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L’origine e lo sviluppo dell’ateismo nell’antichità • 2

 

Il Padre Romano, oltre a rivitalizzare la pratica della religione e del Mos Maiorvm, con l’elaborazione di un nuovo approccio filosofico alla disciplina religiosa e civile dei cives romani, operò per contrastare l’emergenza di condotte antireligiose ed empie che nel corso del I secolo a. C. si erano ampiamente diffuse, minacciando la stabilità dell’ordine civile ed imperiale con il pericolo di far precipitare l’umanità nella violenza e nella barbarie di ogni genere. Una certa opera corrosiva veniva svolta da alcune filosofie ellenistiche, come l’Epicureismo e lo Scetticismo, queste filosofie avevano indotto lo sviluppo di una certa scepsi razionalista e dunque avevano favorito una dannosa critica della religione. Cicerone, mutuando l’esempio di Platone, reputò necessario mostrare che la critica antireligiosa era fondata sull’ignoranza delle cose divine e umane e sulla presunzione superba che spingeva certi filosofi impreparati ad una proterva opinazione su di esse da un punto di vista umano, ovvero in assenza della conoscenza essenziale e causale inerente agli enti su cui essi portavano il giudizio. Le due posizioni improprie di fronte alla religione sono state entrambe rettificate da Cicerone. Da un lato egli riscontrò l’arroganza razionalistica della critica del sofista, dello pseudofilosofo o dello studioso erudito, dall’altro lato trovò la credulità e la superstizione popolare, due deviazioni nelle quali si concretizzavano le irregolarità religiose dell’ateismo e dell’empietà. Il Padre romano scrisse un’opera volta a rettificare il razionalismo scettico-critico dei filosofi, che spingeva all’indifferenza religiosa o addirittura all’allontanamento dalla religione, al fine di recuperare l’animo romano alla fides nella Sapientia Maiorvm, in modo da garantire l’esercizio del suo ufficio di religio-pietas, il solo che poteva assicurare la basilare partecipazione alla religione patria e al Mistero di Roma, e dunque alla missione universale di Pace e Giustizia rivolta all’umanità.

Per favorire la rettificazione della deviazione e recuperare l’animo romano a se stesso e al suo ufficio divino di religio, Cicerone si impegnò a riprendere nel contesto romano un’azione che già i greci avevano elaborato da diversi secoli, perché la loro tradizione religiosa aveva conosciuto, ben prima di quella romana, un degrado evidente. Cicerone sviluppò tutto il potere dimostrativo del discorso filosofico e la “filosofia romana” acquistò una struttura sistematica e una funzione analoga a quella che ebbe in Platone, anch’egli intento alla restituzione della pura religione arcaica, attraverso una purificazione filosofica della religione del suo tempo da elementi spuri e deviati, in funzione della restaurazione della costituzione civile ideale.

Grazie al discepolato svolto presso Antioco di Ascalona, Cicerone tradusse la prassi platonica in ambito romano e riordinò l’esposizione del Mos Maiorvm secondo la dialettica dimostrativa attivata dai platonici. Nel Leggi Platone aveva fatto ben presente l’importanza della religione per la politica e il danno rovinoso prodotto dall’ateismo alla giustizia civile, perciò Cicerone ordinò la sua funzione a partire dalla dimostrazione dell’esistenza degli Dei, elemento essenziale per combattere ogni ateismo, poi proseguì descrivendo la natura degli Dei, la loro funzione provvidenziale e il loro governo universale in funzione della costituzione della Giustizia Divina in ogni luogo della manifestazione. A partire da queste basi Cicerone approfondì anche, con una precisa dimostrazione, la natura divina dell’animo, la sua sostanza, la sua origine, la sua funzione, il suo ufficio di religione civile e, allo stesso tempo, descrisse come fondare l’animo sulla Sapienza Divina e come esso debba rispettare la Giustizia e il Governo di Dio. L’uomo deve avere riguardo, in primis, per il Diritto Divino e l’obligatio giuridica originaria che si è costituita con la generazione dell’animo, la religio, esso deve attuare il Ivs divinvm, mediante il Ivs sacrvm, nel Ivs civile, in tal modo l’Impero Divino e la Sua Giustizia vengono resi immanenti nell’Orbe per il bene di tutta l’umanità.

