Terzo Livello

La Formazione Religiosa Preliminare - Sezione Propedeutica

La Formazione Religiosa Propedeutica Completa

I contenuti specifici dell’insegnamento della Scuola di Formazione Propedeutica alla Religione Romano-Italiana

Secondo Anno. Dal Credere Deos al Deos Sequi.
La transizione operativa dalla vita profana alla vita religiosa completa

 

Una volta che il discente ha raggiunto una stabile coscienza religiosa e si è radicato nel credere Deos, possiede lo status religiosus interno fondamentale e la fede elementare negli Dei, secondo la retta opinione basilare, questa condizione gli consente di ordinare tutta la sua vita interiore all’attività della Provvidenza Divina, ma non la sua vita esteriore, in tutti i suoi aspetti, in quanto la formazione dell’animo religioso operante è ancora incompleta, perché la ragione religiosa deve tradursi nella volontà religiosa per costituire tutto l’uomo in un’organica, completa e coerente vita religiosa romano-italiana. Solo quando tutto l’uomo, in tutti gli aspetti della sua esistenza, si assimila completamente a Dio, può renderlo immanente nel suo animo e nelle sue attività in diverso grado, costituendo così la Pax e la Salus. Perciò fino a quando il discente non ha unificato, in modo coerente e basilare, tutta la sua esistenza alla Giustizia Divina, dopo aver costituito tutte le operazioni della sua ragione in accordo con la Sapienza Divina, non può dirsi effettivamente religioso.

 

Il discente che ha costituito la retta fides ama la disciplina e lo sforzo dell’ascesi religiosa virtuosa, questa disposizione è propria dell’animo veramente convertito al bene, dell’animo che ha imboccato la via che porta alla sapienza e alla familiarità con gli Dei. In ogni caso la prassi religiosa adeguata non si limita ad un certo stato di coscienza e a una disposizione interiore, ma richiede un cambiamento concreto dell’intera vita del discente, a partire dall’astrazione dalla vita comune atea e areligiosa, col distacco effettivo da ogni indirizzo empio o stolto dell’individuo ateo ordinario, fino all’assunzione dell’onere e dell’onore di una vita religiosa effettiva.

 

Il vero religioso non è un individuo che sogna, che si agita in una religiosità fantasiosa e irrazionale, parziale e astratta, schizoide e non concreta, egli ricerca una vita interamente conforme al mos maiorum, per realizzare la prudentia perfetta che essa esprime, in quanto i Maiores nostri sono gli Auctores, i Maestri della religio[1]. Occorre essere, in ogni atto e non solo in qualche occasione, vir vere romanus, come il Padre Catone e tutti gli Ottimi Padri ci hanno sempre insegnato.

 

Il discente che ha raggiunto la coscienza religiosa lotta affinché il suo animo non accolga  più alcun tipo di superbia, perché questa annulla il timor Dei e il rispetto dei Maiores. Amando gli Dei e i Maggiori, l’animo riceve il loro Spirito e attiva la propria divinità essenziale. Fin quando l’animo non presenta stabilmente questo amore operativo e attuativo, che si costituisce inizialmente col credere Deos, non può rimuovere completamente l’affermazione impropria della ragione umana e della sua superbia, perciò lo Spirito Divino degli Dei e dei Maggiori non può prendere residenza permanente nel suo cuore. L’immanenza dello Spirito Divino nell’animo non può essere stabile fino a quando l’animo non diviene del tutto impassibile, ma nei tratti transitori in cui questa presenza si rivela, l’animo fruisce di un primo grado di quiete ontologica, della presenza della luce dell’auges gloriosa, della Pax Deum che l’influsso dello Spirito determina.

