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Mos Maiorvm, la misura divina dell’azione religiosa e civile dell’uomo romano-italiano.

Mos est istitvtvm patrivm id est memoria vetervm pertinens maxime ad religiones caerimoniasqve antiquorvm.

 Il Mos è un istituito patrio, stabilito fermamente secondo la memoria religiosa dei veteres, dei Padri originari, per ciò che attiene principalmente ai riti religiosi. Questa definizione del Mos è confermata da un’altra, che afferma: “Ritvs est mos comprobatvs in administrandis sacrificiis, ovvero il ritvs è Mos accertato, autorizzato, nella conduzione dei sacrifici religiosi.

In senso generale il Mos Maiorvm è l’insieme degli institvta fondati dai Maiores, che costituisce la misura della vita del civis romanvs, in quanto institvtvm vitae capere. Il Mos patrivs è il principio di misura da cui dipende tutta la metretica religiosa e civile dell’uomo religioso romano-italiano, in quanto esso esprime la misura divina oggettiva dell’azione, attraverso cui si esprimono le qualità del Genio romano. In quanto fondato sulla legge intrinseca al Genio, che è ente eterno, il Mos è invariabile, attraverso di esso l’uomo romano-italiano attua la sua natura, compie il suo ufficio, raggiunge il suo fine e dunque il suo bene. Solo il rispetto del Mos Maiorvm consente all’uomo di compiere una vita giusta, perciò i Padri invitarono a considerare il Mos come il criterio invariabile di rettitudine della condotta religiosa e civile a cui ciascun romano-italiano deve attenersi. In sostanza, ciò che è conforme al Mos è ivstvs, ciò che non è conforme ad esso è inivstvs, vi è dunque una stretta relazione fra Mos e Ivs.

Il primo Mos è stato definito dal Sommo Padre del Popolo Romano, il Divvs Romvlvs, attraverso la costituzione dei principia popvli romani, dai quali è proceduta la condotta romana nella perpetuità. Rex Romvlvs era sapientissimvs, perché disponeva di uno statvs divino supremo, egli riassumeva nel suo animo la tradizione aurea sovraumana, che metafisicamente risale all’archetipo supremo del Rex, Ianvs. Grazie alla sua sapientia svprema Romvlvs ha fondato gli institvta primari, deputati alla custodia dell’avspicivm imperivmqve, l’elemento essenziale che garantisce l’accordo della Roma temporale con l’Imperivm di Ivppiter, affinché la funzione divina dell’Urbe nel mondo non venisse mai meno. Romvlvs selezionò e riunì i Patres delle gentes facenti parte delle tribù originarie nel regivm consilivm, ad essi riconobbe la sapientia-avctoritas capace di regere imperio popvlos. Ciascuno dei Padri esprimeva il Genio Romano in atto in modo compiuto, perché possedeva la sapientia divina romana dalla quale procedeva la sua condotta esemplare, modello dell’azione religiosa romana. L’insieme delle opere rituali, giuridiche e morali costituisce il complesso unitario delle norme religiose del Popvlvs Romanvs Qvirites, nel Mos Maiorvm ogni romano trova tutto ciò che è necessario per compiere ogni suo atto in accordo col Fatvm, in vista della realizzazione del Sommo Bene.

Il Mos Maiorvm è la misura esemplare della religio definita dai Maiores, dai Patres dotati di statvs magnvs. Questo stato è costituito dall’elevazione della mens alla conoscenza della Natura Divina, una conoscenza che assimila il conoscente, l’animo, al conosciuto, Dio. La sapientia, “rervm divinarvm et hvmanarvm scientiam”, definisce l’avctoritas dei Patres, da essa è misurata l’azione secondo la Lex Divina, questa misura ha un carattere invariabile per la romana religio. Ogni religiosvs romanvs deve attenersi strettamente al Mos, affinché sia attuata la ivstitia in funzione della Pax Deorvm Hominvmqve. La rigorosa fedeltà ai Maiores garantisce l’imitazione del loro exemplvm e guida l’uomo fino alla completa divinizzazione, la quale consente il conseguimento delle virtù esemplari romane e della sapientia divina, così la catena autorevole della tradizione non subisce alterazioni o rotture. L’ascesi nella virtvs e nella sapientia, secondo la misura del Mos permette dunque l’accesso all’avctoritas, elemento su cui poggia la regolarità della trasmissione della Sapientia Maiorvm, da cui deriva la perfetta attuazione dell’ufficio religioso romano-italiano.

