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Le illusioni del ricostruzionismo romaneggiante

Precisazioni e rettifiche

Su alcune modalità di riattualizzazione della “tradizione religiosa romana”

Visto il moltiplicarsi sempre più caotico e parodistico di iniziative volte a ripristinare il “cultus deorum” praticato nell’antichità romana, o a riattualizzare presunti “culti privati” romani, persino con l’intenzione di insegnarli ad altri, è necessario fare alcune precisazioni, al fine di ridimensionare le diverse illusioni e le corrispondenti esaltazioni, che purtroppo ogni giorno diventano sempre più estese, qualificandosi come un preciso segno dei tempi.

Il culto pubblico romano, che è stato svolto con regolarità per quasi dodici secoli, pro populo, non è più in atto da circa sedici secoli, nel corso di questo lungo tempo non è mai stato riattualizzato in evo, nelle sue modalità operative regolari e nella sua completezza. Per motivi diversi il culto pubblico romano non sarà più ripristinato fino alla fine del ciclo temporale di questa umanità, nessuno ha potuto né potrà restaurare i sacra publica, in quanto non sono sussistite, e né potranno più sussistere, le condizioni fatali che hanno fatto dell’Urbe Sacra e del Popolo Romano-Italiano gli elementi teofanici attraverso i quali questo culto potente, attualizzante l’Impero Divino sulla Terra, ha potuto svolgersi in modo provvidenziale, permettendo a Roma di compiere la sua funzione fatale salutare nell’Orbe per il tempo che gli Dei le hanno assegnato.

Gli elementi che fondavano la disciplina del culto pubblico, a cominciare dalla sapienza pontificale e dal contenuto dei Libri Sacerdotali, sono stati assunti e custoditi dalle genti dell’Ordo Senatus, che li hanno limitati nell’ambito privato. Per diversi secoli è stata così veicolata la presenza occulta e sacrale del Mistero di Roma e della funzione provvidenziale divina romana nel mondo. Anche i sacra privata, praticati dalla Gentes senatoriali che hanno consentito la trasmissione del deposito religioso romano al Medioevo, le quali avevano una continuità ininterrotta di diversi secoli, sono andati incontro a molteplici traversie, le quali hanno indotto diverse trasformazioni della forma della trasmissione del culto essenziale del Mistero di Roma e delle pratiche religiose ad esso connesso. La tradizione arcana della sapienza religiosa romana, raccolta e fissata in un corpus scritturale autorevole e canonico, ha reso possibile la trasmissione, più o meno regolare nei secoli, dello spirito essenziale di Roma e della romanità, su questa tradizione si è fondata nel tempo tutta la trasmissione della romanità classica, la quale ha potuto essere recepita e attualizzata ampiamente nel Rinascimento, per poi conservarsi, in diverse modalità, nei secoli fino ad oggi.

Chiunque parli oggi di presenza della “religione romana” nel tempo attuale, della “tradizione romana vivente”, di “tradizione romana mai estinta”, ecc., deve spiegare esattamente che cosa intende con queste definizioni. La “religione romana” si può identificare solo con la religione pubblica del Popolo Romano, come quel complesso di avspicia e sacra che venivano praticati nella Città Divina di Roma, e poi in forme precise nell’Orbe imperiale. Ma un legittimo e consacrato Popolo Romano non esiste più da secoli, né esiste più il luogo sacro, la città inaugurata di Roma, in cui la religione romana può svolgersi nella sua regolarità, né è più presente un regolare Collegio Sacerdotale, dunque non può sussistere nemmeno un “culto romano” inteso nella sua forma, nel suo senso originale e nella sua completezza. Ciò che è stato ripreso e ricostituito, in qualche modo, nel tempo, in particolare nell’ultimo secolo e mezzo, non può essere definito “culto pubblico”, né “culto romano”, ma nemmeno “tradizione romana”, se ci si riferisce alla completa trasmissione della religione romana regolare, tuttalpiù si può parlare, nel caso esista una certa regolarità di trasmissione, di “culto privato”. Il culto privato era svolto da cittadini romani regolari pro singvli hominis, familis, gentibvs, e tutte le operazioni rituali private erano subordinate alla realizzazione del Bene Pubblico del Popolo Romano. A Roma non esistevano culti che i privati cittadini svolgevano solo per il loro specifico e individuale interesse, distinguendolo dall’interesse comune, se il culto era tale, non poteva essere “romano”, per cui ogni prassi religiosa era subordinata alla pietas patria, controllata dai Pontefici, doveva essere subordinata al fine provvidenziale universale di Roma.

