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L’origine e lo sviluppo dell’ateismo nell’antichità • 1

In seguito alle conseguenze della catabasi universale, per la quale ogni uomo e ogni istituzione dell’umanità procedono da uno stato originario di perfezione fino al loro massimo degrado, perdendo progressivamente tutte le qualità virtuose che avevano in principio, avviene un progressivo decadimento dello stato dell’uomo, dei popoli e delle civiltà, per cui la perfezione divina originaria si rende sempre più latente e dunque nel mondo appare in modo sempre più limitato nel complesso dell’umanità e nella storia delle diverse civiltà. Attorno al VII secolo a. C. le diverse civiltà religiose, dall’Estremo Oriente all’Estremo Occidente, avevano già raggiunto un forte degrado catabasico, in quel tempo l’intelligenza dell’uomo si era già così oscurata che la maggioranza degli uomini non riusciva più a cogliere la vera natura dei fenomeni sensibili. Da allora si resero necessarie diverse riforme religiose profonde, per riadattare le forme cultuali e religiose allo stato degli uomini. Con l’azione di Lao Tze e quella del Buddha, fino alle opere compiute nell’Occidente da Zoroastro e Pitagora, è stato possibile ricostituire provvidenzialmente negli uomini il ricollegamento con la Religione Divina Originale, affinché essi potessero recuperare la Sapienza Divina Integrale. Questi interventi rigeneranti e rifondanti le religioni tradizionali nella loro condizione plenaria, hanno permesso di purificarle da tutte le alterazioni o le deviazioni che si erano prodotte nel corso dei millenni.

In Occidente, insieme a quest’azione divina provvidenziale, si è costituita anche un’azione antitradizionale, favorita dallo sviluppo originale di un certo razionalismo scettico e critico nei confronti della religione tradizionale. I miti, la teologia, i riti, le leggi sacre e le condotte religiose, divenute ormai di difficile comprensione, furono fatte oggetto di accuse e argomentazioni denigradatorie. Questo indirizzo sovversivo si concretizzò particolarmente nell’opera dei sofisti, i quali operarono una precisa rottura con la regolare tradizione dell’ermeneutica sacra e dunque con la ricezione della sapienza religiosa tradizionale. I sofisti favorirono l’ateismo e il dubbio scettico, inoltre fomentarono un comportamento antireligioso, con tutte le conseguenze negative che questa condotta comportava per il bene pubblico.

Per trattare del problema dell’ateismo nell’antichità, occorre prima precisare brevemente che cosa si deve intendere per teismo. È stato solo nel corso del 1600 che è stato definito il concetto moderno di teismo, ciò è avvenuto fra quei pensatori che hanno sviluppato la “filosofia della religione”, i quali hanno ritenuto fosse necessario per elaborare correttamente il concetto di monoteismo. In generale il teismo è quella disposizione che fonda sull’affermazione dell’esistenza del Divino, in particolare il teismo intende il Divino nella sua forma essenziale o personale, ovvero come Theos- Devs. Inteso in questo modo il Dio è l’agente provvidenziale che genera, costituisce e ordina il mondo e lo governa in tutte le sue parti, inclusi tutti gli esseri che lo popolano. Nella sua forma originale il teismo era già stato definito nell’ambito della filosofia greca, in quegli orientamenti filosofici che reagirono nei confronti dell’ateismo dei sofisti o di coloro che intendevano allontanare l’uomo dalla religione tradizionale.

Dalla definizione originaria del teismo si passò, attraverso l’elaborazione platonica, alla successiva filosofia ellenistica, nella quale venne configurato un uso più ristretto della concezione teistica originaria, per cui venne affermata l’esistenza di Dio in quanto Ente Divino personale e trascendente, svolgente la funzione di demiurgo ed avente una natura onnisciente, onnipotente e provvidente. La concezione ellenistica del teismo risente della riduzione dell’orizzonte della teologia integrale originale, espressa in forma mitica e simbolica dai primi teologi, per essere poi ridefinita in forma dialettica e dimostrativa da Platone.

