Il senso della vita dell’uomo è stato profondamente mutato dall’iperconsumismo, la condotta individuale è stata orientata alla fruizione edonistica accidentale degli oggetti di consumo, indipendentemente dalla loro natura, dal loro senso e dal loro vero ordinamento al fine ultimo della felicità. Per l’iperconsumista la fruizione istantanea dell’oggetto costituisce di per sé il fine ultimo della vita, la dispersione dell’essere nell’acquisto, il godimento dell’acquisto per l’acquisto, senza più considerare l’importanza dell’oggetto che si acquista, e dunque l’insieme dell’effetto psicologico e dell’emozione che l’acquisto produce viene posto in primo piano, non più l’ebrezza del possesso, come nella prima fase del processo che stiamo esaminando, ma l’ebrezza passionale dell’acquisire, l’emozione intensiva che si produce nel processo dell’acquisizione dell’oggetto di consumo. Nell’iperconsumismo tutta l’esperienza edonistica ordinaria viene ribaltata, è il consumo effimero che produce la felicità illusoria, il passare da un vecchio ad un nuovo oggetto, e poi ad un altro ancora, sempre diverso, tutto nel più completo svincolamento dai prima data natvrae, verso cui si orienta l’elementare oikeiosis animale.
Nella fase propriamente consumistica si era già passati al consumo per il consumo, con l’iperconsumismo viene rotto ogni argine, ogni misura. Nel periodo consumistico esisteva ancora un certo equilibrio fra il risparmio e l’acquisto, la disposizione dei mezzi e la pianificazione della vita futura, l’impiego oculato dei mezzi e il godimento della vita presente, nel periodo preconsumistico invece sussisteva ancora l’indirizzo borghese dell’accumulo dei mezzi per il benessere, il senso del risparmio, il perseguire il capitale per il capitale, la condotta di vita borghese prevedeva la fruizione del piacere regolata da un’adeguata pianificazione economica e sociale. Nella fase iperconsumistica tutti questi elementi vengono meno e poi vengono capovolti: dalla cultura del risparmio si passa alla cultura del prestito, del credito e del debito, i risparmi così si riducono sempre più, mentre il livello del consumo di prodotti accidentali ed effimeri si accresce senza sosta. Il centro della vita dell’uomo viene traslato nell’emozione superficiale, che deve essere sempre più intensa, tutta la vita deve tendere a risolversi nell’istante temporale, perciò, oltre ad essere scollegata da ogni dimensione umana, deve essere scollegata anche dalla dimensione animale, ogni pensiero, così come ogni piano volti al futuro vengono via via abbandonati, così come l’impegno per l’autoconservazione animale del soggetto nel tempo, in tal modo l’esteriorizzazione di tutta la condotta di vita viene portata fino alla sua estrema radicalizzazione. A questo indirizzo esistenziale si è associato un preciso sviluppo di malattie degenerative devastanti, le quali, prima della fine del Settecento, ossia prima dell’avvio della rapida involuzione dell’uomo, a causa della diffusione di capitalismo, economicismo, edonismo e consumismo, erano pressoché inesistenti.
A fronte di una sempre più accresciuta opulenza materiale, associata alla diffusione del presunto benessere che da tale esperienza dovrebbe derivare, equivalente all’ipertrofica fruizione di ogni oggetto, emerge sempre più evidente l’infelicità di un gran numero di uomini, vittime della decostruzione progressiva dell’integrità umana e della desertificazione della dimensione spirituale, psicologica e relazionale dell’esistenza. Prima la riduzione dell’uomo alla sua dimensione animale, poi il suo abbruttimento alla sfera delle sole pulsioni esistenziali caotiche, hanno accresciuto la debolezza e la inconsistenza ontologica di ogni individuo, l’uomo così ridotto è più facile preda del sistema diabolico proprio dell’edonismo radicale, che si è pienamente attualizzato nella società iperconsumistica. È significativo che, nella misura in cui l’opulenza consumistica si diffondeva sempre più negli Stati Uniti, i suoi “cittadini” si sentivano sempre peggio, dichiaravano di essere sempre meno felici e sperimentavano il dilagare, sempre più veloce, di malattie psicologiche, mentali e comportamentali di ogni genere. Gli americani sono stati coloro che, per primi, hanno sperimentato la progressiva riduzione della disponibilità del tempo, divenendo soggetti a quella situazione di frettolosità, agitazione, ansia e rincorsa delle cose e degli eventi che oramai caratterizza tutti i soggetti sopraffatti dalle logiche iperconsumistiche, soggetti divenuti burattini del sistema di annientamento totale dell’uomo attualmente in atto. Il tempo sembra essere sempre insufficiente, esiste un time pressure contemporaneamente ad un time poverty, perché si è sempre più occupati e affaccendati. Per tentare di accrescere il reddito, gli orari di lavoro sono diventati sempre più ossessivi, onnipervasivi, ma, allo stesso tempo, il senso di soddisfazione, il senso di pienezza e felicità si è molto ridotto. Le conseguenze sullo stato dell’uomo, sulla sua condotta, sulle sue relazioni sociali e civili, sono devastanti. Il declino di tutti i fattori umani, morali e relazionali è stato rapido fra la metà degli anni cinquanta e la metà degli anni dieci del XXI secolo, con un fare direttamente proporzionale, diversi segnali rivelano un aumento del senso della solitudine, una crescente difficoltà a costituire delle relazioni sociali, problemi sempre più seri nelle relazioni comunicative, un senso onnipervasivo di paura, isolamento, diffidenza. Se si riduce l’uomo alle sue pulsioni edonistiche caotiche ed indifferenziate, si produce inevitabilmente la completa decostruzione della sua personalità, perciò egli perde ogni capacità di vita morale e civile, e, con essa, la capacità di costituire e gestire una famiglia, così come la responsabilità sociale. Allo stesso modo si riduce inevitabilmente il senso della solidarietà, si degrada anche l’onestà elementare, fino a creare degli individui atti facilmente alla menzogna, all’inganno, alla corruzione, alla truffa. Col progressivo abbandono della partecipazione alla vita sociale e civile, per dedicarsi all’iperdivertimento e all’iperconsumismo, si produce un profondo degrado della situazione sociale, col conseguente imbarbarimento della condotta dei singoli individui e l’accrescimento di tutti i tipi di delinquenzialità.