 

Per giungere alla completa stabilità nell’amor Dei è necessario percorrere operativamente la via della virtus, mediante la disciplina che segue alla conversione e radica dapprima compiutamente nella recta opinio e nella recta fides,  grazie alla realizzazione  della temperantia e della fortia. Quando l’animo consegue queste virtù può partecipare stabilmente alla Prudentia Maiorum, mantenendosi fermo nell’ufficio divino proprio all’uomo religioso romano-italiano, attraverso il quale concorre ad attuare il fato di Roma-Italia e alla realizzazione della Salute Pubblica Universale. La successiva acquisizione della scientia costituisce l’animo nella completa impassibilità nella vita immanente e gli permette di acquisire in se stesso la virtù della prudentia, oltreché la fruizione permanente della Pax Deum e della beatitudo relativa.

 

Quando si costituisce la prima resa della superbia, con l’acquisizione stabile della temperantia e della fortia, che fissano l’animo nella recta opinio mediante l’attuazione della recta fides, il Verbo Divino dei Padri si rende presente in modo indiretto nel cuore del religioso. In virtù di questo stato la persona può compiere, in modo coerente e completo, e secondo la massima efficacia, l’intero itinerario religioso, in accordo con il fato romano-italiano, dimorando sempre in Dio. Una volta stabilita questa situazione, il ragionare, il parlare, il sentire e l’agire vengono sempre mantenuti in accordo con il mos maiorum e sviluppano una precisa rettitudine morale e civile.

 

L’azione del religiosus firmus si svolge secondo la prudentia maiorum, nel rispetto dei sacra, dei iura, dei mores, che esprimono nell’intera persona la condizione basilare di bontà e  giustizia e ne riflettono la prima funzione teofanica. Fino a quando non si ottiene la firmitas, ogni tendenza ad opinare fuori dalla fede, fuori dal Mos, ogni parola e azione che deviano dalla norma o dalla Sapienza di Dio, devono essere combattute, contenendole prima ed estirpandole poi. La disciplina religiosa personale è volta a “debellare il superbus“, questa disciplina va protratta fino a quando ogni direzione empia della ragione e della volontà non sia stata rimossa, ovvero almeno fino all’attuazione della virtvs della fortia nella sua completezza.

 

Quando la conversione basilare dell’animo si è stabilita, il discente non pone più in sé il principio di autorità, ma lo pone in Dio Padre, Iupiter, non attribuisce il criterio di verità alla sua ragione, ma lo pone nella Sapienza Divina, in questo modo egli rimuove la superbia e fa presente in sé la Sapientia Maiorum, la quale diventa l’unico principio da cui viene mosso ogni suo atto.

 

Con la completa conversione si stabilisce la prima unificazione-pacificazione dell’animo in Dio, mediante l’amor e il timor Dei il soggetto si stabilisce nella presenza della Luce della Sapienza Divina[2], in questo modo ogni tendenza, anche di tipo irrazionale, viene misurata dallo Spirito  Divino e  subordinata alla Volontà di Dio Padre, Iupiter. Ciò comporta anche la costituzione di una comunione profonda con lo spirito religioso romano-italiano e con il Genio di Roma. Quando tutta la volontà è stata determinata secondo il fine della religione, tutto l’animo si è stabilito nella comunione fatale con il Genio romano, perciò ogni azione ha come misura il mos maiorum, in tal modo è possibile procedere alla  “romanizzazione” completa di tutto l’uomo.

 