Oggi vengono proposti diversi sedicenti “culti privati”, che sono stati “ricostruiti” per lo più basandosi su frammenti letterari e altri elementi filologici, storici e archeologici ordinati da studiosi profani o selezionati da “cultori tradizionalisti” di Roma. In ogni caso, anche se questi “culti” avessero qualche validità, non sarebbero l’espressione di linee di culto continue provenienti dall’antichità, perché linee di continuità di questo genere non esistono. Come sono stati allora costituiti questi “culti”? Vi sono delle condizioni per le quali, in assenza di una regolare tradizione religiosa, sacralmente sancita, possono essere svolte delle azioni legittime e valide, volte addirittura a ripristinare e riattivare dei culti non praticati da secoli? È noto il fatto che, prima di dedicarsi alla pratica del culto occorre costituire il soggetto idoneo al culto? Nell’antichità un culto romano poteva essere praticato solo da un cittadino romano. Esiste oggi un soggetto che possa essere identificato come “cittadino romano” praticante un “culto romano”? Inoltre, per dirigere un certo culto, anche quello domestico, il cittadino romano doveva essere costituito regolarmente in modo legittimo e valido, egli doveva possedere l’autorità per svolgere il suo ufficio cultuale, altrimenti il culto privato non veniva svolto con regolarità e non aveva alcuna efficacia. E che dire delle “ricostruzioni” attuali di presunti “culti romani”, che sono solo una vuota rappresentazione, priva di ogni efficacia e validità sacrale, per mancanza della dovuta presenza dell’influsso divino operante? Ritorna così, nuovamente, insieme al problema della riproduzione di “culti” decontestualizzati e superficialmente improvvisati, il problema della formazione del soggetto religioso, idoneo a svolgere o a dirigere il presunto culto “restaurato”. Purtroppo risulta evidente la mancanza di una prassi appropriata, anche ricostituita, che renda possibile acquisire lo stato religioso basilare dell’uomo e quello autorevole. Il ricostruzionismo esteriore, che presume di ripristinare dei culti formali “romani”, senza ricostituire l’uomo religioso romano e collocarlo nel suo contesto religioso adeguato, è privo di ogni fondamento tradizionale corretto, produce molta suggestione, ma risulta essere solo un’operazione profana. Vi è da dire inoltre che, per ripristinare o costituire ex novo un culto, ci deve essere una “validazione” dall’alto o un’autorizzazione divina che stabilisca se, effettivamente, la costituzione o la ricostituzione di un culto siano avvenute regolarmente, nel rispetto di determinate dinamiche sacrali regolate dal Ivs Sacrvm. Se questa legittimazione sacrale non è presente nei vari “culti”, le operazioni svolte ricadono nelle secche dell’autolegittimazione umana, nella giustificazione individualista e temeraria tipica di molti cultori contemporanei della “romanità”..

