e della sovversione della religione
Le autorità religiose tradizionali concordano sull’origine divina dell’umanità la quale, si afferma, ha conosciuto una perfezione originale, ma poi, a seguito di un inviluppo catabasico necessario, è andata incontro ad un progressivo degrado, perdendo la condizione originaria, per giungere, al punto della sua estrema “caduta”, alla perdita di ogni qualità virtuosa. Il processo catabasico interessa sia l’umanità divina originaria, che la civiltà divina nella quale era costituita, a causa della catabasi l’attualità della presenza dell’Essere Divino nell’immanenza si occulta progressivamente, fino ad apparire completamente ritirata dall’esistenza esteriore degli ultimi uomini. Lo stato originario di perfezione viene conservato dalle religioni tradizionali, che hanno lo scopo di custodire nel tempo la presenza divina integrale, ma le personalità autorevoli che dispongono della perfezione primordiale si riducono sempre più nel corso della discesa, perciò la loro presenza appare eccezionale alla fine del presente ciclo umano. Nel fondo della catabasi, la presenza divina sarà conservata solo in un punto, completamente ritirato da ogni contingenza esteriore.
Questo processo di degrado è sempre stato considerato inevitabile, ma negativo, da tutte le autorità religiose tradizionali del presente ciclo temporale dell’umanità, con una velocità crescente, specie nell’ultima sezione della catabasi, l’età ferrea, ogni cosa va incontro alla sua dissoluzione. In particolar modo la situazione di inviluppo si è accentuata con molta rapidità nell’ultimo mese cosmico di duemilacentosessanta anni, che ha avuto il suo inizio significativo nell’Occidente europeo e mediterraneo, con la costituzione del Divinvm Imperivm Romanvm, ultima presenza del Regno Divino Aureo Primordiale Integrale nella presente umanità. In questo ultimo “mese” si sono ripetute, in scala minore, le diverse fasi dell’intero ciclo catabasico e i suoi effetti si sono estesi a tutta l’umanità.
La prima fase di degrado, analoga a quella che si è prodotta con il passaggio dall’età aurea a quella argentea, è stata caratterizzata dall’usurpazione, sovversiva e antitradizionale, di “sacerdoti” limitati ad uno statuto “psichico”. Con il passaggio oscurante dall’universalità assoluta romana a quella relativa della chiesa cristiana della fede, l’umanità dell’Occidente europeo è decaduta ad un livello inferiore dell’essere. A causa di questo passaggio, la regalità e il regno divino, presenti in terra nell’Imperivm Divinvm Romanvm, e l’unità trascendente delle religioni, che fondava la pace e la giustizia onnicomprensive, si sono occultate, per lasciare posto al regno teocratico di una sola religione, che si è imposto affermando l’esclusivismo violento di una sola parte. A questa prima usurpazione “sacerdotale” del regno divino aureo originale, è succeduta l’usurpazione “guerriera” dell’autorità sacerdotale, la quale ha riprodotto una situazione analoga a quella dell’età bronzea, già costituita, nel suo complesso, in una fase precedente del presente ciclo umano. La rivoluzione “antisacerdotale” viene messa in atto da un’umanità limitata ad un orizzonte esclusivamente “volitivo”, “attivo”, volta all’azione esteriore, politica, temporale e guerriera. Il degrado della civiltà però non si arresta a questo punto, perché lo stesso ordine costituito dei “guerrieri” politici, sarà sovvertito dalla rivoluzione degli “operatori”, dei generatori di opulenza materiale, i mercanti, gli artigiani, i “borghesi”, i quali, attraverso atti di ribellione esplicita nei confronti del potere costituito, instaurano il loro nuovo orizzonte civile e sociale. Con l’imposizione degli “ideali” del “terzo stato”, la civiltà occidentale subisce un altro degrado, un uomo, ormai ridotto alla sua corporeità animale e assimilato alla sfera del ventre, tenta di screditare ogni autorità spirituale, ma anche il potere politico e temporale, procedendo anche alla loro simbolica, oltreché concreta, “decapitazione”. Ma la catabasi religiosa, civile e sociale, non raggiunge però il fondo con le rivoluzioni profane della borghesia, perché gli oscuri portatori della corporeità, i servi, i lavoratori, i “proletari”, vorranno a loro volta assumere il potere civile e imporre il loro orizzonte esistenziale a tutti gli uomini. Dopo la rivoluzione borghese, si succedono le rivoluzioni socialiste e comuniste, con i loro orrori, fino alla riduzione dell’uomo e della civiltà alla sola materia disanimata e limitando la vita ad un oscuro perseguimento della sopravvivenza edonistica. Raggiunto questo “termine”, il degrado catabasico si conclude con la dissoluzione finale della residua forma materiale dell’uomo e della civiltà. Attraverso l’ascendenza di individui sconnessi da ogni forma trascendente, anarchici, ribelli, una specie di esseri “subsociali” e “subcivili”, “paria” informi, le potenze caotiche vengono fatte emergere ovunque, fino a quando, dilagando, ogni istituzione religiosa, civile e sociale imploderà nell’annientamento, nella riduzione al ni-ente, al non ente, il substrato abissale e tenebroso dell’esistenza. Quest’ultima fase di dissoluzione si trova già in uno stadio avanzato e ha come cifra specifica lo sradicamento finale dell’uomo dalla religione e la distruzione di ogni residua forma di autorità o di ciò che può apparire tale, al fine di staccare il divenire terreno dell’esistenza umana dall’Essere Divino, per fare implodere ogni cosa nel non essere.
Nel corso degli ultimi due millenni la reazione alla decadenza è stata continua, le autorità religiose più qualificate hanno cercato la restaurazione, per quanto possibile, dello stato perfetto delle origini. Tutti coloro che hanno reagito al degrado, nel bene e nel male, hanno creduto di presentare le risoluzioni migliori alla deviazione e alla corruzione progressiva della civiltà, le quali, seppur ritenute “necessarie e ineluttabili”, non sono mai state in alcun modo favorite o ritenute positive dagli uomini religiosi. “Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!” così recita un passo del Vangelo cristiano, ma avvertimenti analoghi sono presenti in tutte le religioni.