Alle istituzioni divine dei Patres, alle misure rituali e morali da essi poste con la loro stessa esistenza esemplare, ci si riferisce anche come mores institvtaqve maiorvm, oppure come mores antiqvi. Il Mos ha una validità normativa riconosciuta, perciò un’azione che non è condotta more maiorvmdeve essere considerata empia, in quanto si colloca fuori dalla tradizione religiosa romana.

I Maiores possiedono la Magna Maiestas, la qualità che fonda la Maiestas Popvli Romani. La lesione della maiestas è un crimen minvtae maiestatis, per il quale la pena è la crocifissione. Tutto ciò che attenta alla maestà romana, alla sua divina costituzione, alla dignità dei Padri autorevoli, dei Magistrati e degli Imperatori, ricade nello stesso crimine, è un attentato a Roma, perciò è un crimine di massima gravità, perché sovverte dalle fondamenta l’ordinamento provvidenziale romano.

Il termine Mos è formato dalla radice ma-, che significa “misura essenziale”, “misura canonica”, “misura esemplare”. Nella composizione della radice ma-, col suffisso-vs, si produce il termine mavs, dal quale proviene, una volta contratto il dittongo av in o, il termine Mos, che indica la misura esemplare prodotta da una “ignizione”, vs, ovvero dall’atto igneo dell’Intelletto Divino, il quale ha potere di dare forma, limite e fine agli enti che misura. Perciò il Mos è il metro divino eterno di ogni azione, che permette di tradurre nell’esistenza l’essenza specifica dell’uomo romano-italiano. Il Mos ha un carattere canonico, perché è il prodotto dell’intellezione sapiente, religiosa e operativa, dei Maiores, essi, per la loro avctoritas divina, hanno espresso un’azione esemplare, conforme all’essenza del Genio Romano. Il Mos è dunque la traduzione della sapientia romana nell’azione prudente, nella forma canonica della condotta perfetta che l’uomo romano-italiano deve tenere per realizzare la sua natura e compiere il suo ufficio. Il vir prvdens è presenza vivente del Mos, egli è capace di civitas constitvere et conservare, perciò stabilisce nel mondo il Regno Divino nella Città Divina esemplare e poi estende all’Orbe questa perfezione. Come dice Cicerone, “… avctores ac magistros religionem colendorvm maiores nostros, infatti, in virtù della loro sapientia, i Maiores sono Autori e Maestri del culto religioso, un culto da essi fondato per l’attuazione dell’Ordine Divino Eterno in Roma, in funzione della realizzazione degli Arcana Fatorvm.

Nel Mos Maiorvm è riposta la regola invariabile della condotta religiosa per la quale viene mantenuta la Pax Devm, la rigorosa fedeltà al Mos veicola senza alterazione il flusso glorioso sacralizzante della Maiestas Divina. Il fedele romano, attraverso la imitatio dei Maiores, compie il suo ufficio con guida inflessibile e sicura, egli sa che fuori dal Mos non vi è religio, per cui l’abbandono del Mos o la sua alterazione sono atti deviati e sovversivi, contrari alla Volontà Divina e comportano la sospensione della Pax Deorvm Hominvmqve e la generazione di flagitia. Nel Mos è sintetizzata la sapienza integrale romano-italiana, in esso si trova un “codice completo” per il conseguimento della perfetta ars vitae, ogni autentico romano-italiano fonda ogni sua azione sui principi del Mos, nel quale trova i riferimenti metafisici e pratici per la realizzazione della sua identità, in conformità al suo Genio e al suo Popolo, in accordo con la sua funzione nel mondo. Colui che è radicato nel Mos vive nella presenza divina, ininterrottamente, in lui la Luce e la Potenza degli Dei, la Gloria e la Maestà dei Maggiori. È il credere maioribvs che stabilisce l’animo nel Mos, il credo produce la fides e dalla fides procede la pietas patria. L’integrazione nella Volontà Divina consente all’animo di rimuovere ogni traccia di superbia umana e di cancellare ogni moto individualistico volto a perseguire un presunto bene particolare. Fin dal primo grado di radicamento nel Mos si costituisce una comunione con lo spirito dei Maiores, la costante imitazione della loro condotta assimila l’intero uomo alle persone gloriose dei Padri Esemplari, fino all’identificazione con la loro essenza, in tal modo l’animvs viene elevato in nvmero deorvm.