Il cuore è il luogo sacro in cui si compie la conversione, la quale trasforma la cupiditas e il vano amor proprio superbo nell’amor Dei e nell’amor Fati, in Amor Romae. Quando questo Amor si stabilisce per la prima volta nell’animus, la Venere genitrice e il Marte celeste vengono resi presenti inizialmente nel cuore del discente, il quale così si allinea compiutamente alla “missione romana” e può condividere in maniera essenziale il fato di Roma-Italia. In virtù di tale Amore tutta la vita pratica della persona viene ordinata alla pietas romano-italiana e perciò è finalizzata alla Salus Publica Universalis, in accordo coi Fata Iovis. Quando l’animo è sostanzialmente fondato su Amor, attualizza in sé lo spirito di alcune formule religiose, la prima delle quali è: vivere militare est[3], nella quale si precisa che la vita è una milizia attraverso la quale si attua la Giustizia Divina Universale, e questa milizia coincide con l’ufficio divino assegnato dagli Dei ai romano-italiani in modo esemplare. La Giustizia Divina deve essere assolutamente compiuta, nella pace e nella tranquillitas, perciò l’animo amante fa propria anche un’altra formula religiosa: dulce ed decorum est pro patria mori[4], la quale ha un senso interno ed esterno. La militanza romana deve giungere sino al sacrificio della vita se necessario, questo sacrificio deve risultare “dolce” per il vero religioso, perché in esso risplende la massima bellezza morale, il decorum di un animo divinamente giusto.

 

L’animus e il cuore del discente convertito ardono dell’amor patrio, la Dea Roma ha chiamato e l’animo ha risposto, il “bacio della Dea” è così stato ricevuto e la prima germinazione del vir è avvenuta. Dopo la prima “apertura del cuore” l’animo aspira alla Gloria Olimpica Eterna e perciò ogni suo atto viene fondato sulla pietas patria e sulla missione di Impero Universale che attua la Pace Assoluta. Più l’animo procede all’unificazione con la Volontà Divina, più Essa immane nell’animo, così l’aspirazione alla gloria si fa bruciante, totalizzante. La volontà ardente e un amore eroico e virile ergono l’animo al Cielo, lo allineano al fronte dei Padri e la militanza nella pietas divina, che conduce alla perfetta Pax Augusta, si perfeziona. Il religioso si trova così nelle migliori condizioni per intraprendere la via regale divina che i Padri hanno percorso nei millenni, per esso valgono le parole di Virgilio, riprese da Seneca: fit via vi, con la fortia ci si apre la via[5], perché attraverso questa virtù l’animo si impone nella duplice militanza, nella guerra interiore e nella guerra esteriore, perché, innanzitutto, Imperare sibi maximum imperium est[6] , e da questo imperio procede ogni vittoria. L’animo convertito abbandona ormai la riva della morte e si volge alla sponda dell’immortalità gloriosa, con tutto se stesso, un profondo amore unitivo lo caratterizza, la certezza incrollabile nella meta spinge la sua volontà a percorrere la Via Olimpica dei Padri, che conduce all’apice divino della gloria, alla pienezza augusta dell’uomo. L’animo veramente religioso rinuncia perciò a qualsiasi indirizzo di vita che non conduca alla Gloria Eterna, che non renda l’animus magnus, che non attui la perfezione dei Fata Iovis. Quando questa ardente aspirazione si è stabilita, la volontà è stata volta completamente al Bene, la conversio è così completa.

 

Affinché questo stato si concretizzi definitivamente, adeguando perfettamente la ragione e la volontà dell’uomo alla Ragione e alla Volontà Divina, è necessario che il discente  perfezioni la sua conversione passando dal credere Deos al Deos sequi, al “seguire Dio”, un orientamento che fonda l’imitazione di Dio fino all’identificazione ad Esso, termine perfetto della vita religiosa romana-italiana. Il Deos sequi traduce in pratica l’invito “bonus esto” di Seneca e definisce quell’integrale imitatio Deorum che è la base essenziale del colere Deos. Il discente che si costituisce nel credere Deos vive il credere, la Verità Divina diviene per lui l’unico fondamento della sua vita, egli vuole che ogni atto della sua esistenza sia misurato da Essa. Il credere autentico non è mai un sapere probabile, come quello comune o profano, soggetto all’accidentalità e all’incertezza, ma è un sapere certo, che è fondamento eterno degli atti retti di ragione e di volontà, perché la sua radice epistemica è divina ed inerrante, perciò trascende le operazioni umane, sotto ogni profilo, e coinvolge tutta la persona vivente nella fides quae creditur. Quando l’animo si stabilizza nella saldezza della Verità Divina, senza più alcuna interferenza umana, esso non vacilla più. Una volta costituito il credere, il religioso ha l’accortezza di non lasciare entrare nella sua fides niente di passionale, niente di superbo. La fides romana richiede la sua professione con la vita, la verità romano-italia­na, disposta nel fato di Impero, deve essere misura di ogni atto, perciò il vivere militare, secondo la Giustizia Divina, in ogni azione, affinché l’Impero di Dio e la sua Pace siano costituiti nell’uomo e nell’Orbe intero e l’umanità conosca la perfezione della Salus. Tutto ciò non deve apparire astratto, ma deve coinvolgere tutta la vita dell’uomo. Perciò ogni uomo deve impegnare tutto se stesso in questo, poi raggiungerà il risultato che gli Dei vorranno concedergli.

