Terzo Livello

La Formazione Religiosa Preliminare - Sezione Propedeutica

La Formazione Religiosa Propedeutica Completa

I contenuti specifici dell’insegnamento della Scuola di Formazione Propedeutica alla Religione Romano-Italiana

Il Primo Anno.Il Credere Deos e la costituzione dell’animus religiosus

La prima fase della formazione. La costituzione dell’interesse religioso rettamente orientato. Lo stato di discente e la ricerca della modestia

Il Primo Anno della Scuola è diviso in dieci moduli di dottrina e pratica nei quali si trattano due delle tre fasi delle quali si compone la formazione completa dell’animo religioso.

La prima fase riguarda la costituzione dell’Interesse Religioso Rettamente Orientato, ovvero il retto stato di discenza dal quale ha inizio il vero processo convertivo. Senza la costituzione di questo specifico stato della ragione e della volontà dell’aspirante, non potrà essere prodotta efficacemente la realizzazione dell’animus pius. Per raggiungere questo primo risultato viene esercitata un’azione protreptica iniziale che deve portare il soggetto fino alla realizzazione univoca e stabile di una precisa volontà di modestia, che costituisce il primo momento in cui l’animo definisce la retta relazione all’Autorità Divina e, indirettamente, all’autorità religiosa, perciò l’allievo si definisce anche come vero discente, che può ricevere l’insegnamento religioso e l’educazione magistrale nelle condizioni opportune al fine di sviluppare efficacemente tutta la prassi formativa.

Questa fase dell’insegnamento è di tipo protreptico. Protreptikon è un discorso orale o scritto avente funzione esortativa ed elevante, il termine deriva da pro-traho, o pro-traggo, spingo avanti, tendo avanti, incito, persuado, esorto. L’azione protreptica ha una funzione parenetica, pratica, consistente in un para, accanto, ainein, approvare, ammonire, avvertire, incitare, perciò la parenesi protreptica spinge a convenire, ad approvare un dato insegnamento, una data condotta. Mediante la parenesi protreptica il soggetto è condotto alla comunione di visione, all’omologia e dunque alla condivisione dello spirito religioso mostrato, e perciò anche dei principi e dei valori che su di esso fondano. Quando l’adesione allo spirito religioso presentato avviene con tutta la coscienza, la visione profana precedente del discente viene sottomessa e relativizzata, per poi essere eliminata del tutto al compimento del processo convertivo.

L’emersione di una nuova coscienza religiosa generale è solo il principio della completa conversione dell’anima, la quale, una volta compiuta la prima purificazione, si stabilisce fermamente e definitivamente nella coscienza religiosa romano-italiana. La formazione della nuova visione avviene gradualmente, mediante la sostituzione di contenuti profani con contenuti religiosi, i quali orientano l’anima alla religione e vanno a definire il vero nucleo identitario del soggetto. La protreptica filosofico-religiosa è finalizzata alla persuasione religiosa dell’allievo, in vista della sua conversione spirituale ed esistenziale completa, una conversione che realizza il completo accordo dell’uomo intero con la Verità Divina presentata.

L’azione protreptica iniziale si concentra sull’autoconoscenza e sulla presa d’atto di verità dottrinali certe, le quali hanno lo scopo di mostrare quale sia l’ignoranza radicale e la superbia a cui soggiace il soggetto ignaro di sé e quale tipo di vita maligna e viziosa conduca. L’allievo viene condotto a prendere atto della sua soggezione all’ignoranza-malia radicale, assimilato al corpo egli soffre le conseguenze penose prodotte dalla superbia, che determina l’orientamento vizioso di tutta l’esistenza, queste brutture devono essere chiaramente viste.