Sia che si tratti di sacra pro singvli hominis, sia che si tratti di sacra pro singvlae familiae o gentibvs, o siano sacra svolti per societates o sodalitia, occorre prevedere che tutti questi enti, l’uomo religioso, la famiglia e la gente religiosa, coi culti inerenti, siano costituiti con le procedure sacrali regolari, svolte da operatori autorevoli nel rispetto del Diritto Divino, del Diritto Sacro, e, nei diversi casi citati, del Diritto Privato. Va da sé che il soggetto che intenda procedere alla “ricostituzione” di un culto, o alla “riattualizzazione” di una prassi religiosa che non viene svolta da secoli, non può definirsi “autorevole” senza aver svolto la formazione necessaria per divenire tale. Se l’uomo non segue una formazione sacrale precisa, non acquisirà mai la capacità di costituire regolarmente delle procedure sacrali. La formazione religiosa, sia essa di tipo basilare o superiore, deve essere regolare, legittima e validata dall’autorità specifica, per cui non può soggiacere all’arbitrio di profani che si sono eruditi su libri di studiosi  profani che trattano di “romanità”. La disciplina formativa dovrebbe avvenire all’interno di un quadro istituzionale tradizionale regolare che faccia capo ad una tradizione religiosa vivente, in cui sussista la presenza di un’autorità religiosa operativa qualificata, costituita secondo le procedure sacrali regolari e facente parte possibilmente di una linea temporale ininterrotta di successione di autorità risalente alle origini della tradizione.

Se questa procedura diretta non può essere seguita, per mancanza delle autorità direttamente discendenti da linee autorevoli antiche, bisogna seguire la procedura indiretta, attenendosi scrupolosamente alle autorità regolari della tradizione. Occorre poi dimostrare come sia stato possibile accedere, a colui che si presenta come il “restauratore della tradizione” o dei “culti”, ad uno stato religioso autorevole certo, regolare e legittimo, solo dal quale è possibile procedere, eventualmente, a ricostituire o a riattivare la tradizione religiosa che si è resa, quanto meno, inerte, non attiva, in modo che essa riprenda ad operare in modo efficace. Se una data persona non segue le procedure dovute, le sole che possano garantire che l’acquisizione di autorità avviene regolarmente, legittimamente e validamente, non può svolgere in modo autorevole l’esercizio religioso. Si tratta di riacquisire attivamente il possesso di uno stato per il quale l’officiante opera attivamente la discesa dell’avges nelle operazioni cultuali ricostituite, o, quanto meno, si trova nelle condizioni di purità e santità tali da attirare l’avges divino e la presenza del Dio onorato nelle operazioni del culto, rendendolo efficace almeno in modo elementare. Se l’operazione riguarda la riattivazione di un culto precedentemente operante, ma abbandonato e reso inerte nel tempo, il soggetto deve ricostituire le condizioni oggettive stabilite dal Dio a cui il culto è stato dedicato in principio, quanto è stato consegnato all’uomo, direttamente o indirettamente, al momento dell’istituzione del culto, deve nuovamente tornare a funzionare nel modo dovuto. Tutto ciò porta a porre l’attenzione sul fatto che ogni culto religioso è fondato da un Dio, ed è perciò proprietà del Dio, il quale lo consegna ad un uomo autorevole e autorizzato per svolgerlo nel tempo. Per cui un uomo che non si trova in una condizione religiosa e pia adeguata, non può appropriarsi di un culto senza il “consenso” del Dio che lo ha fondato, per farne un uso non legittimato, né autorizzato dal Dio. Se non si comprendono queste regole sacrali elementari, non si può comprendere nemmeno il senso della tradizione religiosa e della sua regolarità, per cui si rimane nel campo delle fantasie individuali o, peggio, si dipende dalle varie elaborazioni alterate della prassi rituale romana, proposte nelle loro opere erudite dagli studiosi profani che utilizzano il metodo storico-critico.