Questi sono gli effetti inevitabili della deculturazione, della demoralizzazione e della diseducazione conseguenti alla costituzione della società iperconsumistica. Se i modelli pseudoculturali vigenti in questa “società a rovescio” esaltano la vita del tipo subumano radicalmente edonistico e bestiale, la cui condotta è esclusivamente finalizzata al piacere immediato, alla soddisfazione opportunistica dei desideri e alla completa oggettualizzazione delle relazioni, che porta a considerare ogni uomo alla stregua di un oggetto disaminato, da utilizzare, consumare, e poi gettare, l’implosione di ogni comunione civile e sociale non può che essere l’esito inevitabile. Questo tipo di degrado dell’uomo, e della sua umanità, immette tutta la società in una particolare spirale, in quanto, con tutti i problemi del declino che abbiamo evidenziato, si accentuano anche, in modo sempre più profondo, l’insoddisfazione, l’inquietudine, il bisogno di socialità, ecc., i quali, non venendo placati, stimolano a loro volta al consumo al fine di avere piaceri compensatori. Ma per il consumo è necessario il denaro, e per acquisire denaro è necessario il lavoro, perciò bisogna trovare occupazioni sempre più remunerative, le quali, anteponendo il profitto ad ogni altro fine, diventano sempre più immorali e si svincolano da ogni orientamento al bene pubblico, diventando sempre più circoscritte all’individualizzazione dell’interesse. Tutte queste “soluzioni”, volte alla compensazione del peggioramento delle condizioni interiori, relazionali e comportamentali dell’uomo, favoriscono un ulteriore deterioramento della situazione personale. Anche quando il singolo soggetto riesce a fare quel tipo di vita indicato dal sistema iperconsumistico, procurandosi ogni sorta di merci e di oggetti, dall’ultimo televisore all’ultimo computer, fino all’ultimo telefono cellulare, si chiude nel suo isolamento, per divertirsi con i suoi oggetti di entertainment, rimane sempre solo con i suoi oggetti effimeri, con le sue esperienze alienate, con il suo buio, con il suo freddo, con il suo vuoto. Se comprare in modo ipertrofico sembra rassicurare, in realtà dà un senso fasullo di pienezza, oramai l’ultimo uomo può affermare di se stesso: “consumo dunque sono”, e più consumo, più acquisto, più godo in maniera effimera, più fruisco di un illusorio senso d’essere accresciuto.
Con l’iperconsumo portato al suo parossismo estremo l’individuo fruisce intensamente dell’esistenza, di ciò che dà piena soddisfazione al senso dell’io effimero e accidentale, così si dissolve in un carpe diem radicale, con tutto ciò che vi è di orribile in questo. Una volta che l’individuo subisce l’automatismo presente nel sistema di vita iperconsumistico, esso, edonista radicale, ribalta completamente il sistema assiologico a cui dovrebbe attenersi come uomo, per lui esistono solo valori iperconsumistici, questi hanno la priorità su tutto, per cui il lavoro, il denaro, e i sistemi che rendono possibile la fruizione edonistica degli oggetti di consumo, inclusi gli uomini, scalzano completamente tutto ciò che a che fare con lo sviluppo spirituale, l’equilibrio psicologico, l’onestà morale, le relazioni sociali basate sulla giustizia, la ricerca del bene comune, ecc. Più si accresce l’inclinazione iperconsumistica, più si riduce l’apprezzamento degli autentici valori, perciò vi è un peggioramento generale di tutta la condotta del soggetto e della sua interiorità. Succube della grande piovra, e sottomesso come un burattino al sistema finale dell’annientamento dell’uomo, il soggetto iperconsumistico diventa lui stesso un oggetto di consumo, una merce intenta a mercificare la sua vita in tutti i modi, senza che se ne renda conto, esso è diventato un fruitore dei valori diabolici dell’iperconsumismo, e, a sua volta, diventa qualcuno che diffonde questi “valori” agli altri. La vittima del sistema non si rende conto che anche il suo stile di vita è soggetto al marketing, e che ogni elemento del suo esistere è condizionato da una serie di persuasioni, di promozioni, di indirizzi che sono fuori dalla sua coscienza e dalla portata del suo controllo. I media, nell’insieme, così come il sistema comunicativo e informativo, premono in tutti i modi affinché il soggetto si integri al meglio nel sistema e quindi non sfugga più, in alcun modo, alle sue dinamiche. Il senso di sé, il senso del bene, la felicità, l’inclusivisità sociale, la partecipazione al bene comune, sono tutti elementi che vengono ridotti alla dimensione iperconsumistica.
