Che ruolo hanno nella società iperconsumistica coloro i quali non raggiungono lo standard per essere considerati dei veri “cittadini” iperconsumatori? I meno abbienti, per non dire dei poveri o di coloro che sono considerati dei barboni, in una società iperconsumistica sono “inutili”, persino “dannosi”, perciò, o sono considerati come una presenza indesiderata, o diventano qualcosa da recuperare al sistema iperconsumistico. La carità, la compassione, o qualsiasi altro elemento “assistenziale”, anche avente un carattere ateo e profano, come la solidarietà o le politiche sociali degli stati socialisti o comunisti, finalizzate a dare a tutti lo stesso beneficio del lavoro e la disposizione dei beni fondamentali dell’esistenza biologica dell’uomo, sono stati ormai abbandonati. Per affrontare il “fastidio” della povertà e della mancanza di lavoro sono stati trovati nuovi stratagemmi, come ad esempio “il reddito di cittadinanza”, non bisogna lasciare tanti individui senza soldi da spendere, altrimenti svolgono una funzione parassitaria nella società, non producono, non comprano e sono solo un peso improduttivo, e, specialmente, non consumano. Perciò le nuove “soluzioni razionali” ai problemi umani sono condizionati dall’ottica iperconsumistica, quindi non hanno niente di morale, né tanto meno di religioso.
Per colmare il divario che permane sempre fra il soggetto che ha una grande capacità di consumo e quello che ha una piccola capacità di consumo o non ne ha, sono state studiate delle politiche assistenziali, volte a garantire un adeguato livello di “stato sociale”. Secondo la filosofia edonistica radicale su cui si basano gli Stati postmoderni, ciascun individuo non deve subire lesioni alla sua “dignità”, ovvero alla sua capacità di soddisfare i propri desideri liberamente, e quindi nessuno deve impedirgli di iperconsumare come desidera. L’individuo non deve implodere nella depressione e nella tristezza, per il fatto che è stato emarginato dall’orgia iperconsumistica generale ed è stato svalutato come “merce scaduta”, senza valore, obsoleta, in esso non può sussistere la noia, ogni iperconsumatore è obbligato a perseguire, con ogni mezzo, la felicità edonistica. Ciascuno è tenuto a ricercare le modalità per non annoiarsi mai, tutti devono stare in un certo standard di “felicità”, la loro tensione volta a soddisfare in maniera cosciente e sempre più perfetta ogni tipo di desiderio infernale non deve mai venir meno. Questa è una forma di realizzazione spirituale a rovescio, a causa della quale l’essere umano è spinto a subire il male peggiore, chi è fuori da queste dinamiche deve essere aiutato a integrarsi nel sistema, se per caso qualcuno è riuscito a fuoriuscire dal sistema, in qualche modo deve essere fatto rientrare in esso con ogni mezzo. Perciò si devono trovare politiche che offrano “un reddito di disoccupazione” o “un reddito di integrazione” o “di cittadinanza”, perché l’individuo non può stare senza spendere, è importante che concorra al sistema iperconsumistico, che egli abbia la sua “dignità iperconsumistica” e possa vivere come gli altri iperconsumatori, non si può lasciare languire l’uomo in una dimensione incompatibile con la vita iperconsumista. Coloro che sono “emarginati” non possono trovar posto nel sistema sociale iperedonista, è un’onta, una vergogna per loro e per i governanti del sistema. In quanto estranei al modello di vita ideale, i poveri, i diseredati, i disoccupati, i migranti nullafacenti sono considerati senza dignità, come se la quantità di denaro fosse corrispondente alla quantità di onore, per cui costoro sono “senza onore”. Una situazione del genere è inaccettabile, perciò bisogna rinnovare continuamente le politiche sociali affinché si eviti questo risultato, occorre fornire servizi pubblici sempre migliori e “gratuiti”, i quali, in realtà, hanno un ritorno economico di altra natura.
Questo orientamento degrada e sovverte in modo diabolico ogni pratica religiosa della magnanimità, della generosità, della liberalità, della magnificenza e della benevolenza, ma rovina anche ogni sviluppo delle relazioni civili umane, ogni azione liberale viene assunta impropriamente dallo “stato sociale”, il quale manifesta appieno tutte le modalità dello stato iperconsumistico rivolte verso i suoi componenti iperconsumistici. L’appartenenza allo “stato sociale” avviene in funzione dei benefici esistenziali che si ricevono, per l’attuazione iperedonistica e iperconsumistica della propria vita, niente e nessuno svolge azioni in funzione della salvezza delle anime, né tanto meno per la loro divinizzazione.
Per perseguire il bene pubblico occorre fare sforzi per evitare di fare delle “vittime collaterali” del sistema sociale diabolico instaurato nella società iperconsumistica. Ma, inevitabilmente, anche questa operazione “salvifica” è soggetta alla mercificazione e, conseguentemente, ricade nelle stesse dinamiche iperconsumistiche. Tutto assume un andamento di tipo individualistico e disgregatore, ormai si sono formate dimensioni dell’esistenza tipiche delle società polverizzate, nelle quali vivono singoli solitari derivati dalla disgregazione delle famiglie tradizionali. Ai singoli bisogna però prestare un’assistenza continua, perché stando più separati dall’unità della società, vanno alla deriva e implodono, perciò diventano un peso crescente. Allo stesso modo sono trattati gli inattivi, quelli che non possono accedere al consumo, gli anziani, gli ammalati, i migranti, tutti devono essere utilizzati per il business sociale, anche i più disagiati devono concorrere in qualche modo al mantenimento della società iperconsumistica, perciò vanno fatti consumare, direttamente o indirettamente, ad esempio medicalizzandoli massicciamente. Anche quelli che, per qualche motivo sono stati emarginati dalla società, come i criminali e i delinquenti, vanno “ottimizzati”, perciò anche nelle carceri deve svilupparsi il “business penitenziario” incentrato sul benessere, che deve essere garantito ad ogni criminale, perché anch’egli ha la sua “dignità umana”, ovvero quella dell’individuo nichilistico e iperconsumistico. L’iperconsumismo deve entrare, necessariamente, anche nel carcere, nelle dinamiche della custodia carceraria e nelle operazioni giudiziarie di condanna, tutto deve essere sottoposto al mercato dei beni di consumo, il processo non può arrestarsi, né può regredire o rallentare, anzi, per raggiungere lo scopo finale deve accelerare, e nessuno deve rimanere fuori dalla tirannide globale sotto il cui dominio tutte le società ormai sono soggiogate.
(Estratto da Saturnia Regna n.65, La fine dell’uomo nella società iperconsumistica di ARQ (parte V)
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