 

L’animo romano, fin dal primo credo, si stabilisce nella retta relazione a Dio, nell’adesione ferma e fiduciosa alla sua Volontà, questa adesione è il principio del vero amor Fati e del relativo Deos sequi, perciò si traduce immediatamente nell’attività immanente della Iustitia Divina. In Dio l’animo romano-italiano confida totalmente, in Esso fonda stabilmente il suo essere e rinuncia ad ogni superbia, alla vanità e alla miseria della condizione viziosa dell’ateo. Il religioso non vacilla, il suo passo, le sue mani, la sua parola, il suo pensiero sono guidati dalla Provvidenza, la sua volontà tende ad estinguersi in Essa. L’animo retto osserva un’obbedienza assoluta alla Volontà Divina e dunque si adegua alla Giustizia Divina fino a che si risolve completamente in Essa.

 

Enea, perfetto nell’amor Fati e nella fides, Divom sequitur, in tutto il suo iter durum, centrato sulla pietas, elimina progressivamente ogni limitazione umana e perciò ogni turbamento e ogni tentennamento accidentale provenienti dall’individuo finito e mortale, fino ad identificare, nella Visione Suprema degli Arcana Divini, il suo essere proprio con l’Essere Divino Principiale. Al principio del reditus la fides di Enea è firma, intemerata, priva del temerare dell’empio, alla fine dell’iter anabasico Enea diviene perfettamente sapiens, perciò la sua fides diviene ontologicamente incrollabile, radicata nell’essenza immutabile della Bontà Divina, da cui procede la Giustizia dell’Impero Eterno di Dio, con tutto l’Amor onnicomprensivo che comporta. Con questa fides Enea, Imperator Aeternus et Gloriosus, costituisce nel mondo l’Amore Divino Perfetto con un atto di impero, affinché l’umanità sia restaurata nella sua perfezione divina originale. In Enea il religioso romano-italiano ha il suo modello, egli attua il Deos sequi perfettamente e perciò in lui la Giustizia Divina risplende in tutta la sua bellezza e la sua maestà. Attraverso il Deos sequi si compie l’assimilatio Dei, munito di amor iustitiae, l’uomo religioso romano-italiano percorre la via che conduce l’animo, la civitas e l’umanità alla loro perfezione.

 

La completa conversione costituisce l’animus bonus, separato dall’umana superbia e dalla barbarie ad essa inerente, questa è la condizione necessaria affinché l’animo si innalzi a Dio mediante la magnanimitas, seguendolo in tutto, fermo nel retto credere fino all’apoteosi, come l’esempio perfetto di Enea ci insegna. L’animo religioso è interamente coerente con il suo fine di gloria in tutti i suoi atti, il suo essere e il suo agire diventano, con la completa conversione, una sola cosa. Fondato sulla misura della Verità Divina, l’animo può tradurre la misura dell’Essere Divino nell’atto giusto, nell’atto pio. Perciò la prassi convertiva deve portare alla coscienza le contraddizioni e i conflitti, e le relative pene, dell’animo empio, per cui il discente deve prendere atto che vive nella contraddizione, nell’ambiguità, nella falsità, nella menzogna, nell’incoerenza, nel conflitto, ecc. Questi elementi indicano un preciso stato di malignità dell’animo e non sono presenti in colui che si è stabilito nell’Essere Divino, perché nel religioso non ci sono più conflitti nella volontà, né menzogne, né falsità, né incoerenze, ed egli conosce la prima veracitas, una virtù specifica dell’animo religioso romano-italiano, il quale non solo è coerente con se stesso, ma il suo essere è coerente con la Realtà, è tutt’uno con la Realtà, dunque in esso non esiste alcuna conflittualità con l’Ordine Divino, con la Volontà Divina, col Fato.