L’intensità dell’azione negativa, oppositiva e poi sovversiva, dell’ordine retto della civiltà, a qualsivoglia grado, si è accentuata nell’ultima fase del “mese cosmico” indicato, che si è svolto nel segno dei Pesci, specie nel suo ultimo terzo, equivalente a circa settecentoventi anni. In questo periodo l’anima viene sopraffatta dal principio titanico o umano, i termini sono pressoché equivalenti, e dunque dalla materialità in generale e dalla corporeità in particolare. La soggezione al corpo inclina l’anima alla negazione della sua causa trascendente, con una intensità e una estensione che non si erano mai viste prima, poi, successivamente, l’anima si oppone al suo principio causale e infine sovverte ogni retto rapporto con esso. Il rapporto normale che deve sussistere fra il Principio fontale e il suo riflesso, fra il Causante e il causato, viene così illusoriamente spezzato. Il soggetto intellettivo che, a causa dell’originale degrado catabasico, si era identificato al suo riflesso psichico, non aveva comunque perso, nei secoli, il suo riferimento all’Intelligenza Trascendente, alla quale si era sempre approssimato nel modo diretto della gnosi o nel modo indiretto della fede. Ma nell’ultimo terzo, nell’ultimo decano del mese cosmico, la ragione umanizzata si è opposta progressivamente all’Intelligenza Trascendente, sotto ogni profilo. Con un atto rivoluzionario, senza precedenti circa la sua portata, la ragione umana sovverte i normali rapporti che devono sussistere fra l’intelletto e la ragione. Con questo ribaltamento si costituisce un’illusoria autonomia della ragione rispetto al suo fondamento ontologico, un’illusione dalla quale deriva anche un fallace senso di autosufficienza del suo operare. Tutto ciò determina un ingannevole sensazione di potenza nell’individuo razionalista, una presunzione di libertà e di dominio che si accresce nel corso dell’ulteriore degrado catabasico, fino all’affermazione di una sorta di onnipotenza della ragione in ambito illuministico. Attraverso successive negazioni della dipendenza causale della ragione dal suo fondamento ontologico, il soggetto psichico crede di svincolarsi da tutto ciò che pare limitare la ragione in senso trascendente, quindi non solo nega il Dio quale Causa Prima della teologia e della religione cristiana, la religione che predominava in Europa al tempo dello sviluppo del razionalismo, ma nega anche il fondamento stesso della religione, perciò l’individuo razionalista rimuove ogni riferimento al criterio ontologico di verità e di certezza e correlativamente rifiuta ogni obbedienza e ogni subordinazione al principio divino dell’autorità.
L’attiva immanenza del Divino nella sua presenza originaria, nella quale è riposta l’integralità della Conoscenza Divina, è una presenza senza la quale alcun rapporto e partecipazione all’Essere permanente è possibile per l’ente contingente. Il principio nel quale si realizza la perfetta attualità dell’immanenza divina è, allo stesso tempo, anche il principio della religione, generale e particolare, in esso si colloca anche il criterio di verità, perché egli è Sapienza Divina in atto, perciò “verità totale vivente”, dunque anche necessariamente principio di autorità divina, perché presentifica nel suo essere l’Essere Divino stesso e la relativa Autorità Spirituale Suprema. Il Dio si costituisce da Se Stesso nell’immanenza dell’animo dell’uomo perfetto e dispone, nel mistero che costituisce, in quale modo la presenza del suo essere debba essere conservata, trasmessa e realizzata, secondo una regola arcana e ieratica ed una prassi che le autentiche autorità spirituali hanno custodito in modo inviolabile nei millenni. Solo attraverso il rispetto della “regola della tradizione” della Sapienza Divina, solo attraverso il rispetto di ciò che è stato disposto in principio dal Dio, si effettua la regolare trasmissione misterica del dato-stato divino trascendente, corrispondente al Principio Divino Eterno della religione-tradizione e si compie il regolare accesso ad Esso. La conservazione rigorosa della regola arcana della tradizione garantisce la continuità della teofania originaria del Principio Divino Supremo nella perpetuità, fino alla fine del ciclo temporale dell’umanità. In tal modo la Luce Totale della Verità Integrale non si occulta mai, fino all’istante terminale della catabasi, oltre il quale si attuerà la palingenesi, mediante la quale la verità plenaria dell’Essere sarà riattualizzata integralmente in tutta l’umanità rigenerata.
I distacchi progressivi della ragione dall’autorità divina si sono susseguiti dalla fine del Medioevo, con alterne reazioni, fino alla definitiva affermazione del razionalismo in Cartesio, nel quale si individua il prototipo del soggetto moderno, isolato nella razionalità sensibile e svincolato dalla tradizione religiosa, che rifiuta il dogmatismo teologico per costituirne la sua parodia, il dogmatismo razionalista. Il termine dogma è analogo al termine deig-ma, che è presente anche nel termine para-deig-ma, in comune hanno la radice deik-, che è presente anche in dokeim, voce verbale comunemente tradotta come “opinare”, ma, più precisamente, significa “faccio apparire”, “costituisco apparenza”. Deik-ma, deig-ma e dog-ma, sono termini che esprimono ciò che fa apparire “ma”, la misura, la forma essenziale della cosa in un dato modo. Nel dogma una religione o una filosofia “esprimono”, fanno apparire la misura dicibile di una verità essenziale, pertanto fra il dogma come verità indiscutibile, e ciò a cui il dogma si riferisce, vi è un rapporto biunivoco. Dogmata è il complesso delle formulazioni delle verità essenziali che costituiscono una dottrina sapienziale, la conformazione ad essi è garanzia di fedeltà alla verità per l’ente che la costituisce. Dogmatikos è sia colui che formula asserzioni di verità indiscutibili, sia ciò che, per natura, è espressione formulare di una verità essenziale, che ha un valore di assoluta inerranza. Dogmatizzare è esprimersi fondando su dogmi, o su verità certe e indiscutibili, il dogmatismo invece è una degenerazione del dogmatizzare regolare, in quanto costituisce un atteggiamento per il quale si elevano a dogmi opinioni che non hanno una vera certezza ontologica e metafisica, perciò non hanno lo statuto di verità indiscutibili e inopinabili, queste stesse opinioni vengono poi opposte “dogmaticamente” ad altre in modo esclusivo.