Rigorosamente parlando, la Realtà Divina Suprema non è né personale, né impersonale, la Realtà Divina può essere additata come impersonale quando ci si riferisce al suo “aspetto” sovraessenziale e sovraontologico, che è privo di determinazioni intelligibili e perciò trascende l’intelletto e la volontà e anche l’atto d’essere ad extra. La stessa Realtà Divina può essere invece considerata come personale quando ci si riferisce al suo aspetto essenziale, sul quale fonda l’atto costitutivo della Manifestazione Universale, un atto nel quale hanno anche il loro principio l’intellezione e la volizione in senso eminente. In questo secondo aspetto, la Realtà Suprema, che in Sé è assolutamente unitaria, appare come l’Essenza della Manifestazione, senza cessare di essere al di dell’Essente che è in Sé e per Sé. L’Ente Divino Essenziale si presenta come la sintesi primaria delle possibilità di manifestazione, dunque riunisce in sé le potenze, i nomi e gli attributi universali che costituiscono le modalità attraverso cui il Principio Causale Divino si rende partecipabile dagli enti manifestati.

In tutte le lingue arie, come abbiamo visto, il termine persona è costituito dalla radice prs, che è analoga alla radice pls-, la quale definisce una “pluralità completa unificata”, una moltitudine unitaria. Quando ci si riferisce con il termine persona al Principio Divino che costituisce l’origine della Manifestazione Universale, si deve intendere la Realtà Divina Assoluta nel suo aspetto ontologico, quale unità intellegibile ed essenziale dell’Ente, nel quale sussiste la sintesi organica delle essenze eterne di tutte le cose. Nella metafisica platonica l’aspetto “personale” del Divino Assoluto, o dell’Uno – Uno, equivale all’Uno che è, al Primo Dio determinato, cioè alla Prima Luce definita, centrata ed effusiva. È proprio questo il significato del termine Devs, che è il sostantivo del termine Divinvm, così come il greco Theos è il sostantivo di Theion. Divinvm e Theion indicano la sostanza divina luminosa e ignea nella sua unità infinita e indeterminata, mentre Devs e Theos indicano la sostanzializzazione, la sostantivazione dell’atto d’essere infinito, che costituisce il centro diffusivo dell’Essere Divino Assoluto in senso determinato. Dunque il teismo concentra la sua attenzione sulla Persona Divina Universale, che costituisce anche il Primo Ente Divino, il Principio e il vertice di tutta la sfera intelligibile della Manifestazione, Principio che, in quanto costitutore della manifestazione universale è anche da intendersi come il Primo Padre di tutte le cose, colui che detiene anche la prima potestas. Nell’Essenza Divina è presente la pienezza di tutte le qualità dell’Essere determinato, nel Dio personale si trova il fondamento dell’Ordine e della Legge Universali.

È a far principio dall’affermazione teistica che si costituiscono la Scienza di Dio, o theosophia, ϑεοσοφία, e il discorso su Dio, o theologia, ϑεολογία, è chiaro però che queste due costituzioni, prima di limitarsi al significato di esposizioni filosofiche sulla natura del Divino o sull’essenza del Dio personale, riguardavano una sapienza operativa sovrarazionale di carattere iniziatico, fondata sulla scienza sacra analogica e simbolica, prodotta dalla teologia mitica di carattere puramente misterico, intellettivo e sofico. È a far principio da Platone che è stato adoperato il termine ϑεολογία, theologia, al quale è stato attribuito per la prima volta il significato di discorso sul Divino svolto in forma filosofica e dimostrativa. Questa distinzione non ha escluso affatto, in Platone, la concezione della teologia intesa nella sua dimensione integrale, misterica e ieratica. Dal termine theologia derivano i vocaboli theologos, theologhein e teologhikos, tutti relativi a ciò che costituisce, secondo Platone, “la scienza dell’Uno”, nella quale si risolve l’apice della sophia e dunque tutta la disciplina filosofica. Platone introduce il termine theologia nel Repubblica, in quanto egli vuole distinguere la teologia filosofica da quella misterica, per porla a fondamento della Repubblica ideale. Nella fondazione filosofica della teologia anche la visione del Divino assume una connotazione “razionale”, ciò costituisce una specifica novità nell’ambito dello sviluppo della tradizione teologica antica.

