Il formalismo cultuale e il ritualismo quali espressioni di falsa pietas
Lo stato di otivm sovrarituale dell’età aurea
e il degrado dell’azione religiosa
Per comprendere che cosa produce l’alterazione della pietas divina essenziale, o addirittura della pietas non duale, bisogna rifarsi sempre all’esercizio perfetto della pietas, fondata sullo otivm pvrvm, che era posto in atto nella condizione aurea originale, una pietas che veniva compiuta dall’Animo Divino in atto presente nella Persona Divina Universale, autorivelatosi al principio dell’umanità come Rex Devs Satvrnvs.
Nello stato divino originale, l’intelletto divino immanente rende tutti gli atti dell’Uomo Divino Primordiale conformi alla Giustizia Divina, la stabile fondazione dell’essere saturnio in Giano attualizza la Regalità Divina Eterna nella terra aurea teofanica. Nell’essere Legge Divina animata in Terra, l’essere saturnio, col suo solo esserci, costituisce la Pace Perfetta dell’esistente e dell’Essere e, allo stesso tempo esprime la virtù divina esemplare nella sua forma umana. Il Rex Devs Satvrnvs costituisce la misura esemplare dell’uomo teofanico integrale, la Sua Persona e i suoi atti hanno poi costituito il modello e il fine dell’uomo religioso romano, fin dalla costituzione dell’Urbe.
Col passaggio dall’Età Aurea a quella Argentea è comparsa la necessità del negotivm, da allora ebbero inizio i primi riti formali esteriori, i quali avevano la funzione di mantenere l’esistenza dell’uomo unificata a quella dell’Essere Divino, l’unione però, a differenza dell’età aurea, si produceva attraverso uno sforzo proveniente dalle facoltà dell’animo polarizzato, facoltà che vennero orientate verso l’interno, verso la realtà divina dell’Essere. A causa del decentramento psichico dell’animo, dal principio dell’Età Argentea si è costituita nell’animo dell’uomo una distinzione-relazione rispetto all’Animo Divino Universale, allora è stata costituita un’azione religiosa, rileggente e rilegante, volta a riunificare e pacificare l’animo nella quiete dell’Essere Divino, in quella quiete in cui era stabilito prima del passaggio catabasico argenteo. Gli uomini argentei avevano la necessità di recuperare la stasi nell’Essere Divino fruita nella condizione aurea, questo risultato però aveva la sua base in un’azione esteriore, la quale si è fatta sempre più formale e complessa nel corso del tempo, man mano che la difficoltà di ricostituire lo stato di presenza divina originale, con la Pax Devm relativa, si accentuava.
A causa di un degrado progressivo, e del decentramento e della esteriorizzazione dell’animo dell’uomo rispetto al centro dell’Essere Divino, divenne sempre più difficile costituire con atti rituali semplici la Pax Divina e la Salvs originaria, fino a che, perduta la possibilità di ricostituire nell’immediatezza l’identità divina originale in atto, la disciplina e l’azione rituale-sacrificale sono andate incontro ad una complessificazione crescente e, allo stesso tempo, sono divenute via via meno efficaci nel produrre il ristabilimento e il mantenimento della Pax Deorvm Hominvmqve dei primordi. Procedendo verso l’età più degradata, l’Età ferrea, l’azione rituale si è resa sempre più formale ed esteriore e ha preso il sopravvento su tutte le discipline interiori, in particolare sull’attività conoscitiva, contemplativa e sapienziale, con la quale si consegue la vera unificazione essenziale e permanente col Divino. Il negotivm ha dunque prevalso sempre più sull’otivm e, proseguendo nel degrado, l’azione religiosa esteriore, volta a ricostituire l’unità divina originaria, avanzando nell’Età Ferrea, è divenuta progressivamente l’azione religiosa primaria, inoltre si è fatta sempre più rigida e formale, fino a che, in molte tradizioni religiose, si è prodotto il fenomeno del formalismo ritualistico e legalistico, che denotava un preciso stato di decadimento della religione originale. In una situazione del genere l’azione religiosa è stata alienata dalla sua fondazione divina animatrice e dunque non presentava più la base teofanica che la prassi rituale deve avere, in quanto deve imitare la forma teofanica esemplare della religione aurea. Inoltre, come abbiamo mostrato, l’azione sacrificale non era più orientata al fine ultimo che ogni vero culto deve avere.