Il magistero fondamentale di Cicerone fu mosso dalla preoccupazione per l’inviluppo dell’uomo, del popolo e dunque della città, nell’ateismo e nell’empietà. Egli si chiese, in un periodo di profonda crisi della Repubblica, dopo una lunga meditazione, come poteva giovare la sua vita ad una situazione così grave come quella instaurata dalle guerre civili nel I sec. a. C. Egli volle rivolgersi ai cittadini che componevano la societas romana, perché era ben consapevole dell’ufficio che ogni homo religiosvs, ogni civis romanvs, aveva nei confronti del genere umano, per il bene dell’Orbe intero, perciò egli stesso, pur emarginato dall’impegno diretto nella vita civile, non poteva smettere di agire a vantaggio del bene comune. Fu proprio durante questa crisi della Repubblica che Cicerone svolse questa precisa funzione, mediante lo sviluppo di un’articolata filosofia romana, la quale doveva ricalcare una funzione analoga a quella che la filosofia aveva svolto in Grecia già da alcuni secoli. A questo proposito Cicerone disse: “Mi sono chiesto e ho molto e lungamente riflettuto come avrei potuto giovare alla maggior parte dei miei concittadini, per non essere costretto in nessun caso a smettere di agire a vantaggio dello Stato. La soluzione migliore che mi venne in mente fu di rendere note ad essi le vie per raggiungere le più elevate attività dell’animo”[1]. Così diede avvio al suo magistero filosofico, da cui è derivata una produzione libraria della quale fornisce l’elenco nel libro Sulla Divinazione. Nell’Ortensio Cicerone redasse un magistrale protreptico alla filosofia, ad esso sono seguiti i Libri Accademici, per definire quale fosse la filosofia più corretta da seguire, in particolare quale fosse la filosofia più adatta per la religione romana e il popolo che su di essa fonda. Nei Libri Accademici Cicerone fornì anche i fondamenti per l’esercizio corretto del pensare, perciò delineò una gnoseologia e un’epistemologia adatte allo scopo, spingendosi poi a definire i caratteri della dialettica, della logica e dell’attività dialogica, discipline primarie che occorre acquisire ogni qualvolta si voglia affrontare correttamente la filosofia.

Nel delineare tutto ciò che serve allo stvdivm sapientiae, Cicerone fa presente che l’apparato degli strumenti funzionali alla disciplina conoscitiva serve innanzitutto a stabilire cosa sia il Sommo Bene, ma specialmente gli strumenti filosofici devono rendere possibile la sua attuazione. Perciò dopo aver definito quali siano i termini del bene e del male, egli ha elaborato una serie di opere funzionali ad una formazione filosofica romana completa dedotta dal Mos Maiorvm. L’esplicitazione filosofica del contenuto implicito nella Sapientia Maiorvm doveva renderla più fruibile e praticabile all’uomo romano del I sec. a. C., in funzione dell’applicazione all’ufficio civile universale che egli era chiamato a compiere e per combattere ogni attacco empio alla tradizione. Al termine della sua azione Cicerone riuscì a trattare ogni argomento filosofico in lingua latina, in modo tale da renderlo accessibile ai cittadini romani, in funzione di un nuovo approccio filosofico alla disciplina del Mos Maiorvm. Egli fu animato da una precisa motivazione nel suo magistero:

Quale servizio maggiore o migliore, in effetti, io potrei rendere alla mia patria, che istruire e formare la gioventù, specialmente in questi tempi di corruzione morale in cui è talmente sprofondata da rendere necessario lo sforzo di tutti per frenarla e ridarle il senso del dovere?[2]

 Oggi la situazione degli Italiani, così come quella dell’umanità, è ben più compromessa che duemila anni fa, così come la situazione dei giovani e la loro condotta morale, ma l’azione essenziale da svolgere rimane sempre la stessa: ricostituire innanzitutto la coscienza spirituale dell’uomo, per riconformarlo alla sua natura metafisica e affinché svolga la funzione religiosa provvidenziale inerente al suo essere proprio. Tutto ciò richiede un’azione che freni il degrado giovanile e rettifichi la deviazione che la vita dell’uomo ha subito in generale, ricostruendo nel suo animo il senso dell’ufficio religioso da svolgere per orientare la sua condotta morale e civile nel senso della Salvs Pvblica. Già al suo tempo Cicerone non si faceva illusioni e si accontentava, ben sapendo le difficoltà del suo compito, di ricondurre anche solo pochi giovani sulla via filosofico-religiosa romana, oggi si può dire lo stesso per tutti gli uomini. Però un’élite selezionata può avere la funzione di fermento ed animare una massa più vasta di persone, a più livelli, volgendola nel senso della Salvs Pvblica. Cicerone afferma sempre con chiarezza che, per un uomo italiano non esiste una disciplina filosofica individualistica, che sia volta al perseguimento di una felicità individuale separata dalla realizzazione della “felicità pubblica”, la disciplina filosofica romana mira ad ottenere la sapienza per ordinarla ad uno scopo civile universale, che trascenda ogni orizzonte individuale.