È erroneo pensare che i dogmi siano un prodotto proprio della chiesa cristiana della fede, in realtà esiste un’attività dogmatica anche nelle scuole filosofiche precristiane, tanto che, proprio la reazione dei filosofi scettici nei confronti dei dogmata della varie scuole, li portò a dare una prima loro definizione del dogmatismo, al quale essi poi si opposero. Ma il punto di vista degli scettici antichi era già limitato, perché essi pensavano che non fosse possibile affermare in alcun modo una verità assoluta su nulla, perciò negavano ogni valore assoluto ai vari dogmi filosofici, per lasciare sussistere solo la epoché, la sospensione del giudizio sulle cose, in quanto stabilirono che non era possibile giungere a definire realmente alcunché di certo. In realtà la verità assoluta esiste ed inerisce alla sostanza dell’essere delle cose e in particolare all’Essere Supremo. Questa verità è possibile conoscerla ed anche formularla dogmaticamente, anche se la formulazione dogmatica non coincide con l’essere sovraverbale della cosa espressa verbalmente nel dogma. Il problema si pone sempre quando si cerca di sconnettere la formulazione dogmatica dall’essenza della verità formulata, in questa alterazione possono incorrere coloro che, non possedendo più l’intuizione intellettuale immediata della verità essenziale, si affidano ai dogmi come unica modalità di partecipazione alla verità. La gnosi essenziale, puramente metafisica, trascende la attività dogmatica e la fonda, ma la verità metafisica, nella sua integralità è sovrarazionale e sovraverbale, perciò non si lascia racchiudere nel dogma, per quanto esso possa essere perfettamente formulato, perciò il dogma dovrebbe essere aperto verso l’alto e considerato come un supporto della verità divina sovradogmatica, altrimenti la sua natura di “mezzo di rivelazione” viene persa di vista.
Allo stesso modo, non si deve incorrere nell’errore di considerare qualsiasi attività dogmatica come un dogmatismo, trovando così vari, ma vani pretesti, per attaccare la religione cristiana della fede o altre religioni. Nell’ambito della tradizione cristiana, il processo che ha portato alla definizione dei dogmi come “decreti”, a partire dalle istituzioni conciliari, ha irrigidito la regolare dogmatica metafisica nell’attività dogmatica esteriore, volta a fissare gli articoli di fede al quale il religioso è tenuto a credere. Questo processo va considerato secondo due valenze, da un lato è un minus, specie quando si pretende di assoggettare tutti gli uomini alla sola obbedienza ai dogmi, negando ogni possibile accesso alla gnosi delle verità essenziali veicolate dai dogmi, ma, per gran parte dell’umanità decaduta, quest’azione ha un carattere provvidenziale, perché il semplice uomo carnale non ha altra possibilità di radicarsi nel vero, se non stabilizzandosi fermamente nell’obbedienza al dogma di verità attraverso un’autentica ferma fede. Guai a svalutare quest’approccio alla Verità Divina, perché si disorientano i semplici uomini, guai a coloro che, insuperbiti presuppongono di avere qualità per accedere alla “gnosi”, senza passare prima dalla solida costituzione della fede. Questo discorso non è a favore della religione cristiana della fede, ma vale in particolar modo anche per la religione romano-italiana, Enea, divino esempio, così insegna. Egli mostra come il religioso deve prima stabilirsi nella ferma fede, per potere poi accedere all’ascesa negli Elisi, fino alla gnosi universale dei Misteri Divini e degli Arcana Fatorvm. Altrettanto insegnano i Padri, come accade ad esempio al Pontefice Cotta nel De Natvra Deorvm scritto dall’Ottimo Padre Cicerone.
Con la dogmatizzazione legale del kerygma si evidenzia una tendenza all’estroversione della sapienza metafisica trascendente, implicita nella rivelazione, in una dottrina rigida, la quale costituisce solo una forma possibile dell’esposizione del contenuto metafisico illimitato dell’essenza del rivelato. Questa uniformazione esteriore della chiesa nel dogma e la ricerca di una concordanza su una verità dottrinale omogenea, nella quale il maggior numero di chiese poteva riconoscersi, ha abbassato il livello della formulazione e quindi ha limitato il piano della scienza metafisica espressa, perché, nel tentativo di allargare massimamente il consenso, si è dovuto necessariamente abbassare il livello su cui questo consenso può essere ottenuto, dato che il gran numero dei partecipanti alla definizione del consenso non poteva più accettare una verità metafisica appartenente ad un ordine della realtà che trascendeva le possibilità di conoscenza dei molti.
L’Imperatore cristianizzato giunse, quale somma autorità riconosciuta dai vescovi, a convocare i concili presiedendoli, ciò comportò l’assimilazione degli atti di formulazione dottrinale ai pronunciamenti legali. Il risultato fu che le verità di ordine metafisico furono ridotte a dogmi limitati, per l’ottenimento del consenso dei molti, e tradotte in decreti giuridici eretti a norme di verità, alle quali si doveva riferire ogni speculazione intellettuale o teologica canonica, speculazione che, fuoriuscendo da questi decreti, sarebbe stata dichiarata eterodossa o eretica. Questa operazione legale non evitò le divisioni e i conflitti intellettuali, anzi questi ultimi vennero tradotti in contenziosi e controversie nei confronti della norma decretata, del dogma, quindi trattati come rottura con l’istituzione legale autentica, perciò ricondotti allo scisma istituzionale.