Quando Platone traccia per la prima volta i typoi della theologia, cioè gli elementi per una descrizione del divino[1], egli ha l’intenzione di distinguere la tradizione della teologia mitica dalla nuova costituzione della teologia razionale e filosofica. Questa fondazione filosofica della teologia è ripresa da Platone nel Leggi. In questo dialogo la filosofia platonica si presenta al suo livello massimo come teologia, è poi a partire da questa costituzione che è stata articolata la struttura di tutti i sistemi filosofici greci, a far principio dalla definizione del fondamento teologico sono stati fatti culminare tutti gli itinerari conoscitivi nella teologia. Così fecero i platonici, gli aristotelici, gli stoici e tutti i successivi sviluppi di queste scuole. Aristotele ha inteso la teologia come scienza filosofica fondamentale o “filosofia prima”, la scienza perfetta dei massimi principi, solo successivamente la protè philosophia fu definita dai discepoli successori come metaphysica, congiungendo dunque la scienza del dominio sovrannaturale, di ciò che sta oltre la dimensione fisica o cosmologica, con la teologia, scienza nella quale va riposto il fine ultimo di ogni ascesa conoscitiva filosofica, la quale deve condurre alla “visione” dell’Essere Infinito, dell’Intero nella sua completezza, secondo la nota definizione platonica.

Nell’antichità atheos è propriamente colui che nega l’esistenza di Dio, e, a causa di ciò, sviluppa una condotta irreligiosa, asebeia, una specifica definizione elaborata in senso filosofico da Platone nell’ambito della legislazione contro l’ateismo descritta nel Leggi[2]. In modo particolare si può parlare di una specifica forma di ateismo costituita dall’antiteismo, il quale è propriamente una forma attiva di opposizione al teismo, così come si trova ad esempio in Evola, una disposizione e una condotta che hanno varie applicazioni nei diversi contesti dell’esistenza umana e della società in generale. Quando l’antiteismo si oppone ad una divinità specifica diventa più limitato e dunque è relativo a un determinato contesto religioso, come può essere l’antiteismo che si riferisce al Dio cristiano, o al Dio mussulmano, allora l’antiteismo assume una forma ben determinata. L’antiteismo si distingue dall’ateismo, che è una disposizione molto spesso incosciente e non meditata, per il fatto che l’antiteismo richiede un’elaborazione cosciente e precisa del rifiuto dell’esistenza di Dio, inoltre l’antiteismo prevede un comportamento attivo, e spesso aggressivo, che si oppone alle diverse credenze religiose e alle condotte che da queste derivano.

Sostanzialmente il teismo è ciò su cui fondano tutti gli ordinamenti religiosi fondamentali dell’umanità, dall’Estremo Oriente all’Estremo Occidente, in forme analoghe le principali concezioni del Divino, che fondano tutte le istituzioni delle civiltà tradizionali, hanno un carattere teista. In ogni caso, le diverse religioni integrali dell’umanità non limitano l’intera realtà del Divino alla sua forma personale, quando questa limitazione si produce è dovuta ad una restrizione dell’orizzonte religioso tradizionale e dunque anche del riferimento alla Realtà nella sua integralità, con conseguenze di cui abbiamo trattato nel corso del nostro esame. A rigore, il teismo tradizionale è pressoché sempre integrato nel sovrateismo, ma l’affermazione personale del Divino, e l’opera con cui costituisce l’intera Esistenza Universale, è una verità condivisa da tutte le tradizioni, l’ordine di cose stabilito dal Dio personale è ciò a cui tutti gli uomini delle diverse società religiose si sono sempre attenuti in tutti i tempi. Nessuna autorità religiosa ha mai negato l’esistenza del Dio personale, né tantomeno si è mai sottratta alla funzione che il Dio svolge nei confronti dell’intera esistenza dell’uomo.