Per favorire la ricostituzione dell’animo religioso Cicerone scrisse il trattato Sulla Natura degli Dei, ordinando logicamente quanto necessario a conoscere gli Dei, al fine di attuare una corretta pietas civile costituente Giustizia e Pace nell’Orbe. Gli uomini romano-italiani non devono rimanere nella più grande incertezza e nella più grande ignoranza riguardo a cose della massima importanza, specialmente non devono essere irretiti dalla diffusione di opinioni umane e da sofismi pseudofilosofici che minano alla radice il credo religioso e la fides corrispondente, insinuando dubbi e favorendo la scepsi e la critica razionalistica della religione, fino a generare l’incredulità più completa o la superstizione. L’Ottimo Padre si chiede: se le opinioni dei filosofi, che dicono che gli Dei non hanno nessuna cura delle cose umane, opinioni prive di corrispondenza con la realtà, fossero ritenute esatte, che cosa rimarrebbe del rispetto della religione?

“… quali potranno mai essere la pietà, la santità, la religione? Il dovere di offrire questi tributi alla maestà degli Dèi con purezza e castità è valido solo a condizione che il religioso sia a conoscenza che qualcosa venga offerto in contraccambio dagli Dèi al genere umano. Ma se gli Dèi non possono o non vogliono offrirci il loro aiuto, se si disinteressano totalmente di noi e non si accorgono della nostra condotta, se non vi può essere alcun rapporto fra essi e la vita umana, che ragione vi è di offrire agli Dèi opere di culto, onori e preghiere?” [3].

La diffusione di opinioni false sulla natura e l’opera degli Dei tende a minare, corrompere e sradicare la pietas, la sanctitas e la religio dall’animo degli uomini. L’azione religiosa va rivolta alla Maestà Divina secondo l’ufficio assegnato all’animo dell’uomo, ma quest’azione può essere svolta in vera purità e castità, come la legge sacra vuole[4], solo se l’animo avverte gli Dei come veri, se ha la certezza della loro realtà e della loro opera, se ha la piena consapevolezza della comunione di uffici che esiste fra gli Dei e gli uomini, nel contesto unitario integrale della Res Pvblica Universale. Dei e uomini, ciascuno nel proprio piano, concorrono alla costituzione della Pax Deorvm Hominvmqve, al fine compiuto della Salvs Pvblica Universale. Se si diffondono opinioni errate che affermano che gli Dei non esistono o, se viene ammessa la loro esistenza, ma poi si dice che essi non agiscono nel mondo e nella vita degli uomini, o ancora se si dice che gli Dei non possono, in alcun modo, favorire la vita degli uomini o aiutarli, e infine, se si diffondono azioni che scollegano ontologicamente e causalmente l’uomo dalla catena della Divina Provvidenza, ogni religione viene a mancare e, con essa, ogni giustizia. Molti sofisti suscitano erroneamente il dubbio scettico, l’incertezza e la confusione relativamente al motivo per cui l’uomo dovrebbe impegnarsi nel cvltvs, così ogni senso dell’officivm religiosvm scompare. L’uomo irretito dai sofisti potrebbe dire: “… per quale ragione dovremmo venerare, onorare, pregare gli Dei immortali?”, così verrebbe perso il motivo della pietas e verrebbe meno anche lo slancio nella pratica della religio, infine, a queste mancanze si aggiungerebbe anche l’abbandono dell’honestas, in tal modo la società sprofonderebbe nel caos e nell’anarchia.