Il metodo storico-critico non consente di approcciare i testi e gli autori religiosi situandoli all’interno di un preciso disegno provvidenziale divino, nel contesto di un’economia religiosa e sacrale, tanto meno consente al lettore di accedere al significato essenziale, o anche solo filosofico, dei testi, certamente evita che il lettore si integri nella dimensione spirituale e cultuale di cui trattano i testi, in quanto ciò sarebbe, in qualche maniera, alterante il sedicente “risultato scientifico” dello studio. Ma il vero studioso religioso ha lo scopo di realizzare quanto la scrittura religiosa autorevole gli propone, ovvero deve rendere vivo lo Spirito Divino in se stesso, deve adeguarsi alla forma divina esemplare trasmessa dall’autore sacro, specialmente ha l’obbiettivo di realizzare il messaggio religioso contenuto negli scritti autorevoli nella sua vita, nel suo tempo e nella sua società. Se questi elementi non sono assunti adeguatamente, il rapporto con il testo, l’autore e il suo animo, così come col Divino sul quale l’autore fonda, diviene completamente sterile. Perciò è solo oltrepassando le limitazioni e le deviazioni del metodo storico-critico che sarà possibile accedere all’autentico contenuto spirituale dei testi religiosi, utilizzando il metodo religioso se ne può individuare la forma esemplare, metatemporale e sovrastorica, e quindi se ne può inverare, secondo modalità legittime e autorevoli, il loro contenuto spirituale anche nell’epoca presente.

Qualsivoglia religioso autentico, che sia fedele alla tradizione autorevole, non può accogliere l’orientamento del razionalismo, dell’illuminismo e della prassi storiografica contemporanea, che porta a risultati completamente opposti, anche fra essi contraddittori, rispetto a quelli che l’autorità religiosa ha sempre indicato. Occorre certamente ancorare alla vera scienza sacra la disciplina religiosa, l’accesso ai testi autorevoli, ma secondo le modalità della fede, non secondo quelle dell’ateismo pregiudizialmente indisposto verso l’oggetto “religione”. Va ripetuto, senza fondare adeguatamente lo studio sul metodo religioso, che consente l’accesso alle scritture in modo teologico o teosofico, conformandosi allo Spirito Divino, che è l’Autore degli stessi supporti scritturali, non vi sarà alcuna possibilità di trascendere l’inganno e l’illusione che il metodo storico-critico produce. Purtroppo coloro che non sono regolarmente religiosi, né hanno conoscenza della natura dei metodi critici costituiti negli ultimi due secoli, si trovano di fronte alle continue nuove revisioni delle “origini di Roma”, della natura della sua “civiltà” e della sua “religione”. Le molteplici ipotesi si accumulano giorno dopo giorno, una ridda di interpretazioni analitiche relative al Mistero della Dea confonde completamente i poveri malcapitati, che non hanno la capacità di evitare l’ascendente diabolico e sviante che si insinua in loro attraverso l’accoglienza delle diverse operazioni profane applicate alla religione.

È necessario ripercorrere a ritroso il processo degenerativo che si è costituito negli ultimi quattro secoli, a partire dalla metà del 1600, nell’ambito degli studi religiosi e umanistici, per recuperare, secondo una nuova “rinascenza” e una retta riattualizzazione, ciò che costituisce propriamente la scienza religiosa tradizionale, a partire dal ripristino del retto accesso alla tradizione, e dunque anche ai veicoli della trasmissione dello Spirito Divino e delle forme sacre che ad esso si connettono.

Se si trascurano le procedure sacrali fondamentali che costituiscono il soggetto nella presenza viva dello Spirito Divino, rimane solo un ricostruzionismo vuoto e parodistico, suggestivo ed emozionante quanto si vuole, ma privo di qualsiasi regolarità e legittimità, e dunque validità tradizionale. Un certo vano, quanto caricaturale ricostruzionismo interessa anche chi si occupa di restaurare la “tradizione romana” con le stesse modalità con cui si producono nuove pratiche neospiritualistiche. In senso generale si seguono le procedure poste in atto da enti di tipo “neopagano” o dalla stessa Wicca, sconfinando nel peggiore naturalismo o, tuttalpiù, nell’immanentismo. In diversi casi si può parlare della costituzione di enti “neoromani”, in questo caso il termine “neo” sta per “nuovo” e indica il fatto che l’ente tratta di qualcosa di veramente nuovo, inventato e artefatto, di qualcosa che non è mai esistito in precedenza e pertanto non ha alcuna relazione con ciò che è stato svolto al tempo in cui la religione romana, e il culto in cui si esprimeva, erano regolarmente svolti. Questi fenomeni hanno spesso un carattere deviato e parodistico e si possono classificare come segni della fine dei tempi.