Il Mos non va confuso con la traditio, o peggio con la consvetvdo, perché il Mos costituisce l’insieme di ciò che è traditvm: “Mos erat enim a maioribvs… traditvs, dunque esso costituisce il nucleo, il deposito della tradizione religiosa operativa. Quando si parla di consvetvdo, come fanno Macrobio: “Mos ergo praecessit et cvltvs moris secvtvs est, qvod est consvetvdo e Isidoro: “Mos vero est vetvstate probata consvetudo, sive lex non scripta , bisogna precisare cosa si deve intendere per consuetudine, che sempre Isidoro definisce: “Vocata avtem consvetvdo, qvia in commvni est vsv. La consuetudine non è mai la ripetizione di gesti umani arbitrari, nati accidentalmente e poi consolidati per abitudine passiva nel tempo, ma è la custodia fedele di atti esemplari originali, perché il Mos viene prima del culto dei mores. La bontà e la giustizia di ciò che si trasmette in modo non scritto con la consvetvdo è probatvm, come è già stato detto per il ritvs, in quanto mos comprobatvs, ovvero approvato, validato dall’autorità dei Maggiori, che hanno garantito nel tempo la regolarità della trasmissione delle gesta esemplari originali. Il passo di Isidoro fa presente che il valore del Mos è consolidato dalla vetvstas, dalla comprobatio e dalla consevtvdo, ma, allo stesso tempo, dice che il Mos trascende le leggi scritte e le azioni esteriori, solo col tempo è stato fissato dalla cultura in un complesso di atti, che nei secoli sono stati trasmessi con l’imitazione dei Maiores, senza essere fissati in modo completo in una scrittura normativa. Solo molto tardi i custodi del Mos hanno ritenuto necessario raccogliere il deposito religioso tradizionale nelle scritture, affinché potesse essere trasmesso ai posteri con una certa stabilità, fino alla fine del presente ciclo dell’umanità.

Il Mos Maiorvm rimane sempre superiore al Ivs scriptvm e alle Antiqvitates, questi supporti hanno lo scopo di aiutare il fedele a stabilirsi nello spirito dei Padri, fino a cogliere l’essenza del Mos Maiorvm, al fine di comprenderlo nella sua interezza e nelle sue trame arcane. Dice Servio: “Varro vvlt morem, commvnem consensvm omnivm simvl habitantivm, qvi inveteratvs, consvetvdinem fecit, ma il comune consenso si è sviluppato con il tempo, mentre la misura di riferimento originale va fatta risalire ai Maiores, che costituiscono “il principio di autorità”, e dunque anche il criterio di verità della tradizione, su di essi occorre fondare per discernere cosa sia regolarmente romano, e dunque tradizionale, e cosa invece non lo sia, e dunque non appartenga alla tradizione religiosa romano-italiana.

Ogni qualvolta occorreva risolvere autorevolmente una qvaestio i Padri si sono sempre rifatti al Mos Maiorvm, gli stessi Padri autorevoli che si sono succeduti nel corso dei secoli sono stati produttori di Mos, pertanto hanno arricchito continuamente il deposito della traditio, senza mai mutarne l’essenza e il fine. In ogni caso nessuna creatio ex novo del Mos è possibile, ogni adattamento della religio può essere compiuto solo da autorità comprovate e deve fondare rigorosamente sui principi del Mos Maiorvm originale. Nell’ambito del volgo profano si crede erroneamente che non esista un ben preciso sistema di principi autorevoli e paradigmatici di riferimento nella tradizione religiosa romano-italiana, elementi immutabili che costituiscono la regola della tradizione, sui quali fondano sia la scientia che la recta opinio religiose. Ma questo sistema esiste e deve essere conosciuto in maniera appropriata da ogni religioso romano-italiano regolare, il quale può aderire ad esso, e dunque alla religione, secondo diversi gradi, in ogni caso non si può mai prescindere da esso, anche nella pratica elementare della religio, la quale è possibile solo a partire dalla recta fides nel Mos Maiorvm.