L’uomo alienato dalla religione si isola dalla Realtà Divina e sviluppa un individualismo utilitaristico di tipo edonistico, in tal modo la società in cui vive va incontro ad una serie di conseguenze disastrose. La dottrina sugli Dei che espone Cicerone è indispensabile per la realizzazione della Salute Pubblica, perché da questa dottrina dipende il corretto esercizio della pietas. La pietas deve però essere autentica, in quanto l’esercizio di una pietas soltanto apparente o simulata porta alla rovina: “La pietà, come d’altra parte le altre virtù, non può esistere sotto l’apparenza di una falsa simulazione”[5]. Se manca l’esatto credere Deos, la precisa costituzione dell’animvs religiosvs nella conoscenza della Natura Divina e in tutto ciò che costituisce l’officivm di religio, l’animo abbandona la pietas, oppure sviluppa una pietas vana, apparente, dissimulata, una falsa pietas. Per evitare queste deviazioni l’animo deve formarsi un’onesta opinione del Nvmen Divino, perché senza questa “conoscenza sperimentale” non può, in alcun modo, compiere una retta pietas: “… non esiste alcuna pietas verso gli Dei se non vi è nozione onesta del Nvmen divino…”[6]. La pietas deve fondare su una precisa conoscenza degli Dei e della loro attività nell’ordine della Manifestazione Universale, in vista del governo provvidenziale di tutte le cose. La conoscenza non deve essere astratta, come quella che si produce con la comune erudizione, che lascia il dato appreso esteriore al soggetto, ma deve essere una conoscenza honesta, la quale implica che il religioso disponga di modestia, almeno in grado elementare, ed il suo animo sia gravis e atto al suo officivm. Solo la precisa conoscenza dell’animo, e il rispetto della ratio debiti, costituiscono la modestia e la relativa honestas, senza honestas non vi è honesta opinio del Nvmen Dei, perciò non è possibile la retta relazione dell’uomo agli Dei, sulla quale fonda l’esercizio della pietas autentica. Al di fuori di questa struttura dell’atto religioso la pietas è dissimulata, vana e vuota, perché non può stabilire alcuna vera corrispondenza con i termini del rectvm colere.

L’azione svolta dall’Ottimo Padre Cicerone è di un’importanza assoluta, perché insegna all’uomo come si costituisce l’animvs pivs, senza il quale esso non può dedicarsi alla pietas per esercitare la ivstitia adversvm Deos, l’atto fondamentale per cui l’uomo è stato costituito, attraverso il quale realizza il suo sommo bene e fruisce della beatitudine, sia nella vita presente, sia nell’eternità dello stato glorioso. Solo la vera pietas è valida ed efficace, se la pietas è falsa, simulata, oppure viene abbandonata anche a livello formale, si producono conseguenze disastrose per tutti gli uomini:

“… con la simulazione la santità e la religione sono abbandonate; una volta eliminate queste virtù, le più diverse perturbazioni e la più grande confusione colgono la vita umana. Credo poi che, una volta eliminata la pietà verso gli Dei, la fede, che è fondamento della società umana, e specialmente la giustizia, la virtù per eccellenza, scompaiono”[7].

Quanto afferma il Padre romano è proprio ciò che ogni religioso giusto e pio deve sostenere, su questa verità occorre rimanere stabili e risoluti. Gli atti che simulano la pietas non sono svolti dall’animvs pivs e sono privi di sanctitas, perciò sia il comune profano, che in assenza di stato religioso simula una condotta morale e persino una condotta religiosa, sia lo pseudoreligioso, che crede di praticare atti di pietà mediante riti nei confronti degli Dei, sono irregolari, compiono azioni temerarie, vuote e inefficaci rispetto al vero sacrificivm. La scienza del colere Deos, e la pratica della religione, non sono atti formali che possono essere improvvisati da chiunque come succede oggi, l’animo deve possedere sanctitas o obbedire a sanctitas, da questa virtvs deriva la vera pietas, una pietas simulata non corrisponde ad alcuna religione reale.

Ma quando anche gli elementi formali della religione sono eliminati dalla condotta dell’uomo, e perciò dalla società, si verificano due cose. Innanzitutto magna confvsio, la più grande confusione possibile in tutti gli istituti civili e sociali, perché il rispetto dell’ordine ontologico dell’esistenza viene meno e, con esso, la misura e il valore delle cose, così come il loro posto nell’insieme e la loro direzione finale. Senza pietas l’uomo smarrisce il senso della sua esistenza, le sue azioni acquistano un carattere accidentale, lo sradicamento dalla realtà e dalla verità rende indeterminato ogni scopo e vincola le azioni alle passioni effimere della vita corruttibile.