Non si può dare alcun valore sacrale a quei tentativi di riproduzione di una pratica cultuale “romana” che si basano su scritti, articoli e raccolte di dati eruditi che vengono tratti dagli studi profani, queste pulsioni astratte alla romanità non tengono conto della vera natura della dinamica religiosa, e denotano un’incoscienza precisa in coloro che si affannano in queste vane operazioni ricostruzionistiche. Una volta fatti i compitini profani di filologia, storia, archeologia, ecc., che succede? Subentrano gravi problemi di ermeneutica, in quanto le interpretazioni dei dati non avvengono secondo lo spirito religioso romano, ma molto spesso secondo la fantasia degli studiosi profani o, peggio, secondo le opinioni individuali non rettificate dei singoli cultori di una romanità astratta ed esteriore. L’erudizione esteriore gioca dei brutti scherzi, anche quando viene svolta in modo perfetto, ossia secondo modalità religiose tradizionali. L’erudito, sia esso religioso o meno, possiede una “conoscenza” astratta della religione e non presenta alcuna realizzazione effettiva dei suoi contenuti, la vera conoscenza religiosa è formante, per cui ogni rappresentazione astratta della religione va tradotta in una prassi che coinvolga tutto l’uomo e lo adegui alla disposizione divina, in tutto e per tutto. Invece l’erudito, specie quello profano, non si adegua al Divino, insuperbisce e si illude di sapere o, peggio, di essere, egli, fondando sulla sua illusoria “conoscenza”, si erge a giudice, interprete e critico della tradizione divina e delle autorità religiose, così finisce nel ridicolo, ma, nonostante ciò, viene seguito da tanti sprovveduti che, sulla base degli sproloqui del vano studioso profano, tentano persino di “ricostruire” la religione romana antica.

Nell’ambito del culto pubblico la tradizione sacerdotale è stata interrotta da secoli, così come quella dei collegi sacerdotali, le pratiche rituali sono state abbandonate, e molto spesso dimenticate, per un tempo lunghissimo nessuno le ha neanche ricordate, le Divinità che hanno retto la condotta universale romana per secoli hanno così cessato di ricevere il dovuto culto con una prassi pubblica adeguata. Come si potrà pensare di ripristinare un complesso cultuale di tale portata? Con gli studi dopolavoristici di libri scritti da profani o con patetici slanci ricostruzionistici esteriori e formali? Si vuole dare vita nuovamente al Collegio Sacerdotale? Forse solo agli Avgvres o ai Salii? Ci si vuole limitare a restituire solo un culto privato? Si crede forse che non vi siano difficoltà analoghe a quelle precedenti? Qualche ingenuo crede che bastino le raccolte di frammenti relativi all’operatività dei culti, dei formulari parziali, delle preghiere incerte per ridare vita alle prassi cultuali antiche, magari riorganizzandole su “basi filologiche” profane o addirittura inventando ciò che manca e si è perduto?

L’attivazione di un culto non può avvenire per la sua sola ricomposizione formale esteriore, l’esercizio del culto non può svolgersi se l’officiante non è legittimato a svolgerlo, chi inventa o scimmiotta “antichi riti” è temerario e va incontro a rovina. Non basta volere essere “religioso romano”, occorre esserlo davvero, non è sufficiente “sentirsi romano”, occorre mostrare come si è diventati romani reali. Il continuo quanto vano ricorso alla filologia e alla storia profana, così come alla ragione umana, non consente di accedere in alcuna maniera all’essenza viva della tradizione, al suo autore efficace, lo Spirito Divino, il Verbo nel suo stato immanifesto. Occorre ben altro, cose che non sono presenti nei vari fallaci tentativi di riattualizzazione della “cultualità romana”.