L’esercizio protreptico ha inizialmente un carattere oggettivo e si avvale di un’attività dialettica volta a produrre l’innesco della problematizzazione dello stato esistenziale e morale del soggetto,  dalla quale procedono la riflessione e l’introspezione che si applicano alla natura dell’animo e al suo stato radicalmente “malato”, ateo ed empio. Questa azione avvia la prassi iniziale, volta a risolvere la condizione di duplice ignoranza e di superbia autoreferenziale a cui l’animo è abitualmente soggetto, tutto ciò richiede una precisa revisione radicale  delle opinioni vacue, vane e prive di corrispondenza con la realtà, fino al punto in cui il soggetto giunge alla presa di coscienza dell’ignoranza metafisica e della presunzione vuota di sapere che patisce. Ogni azione protreptica iniziale è compiuta per indurre la razionalizzazione  dello stato di ignoranza-superbia subito nello stato brotos, così l’allievo potrà avviare il processo dialettico soggettivo mediante il quale applicherà quanto appreso in modo oggettivo all’animo e al suo stato soggettivo, per purificarsi “concretamente”dagli errori sui quali insiste la sua ragione, fino a raggiungere la consapevolezza della Verità Divina trasmessa, circa lo stato dell’animo, il suo patimento  dell’incorporazione e la vita bestiale a cui è ridotto.

L’azione protreptica risulta efficace solo se il soggetto corrisponde all’azione di esortazione e riflessione e pone in atto una preliminare dialettica oggettiva corretta. Se l’allievo ha un interesse rettamente orientato si apre alla dialettica oggettiva e non si chiude nell’affermazione delle sue opinioni, non cerca gratificazione eruditiva, non ostenta vanagloria e saccenza, egli ha preso atto del suo stato di radicale malia e vuole abbandonare l’ignoranza e la superbia che lo affliggono. Perciò si applica all’esercizio indicato e allo studio, dimostra la volontà di unificarsi a quanto indicato, non elude la presa di coscienza del suo stato e della malignità in cui versa.

Al contrario, l’azione protreptica risulta inefficace se l’aspirante rifiuta a priori ogni retto ascolto dell’insegnamento e ogni riflessione costruttiva guidata, così come ogni dialettica oggettiva. In questo caso l’interesse è perversamente orientato, perciò l’aspirante si presenta alla fase protreptica silenzioso, scettico, critico, curioso, egli opina fra sé e sé ed elude la verifica catartica del suo stato. Piuttosto che aprirsi alla verifica del suo animo cerca conferme ai suoi pregiudizi, afferma le sue opinioni senza esaminarle, non accetta che gli sia attribuita un’ignoranza radicale, né vuole prendere atto della sua malignità, non si applica correttamente allo studio e non cerca la comprensione dell’insegnamento nel dialogo oggettivo. Talora questo soggetto è aggressivo e ostile e tende ad utilizzare l’insegnamento ricevuto in modo parassitico, individualistico e autoreferenziale. A causa di ciò la Formazione Religiosa Propedeutica non può avere inizio e l’allievo rimane rinchiuso nella malia causata dalla sua ignoranza, preservata dalla sua superbia, egli si condanna da sé ad una vita aliena dal Bene

L’insegnamento protreptico iniziale non ha alcuno scopo eruditivo, non deve soddisfare dunque, in alcun modo, la curiosità umana, né alimentare l’opinionismo profano, ma deve avere esclusivamente, come tutta la prassi che forma l’animo religioso, una funzione esclusivamente realizzativa. A partire dall’innesco di un’introspezione profonda sulla natura dell’animo, sulla sua origine, sulla sua funzione religiosa, sul suo bene finale, l’animo deve raggiungere una coscienza reale e immediata dello stato che egli patisce nella soggezione al corpo e alla sfera sensibile.  Il riconoscimento della soggezione all’ignoranza radicale e il raggiungimento del “sapere di non sapere”, devono essere reali, perché solo se sono reali l’animo determina un volenteroso distacco dalla sua presunzione superba e dall’utilizzo di contenuti, opinioni e giudizi falsi. Senza questo spogliamento volontario la prima purificazione-rettificazione non può avvenire, lo stato di discenza non si costituisce e la retta conoscenza della Realtà, degli Dei, del Mondo e dell’uomo non può essere conseguita.