Con la costituzione del processo di dogmatizzazione della verità rivelata, il kerygma cristico essenziale, puramente simbolico e metafisico, conobbe la esteriorizzazione concettuale, dottrinale e formale. L’esplicitazione della fede in asserti dogmatici si accentuò sempre più nei secoli, e, con essa, il degrado dell’attività teologica e la trasmissione del mistero divino. Il kerygma così si storicizzò e il piano exoterico della religione, a livello dottrinario, venne adeguatamente espresso da una riduzione della realtà metafisica informale alle formule dogmatiche, mentre l’esoterismo, per sua natura non può essere vincolato a formulazioni dottrinarie specifiche, rigide e “ortodosse”, perché si riferisce alla pura realtà metafisica, non suscettibile di essere racchiusa in formulazioni concettuali o limitazioni formali precise. Le dottrine metafisiche pure sono l’esplicitazione formale e relativa di una conoscenza diretta del mistero assoluto, queste dottrine hanno solo la funzione di indirizzare il soggetto iniziato alla medesima conoscenza dell’espositore, non devono perciò produrre un arresto alla rappresentazione concettuale di realtà sovraconcettuali, nella quale fissare la fede del soggetto, ma la rappresentazione deve essere solo un mezzo per afferrare la realtà di cui è espressione. È questo uno dei motivi per cui un’organizzazione autenticamente iniziatica non costituisce mai una “chiesa”, nel senso di un’istituzione volta ad amministrare una verità unica, decretata ed omogenea, esclusiva di altre espressioni formali della verità, una tale organizzazione non si impegnerebbe mai nella custodia di un’espressione formale esteriore del mistero da imporre come credo assoluto ad una massa di fedeli.
La pura libertà metafisica non può essere condizionata dalla formulazione dogmatica “ortodossa”, la prospettiva metafisica integrale è assolutamente universale e infinita, ogni prospettiva che non sia tale è in diverso modo determinata, “dogmatica”, relativa, particolare e oggettivante, e non può vantare alcuna assolutezza, né essenziale, né formale. Le stesse organizzazioni iniziatiche cristiche originali producevano un numero relativamente indefinito di scritture, così come un numero apparentemente indefinito di dottrine e, quindi, di “sistemi” metafisici e iniziatici aperti, volti alla realizzazione del mistero assoluto, senza ricercare l’omogeneizzazione o l’unificazione esteriore in una chiesa unica, perché unico è solo il Principio e molti i suoi modi di attuazione. L’eliminazione di questa disomogeneità, ritenuta negativa, per un’uniformità esteriore di carattere dogmatico e concettuale, sarà un’operazione che condurrà la chiesa della fede ad un passaggio di piano, dall’immediatezza metafisica alla mediazione decretativa e dogmatica. La Grande Chiesa, dopo Nicea-Costantinopoli, non sarà più capace di trasporre compiutamente nel piano metafisico, puro e trascendente, le formulazioni dogmatiche della sovraessenza misterica, tranne in pochi casi di personalità o nuclei isolati, spesso accusati di “eresia”.
La prospettiva teologico-dogmatica costituì una riduzione della visione metafisica integrale per diversi aspetti: perché una visione metafisica integrale tratta della pura realtà metafisica in sé e non di specifiche determinazioni della medesima, quindi nemmeno di determinazioni teistiche; perché l’esposizione di una visione metafisica è l’esplicitazione mediata in termini enigmatici e simbolici, talvolta paradossali, dello stato trascendente del soggetto espositore, della realtà attuata dal medesimo, non è perciò una riflessione mediata ed esplicitata in termini razionali e filosofici del dato, già formale, della rivelazione determinata. Se a quest’ultima limitazione dell’espressione metafisica si aggiunge l’elemento sentimentale, ossia il particolare adattamento della verità metafisica all’elemento umano, l’informalità della pura verità risulta ulteriormente limitata e ristretta ad un orizzonte nel quale risulta pressoché completamente occultata la pienezza del Principio su cui è fondata.
Una volta fissata la “verità dogmatica”, tutti i tentativi di introdurre nuove e diverse formulazioni dogmatiche della fede furono banditi, la “verità” istituzionale non poteva più essere toccata e il magistero della chiesa doveva difenderla dalla “corruzione”. Ogni controversia ecclesiastica dovrà essere risolta all’interno di una dialettica che presupponga sempre la norma referenziale dogmatica, alla quale tutto deve, in ultima istanza, essere ricondotto. Una volta che “la verità” è stata stabilita per decreto, per dogma, la formula di fede diventa strettamente autoritativa, perciò assume un valore superiore a qualsiasi dimostrazione teologica, così la proclamazione scritturale perde via via importanza. La ripetizione delle formule dogmatiche si riproduce nell’elaborazione di omelie formali con costanti teologiche ortodosse, le quali, raccolte in omilari prestabiliti, possono essere distribuite nelle liturgie programmate. Un blocco monolitico chiuso e ripetitivo si costituì, ciò fu il segno di una avanzata secolarizzazione e materializzazione della tradizione metafisica cristiana e, allo stesso tempo, la costituzione rigida e fissa di un deposito rivelato ampiamente esteriorizzato.