 

La veracitas è una qualità dello stato normale dell’animo, per raggiungere il quale è necessario compiere una conversione completa, per poi disciplinarsi nella realizzazione della virtus. Gli Dei non possono essere avvicinati senza veracitas. Anche l’animo malato e maligno inclina a suo modo all’Essere, non vuole apparire in contraddizione, in conflitto e incoerente, ma nel suo stato non può evitare questi mali, egli, in qualche maniera, soffre quando si trova a patire queste condizioni, perché il conflitto è sofferenza, il contrasto fra due tendenze crea turbamento e inquietudine. Ma il vero contrasto, quello più profondo, è il contrasto che si crea fra l’Essere Divino e l’esistenza dell’uomo maligno, un problema che l’animo empio non può risolvere. Nell’animo religioso non esiste questo contrasto, la sua esistenza rende immanente l’Essere Divino, essendo convertito l’animo religioso assorbe completamente se stesso nell’Essere di Dio, in tal modo il conflitto ontologico non si pone più, né, di conseguenza, il conflitto esistenziale. L’animo sprofondato nella malignità radicale è invece completamente decentrato nell’esistere, non ha alcun radicamento nell’Essere, egli non immagina nemmeno che sussista l’Essere, la Realtà Divina Assoluta. Quando gli Dei lo accolgono nella prassi convertiva, questo animo riceve la prima notizia della sua origine, della sua natura e del suo fine, inoltre comincia ad intravvedere anche la Realtà dell’Essere e l’Ordine oggettivo della Realtà Divina. Con la disciplina che costituisce l’interesse religioso rettamente orientato, lo stato di discente, la conflittualità fra l’Essere e l’esistere dell’uomo maligno deve essere portata completamente alla coscienza, la ragione deve prenderne atto, affinché l’animo proceda alla risoluzione della deviazione alienante.

 

§Quali sono gli effetti specifici della soggezione al male? L’alienazione del soggetto da se stesso e dall’essere, il conflitto con se stesso, la presenza di un falso dualismo ontologico e psicologico, la costituzione della dipsichia. La malignità costituisce una radicale incompatibilità fra l’esistere e l’essere, l’uno diventa l’opposto dell’altro. La conversione riunisce l’esistenza di tutto l’uomo all’Essere Divino e concorda l’animo con la sua essenza eterna, una volta radicato in Dio l’animo trasforma  progressivamente la sua esistenza in una teofania, attraverso di lui, in ogni atto, a seconda della sua virtù, traspare lo splendore dell’Essere e si costituisce l’Impero di Dio. Quando l’animo si integra compiutamente in Dio attraverso l’apoteosi, fra il suo essere proprio e l’essere di Dio non sussiste più alcuna reale differenza, l’Unità dell’Essere, in tutta la sua completezza, viene poi tradotta in ogni atto, nell’unità dell’esistenza, così come avveniva nella Persona Divina Primordiale; questo è il punto di arrivo dell’anabasi religiosa, il frutto della palingenesi, che ha il suo principio nella conversione.