La perdurante, quanto sterile, erudizione romanistica tratta dalle opere di Dumézil o di Scheid, Bettini o Carandini, piuttosto che da altri della stessa fatta, è significativa. Oltre al loro vano culto dell’erudizione profana, vari cultori della “romanità”, come gli pseudotradizionalisti romani, passano più tempo su Facebook postando i loro selfie e dedicandosi al culto idolatrico della loro falsa identità, invece di dedicarsi all’ascesi religiosa rigorosa che forma il vir vere romanvs. L’erudito, col suo razionalismo e il suo culturalismo, per quanto egli sia “onesto” e “coscienzioso”, edotto nella sua “cultura”, rimane estraneo alla vita dello Spirito, all’essenza vivente della tradizione. I “grammatici” esteriori, con la loro pedanteria, micrologica e basso erudita, e con le loro pignolerie  filologico-storiche, sono simili a quei saccenti sterili che Pindaro individua come “…coloro che hanno imparato a furia e a rinfusa e come corvi gracchiano invano contro il divino augello di Zeus”.

Si può dire lo stesso anche nel caso di quegli orientamenti e di quei gruppi che cercano di legittimare la loro azione “romana” rifacendosi alla presunta “riemersione” della “tradizione religiosa romana”, la quale sarebbe avvenuta nel Novecento, prima nel Gruppo di Ur, che aveva un carattere pseudotradizionale e pseudoiniziatico, e poi nel sopravvalutato “Gruppo dei Dioscuri”, nel quale l’irregolarità era ben più accentuata che non nel Gruppo di UR. Chi attribuisce qualche legittimità o validità romana a questi gruppi non sa di che cosa sta parlando, chi pensa di riferirsi a Julius Evola come ad un soggetto avente un’autorità religiosa romana, o come a qualcuno che ha svolto un’opera conforme alla regolare tradizione romana, è privo della conoscenza elementare della natura e della forma di questa tradizione.

Gli sviluppi spuri dell’evolismo, mescolati con i dati attinti dalla pseudoscienza profana, con lo scopo di definire una “Via romana agli Dei”, non hanno alcun fondamento tradizionale, né quindi alcuna regolarità. Questa fantomatica “Via”, genericamente tratteggiata da coloro i quali l’hanno proposta qualche decennio addietro, si riduce a ben poco, in generale poi è così poco descritta in maniera completa, articolata e approfondita, che sembra sia riservata ad un nucleo esoterico dedito alla “disciplina romana”. Se anche così fosse, al pubblico generico non è dato di sapere esattamente di che cosa si tratta, e le descrizioni della “Via” che comunemente si possono trovare nei vari supporti degli enti che la propongono, sono decisamente banali e superficiali, peraltro ben poco conformi alla disciplina religiosa romana.

Che dire poi del tentativo di presentare una “romanità etnica”, la quale, proprio per come si definisce, esclude e nega il vero senso della romanità? Coloro che vogliono ridurre la religione romana ad una “religione etnica” ne snaturano completamente il senso, se Roma fosse comparsa nel mondo per limitarsi ad essere il centro di una piccola religione di una piccola nazione locale, la sua manifestazione sarebbe stata completamente inutile. Roma è stata costituita dalla Provvidenza Divina Assoluta per ben altro scopo, e tutta l’Eneide, il Poema Sacro dei romano-italiani, lo dimostra in una maniera estremamente evidente. Se si nega l’universalità assoluta della funzione divina di Roma, si nega Roma stessa, facendo scadere ogni discorso sulla romanità nell’assurdo. Tutte le azioni volte a sostenere la natura “etnica” della religione romana, o a geolocalizzare la presenza provvidenziale di Roma e della sua opera, o ad insistere sulla “origine indoeuropea” della religione e della tradizione romana, sono tutte prive di qualsiasi fondamento tradizionale. In molti casi questi orientamenti irregolari si spingono fino a storpiare alla radice l’identità di Roma, quest’azione blasfema fa parte di un sinistro disegno, che ha lo scopo di sovvertire la vera conoscenza della natura di Roma, del suo Mistero e della sua funzione regale divina di Pace Universale Assoluta.

