L’Opera dell’Associazione Romanìa Quirites: la formazione religiosa preliminare dell’uomo attuale

Natura, Generalità e metodo della formazione religiosa preliminare

Il valore unico della formazione religiosa tradizionale

 La formazione autentica dell’uomo, in verità, può essere solo religiosa, in quanto solo nella sapienza religiosa si trova il fondamento epistemico certo, la verità divina inerrante sulla quale deve essere incentrata ogni autentica cultura che miri a realizzare l’essere proprio dell’uomo e dunque il suo bene. Perciò tutte le trattazioni o gli esercizi che non hanno un fondamento religioso, e dunque non sono centrati su un’epistemologia di carattere divino e sacro, non sono propriamente regolari e tradizionali, non sono secondo l’autorità reale e la sapienza effettiva, perciò presentano qualche grado di errore e limitazione e, di conseguenza, esprimono alterità rispetto alla verità e generano illusione maligna. In definitiva solo il procedimento religioso di formazione dell’uomo è valido, perché solo esso conduce realmente all’attuazione dell’essere dell’uomo e del suo bene, mentre tutto ciò che non è religioso conduce ad un risultato opposto.

La formazione religiosa può avvenire solo in regolari ed autorevoli istituti tradizionali di formazione. In questi istituti non si svolge un’istruzione di carattere eruditivo astratto ed inefficace, ma l’insegnamento impartito è operativo, perciò è rigorosamente volto ad attuare efficacemente e realmente dei precisi stati dell’essere con le inerenti virtù potenti. A colui che avvia la formazione religiosa tradizionale interessa essere come Enea, come Romolo, come Muzio Scevola o Orazio Coclite, come i Padri, come un vero uomo religioso virtuoso e giusto, ad esso non interessa la vana, quanto sterile erudizione profana astratta, la quale, per lo più, ha un carattere alienante e persino blasfemo. L’allievo che si applica alla conversione è lontano da qualsiasi vuota retorica tradizionalista ed è immune da tutti gli indirizzi neospiritualisti e pseudoreligiosi. Chi entra negli istituti religiosi sa che egli attraverserà un processo catartico per il quale sarà completamente trasformato, dalla soggezione alla falsa identità titanica egli passerà a stabilirsi nella sua vera identità animica grazie al conseguimento della virtù della prima modestia. Solo ricollocando l’animo in sé, completamente libero dalle contingenze umane e profane, egli potrà praticare la vera pietà religiosa, separato da qualsiasi condotta passionale, e disonorevole per l’uomo nobile e onesto.

La pratica operativa della formazione religiosa completa prevede il superamento del dualismo che si è creato nel tempo fra disciplina della sapientia e disciplina delle litterae, due discipline che, fino a Varrone, erano ancora strettamente connesse. La disciplina della sapienza è sempre primaria ed è indispensabile alla seconda, questo è il modo regolare dell’applicazione alla cvltvra animi secondo la tradizione autorevole dei Padri. Quando la letteratura e la grammatica sono orientate esclusivamente all’ervditio perdono la loro natura operativa e non producono più la vera cvltvra animi volta alla realizzazione della sapientia. Quando la disciplina della hvmanitas-romanitas passa dall’operativo allo speculativo perde ogni efficacia realizzativa. Quando anche la speculazione, la riflessione astratta sul contenuto della cultura effettiva, si stacca dall’insegnamento tradizionale, devia e degenera definitivamente, come è avvenuto negli ultimi secoli.

La formazione religiosa tradizionale regolare non si limita alla costituzione del litteratvs, ridotto all’approccio grammaticale alla tradizione, ma indirizza lo stvdiosvs alla sapientia, alla conoscenza filosofica e misterica delle scritture religiose, perciò sottomette e subordina la disciplina delle litterae a questo risultato. Perciò quanto viene svolto nelle istituzioni formative tradizionali, non mira a fare dei semplici letterati, né dei filologi dedicati alla cultura-erudizione esteriore delle scritture, questi sono soggetti che possono spaziare in diverse scienze necessarie all’esegesi grammaticale, come quella storica o quella linguistica, ma rimangono fuori dalla dimensione operativa realizzativa, che è propria del vero stvdiosvs. Quando la prassi culturale si degrada alla sola dimensione speculativa, abbandona di fatto l’essenziale della cultura, la realizzazione effettiva dei contenuti impropriamente astratti dalla loro dimensione attuativa. Anche quando è corretta, la conoscenza speculativa è sempre una conoscenza indiretta, mentre la conoscenza reale è diretta, effettiva, attuativa dell’essere. Una cultura semplicemente speculativa è vana e sterile, oltreché foriera di illusioni, tanto che l’erudito astratto crede di possedere reali conoscenze e stati virtuosi. Per passare dall’approccio speculativo a quello operativo è necessaria una completa conversione interiore ed esteriore, che adegui tutto l’uomo e la sua vita alla realizzazione effettiva di ciò che la speculazione rappresenta solo in concetti e immagini.