 

 

 

L’animo attraversa dunque tre fasi convertive prima di accedere all’anabasi vera e propria, dapprima si fa discente, conseguendo l’interesse religioso rettamente orientato, poi passa a radicare il suo essere, mediante la ragione, in Dio, costituendosi come animo religioso, attraverso il credere Deos, infine determina la sua volontà di farsi pio praticante, nel senso dell’attuazione di una esistenza teofanica, nella quale, praticando fino alla sua perfezione il Deos sequi, si costituiscono in cui la Iustitia e la Salus Divina. Quando il discente raggiunge l’interesse religioso retto, la sua ragione prende atto della sua mancanza di possesso della verità, inoltre rileva che le sue operazioni non hanno alcun fondamento epistemico, né tantomeno ontologico, perché sono autoreferenziali e credule. Una volta che l’animo si è staccato dall’infondatezza delle false opinioni e dalle convenzioni comuni, viene ricollegato, reintegrato nel fondamento della Realtà, in Dio, e diviene ricettacolo della Luce della Sapienza Divina. Questo riallineamento all’Essere Divino, al Reale, viene raggiunto con la compiuta costituzione del credere Deos. Una volta che il credere Deos è stato stabilito, la ragione non poggia più sul falso, su ciò in cui prima sussisteva, perciò può tradurre la Misura Divina, da cui è stata misurata, in ogni suo atto: il suo giudizio, la sua delibera, la sua parola, i suoi atti, possono così rendere presente la Verità Divina, che si è istallata nell’animo nella forma della prima retta opinione, nella Giustizia Divina.

 

Ma il solo credere Deos non rende l’animo completamente convertito, è necessario perciò costituire il Deos sequi, perché l’animo religioso deve seguire Dio in ogni suo atto, perciò egli deve conformare, unificare, allineare ogni suo agire alla Provvidenza Divina e dunque ogni diposizione della volontà umana deve essere concordata con la Volontà Divina. Quando l’animo si stabilisce nel Deos sequi, la conversione giunge a compimento, in tal modo si crea uno stato unitario, nel quale sussiste l’unità di ragione e volontà, una volontà completamente determinata in senso religioso da una ragione misurata dalla Sapienza Divina. La volontà convertita si conforma ininterrottamente alla Volontà Divina e traduce in ogni momento, a seconda della virtù raggiunta, la Giustizia Divina, perciò presenta le condizioni basilari per applicarsi alla pietas, condizioni diverse e inferiori sono irregolari o insufficenti.

 

L’animo completamente convertito è religioso “a tempo pieno”, non è religioso talvolta sì e talvolta no, non è religioso solo per certi “riti” o in momenti particolari, lasciando la gran parte dei suoi atti esistenziali abbandonati alla negligenza e alla turpitudine, rendendosi continuamente impuro. L’animo religioso compie ogni atto dell’esistenza in modo religioso, quindi vive religiosamente ogni aspetto della sua persona, perciò non rimane più alcun tratto, neanche minimo, della sua condotta, che non sia trattato religiosamente. Tutta la vita del religioso romano-italiano deve rendere immanente la Giustizia Divina, deve far risplendere la Verità e dunque la Bellezza della Divinità. Nella ritualizzazione virtuosa di ogni atto della vita contingente, l’intera esistenza dell’uomo viene trasfigurata, risolta nell’Essere, così la persona viene divinizzata. Questa forma di glorificazione di ogni azione è un modo specifico della religione divina romano-italiana.

 

A far principio dalla conversione, e dunque dalla costituzione della vita religiosa effettiva ed operativa, comincia quella vita che noi definiamo “teurgica”, attraverso di essa l’animo si eleva nei diversi gradi della virtus e conforma a Dio tutta la sua persona, fino ad assumere la forma della Persona Divina Universale, attualizzata integralmente quando viene raggiunta la completa divinizzazione. Attraverso l’anabasi la virtù giunge fino alla sua perfezione esemplare, in tal modo l’animo reso magnus assume la Maestà Divina. Questa realizzazione costituisce il fine religioso della divinizzazione dell’animus, la sua completa glorificazione, “l’augustificazione” perfetta. L’animus augustus possiede virtù divine, le virtù esemplari di Dio e le attualizza in ogni suo agire. Si pensi a quale differenza esista fra l’animo radicalmente maligno, soggetto completamente alla materia amorfa nell’alienazione dalla Realtà e dall’Essere, e l’animo augusto, la perfezione a cui ciascun romano-italiano si indirizza col suo vivere religioso, a far principio dal conseguimento di una vera e completa conversione.

