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L’ateismo dall’antichità al periodo moderno • 1

Nell’antichità vi fu una concezione molto profonda e oggettiva dell’ateismo, a partire dallo sviluppo della “teoria filosofica” costituita da Platone fu possibile approfondire in maniera adeguata la natura del Theion-Divinvm, e dunque anche la natura del Theos-Deos. Per tutte le autorità religiose e i filosofi che hanno operato a favore della religione tradizionale, era ben chiaro che l’ateismo fondava sull’ignoranza del Divino o su un errato intendimento dello stesso. Platone ha messo in luce prima di ogni altro tutti i difetti delle erronee e parziali concezioni relative agli Dei nel Leggi[1], e Cicerone ha affermato che: “Non esiste alcuna pietas verso gli Dei se non vi è una nozione onesta del Numen Divino…”[2], ma l’onesta opinione sugli Dei si costituisce attraverso la realizzazione del credere Deos, la quale richiede i giusti tempi per radicare l’animo nella ratio debiti e dunque nel rispetto dell’obbligazione divina che lo rende onesto e capace di svolgere il suo ufficio religioso. Anche Plutarco, nel De Superstitione, ha detto che la mancanza di alethes doxa peri ton theon, ossia l’assenza di opinione vera sul Divino, è la causa dell’ateismo e della superstizione, deisidaimonia. Dall’inadeguata conoscenza degli Dei deriva l’inadeguata relazione con essi e dunque l’impropria religione, la retta religione deve invece essere svolta in quanto essa determina la retta condotta civile dell’uomo, in modo che esso possa perseguire il fine universale di Pace e Giustizia per cui è stato costituito. Dall’ignoranza e dalle false concezioni relative al Divino e alle pratiche della religione derivano conseguenze negative su tutti i piani della vita umana, certamente il fatto che senza religione non è più possibile individuare con precisione l’ordine di valori che derivano da Principi Divini immutabili, che costituiscano i fondamenti eterni di ogni assiologia e di ogni teoria giuridica, è cosa decisamente rovinosa. Il risultato dell’ignoranza del Divino è costituito dalla negazione o dalla relativizzazione del Bene, sia pubblico che privato, da cui deriva anche la concezione dell’inesistenza o della relatività della morale e della religione.

Nell’ambito giuridico-religioso romano veniva considerato ateo colui che non riconosceva gli Dei, ma, specialmente, era reputato ateo colui che non rispettava il Diritto Divino, per il quale gli Dei, oltreché essere coloro che hanno fondato il mondo, il suo ordine, il suo finalismo, ecc., sono anche coloro che hanno costituito in principio la religione e il relativo culto, al quale hanno preposto l’uomo. Perciò, secondo la concezione romana, è ateo colui che non fonda sulla conoscenza dell’obbligazione giuridica originaria che lega l’animo dell’uomo a Dio, e perciò manca di rispetto alla ratio debiti e alla conseguente ivstitia adversvm Deos. Come abbiamo visto, se manca la modestia non è possibile costituire l’honestas, perciò la condotta non può essere religiosamente fondata e dunque non può essere pia. L’animo pio è modesto e grave, in quanto è fondato ontologicamente nel credere Deos. È chiaro che non è sufficiente dichiararsi religioso o “sentirsi” religioso, ma occorre che sia presente una precisa struttura religiosa dell’animo e dell’uomo intero, solo in tal modo la vita viene integrata correttamente nell’Essere Divino e nella Sua Opera. Solo l’animo gravis è presente alla sua natura propria e quindi è in grado di compiere il suo officivm compiutamente, attuando nel pensiero, nella parola, nell’azione il Diritto Divino e dunque la Giustizia Eterna. L’uomo è veramente religioso se rispetta l’ordine ontologico e causale che fonda la sua esistenza, ma non solo, lo stato religioso implica anche il rispetto della costituzione divina originaria della religione e perciò la funzione religiosa dell’uomo, che gli Dei stessi hanno voluto fondandola sul Diritto Divino, dal quale procede la costituzione originale del culto. Qualsiasi mancanza di rispetto del Diritto Divino, per ignoranza parziale o completa, determina la mancanza, parziale o completa, dell’attuazione della Provvidenza Divina e della Giustizia inerente, perciò rende l’uomo parzialmente o completamente ateo.