Il Mos non è però solo consuetudine o uso, perché innanzitutto è la misura della condotta sacra, il modo esemplare del vivere religioso romano-italiano, perciò il Mos definisce lo stile rituale e morale dell’agire more romano. Nel Mos è sintetizzata la scienza sacra romana, che fonda la condotta religiosa dell’uomo nel triplice mondo, la quale consente di realizzare il fine della vita in conformità alla specifica identità metafisica dell’uomo romano-italiano.

Il Mos Maiorvm racchiude la memoria spirituale essenziale del popolo di Roma-Italia, la sua fedele trasmissione è fondamentale per garantire nel tempo la regolare attuazione dell’ufficio divino assegnato ad esso. Come abbiamo visto, venire meno al Mos Maiorvm significa violare il patto con gli Dei che hanno costituito in principio nei Padri la loro presenza sapiente, significa tradire la fede nei Padri che lo hanno trasmesso nei secoli, ciò comporta anche un’interruzione del flusso spirituale efficace che ha animato il popolo romano-italiano nel tempo. Se recide il rapporto col Mos Maiorvm, l’uomo romano-italiano si sradica dalla sua identità metafisica e annichilisce, perdendo così ogni possibilità di compiere un’azione retta nel mondo.

Il Mos Maiorvm è giunto sino a noi perché chi ci ha preceduto ne ha fatto sangue e vita, attraverso la fedele pratica della regola virtuosa, consegnata con ogni benevolenza dai Padri esemplari. La consuetudine ha cristallizzato la Sapienza Divina nel Mos, colui che lo assume oggettivamente forgia l’animo sul modello virtuoso e si fa attivo ricettacolo dell’influsso celeste. Il modvs agendi comunicato attraverso il Mos era connaturato allo status divino dei Nostri Maiores, quando la possibilità della trasmissione diretta, in potenza, del Mos, non è stata più possibile, allora la sapienza è stata codificata e organizzata in un corpvs formale di sacra e ritvs, ivra e legis, mores e praecepta,che costituisce la sintesi della conoscenza e dell’arte sacra presente nel cuore dei Patres prisci. In questo modo lo spirito e la forma della religione sono stati veicolati e mediati anche tramite altre modalità di trasmissione. Il Mos Maiorvm, in quanto “corpo spirituale” del popolo romano-italiano, media il presente eterno dell’Essere Divino all’animo dell’uomo, attraverso il rispetto della tradizione dei Maggiori, una schiera di fedeli ha accolto la disposizione divina originaria e si è ricollegata continuamente al suo Archetipo Supremo, Giano, Principio Supremo di ogni Mos.

 

                 Verrio Flacco., De Verb. Sign. (L.146,3).
                 Festo, 366 L.
                 Cicerone, De Fin. IV, 15, 40.
                 Cicerone, Tusc., IV, 1.
                 Ennio, Ann., 500.
                 Cicerone, Verr., 5. 22.
                 “Autori e Maestri nei culti della religione sono i nostri Maggiori”. Cicerone, Har. Resp. 18. Quest’affermazione, e molte altre, smentiscono le dissacranti proposizioni di vari gruppi del neospiritualismo pagano contemporaneo, le quali insistono sulla presunta assenza di maestri nella religione romana.
                “Il Mos era trasmesso dai Maggiori”. Cornelio Nepote, XVII, I.
                 “Dunque il Mos venne prima, poi seguì il culto dei mores, che è la consuetudine”. Isidoro, Etim. V. III. 2.
               Il Mos è una consuetudine che è stata approvata col tempo, ovvero una legge non scritta”. Macrobio, Sat. III, 8. 12.
               “ La consuetudine viene così chiamata in quanto commvnis vsvs, ossia pratica comune”. Ibidem, V; III, 4.
               Festo, 2892.
               Servio Ad Aen. 7, 601.

(Estratto da Saturnia Regna n.56, Mos e Ius. Il fondamento dell’ordinamento civile e della vita secondo giustizia del cittadino,  Gen.-Giu. 2014 e.v.,)