Il processo dialettico oggettivo, con la sua funzione protreptica, deve essere condotto fino in fondo, l’animo deve comprendere in modo adeguato l’insegnamento relativo all’origine dell’animo, alla sua natura, alla catabasi dell’anima e allo stato che patisce nella sua presente vita, altrimenti la sua maturazione coscienziale non potrà avvenire.

L’azione protreptica deve produrre una vera e propria rivoluzione della visione essenziale, a causa della quale l’aspirante rettifica completamente la visione di sé, della realtà e del mondo e costituisce un vero Interesse Religioso Rettamente Orientato, nel quale la prospettiva profana con cui guardava sé e le cose viene completamente rovesciata. Prima di raggiungere lo stato che dà avvio alla conversione l’animo è soggetto all’ignoranza radicale di sé, della Realtà e di Dio, egli si identifica completamente al corpo, perciò è illuso di essere nato un dato giorno e crede che dovrà morire in un dato giorno. La sua identità è fondata esclusivamente sulla corporeità, sull’esperienza sensibile, egli non ha alcuna coscienza della sua situazione penosa. Grazie  alla protreptica iniziale l’animo inizia a “riportarsi in sé”, progressivamente egli supera lo “stordimento” seguito all’incorporazione, la sua broteia viene poi dissipata per conquistare, con il raggiungimento della prima modestia, anche la prima sobrietas. L’animo deve prendere atto di sé quale ente di carattere rigorosamente immateriale, che ha una sostanza spirituale che non subisce la corruzione e non ha un coinvolgimento effettivo con la nascita e la morte del corpo, l’unione ad esso, tramite la sua anima, è accidentale, contingente e temporanea, e segue una precisa disposizione fatale. Quando l’animo si ricentra in se stesso, prende effettivamente coscienza di sé, della sua natura e del suo stato di soggezione all’ignoranza e alla superbia, un vizio che si produce con l’incorporazione. Questo risultato elementare corrisponde alla prima visio sui secondo recta opinio, la quale crea la quaestio modestiae del soggetto interessato rettamente orientato, facendolo divenire discente. Fino a quando questo risultato non si è prodotto non ha luogo il passaggio fondamentale dall’alienazione, dall’illusione, alla visione elementare di sé e del proprio stato secondo realtà, una visione che realizza “il sapere di non sapere” e determina contestualmente l’abbandono di ogni presunzione e di ogni autoreferenzialità, con tutto ciò che vi inerisce. Solo quando l’animo si spoglia dall’assimilazione al falso ego-ombra, prodotto dalla sensazione corporea, si fa discente, a questo punto può disporsi adeguatamente alla ricezione dello Spirito Divino per commisurarsi ad Esso, nella retta discenza e nella retta subordinazione all’Autorità Divina e all’autorità religiosa. L’azione protreptica deve fare emergere una nuova conoscenza di sé, dalla quale procede anche la nuova visione della Realtà, del Mondo, dell’uomo, una visione conforme alla Sapienza Divina, la quale ha diretto l’animo fino a quel punto, attraverso la direzione spirituale e religiosa romana-italiana.

Per essere pienamente efficace l’azione dialettica iniziale, dopo la fase oggettiva, deve tradursi nel dialogo soggettivo. Quando l’aspirante accoglie l’azione dialettica oggettiva viene poi immesso ad un esercizio dialettico soggettivo ad personam, finalizzato all’adeguamento diretto agli insegnamenti oggettivi ricevuti. La direzione religiosa guida l’aspirante all’introspezione in modo che l’animo giunga ad esperire da sé la verità sin qui ascoltata esteriormente, la prassi dialettica soggettiva consente di verificare direttamente lo stato dell’animo, in rapporto alla misura della verità esperita. L’azione dialogica soggettiva si dispiega nei due momenti fondamentali che caratterizzano il dialogo ironico e il suo procedimento catartico: il momento aporetico e il momento elenchico.