In Occidente è stato certamente Platone, in particolare nel Leggi, che ha messo in evidenzia l’importanza fondamentale della religione per la vita civile e per la costituzione della pace e della giustizia nell’ambito pubblico. Egli ha fatto presente che, una volta che la pratica religiosa, fondata sull’affermazione dell’esistenza del Divino, viene sospesa, l’intera società civile crolla, per cui alla base di ogni disordine, ingiustizia e violenza, vi sono sempre l’ateismo e l’asebeia. Per cui Platone ritiene necessario esaminare le argomentazioni addotte dagli atei per confutarle radicalmente, inoltre ritiene che bisogna individuare le diverse forme dell’ateismo, anche quello mascherato, per rettificarle e ristabilire l’ordine religioso corretto. Se viene negata la realtà metafisica del Divino, e la funzione del Dio personale statuente l’Ordine Universale che regge anche la vita dell’uomo, ogni azione diviene relativa e accidentale, per cui la vera giustizia viene privata delle sue fondamenta ontologiche per fare posto ad una giustizia artificiale, imposta magari per legge, nonostante il suo carattere contro natura[3]. Per cui, secondo Platone, tutte le dottrine che fomentano l’ateismo e l’empietà vanno bandite dalla città e da ogni istituto civile, la loro presenza rovina e altera la produzione delle leggi che rendono la città giusta. In definitiva la negazione della realtà degli Dei e della Provvidenza Divina da loro derivata, deve essere punita severamente, nella società pacifica e giusta non possono trovare posto gli atei. Tutte le società religiose tradizionali puniscono l’ateismo e gli atei, in diverso grado e in vario modo, persino con la pena di morte, lo stesso Socrate andò incontro all’accusa di ateismo, perché si credeva che proponesse una condotta che non si accordava all’economia religiosa su cui fondava la società di Atene. Però Socrate, al contrario di Diagora con cui fu paragonato, riportava gli animi all’autentica eusebeia-pietas, egli li induceva ad avviare quel processo di conversione che ricostituiva l’animo nel suo vero stato religioso, un animo che era già entrato in crisi da almeno due secoli nell’ambito mediterraneo, specie nell’ambito greco. L’azione di Socrate dava fastidio, denunciava l’esibizione esteriore di una condotta religiosa e civile che aveva solo un carattere formale ed ipocrita e metteva in evidenza che le pratiche del culto non erano più radicate nella conoscenza reale del Divino e nella dovuta fede in esso, perciò egli fu processato fino agli esiti a tutti noti.

L’azione contro l’ateismo fu sviluppata anche in ambito aristotelico e poi in ambito ellenistico dagli stoici, i quali misero in atto un’azione critica rivoluzionaria volta a ristabilire l’autentico animvs religiosvs dell’uomo, il quale deve rispettare integralmente la Provvidenza e la Giustizia Divina. Gli stoici videro nel saggio il soggetto perfettamente religioso, secondo loro il saggio stoico era il solo vero religioso, perché in lui era in atto l’esercizio del Logos Universale e dunque egli poteva svolgere pienamente la funzione di mediatore del Divino fra gli uomini, attraverso la Ragione Universale operante in lui, il saggio rendeva possibile l’attuazione della Volontà Divina nell’Orbe umano. Fu la diffusione dell’Epicureismo e di altri indirizzi dal carattere ateo che determinò una più decisa reazione nelle società antiche. L’Epicureismo era impegnato a cancellare, con ogni mezzo, il vero senso della Provvidenza e perciò anche della Giustizia Divina, la sua azione minava alla radice i fondamenti metafisici della morale e della politica, elementi indispensabili alla retta vita umana. La filosofia di Epicuro fu attaccata, confutata e demolita dai più grandi sapienti dell’antichità, ben consapevoli dei danni che la diffusione dell’Epicureismo arrecava alla società civile, fu in questo contesto di contrasto all’ateismo antico che si sviluppò una parte fondamentale del magistero di Cicerone.

[1]  Platone, Repubblica, II, 379 a.

[2]  Platone, Leggi, X, 884b-907d.

[3]Ibidem, X, 890 a.