofanica originale si ritira nell’essenza e, con essa, viene meno la presenza efficace dell’influsso spirituale che la tradizione veicola. Se l’uomo religioso romano-italiano abbandona i Mores Maiorvm, si sradica dalla propria religione tradizionale, se gira le spalle al fondamento da cui ha origine e dal quale trae senso, interrompe la connessione attiva con il potere metafisico che lo vivifica, così si perde nello psichismo individuale esteriore e smarrisce ogni approccio adeguato alla Realtà Divina, vagando nella sua esistenza secondo i modi di una confusa “ricerca spirituale” dal carattere inautentico.

La Luce di Roma ha pulsato nei cuori della stirpe togata discesa da Giove Olimpio, consacrata a fini imperiali e a fati gloriosi. Ogni uomo romano-italiano deve radicarsi nel cuore trascendente di Dio, nel Nume potente di Roma, la Sua Maestà deve pulsare nel suo petto fino a che gli Dei daranno atto ad una nuova palingenesi. La missione di Roma-Italia si risolve nella costituzione dell’Imperivm Divinvm nell’Orbe, al fine di stabilire la Pace Divina nell’umanità. A partire dalla disciplina della Regalità Divina, il religioso romano-italiano costituisce l’Impero Universale Assoluto, fondato sull’autorità di Giove, e lo estende all’umanità intera. L’ufficio divino di Imperivm legittima il bellvm contro i superbi, contro coloro che violano il Ivs gentivm e impedirono la costituzione della Pace e della giustizia nell’Orbe. Le orde titaniche del caos, sempre più diffuse nell’ultima fase della catabasi della civiltà, devono essere rettificate, l’azione contro i “barbari”, affetti da ferocias, dai mores ferali, può richiedere il ivstvm bellvm, per fare rispettare il Ivs divinvm e la Ivstitia che da esso procede. Roma esercita con legittimità l’Impero Divino Assoluto, attraverso di esso il mistero glorioso racchiuso nel suo nomen si compie.

I Patres Divini hanno vissuto nel segno dell’oro e del rosso, dell’aquila e del lupo, del fuoco e della luce, dell’ascia e dell’asta, della vittoria e della gloria, della Maiestas e dell’Imperivm, essi ci hanno trasmesso i mezzi per la reintegrazione dell’animo nello stato dei Satvrnia Regna. La Regalità Divina che caratterizza la nostra stirpe non è più un dato da molto tempo, anche nel tempo della Monarchia originale era necessaria una precisa ascesi per conquistarla. Seguendo la via anabasica di Enea, mostrata esemplarmente da Virgilio, l’animo religioso si eleva alla Gloria dell’Empireo, poi discende per glorificare la persona, la gens, la civitas e l’Orbe attraverso il potere del suo Imperivm.

L’uomo romano-italiano incarna la dignità divina dei Signori del Mondo ed attua una militanza sacrificale integrale per realizzare l’Impero della Pace Perfetta. La dignità divina a cui il religioso romano-italiano deve aspirare si realizza percorrendo la via interiore dell’Imperivm, trasmessa dalla religione divina dei Padri. Solo quando l’Impero interiore viene realizzato l’uomo può perseguire l’attualizzazione dell’Impero nell’Orbe, per costituire la Pax Avgvsta, che unifica nella Divina Salute, sovrareligiosa e sovrannazionale, l’intera umanità.

                 Cicerone, De Rep. V, Fr. 1.

                 Virgilio, Eneide, I, 282.

 

L.M.A. Viola

Estratto da Essere Italiani, vol. I

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