Le diatribe dottrinali interne, dopo questa sistematizzazione della fede, verranno “sanate” da imposizioni dell’autorità, dalla riduzione alla fede data e stabilita. Le varie proposizioni di fede non formulate correttamente saranno permanentemente combattute. La trasmissione della fede in modo autoritativo, cioè usando enunciati formali certi e autorevoli, a cui il soggetto deve assoggettare il suo pensiero mediante la fede, senza che sussista una realizzazione metafisica del principio sovrannaturale dell’enunciato, equivale ad una trasmissione svuotata dello Spirito efficace e potente, analoga alla trasmissione dei sacramenti ridotti alla dimensione “ex opere operato”. Il soggetto che trasmette il deposito della fede in modo dogmatico, non dispone dello stato spirituale pneumatico che consente la visione diretta del mistero, non possiede la realizzazione essenziale del mistero sotteso dal dogma, ma, nel migliore dei casi, egli trasmette formalmente e in modo corretto il dogma di fede, il deposito rivelato esteriore, al quale egli stesso aderisce “credendo”, ma non “sapendo”. Per rispettare la regolarità della trasmissione egli deve fare in modo che la sua esposizione della forma dogmatica della fede non sia corrotta e che nessuno si applichi “superbamente” alla sua corruzione. L’adesione alla religione autoritativa prende piede quando non è più possibile un accesso intellettuale, diretto, al contenuto metafisico della rivelazione, quando viene a mancare la prassi gnostica pneumatica che permette di realizzare autenticamente il dato-stato sovradogmatico della rivelazione, coincidente col Cristo Eterno stesso per i cristiani. La religione basata su dogmi da credere, ai quali il pensiero umano deve obbedire, costituisce una limitazione rispetto alle religioni tradizionali integrali, in quanto in questa forma limitata di religione si compie la esteriorizzazione e la limitazione della realizzazione metafisica integrale. Non bisogna però ripetere l’errore compiuto da Guénon, mutuato da Evola e poi assunto da altri, che consiste nel confondere la religione integrale con una sua forma ridotta, per distinguerla poi dal dominio e dalla prassi dell’iniziazione intellettiva. Nella religione tradizionale integrale, inclusa quella cristiana originale, i due piani della fede e della sapienza, della pistis e della gnosis, sono entrambi presenti in un unico ente e sono costituiti ciascuno in un piano subordinato all’altro, come accade anche nella religione romano-italiana. Se da un certo punto in poi vi è stata una distinzione fra “religione” e “iniziazione”, ciò è dovuto all’azione della Grande Chiesa, a partire dal II secolo, fino a divenire prassi, dopo i concili di Nicea e Costantinopoli del IV secolo. A partire dalle risoluzioni definite nei due concili, l’ortodossia pistica cristiana ha combattuto sia la dimensione superiore della sua stessa tradizione, la disciplina pneumatica volta all’attuazione della vera gnosi cristica, sia le dimensioni superiori delle altre religioni, che conservavano le procedure per l’accesso al piano della scienza metafisica diretta dei misteri divini.
La religione del demos, dell’ “io credo”, dell’ “io spero”, della fede in una verità trascendente ridotta ad una formula dogmatica, alla quale, nel tempo, è sempre più difficile obbedire, costituisce una religione crepuscolare-notturna, che appare necessariamente alla fine del ciclo dell’umanità. Ma anche in questo caso occorre ben comprendere la natura provvidenziale di tale “inviluppo”, così come va fatto per il passaggio dalla gnosi alla dogmatica. Sebbene la forma religiosa basata sulla fede sia un minvs, rispetto alla prassi religiosa superiore della gnosi e al relativo fine iniziatico sovrapsichico, non si deve incorrere nell’errore di considerarla una “deviazione” da demolire e annullare, perché la struttura ecclesiastica, così come l’esposizione dogmatica, sono funzionali alla moltitudine sterminata degli ultimi uomini. Senza queste presenze le masse dei carnali e degli psichici non avrebbero alcuna possibilità di partecipare e fruire della Verità Divina che, per il loro statuto, non potrebbero mai raggiungere direttamente. Perciò non è conforme ad una azione tradizionale regolare la svalutazione, o peggio la “demolizione”, della chiesa cristiana o di altre “chiese”, specie a partire da un razionalismo profano, ateo e antireligioso, ma anche secondo un tradizionalismo male assunto e persino il solito improprio senso di superiorità “iniziatica”. L’insuperbimento oggi è molto diffuso, soggetti che non sarebbero in grado di sostenere nemmeno l’ordine e il rigore di un adeguato exoterismo, che comunque potrebbe condurli indirettamente alla gnosi e alla divinizzazione, si producono in proterve e sprezzanti critiche rivolte alla “religione”, confusa con una sua limitazione, o alla “via religiosa”, contrapponendovi vanamente una “via iniziatica”. Molti di coloro che incorrono in queste sommarie generalizzazioni non conoscono la completezza delle cose, spesso mutuano proprio fideisticamente le indicazioni di Guénon o Evola o altri, e si considerano superiori in quanto dediti alla “iniziazione”. Molto spesso costoro sono solo vanitosi e illusi, ma essi possiedono solo conoscenze “iniziatiche” limitate e particolaristiche, utilizzate spesso in modo esclusivistico, varie volte inoltre, nonostante la presunzione, presentano uno stato inferiore a quello di un religioso regolare che pratica all’interno delle strutture della religione pistica organizzata. Solo autentici iniziati, specie oggi assai rara, possono parlare di società di soggetti che trascendono effettivamente la dimensione dogmatica della fede, solo reali “sapienti”, non apprendisti “iniziati”, specie se hanno un carattere dopolavoristico, possono presentare una vera “libertà iniziatica”, troppo spesso promossa da falsi maestri, fin dal principio della disciplina, all’uomo postmoderno, già incapace di obbedienza a strutture autorevoli, il quale coglie questo invito nel senso dell’accrescimento della licenza individuale ed edonistica della sua prassi. Solo colui che si trova realmente, e non per immaginazione, oltre le differenze religiose formali, può trascendere la partecipazione a strutture “ecclesiastiche”. Anche nell’antichità, per esempio a Roma, in Grecia e in Egitto, coloro che avevano avuto accesso al dominio superiore e gnostico della religione non escludevano la loro partecipazione alle strutture “ecclesiastiche”, ossia, letteralmente, alle assemblee dei cittadini riuniti per svolgere specifiche funzioni civili e religiose, anzi, essi ne costituivano il vertice, svolgendo in esse una funzione ad un tempo esoterica ed exoterica. La diffusione di azioni antiecclesiastiche, contrarie alla partecipazione a strutture religiose ordinate regolari, favorisce il più grave anarchismo dell’individuo profano attuale e il suo individualismo spiritualistico selvaggio, ne accentua altresì l’insuperbimento e lo allontana da una regolare integrazione in strutture religiose adeguate alla sua cultura, al suo genio e alla sua effettiva possibilità di realizzazione. La sollecitazione di atteggiamenti antiautorevoli equivale a fomentare l’azione antitradizionale e la mancanza di ogni rispetto della regolarità della tradizione.