In ultima istanza facciamo cenno al tentativo di sminuire Roma e la sua religione in tutti i modi possibili, presentando la prassi sacrale romana in modo caricaturale, secondo modalità esprimenti esclusivamente un formalismo ritualistico mai stato presente a Roma, privo di qualsiasi dimensione autenticamente spirituale, esoterica e iniziatica, un orientamento che tende ad escludere dal contesto religioso romano ciò che è propriamente sapienziale, divino e sovraumano, con tutto ciò che a questi elementi si associa.

Alcune conclusioni sul ricostruzionismo romaneggiante

 

In definitiva occorre affermare che non è possibile seguire in alcun modo un indirizzo ricostruzionaistico pseudotradizionalistico, e dunque anche pseudoromano, volto a ripresentare o restaurare la prassi religiosa romana in modo irregolare. Questo indirizzo manca di una fondazione sacrale precisa e dunque procede in maniera illegittima e invalida su tutti i fronti della sua azione spuria, sviante e disorientante. Un autentico indirizzo romano, che sia rigorosamente tradizionale, deve liberarsi completamente dall’evolismo, in tutte le sue forme, inoltre deve purificarsi completamente dalla mentalità profana e da ogni disposizione favorevole alla profanità, così come deve astenersi da ogni tipo di vita profana concreta. Ne consegue che un’azione tradizionale effettiva non deve far ricorso, in alcun modo, alle pseudoscienze profane, come la filologia moderna, la storia trattata in modo “scientifico”, la linguistica antitradizionale, l’antropologia a base evoluzionistica, la storia delle religioni di matrice profana, ecc. Un vero nucleo tradizionale deve invece dedicarsi al recupero delle scienze sacre, a partire dalla filosofia religiosa tradizionale per seguire con la filologia sacra. Bisogna poi che si impegni in una rettificazione profonda e completa della deviazione modernistica, per restituire, per quanto possibile oggi, la disciplina tradizionale romana alla sua operatività regolare ed efficace. È evidente che, in mancanza del ripristino della prassi specifica della scienza sacra romana, non si potrà dare adito ad una vera disciplina tradizionale romana, che dia forma al soggetto religioso comune e a quello autorevole, e dunque non si potrà acquisire lo stato per ricostituire anche il culto rituale formale esteriore. La disciplina rituale deve essere esercitata da autentici religiosi, la direzione di certi culti richiede una precisa autorità, che abbia legittimità e validità, però, se si persiste esclusivamente nell’illusione per cui si crede di esercitare la pietas, quando in realtà si svolgono dei “rituali”, i quali, essenzialmente e formalmente risultano invalidi per molteplici motivi, allora ogni azione è vana.

Tutto l’approccio alla romanità deve essere integralmente riformato, per essere riportato alle condizioni precedenti la degenerazione che è subentrata con la modernità. La disciplina regolare della romanitas sussisteva ancora nei primi decenni del Cinquecento, poi progressivamente è emersa l’azione antitradizionale contraria alla disciplina regolare della romanità classica, per cui i cultori della tradizione hanno avuto una difficoltà crescente a conservare e a trasmettere la disciplina regolare della romanitas nei secoli fino ad oggi. In ogni caso, se non si persegue un indirizzo rigorosamente tradizionale non è possibile fare nulla di valido, specialmente non è possibile dare atto ad un ripristino della ritualità che abbia una sicura efficacia sul piano religioso. La religione è finalizzata a scopi sacrali, realizzativi e apoteosici ben precisi, e se i suoi atti non perseguono effettivamente, e non consentono realmente, di ottenere questi scopi, non sono altro che atti formali, vuoti di ogni spirito vivo, per cui mancano di ogni potenza effettiva capace di costituire salutare divinizzazione.

 

A.R.Q.

                 Festo, 245.

                 Pindaro, Odi.

 

A cura di ARQ

Estratto da Saturnia Regna, n. 67

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