Nell’epoca borghese l’identità del soggetto si confondeva con ciò che possedeva, allora il soggetto poteva dire: “possiedo dunque sono”, poi l’identità si è confusa con la fruizione edonistica connessa anche alla dimensione consumistica, per cui il soggetto poteva dire: “compro dunque sono”, infine la fruizione dell’oggetto di consumo diventa “il sé” in cui confondersi, l’identità si liquefà nell’oggetto di godimento effimero, nel falso bene fruito, un godimento da cui il sé accidentale istantaneo trae sostegno, per cui può dire: “godo dunque sono”. Il degrado del senso di sé nell’esperienza edonistica oggettuale si accentua nella misura in cui si estende la fruizione iperconsumistica delle cose, per assurdo il senso di grandezza del falso sé tende a dilatarsi nella misura in cui viene soddisfatto da esperienze iperconsumistiche di ogni tipo. Ne deriva, per forza di cose, il desiderio di stimolare l’estensione della fruizione edonistica degli oggetti, così si produce un ossessivo incremento del desiderio volto a questa fruizione, sostenuto dalla progressiva assimilazione ed interiorizzazione del messaggio prodotto dal sistema che induce a dissolvere ogni stabile identità ontologica e psicologica nell’esperienza edonistica radicale, nella fruizione intensiva dell’oggetto effimero.
Riassumendo, l’orientamento capitalistico dei consumi si è sviluppato in tre fasi. La prima fase aveva un prevalente carattere borghese, la seconda fase ha avuto una prevalenza proletaria, la terza fase è orientata all’individuo dedifferenziato, che si colloca al di sotto di tutti gli ordini sociali tradizionali. A questo ultimo individuo si può proporre un consumo totalmente privo di ogni riferimento a identità, principi, valori, moralità, limiti e misure, in esso non vi è più nemmeno una superiore qualità, un’ideologia, così facilmente tutto può essere ridotto al consumo privo di ogni forma, un’esperienza che struttura l’effimero ed inconsistente senso di sé finale, caratterizzato da un’illimitata quanto oceanica dissoluzione nella sensazione indifferenziata di piacere caotico.
La seconda fase, prettamente consumistica, del processo involutivo descritto, ha ormai ceduto il passo alla terza e ultima fase iperconsumistica. Prima di questa ultima fase il mercato aveva un approccio più qualitativo nella disposizione delle merci, veniva ancora incontro alle necessità elementari effettive dei singoli e alla soddisfazione, entro determinati limiti, della natura animale. Ora le cose si sono pressoché invertite, quindi l’economia, prima imperniata sull’offerta, è stata sostituita dall’economia imperniata sulla domanda. Tutto il processo produttivo si è radicalmente individualizzato centrando tutte le sue operazioni sul singolo, perciò il sistema di produzione orienta la “creazione del valore” sul singolo cliente, cerca dei sistemi di fidelizzazione della clientela migliorando la comunicazione e la pubblicità. Nel sistema consumistico l’impresa era orientata al prodotto, ora si orienta esclusivamente al mercato, al consumo del singolo. Il fine è l’atomizzazione del consumo, occorre mettere in condizione ognuno di avere accesso alla totalità delle esperienze edonistiche, una vera e propria riproduzione a rovescio della fruizione dell’integralità dell’Essere Divino Totale. Questo fine equivale ad una “realizzazione spirituale” a rovescio, l’individuo condotto al punto terminale del suo degrado, da parte del sistema iperconsumistico, avverte un senso di totale pienezza e benessere, ma in modo diabolico, rovesciato e invertito rispetto alla beatitudine divina perfetta del realizzato integrale, la sua vita edonistica iperconsumistica precipita l’anima nell’inferno della più oscura e atroce illusione, in ciò che costituisce il riflesso tenebroso e infernale dello stato paradisiaco di perfezione.
A.R.Q.
(Estratto da Saturnia Regna n.64, La fine dell’uomo nella società iperconsumistica di ARQ (parte III)
© A.R.Q. Associazione Romània Quirites
C.so Garibaldi, 120 – Forlì
Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione anche parziale, se non autorizzata in forma scritta dall’Associazione.