La religione dogmatica cristiana si estese progressivamente agli uomini dell’Occidente, che subirono un indottrinamento alla fede esteriore, il quale, in molti casi, non produsse alcun adeguamento essenziale ai dogmi. Questi uomini furono contenuti per molti secoli in un irrigidimento religioso formale, vennero tenuti insieme con sistemi autoritativi che talvolta degenerarono anche in autoritarismi, considerati inaccettabili da una massa umana nella quale cresceva sempre più, fra le altre cose, la spinta irrazionale, individualistica e titanica, all’affermazione della sua “libertà” dalla religione. Con la fine del Medioevo e la preparazione della Modernità, la chiesa cristiana della fede venne percepita come un ente “vessatorio”, “autoritaristico”, che limitava in ogni modo qualsiasi genere di “libera espressione” dell’individuo umano, un ente che l’uomo titanizzato cominciava a rifiutare per i suoi metodi “coercitivi”, “impositivi” e “inquisitori”, finalizzati al controllo delle anime. Con l’affermazione della Modernità si produsse un’azione progressiva volta all’emancipazione dal controllo della chiesa sulla vita dell’uomo, così, nell’ordine politico, in quello sociale e personale, come anche negli ordini filosofico, scientifico e artistico, il distacco dalla religione è divenuto la cifra dell’uomo moderno. Solo una minoranza seppe conservare la conoscenza della funzione provvidenziale relativa di un pur così limitato ente, ancora meno uomini riuscirono a recuperare integralmente la dimensione che trascende la religione della fede, per precisi motivi fatali. La chiesa cercò di resistere nella difesa della fede, ma l’umanità europea promosse sempre più prepotentemente la “liberazione” da tutto ciò che “costringeva” l’uomo alla fede dogmatica, svincolando così l’individuo da ogni partecipazione, seppur particolare e travagliata, alla Verità Divina e sovrannaturale e, più in generale, da ogni dominio religioso.
Una volta costituitosi il razionalismo moderno, l’accusa di dogmatismo divenne un topos della reazione dell’individuo profano contro la chiesa della fede. Questo indirizzo si è poi sviluppato nello scetticismo moderno per tutto il XVIII secolo fino al razionalismo critico kantiano, per il quale venne negata definitivamente la possibilità di conoscere e affermare qualsiasi verità assoluta. La critica dal basso, da un orizzonte profano inferiore a quello della fede, che non ha nulla a che vedere con l’orizzonte della gnosi che trascende la fede, ma ne costituisce la parodia, muovendo contro la dogmatica religiosa ricade in contraddizioni ancora più gravi rispetto a quelle degli scettici antichi, i quali, nel tentativo di non prendere posizione, dogmatizzarono la posizione scettica. Per cui nei tentativi di criticare il dogmatismo ontoteologico, il razionalista critico cade in un dogmatismo inferiore, più degradato, più limitato e illusorio, fino a che, di degrado in degrado, si giunge al peggiore dogmatismo, quello dell’individuo comune radicalmente ignorante, ma estremamente superbo, che critica tutto e tutti, dogmatizzando la sua vana quanto vuota opinione, relativa e accidentale, una aberrazione che tocca oggi un po’ tutti, persino coloro i quali reputano di possedere una posizione “tradizionale”.
È noto ciò che la critica profana attribuisce alla diatriba che si è svolta fra Fichte e Hegel, nella quale fu definito il quadro tipico del dogmatismo incosciente. Questi due “filosofi” iniziarono ad esibire quel brutto vizio, oggi molto comune negli uomini postmoderni, consistente nel chiamare dogmatismo un punto di vista diverso dal proprio, ritenuto erroneamente non dogmatico ma, in realtà, soggiacente al dogmatismo. Se non si assume una prospettiva metafisica integrale, di tipo non duale, non è possibile sfuggire completamente al dogmatismo, né alla deviazione dello scetticismo antidogmatico, si affermerà una “verità relativa”, di fatto una “non verità”, come se fosse una verità assoluta, e poi la si difenderà persino in modo aggressivo, talora tentando di imporla con la violenza o la coercizione, ripetendo, ma su un piano infimo, quanto magari si imputa alla chiesa cristiana. In tal modo l’individuo è soggetto a tutti i tipi di dogmatismo, non rendendosi conto di combattere il presunto “dogmatismo” con un altro dogmatismo, anche nel caso dello scetticismo più radicale. Coloro che sono soggetti al dogmatismo razionalistico o ai sofismi della filosofia e della scienza moderna, non hanno titolo per attaccare e ricusare la dogmatica della chiesa cristiana della fede, la quale non ha comune misura con le vanità dei profani, che si illudano di negarla o delegittimarla, per sostituirsi ad essa in modo caricaturale e rovinoso.
I filosofi moderni hanno attinto irregolarmente e parzialmente alla teologia tradizionale cristiana, ebraica, ecc., e poi l’hanno limitata e distorta per accordarla al loro orizzonte soggettivo e umano. A causa della mancanza dello statuto religioso opportuno, per comprenderne il senso profondo dei dogmi, ne hanno temerariamente fatto scempio, per poi dogmatizzare le loro vane concezioni, non fondate su alcuna gnosi divina, come invece accade per i dogmi della chiesa cristiana della fede. Gli esponenti del razionalismo, gnoseologico ed epistemologico, non hanno svolto alcuna prassi religiosa regolare, la sola che è capace di condurre l’anima dell’uomo alla retta ricezione del mistero implicito nei dogmi della tradizione spirituale cristiana, mediante la retta fede, o, magari, la retta gnosi. La critica ai dogmi, alle autorità, al magistero e alla tradizione è vana e ha fini strumentali di sovversione della tradizione religiosa.