 

L’animo convertito non è più orientato “diabolicamente”, ogni suo atto è orientato religiosamente ed è disposto secondo la misura della Giustizia Divina. Esso non presenta più affermazioni soggettive, relative alla sua sola individualità errante, non ha più una visione “secondo me”, come “mi pare”, non procede più “secondo ciò che sento”, perché queste modalità illusorie sono state trascese dalla costituzione dell’animo religioso, l’animo nella sua condizione normale elementare. Come può essere attuata la giustizia, la iustitia adversum Deos, la pietas, se l’animo rimane condizionato dal “secondo me”, dal “come la vedo io”, dal “come io credo”, dalla “mia esperienza in questo momento”, da elementi contingenti ed effimeri che mutano continuamente? La giustizia ha un carattere oggettivo e non può essere attuata se persistono limitazioni maligne nell’animo, colui che le presenta è soggetto al male, perciò non  può accostarsi agli Dei nelle condizioni di adeguata purità. L’animo che dipende dalla sensazione e dalla individuazione titanica evidenzia la sua malignità e denuncia la sua sofferenza, colui che patisce la sensazione è soggetto agli accidenti, alle contingenze del male. La pietas non può essere condizionata dalla sensazione o dalla passione soggettiva, l’esercizio del ius sacrum esige condizioni “tecniche” oggettive, se queste condizioni non sono rispettate gli atti religiosi non sono che vane agitazioni, inessenziali e inefficaci, che muovono suggestioni, ma non attengono al sacro. /§

 

Le affermazioni vane e alienate dell’empio scompaiono completamente nell’animo buono, stabile nell’Essere, egli non subisce mescolanza col divenire, la sua attività non procede più dalla vita corporale corruttibile, perché volontariamente non vuole avere più commercio con la morte. L’animo convertito, religioso, buono, non dipende più dalle circostanze esterne, non è più influenzato dagli stolti e dai creduli, ma obbedisce solo a Dio. L’animo pio è fermo nell’Essere, dal quale effonde la Luce Divina nella sua esistenza, se non vi fosse l’animo religioso, che rilegge e media la Sapienza di Dio nel mondo, l’uomo non potrebbe essere illuminato, misurato dall’ Intelletto Divino Sapiente e tutta la sua vita si consumerebbe nel male e nella pena. Perciò per completare la conversione non è sufficiente che la sola ragione o la sola coscienza siano convertite, ma anche la volontà deve essere convertita completamente, coinvolgendo così il sensus, l’amor e l’appetitus. Tutta la persona deve essere investita dalla misura del credere, ogni suo atto va misurato precisamente dal credo, così si produce il passaggio al Deos sequi, al quale molti, specie negli enti pseudoreligiosi irregolari, non giungono mai. Il credere Deos deve tradursi in tutti gli aspetti della vita pratica, nella contingenza della persona esistente, saturando di giustizia tutti i domini particolari del suo vivere. Con la costituzione del Deos sequi non rimane più un solo singolo aspetto della vita, interna ed esterna, dell’uomo che non sia condotto religiosamente, questa è la condizione fondamentale del vero religioso romano-italiano.

 

[1] Cicerone, Har. Resp., XVIII.

 

[2] Orazio, Sat., II, 3, 295.

 

[3] Seneca, Lettere a Lucilio, 96, 5.

 

[4] Orazio, Carmi, III, 2.

 

[5] Virgilio, Eneide, II, 494; Seneca, Lettere a Lucilio, 37, 3.

 

[6] Seneca, Lettere a Lucilio, 13, 30.