Nella lingua latina arcaica non è presente un termine equivalente al greco atheos, la sua traduzione in athevs è tarda. Con il termine atheos si indica colui che è “senza Dio”, comunemente i Padri hanno indicato come ateo colui “qvi deos esse negat”, perciò l’ateo professa la negazione, in via teorica e/o pratica, di Dio, il Devs esse negare. Questa forma di interpretazione dell’ateismo si è sviluppata in un periodo tardo, quando i Padri sono entrati in relazione con i cristiani, anticamente essi hanno adottato una concezione dell’ateismo più volta a rilevare le conseguenze pratiche della negazione di Dio, la mancanza di pietas operativa nell’uomo. L’impivs e l’impietas derivano necessariamente da una mancanza di conoscenza adeguata degli Dei o da una loro conoscenza parziale o spuria, perciò l’immoralità e l’empietà sono segnali concreti dell’ateismo interiore dell’uomo, in quanto ogni negazione degli Dei, nella coscienza e nella ragione, si traduce in un’inevitabile empietà. Platone nel Leggi ha magistralmente distinto i gradi particolari dell’empietà, a partire dall’interno per finire all’esterno della persona[3], nel caso della disciplina romana si guarda la concreta conseguenza dell’ateismo speculativo ed interiore, perché l’empietà, dunque la mancanza di giustizia verso Dio e gli Dei, si traduce poi nella mancanza di giustizia in tutti gli ordini della società civile e della condotta umana. Lo stato empio è il peggiore che l’uomo può presentare, in quanto costituisce la negazione completa del suo essere proprio e dell’ufficio per cui è stato costituito, ovvero l’ufficio di pietas. Quindi l’empio non può mai realizzare il suo bene, né può perseguire in alcun modo la felicità.

Nel periodo in cui si è diffusa la religione cristiana si è prodotto uno scontro con reciproche accuse di ateismo fra le varie parti in causa, gli antichi reputavano atei i cristiani, perché violavano le leggi imperiture delle religioni e delle nazioni e cercavano di imporre agli uomini la loro religione, considerata la sola “vera religione” del solo “vero Dio”. Nel periodo tardo antico la concezione dell’ateismo si è ridotta a quella sviluppata dal cristianesimo della fede, perciò è stato reputato ateo, in senso lato, colui che negava l’esistenza del Dio cristiano in maniera palese o occulta, teorica o pratica, ciò valeva anche per chi praticava un ateismo incosciente che si traduceva comunque in una condotta empia, dalla quale derivavano diverse conseguenze negative. Questa posizione limitata è stata tenuta per secoli, ancora oggi nell’ambito del tradizionalismo, quando si entra nel tema dell’ateismo, ci si limita a quella situazione costituita dal Cristianesimo pistico nella tarda antichità e sviluppata poi per tutto il Medioevo fino alla Modernità.

Durante il Medioevo la lotta nei confronti dell’ateismo fu sviluppata in diversi modi dalle autorità cristiane, esse giunsero persino a sviluppare provvedimenti molto severi nei confronti degli atei, azioni includenti la tortura e la pena di morte determinate da processi inquisitori sommari. Con la fine del Medioevo, e con l’ingresso dell’umanità in una nuova fase, i segni catabasici del degrado si sono resi più evidenti. Nell’uomo l’ascendenza della natura animale e delle passioni determinate dalla sensazione hanno fatto sì che le difficoltà esistenziali si accrescessero, l’uomo ha riscontrato più difficoltà a rispettare la sua natura religiosa, a mantenere il suo ufficio di pietas e dunque a realizzare il suo fine di Pace e Giustizia. Il periodo che è trascorso dalla fine del Medioevo all’inizio della Modernità si può considerare come un lungo periodo di crisi, durante il quale nell’uomo si è prodotto un distacco critico dalla religione e dalla società religiosa su di essa fondata. Quando questo processo ha prodotto il suo risultato, attorno alla metà del XVII secolo, l’uomo ha assunto una disposizione contraria alla religione cristiana e alle sue autorità, ed anche nei confronti del Dio della specifica confessione. Con la comparsa di un uomo ormai consistente solo sulla sua individualità e sulla sua ragione, si è entrati nella Modernità, in quel periodo si è avuta una diffusione massiva dell’ateismo all’interno delle società europee di cui la Chiesa della fede era stata la guida per secoli. Lo sviluppo dell’ateismo moderno ha favorito le rivoluzioni antitradizionali e antireligiose e dunque la costituzione di nuovi Stati civili e di nuove società umane fondate sull’irreligiosità e sull’empietà. Con lo sviluppo compiuto dell’Illuminismo, l’ateismo è divenuto dominante nelle società europee rivoluzionarie, dalla fine del XVIII secolo, fino alla metà del XX secolo, la sovversione rivoluzionaria delle società religiose tradizionali si è estesa su scala mondiale. Dopo la Seconda Guerra Mondiale le società tradizionali che avevano avuto uno sviluppo plurimillenario e, in molti casi, presentavano un retaggio che risaliva fino alle origini dell’umanità, sono state completamente cancellate e al loro posto sono state costituite le loro caricature diaboliche.

 

[1]  Platone, Leggi, X, 885e-897c.

[2]  Cicerone, De Domo Sua, 41, 107.

[3]  Platone, Leggi, X, 908 a-909 e.

da L.M.A. Viola, Evola e la sua via