La negazione teorica e pratica del principio divino di autorità, nel quale sono custodite in maniera plenaria e permanente la verità divina e la sua tradizione regolare, priva la ragione naturale della possibilità di superare il suo limite per accedere all’intellezione divina, ma distoglie anche dalla preliminare fede ortodossa nei dogmi. Così il processo che conduce alla realizzazione del principio costitutivo stesso della religione e alla conoscenza della verità plenaria è del tutto precluso e la ragione si priva per sempre dell’accesso al vero. Il razionalismo scettico e incredulo di individui “diabolici”, come quello dei filosofi moderni, “parassiti” delle teologie tradizionali, spinge a guardare dall’esterno le religioni tradizionali, nella presunzione di poterle giudicare, mediante l’esercizio di un vizioso giudizio razionale superbo, erroneo e limitato, frutto di un soggettivismo opinativo e passionale umano, che favorisce e accresce la generale indisposizione verso la religione predominante nell’Occidente europeo e, più in generale, verso tutte le religioni. L’illusione della ragione, svincolata da qualsiasi regolarità religiosa, exoterica o esoterica, la sola che consente un’ascesa conoscitiva corretta al vero, nel contesto sicuro e infallibile di discipline plurimillenarie, praticate nell’adeguamento al retto magistero, si traduce progressivamente in un’allucinazione titanica, dalla quale deriva una ribellione furiosa nei confronti delle autorità religiose, animata da una crescente violenza iconoclasta, volta a sbarazzarsi, nel più breve tempo possibile, di ogni elemento contenitore o limitatore della spinta anarchica e licenziosa dell’individuo sostanzializzante, diciamo pure “satanizzante”.
L’illuminismo, in quanto movimento di pensiero fondato sull’illusione dell’autonomia della ragione individuale umana, ha organizzato in maniera estesa la sovversione della religione, favorendo le rivoluzioni che ne hanno tradotto gli pseudoprincipi, in modo più o meno radicale, nella costituzione dei moderni Stati atei e areligiosi. La rimozione dell’intralcio della religione, dell’autorità spirituale, della tradizione regolare e delle sue forme, attraverso le quali si trasmette correttamente lo spirito misterico essenziale, fanno parte del più radicale moto antitradizionale, il cui scopo è annichilire, in ogni maniera, ciò che nel mondo presentifica l’Essere Divino trascendente. Questo moto fu favorito anche dalla diffusione massiva e democratica dei libri religiosi, attraverso la stampa, tanto che gli uomini più diversi hanno potuto accedere alla lettura dei testi sacri senza le dovute qualificazioni. Per molti secoli interdetti alle folle, non per motivi di custodia di un presunto “potere tirannico”, ma per garantire la regolarità dell’itinerario religioso, del magistero legittimo e autorevole e per difendere la disciplina dell’arcano, in buona parte ancora presente durante il Medioevo, le scritture religiose sono state fatte oggetto di ogni critica e opinione umana. Le profanazioni e le storpiature della verità ad opera di soggetti non qualificati e non legittimati a interpretare le scritture hanno favorito la diffusione di opinioni deviate sulla religione, che hanno rafforzato la superbia di soggetti impuri, che si sono eretti a giudici, spesso distruttori, di ogni tradizione religiosa.
Nei tempi moderni l’accesso indiscriminato alle scritture ha aperto le porte alla critica e all’esegesi profana delle medesime e, con esse, all’insubordinazione crescente al principio di autorità e all’abbandono della regolarità della tradizione. Ciò dapprima ha dato luogo alla Riforma, in ambiente intraecclesiastico, poi, diversi soggetti, usciti dalla loro tradizione religiosa, come ad esempio Spinoza, hanno proposto la loro ragione individuale come criterio di verità, principio di autorità e di magistero, sviluppando interpretazioni sempre più deviate e limitate della religione, fino alle affermazioni nichilistiche ultime. La teologia è stata così progressivamente corrotta e la filosofia di soggetti estranei alla regolarità della religione si è scagliata, in grado diverso, contro la religione cattolica, tanto che è divenuto un topos, un clichè, “infierire” sul Dio cristiano e sulla tradizione ecclesiastica che ne esprime la presenza, nel suo grado, in questo mondo. Questo processo è culminato in Nietzsche, la cui “filosofia”, radicalmente antitradizionale, ha il suo centro nella critica distruttiva del Dio del cristianesimo exoterico e del Cristo come principio della Chiesa, della morale e della via di salvezza cristiana. Nella sua azione distruttiva il “filosofo” del nichilismo superomista ha toccato punte di furore iconoclasta invasato, che furono poi fatali al suo sempre precario equilibrio psichico. L’opera di Nietzsche costituisce un punto chiave per lo sviluppo compiuto dell’istante negativo della ragione umana, che prevede, dopo la dichiarazione della “morte di Dio”, del Dio espresso nella forma teologica della Chiesa Cattolica, la distruzione dell’io umano, cioè del soggetto psichico identificato alla più bassa dimensione corporale dell’ente, isolato da ogni tipo di sostegno trascendente e ontologico, angosciato nella sua solitudine metafisica e rinchiuso nell’ esperienza effimera di accidente transeunte meramente esistenziale. L’istante negativo ha sviluppato, dopo la fase di “materializzazione” della ragione, inerente al dogmatismo temporalista, la dissoluzione, la redvctio ad nihil di ogni essenzialità-qualità dalla vita dell’uomo. Questo risultato è stato ottenuto definendo prima, in modo compiuto, la teorizzazione e l’elaborazione concettuale del nichilismo, e poi aderendo ad esso esistenzialmente.