In seconda istanza si produce la pertvrbatio vitae, perché l’abbandono e la negligenza del primo vincolo ontologico di giustizia porta all’annullamento degli altri. Così l’ordine oggettivo del diritto viene completamente abbandonato, a questa alienazione segue lo sconvolgimento dei rapporti sociali, perché viene meno il senso religioso della fides, che regola tutte le relazioni umane secondo giustizia. È la religione che fonda i rapporti giuridici, senza di essa vi sono solo ingiustizia e barbarie, inquietudine e insensatezza, senza più alcuna possibilità di risoluzione. Se si elimina l’obbligazione giuridica della pietas religiosa vengono a mancare i motivi oggettivi, di carattere teologico e ontologico, che fondano le azioni umane e dunque anche la misura della condotta morale, mediante l’esercizio virtuoso della quale si creano le comunità degli uomini definite civitates, nelle quali si persegue il vero bene comune, secondo giustizia. Quando la fides e la lealtà saranno completamente sradicate, l’individualismo titanico, perfido, inumano e incivile, prenderà piede ovunque, la barbarie e la violenza caratterizzeranno tutti i rapporti sociali e la civiltà conoscerà il suo peggiore degrado, in essa non si troverà più giustizia, perciò la delinquenza e i soprusi dilagheranno ovunque[8].

Le parole veritiere e anticipatrici di Cicerone, sul progressivo abbandono della religione, hanno un valore perenne, nel corso di due millenni un crescente ateismo empio ha prodotto la situazione attuale, la società civile e la condotta dell’uomo sono ora completamente degenerate. Gli stati civili moderni si sono costituiti in modo rivoluzionario, la loro funzione consiste nell’affermare e diffondere l’ateismo areligioso ed empio a tutti gli uomini, le conseguenze più nefaste sono ormai di fronte agli occhi di tutti, anche gli uomini più ignari delle cose religiose avvertono ormai un’inquietudine disperata, senza luce, né prospettive future, a questo esito disastroso conduce l’abbandono della pietà religiosa.

[1]  Cicerone, De Divinatione, II, I, 1; De Natvra Deorvm, I, 4, 7-8.

[2]  Cicerone, De Divinatione, II, I, 4.

[3]  “… qvae potest esse pietas qvae sanctitas qvae religio? Haec enim omnia pvre atqve caste tribvenda deorvm nvmini ita svnt, si animadvertvntvr ab is et si est aliqvid a deis inmortalibvs hominvm generi tribvtvm; sin avtem dei neqve possunt nos ivvare nec volvnt nec omnino cvrant nec qvid agamvs animadvertvnt nec est qvod ab is ad hominvm vitam permanare possit, qvid est qvod vllos deis inmortalibvs cvltvs honores preces adhibeamvs?”, Cicerone, De Natvra Deorvm, I, 2, 3.

[4]  Cicerone, De legibvs, II, VIII.

[5]  “In specie avtem fictae simvlationis sicvt reliqvae virtvtes item pietas inesse non potestIbidem, I, 2, 3. Oggi diversi gruppi irregolari, senza definire adeguatamente la virtvs della pietas e come si diviene pii, finiscono per dissimulare un’attività pseudorituale, in assenza delle condizioni adeguate per rendere efficace l’ufficio dei sacra religiosi.

[6]  Cicerone, De Domo Sva, 41, 107. Si veda anche: Viola L.M.A., Natura e fondamenti della pietas, in Satvrnia Regna, nr. 52, Gennaio-Giugno 2012, pag.88.

[7]  “…cvm qva simvl sanctitatem et religionem tolli necesse est, qvibvs svblatis pertvrbatio vitae seqvitvr et magna confvsio; atqve havt scio an pietate adversvs deos svblata fides etiam et societates generis humani et vna excellentissvma virtvs ivstitia tollatvr, Cicerone, De Nat. Deo., I, 2, 3-4.

[8]  “Allora, dalla terra e dalle larghe contrade in bianchi veli, nascondendo il bel corpo e lasciando i mortali, la Coscienza e la Nemesi andranno verso l’Olimpo, al popolo degli Immortali, ma gli affanni luttuosi resteranno ai mortali, né vi sarà difesa contro il male”. Esiodo, Le opere e i giorni, 198-201.