La decadenza della religione nel formalismo ritualistico si è prodotta in tanti contesti tradizionali, grossomodo nello stesso periodo, ovvero fra il IX e il VI secolo a.C., dall’Estremo Oriente all’Estremo Occidente. Nelle diverse situazioni degenerate sono comparse delle precise personalità divine, come Lao Tze, il Buddha Shakyamuni, Zarathustra o Pythagoras, le quali hanno avuto la funzione di ripristinare lo stato originale delle religioni tradizionali, rettificando la disciplina rituale e riorientandola verso il suo fine ultimo corretto, restituendole anche la sua piena efficacia. Ciascuna personalità divina provvidenziale ha mostrato i limiti della disciplina rituale esteriore, in generale, e la deviazione della stessa nel formalismo ritualistico vuoto, che pone anche i diversi religiosi degradati al culto formalistico in un preciso stato di ipocrisia. Diverse azioni rettificatorie sono avvenute anche nell’ambito religioso romano e in quello greco, l’azione di Pitagora prima, e quella di Socrate poi, hanno permesso di sviluppare la disciplina filosofica in una data direzione, con lo scopo di reindirizzare l’uomo al vero culto e al fine realizzativo più completo. Si pensi anche alle accuse che Socrate rivolse agli ateniesi, di praticare un culto e una disciplina civile svuotati dell’ascesi sapienziale che costituisce la vera virtù, accuse analoghe sono state rivolte da Gesù ai giudei, che erano scaduti nel formalismo esteriore, in particolare si rivolse ai Farisei, i quali erano afflitti da un moralismo formalistico e da un ritualismo disanimato, totalmente condizionati dai limiti dell’azione esteriore e privi di ogni orientamento sapienziale. La presunzione dei Farisei era tale che credevano che le opere contingenti potessero dare loro il ristabilimento pacificante nell’Essere di Dio. Va infine ricordato Maometto, la cui azione viene presentata come una rettificazione di culti degenerati nell’esteriorità del ritualismo formale e nel politeismo, con il preciso rinvio a preghiere e contemplazione capaci di ristabilire la pace completa con Dio.
Nell’ambito religioso romano si è passati dall’azione rituale originale dei Padri Maggiori, fondata su un’avctoritas ontologica precisa e, dunque, su una sapienza realizzata che rendeva possibile l’esercizio teofanico della pietas, a forme di culto sempre più formali, eseguite da soggetti che non disponevano più della conoscenza sacra e dell’autorità propria dei Maggiori e dei Sacerdoti originali. Nel periodo tardo repubblicano si è continuato a svolgere fedelmente i riti tradizionali, ma anche nell’ambito del sacerdozio la conoscenza essenziale del rito, e lo stato autorevole della sua disciplina teofanica, sono divenuti dominio di pochi. Alla fine della Repubblica si presentava una situazione religiosa resa complessa da una moltitudine di leggi, riti e condotte decisamente distanti dalla situazione religiosa originaria, una situazione decisamente caratterizzata da un prevalente formalismo, così come da moralismo e legalismo, che richiese una precisa rettificazione, in modo da restituire al complesso della religio le sue dinamiche e il suo fine aureo, con la possibilità di costituire in modo saldo e permanente la Pax Deorvm Hominvmqve. In questo senso operò Virgilio, egli, con la sua divina azione, indirizzò al fine di otivm avrevm la religio, e Augusto, con la sua azione apollinea, sviluppò quella pietas sapienziale che costituiva l’essere suo proprio.
a cura di A.R.Q.
Estratto da Saturnia Regna n. 69
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