Il momento aporetico del dialogo è caratterizzato dall’azione che fa emergere l’infondatezza ontologica, epistemica, dialettica, e molto spesso anche logica, delle opinioni e delle convinzioni del soggetto aspirante, sulle quali egli fonda la sua coscienza e la sua condotta di vita. La messa in evidenza degli errori, delle contraddizioni, delle incoerenze presenti nelle opinioni che l’animo ritiene “vere”, circa la sua identità, il suo bene, la giusta condotta di vita, porta alla luce la dipsichia da cui il soggetto è afflitto e il disordine presente nella sua vita pratica.

Nel momento elenchico del dialogo ironico-catartico si attua la radicale confutazione di tutte le opinioni emerse con l’aporesi, opinioni erronee e false, relative al reale, al bene, alla giustizia, alla identità dell’io, sulle quali l’animo fonda la sua “malata” attività esistenziale. In questo modo vengono svelate la radicale ignoranza, e la superbia presuntuosa che ne deriva, la presunzione di conoscere il vero e il giusto, l’illusione di condurre una vita buona e giusta, elementi che non consentono all’animo di determinare la conversione effettiva alla verità e all’autentica giustizia. L’aspirante ignaro afferma invece che “sa”, egli dice che è “capace di giudicare”, che “compie una vita buona”, ma quando vengono poste in risalto le contraddizioni fra essere e agire e, specialmente, quando vengono evidenziate in modo specifico l’ignoranza radicale e la superbia che ne deriva, a cui segue un’inevitabile condotta viziosa, il soggetto può avere due reazioni: una perversa, che fa fallire il processo, e una corretta, che lo porta alla visione del suo stato, una visione favorita in special modo dall’indicazione diretta della natura ultima dell’ego psichico dello stato di veglia.

Il dialogo ironico porta alla correzione della visione che non coincide con la visione che Dio ha della Realtà, e rettifica la deviazione dell’ azione che non attua la Sua Volontà, una volta mostrata la natura della Sapienza Divina e del Bene, l’ironia confuta tutto ciò che fonda su ignoranza e malia. Se l’azione dialettica catartica è rettamente compiuta, il soggetto giunge a riconoscere la sua radicale ignoranza e la conseguente superbia e quindi anche la sua infima malignità. Il giusto compimento della prima fase dell’azione dialogica propedeutica dovrebbe condurre il soggetto ad una coscienza immediata della sua completa ignoranza e di conseguenza del fondamento oscuro su cui poggia la sua superbia. La coscienza raggiunta, anche se per un solo folgorante attimo, deve determinare uno sdegno, un disprezzo completo per questi stati viziosi dell’animo e per quanto da essi procede. Inoltre, dalla visione prodotta deve determinarsi una reazione univoca della volontà, volta ad abbandonare ogni indirizzo, interno ed esterno, dell’azione, basato sulla superbia, per costituire in modo adeguato la prima modestia.

Quando la spogliazione e la semplificazione saranno complete, e l’animo sarà messo a nudo, verrà realizzato il primo rientro in sé, ricostituendo quell’elementare presenza dell’animo a se stesso che è principio della gravitas, virtù indispensabile per condurre un’autentica vita religiosa. Fino a quando il processo catartico iniziale non è stato completato dovutamente, l’interesse religioso rettamente orientato non si determina e la conversione non può avere uno svolgimento adeguato. Se l’animo non dispone di un interesse religioso retto non può costituirsi come discente e quindi non può ricevere adeguatamente la Luce Divina trascendente del Verbo Patrio, perché l’occhio della sua anima è ancora accecato dalla malia e dalla chiusura prodotta dall’ignoranza-superbia, le quali causano la determinazione soggettiva e relativa dell’identità, con l’autoreferenza costituita dal corpo e dal senso.