Dunque, dopo una fase propriamente “teorica” del nichilismo, perché ogni grado della catabasi si compia, occorre procedere fino in fondo, fino al completo smarrimento dello stato originario di perfetta attualità dell’Identità Metafisica dell’uomo, al fine di costituire la completa immedesimazione al principio che si “oppone” all’Essere, mediante l’esercizio dell’opinazione umbratile e lo scatenamento licenzioso degli istinti radicali corporali. In tal modo viene costituita la caricatura completa della Persona Divina Universale e dello stato ad Essa inerente, la negazione della Sapienza Divina Eterna, per esaltare l’opinione accidentale dell’individuo carnale effimero, fondato sui vizi più caotici, il quale, volto contro ogni dogmatismo, finisce per essere la vittima del dogmatismo più penoso. Colui o coloro i quali procederanno in tal senso, appariranno come le più compiute caricature, figure rovesciate del Principio dell’Autorità Divina.
È significativo che il modernismo abbia avuto origine da una reazione avvenuta nell’ambito della Chiesa Cattolica, a partire dalla Riforma, alla quale è stata opposta una Controriforma, volta a combattere ogni modernizzazione della religione. Il modernismo è una specifica tendenza sovversiva della dottrina tradizionale e dei dogmi, che muove da nuove concezioni umane, non conformi alla verità tradizionale. Il termine modernvs significa letteralmente “ciò che è proprio del nostro tempo”, del tempo presente, indirettamente indica qualcosa di nuovo, di innovativo, che non era presente nei tempi precedenti a quello attuale. L’attributo “moderno” assume un carattere negativo quando indica la costituzione di una novità in un contesto in cui tutto esprime il dominio sovratemporale e perciò rimane sempre identico nel tempo. Fare modernismo in religione significa produrre un’anomalia, una modificazione alterante, laddove non sarebbe possibile modificare nulla. In senso più generale, la modernità è la costituzione di una innovazione assoluta, una deviazione completa, essenziale e formale, da un ordine religioso e civile che non può essere mutato, perché fondato su verità eterne immutabili. Fra il Seicento e l’Ottocento, le autorità ecclesiastiche combatterono la modernità e il modernismo con ogni mezzo e nei diversi ambiti, ma, dopo diversi tentativi, il modernismo è comunque penetrato anche all’interno delle gerarchie ecclesiastiche, fino a che è stato necessario emanare il Sillabo da parte di Pio IX, nel 1864, al fine di respingere quelli che erano considerati i principali errori dell’età e, più in generale, per contrastare tutto quello che rappresentava la penetrazione della mentalità moderna antitradizionale e profana all’interno della religione cristiana. Posti il tomismo e la Somma Teologica come argini a qualsiasi penetrazione del modernismo nell’ambito degli studi teologici e nella formazione religiosa del clero, fra il Concilio Vaticano I e il Concilio Vaticano II vi è stata una progressiva penetrazione della modernità all’interno della Chiesa, attraverso l’accoglienza di prospettive socialistiche e democratiche e l’abbassamento dell’azione pastorale ad un orizzonte sempre più popolare e secolare, così ogni tensione realizzativa e ascetica della mistica è stata abbandonata, per appiattire l’azione pastorale sulla moralità e sull’opera esteriore di carità. Successive reazioni neotomistiche hanno tentato di opporsi a questo fenomeno di degrado, ma, allo stesso tempo, il neotomismo ha chiuso definitivamente la teologia cattolica ad ogni influsso platonico, divenendo così più debole verso il modernismo. Dopo la Seconda Guerra Mondiale la penetrazione della profanità nella prassi cristiana si è accentuata e si è estesa agli studi biblici e cristologici, all’esegesi, all’ermeneutica delle Scritture, alla teologia e alla filosofia, per poi infiltrarsi anche nelle dottrine politiche, giuridiche e sociali e in ogni altra materia.
La Chiesa ha cercato un arroccamento significativo nel dogma fin dalla fine del XIX secolo, nei confronti dell’emergente positivismo, che ha irradiato il suo influsso anche nella direzione dello sviluppo del metodo storico-critico di esame delle fonti, poi si è opposta alla filosofia idealista, allo spiritualismo e all’evoluzionismo. Ma con il XX secolo il modernismo ha sferrato un attacco decisivo alla rigida chiusura dogmatica della Chiesa, in tal caso l’irrigidimento nel dogmatismo teologico cristiano deve essere considerato come un’ultima, estrema difesa della tradizione cattolica, sia dell’essenza che della forma, ogni attacco antidogmatico appare perciò un elemento di carattere antitradizionale. Per sgretolare il senso della dogmatica tradizionale cattolica si è fatto strada un nuovo metodo per l’elaborazione della teologia, basato sull’esegesi critica e storica dei testi biblici e sull’istanza storico-filosofica della cultura del tempo. Tutto ciò ha determinato una limitazione degli orizzonti dogmatici e ha fornito alla teologia nuovi strumenti, per cui ha finito per allinearsi con la moderna scienza esegetica, in accordo con l’ormai imperante metodo critico scientifico. Questa tendenza teologica ha inclinato la tradizione cattolica al suicidio e oggi se ne vedono i risultati finali. A questo indirizzo si sono associate anche la perdita della conoscenza delle lingue classiche e una crescente, quanto esagerata, specializzazione teologica, che hanno prodotto una fortissima frammentazione e una relativa dispersione, in un’analisi del tutto superficiale dei diversi particolari delle Scritture dalla natura contingente ed effimera, che ha allontanato sempre più dalla penetrazione essenziale e spirituale delle stesse.
Viola L. M. A. Israele Cristo e Roma vol. III, Forlì 2008, pagg. 534-535.
A tale proposito si veda anche Vallin G., La Prospettiva Metafisica, Forlì 2007, pag. 207 e segg. Dalla metafisica integrale al dogmatismo ontoteologico.
A cura di ARQ
Estratto da Saturnia Regna, n. 54
© A.R.Q. Associazione Romània Quirites
C.so Garibaldi, 120 – Forlì
Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione anche parziale, se non autorizzata in forma scritta dall’Associazione.