Durante l’attività dialogica ironica e catartica,  specie nel momento elenchico, possono presentarsi diversi problemi, man mano che la crisi purificatoria procede. Per l’animo, passare dall’identità di carattere sensibile e carnale, prodotta dalla soggezione al corpo, alla sua vera identità ontologica, attraverso la risoluzione dell’assimilazione all’ego titanico accidentale, non è un processo privo di crisi e difficoltà. L’animo che si identifica al corpo vive come se fosse un corpo, si illude di essere nato e di dover morire, crede che il piacere sia un bene e che continuare ad esistere come corpo sia un bene per se stesso. Ricentrare l’identità sull’animo non è un’operazione semplice e immediata, perché l’animo deve distaccarsi cognitivamente e moralmente dal non sé, per rientrare in sé, fondando sulla sua natura incorporea ed intelligibile. L’animo non è nato e non muore, trascende le polarità proprie dell’ego somatico, del senso e della carne, così come le opposizioni del desiderio, perciò se si identifica al corpo, a causa della ignoranza, si asserve alla natura contraria e alle passioni che a tale servitù si associano.

Nel processo catartico iniziale l’animo non giunge alla completa liberazione dalla soggezione alla natura titanica, ma egli crea la condizione per la sua liberazione prendendo atto del suo asservimento al corpo, da cui determina una volontà univoca di emancipazione dalla pena subita. La falsa identità, con la quale l’animo brotos, “ubriaco”, che si avvicina alla conversione si eguaglia, riceve una prima sospensione, ciò deve avvenire almeno per un istante. L’animo deve aver visto la sua natura reale, in modo immediato, anche solo per un lampo fulmineo, su questa esperienza di sé deve fondare il suo nuovo senso, in modo ontologico. Raggiunto questo primo risultato, l’animo e il suo orientamento esistenziale vengono completamente mutati nel senso della conversione religiosa.

Il soggetto che ha fatto l’esperienza della sua ignoranza e della sua impotenza, non si limita più a rappresentarsi falsamente ciò che è, ma ha “toccato” il suo stato, l’esperienza gli ha dato uno statuto nuovo, che impregna tutti i suoi  atti, così egli giunge, alla fine dell’azione protreptica iniziale, ad una disposizione conforme all’adeguamento al suo essere eterno.

Se l’animus ha fatto l’esperienza della veglia sovrasensibile, sa che cosa è il sonno della coscienza prodotto dal corpo e dalla sensazione, un solo istante di sobrietà, una traccia di sollevamento dall’ubriacatura prodotta dal corpo mortale, vale più di ogni esperienza eruditiva compiuta secondo ignoranza e illusione. Da questo punto la possibilità di risolvere definitivamente la soggezione all’ego-ombra somatico-empirico e mortale si costituisce, l’animo assume una nuova posizione rispetto a questo ente fantasmatico e lo vede come altro da sé.

L’ostacolo che crea le principali difficoltà per attuare questo risultato è la superbia, fondata nella duplice ignoranza, una superbia che si alimenta con l’amore vano della falsa identità “io sono questo corpo”, e con l’attaccamento alle opinioni e alle esperienze fondate sull’ignoranza-superbia. Nel processo convertivo, che riduce a nulla la superbia, si presentano perciò difficoltà diverse, di tipo psicologico, morale, sociale, oltreché spirituale.

La demolizione delle opinioni false del soggetto, e delle convinzioni su cui egli poggia, equivale a demolire la falsa identità che su di esse si fonda, ciò genera un senso di “morte” e di “annientamento”, che può tradursi in reazioni di carattere deviato, procedenti da diverse cause, che rischiano di fare abortire il processo iniziale di estrazione dell’animus dall’humus esistenziale corruttibile. Alcuni dei moti sono suscitati dai demoni sublunari, che impediscono che il soggetto sia sottratto al loro dominio, diverse reazioni sono incoscienti e assumono il carattere tipico della difesa ostinata del falso ego somatico, talvolta si traducono nell’attacco ostile, oppure si sviluppano nell’elusione e nella giustificazione, fino all’indifferenza e alla reazione perturbata e depressiva. Molto difficilmente oggi il processo formativo-convertivo si svolge in completa serenità e lucidità, nella continuità della luce apollinea della ragione, l’uomo attuale è in una situazione psico-morale e spirituale disastrata, ben più grave della situazione dei giovani romani descritta da Cicerone, perciò è necessaria un’integrazione della prassi antica con un approfondimento psicologico delle dinamiche dello sviluppo religioso dell’uomo, fondato sulla filosofia tradizionale, che fornisce dapprima una ristrutturazione delle basi somatiche dell’identità, rettamente assunte, per procedere poi al loro superamento religioso.

Se il soggetto non è nelle condizioni per accogliere l’azione ironico-catartica, egli tende ad arroccarsi su posizioni errate, seguendo la suggestione dei demoni, così la sua superbia permane e si rafforza. Se l’aspirante non sviluppa una comprensione adeguata del processo che deve affrontare, si rifugia nel falso amor proprio e nella presunzione di essere e di sapere, così tenta di mettere in atto ogni tipo di difesa dell’ego somatico mortale, al quale si identifica illusoriamente. In queste azioni l’animo non si rende conto di essere dominato da demoni inferi, che erigono un muro di silenzio o di indifferenza o di opinazione critica, palese e occulta, gli stessi demoni insinuano in lui il dubbio, gli inducono la scepsi, la giustificazione, ecc. Per questi diversi problemi e per le varie difficoltà, nella costituzione dell’interesse religioso retto vengono adottati esercizi psicologici e morali intermedi, che favoriscono la ristrutturazione della personalità e dell’identità contingente e preparano il retto incedere dell’animo nel processo di purificazione preliminare, necessario all’acquisizione dello stato di discenza per il retto accesso alla religione e all’anabasi virtuosa in essa implicita.

Quando l’azione dialettica propedeutica procede in modo regolare, la crisi porta alla maturazione e la catarsi si compie in modo equilibrato. La denudazione dell’animo riconduce il soggetto a sé, la scoperta dell’ignoranza-illusione, e della superbia che lo affligge, determina un atto iniziale di umiltà, di abbassamento al proprio reale stato, dal quale sorge il disprezzo per la presunzione che caratterizza la superbia, e fissa la volontà nel senso di una rinuncia definitiva all’attività opinativa vuota e falsa fondata sull’illusione. L’animo, in virtù del primo atto effettivo di autoconoscenza, realizza dunque il primo elementare “sapere di non sapere”, perciò, dopo il primo atto di umiltà, può ordinarsi rettamente alla ricerca della modestia elementare, adeguando i suoi atti al suo stato infermo e fallace, privo di vera conoscenza e di reale bontà. Solo dopo aver ottenuto questo risultato l’animo può ricevere adeguatamente la Sapientia Divina dei Maiores per costituire il credere Deos, mosso da  quell’amore di sapienza e giustizia che si costituisce dopo aver deposto la presunzione di sapere e dopo aver riconosciuto la soggezione alla radicale ignoranza. Nel nuovo status la soggezione alla falsa identità crea sdegno, la ricaduta nell’identità corporea e sensibile, e nell’allucinazione che ne deriva, così come nell’illusione di nascere e morire, genera ripulsa e un moto imperioso di distacco, di dominio e di ascesi liberatoria.  L’ardente tensione all’Essere, alla trascendenza della soggezione alla nascita e alla morte, deve generare una determinazione univoca della volontà, affinché l’animo non ricada nell’ignoranza, nella superbia e nella morte, e si abbandoni alla vita viziosa e maligna. Possa invece assumere ogni accorgimento per adeguare la sua condotta alle disposizioni della Provvidenza Divina, per compiere una vita religiosa completa, senza indugio, mirando alla realizzazione di virtus e sapientia e, dunque, del Summum Bonum.