Secondo i diversi maestri di sapienza, da Platone a Cicerone, da Seneca a Epitteto, l’uomo deve praticare una disciplina che conduca realmente alla sapientia, e quindi anche alla perfezione morale e civile dell’uomo, ma la sapienza efficace richiede che si realizzi uno stato dell’essere preciso, che non può essere ottenuto se tutta la vita dello stvdiosvs non è completamente ordinata alla realizzazione effettiva di tale stato. La realizzazione della virtù trascende la semplice disciplina esteriore delle lettere o della filologia, con tutto quello che vi è annesso, la prassi esteriore lascia l’uomo così come è, nella sua condizione misera e viziosa, anche se molto erudito su vane cose.

Al tempo di Seneca, e successivamente anche nella diatriba prodottasi fra Pico della Mirandola ed Ermolao Barbaro, è stata rimarcata la distinzione. Seneca ha disapprovato in maniera precisa il degrado della sapientia in semplice scientia, in particolar modo ha denunciato la costituzione autonoma della seconda rispetto alla prima, inoltre ha condannato l’avvilimento della filosofia a semplice filologia, considerando tutto ciò un degrado disprezzato già da Platone. La riduzione della filosofia a filologia comporta anche una degenerazione del magistero filosofico tradizionale e della trasmissione della sapienza tradizionale, ai quali si sostituiscono il semplice esercizio dotto di un’astratta speculazione e la trasmissione di una vana erudizione esteriore. Questa deviazione conduce alla intemperantia litterarvm, che già caratterizzava i filologi e i letterati insipienti del tempo di Seneca. Per la via dell’erudizione non si giunge alla sapienza, alla condotta virtuosa, alla vita buona e beata, l’ervditio porta esclusivamente all’analisi, al dibattito, alla discussione, al brillante gioco dialettico e ad una serie indefinita di conflitti polemici (Seneca, Lettere a Lucilio, 95, 13; 108, 23). Chiunque faccia degradare la sapientia a scientia, o la filosofia a filologia, altera e annulla la formazione adeguata dell’uomo e produce l’effetto opposto, perciò, come Seneca ha affermato, tutti i docenti di scuola che non conducono oltre l’erudizione esteriore e, cosa ancora più grave, gettano discredito sui filosofi e sulla filosofia, o sui religiosi e la religione, e sui loro praticanti effettivi, sono da condannare radicalmente, costoro sono fautori di vanità, usano la parola per distaccare dalla verità, per la scienza abbandonano la sapienza e sviano l’uomo dalla hvmanitas, da quella che è la vera realizzazione del suo essere e del suo bene. Il vero docente di sapienza deve sapere accendere gli animi, deve scuoterli dall’ignoranza e dal vizio, deve metterli di fronte a se stessi, deve provarli, poi, a seconda delle reazioni li avvia alla disciplina che conduce alla perfezione mediante la prassi filosofico-religiosa operativa specifica. È vano e dispersivo soffermarsi a lungo sulle varianti della lingua, della grammatica e dell’eloquenza, perché sono indefinite ed inesauribili, occorre mirare all’essenziale prima, allo spirito delle scritture, per coltivare efficacemente e portare a maturazione l’autentica essenza dell’uomo, per ottenere questo scopo ci si deve servire della lingua e della grammatica il minimo indispensabile.

L’organizzazione religiosa generale, di cui fa parte l’Associazione Romània Qvirites, ha prodotto una restaurazione della tradizione autorevole, ricostituendo l’operatività tradizionale che caratterizza ogni ente religioso regolare. La tradizione della romanità classica si trova per lo più oggi in uno stato profondamente degenerato, prima è stata degradata a semplice trasmissione speculativa, poi, in questo stato “diminuito” è andata incontro più facilmente alle più diverse deviazioni, che rendono oggi la sua completa restaurazione estremamente difficile. Nonostante tutto, la restaurazione è l’azione più importante da compiere, essa richiede innanzitutto il ristabilimento della prassi speculativa corretta, poi invita ad una conversione operativa integrale, che consente di approcciare la tradizione nella sua realtà viva, accogliendo in un animo religioso autentico il suo spirito vivo ed animatore, l’unico elemento che porta alla realizzazione effettiva del contenuto della tradizione.

Un ente religioso tradizionale è sempre e solo un ente operativo, non è un’istituzione dedita al “culto” del pensiero umano, perciò in esso non ci si dedica a speculazioni razionali umane, al modo dei profani istituti formativi, dove si “filosofa”, si congettura, ci si dà all’opinare o al discutere o al riflettere in modo astratto ed erudito sulle più varie cose. La presenza di questi elementi in un dato ente ne definisce in senso profano la natura, se si trovano in un ente che si professa religioso, o esso è irregolare o si trova in uno stato degenerato, purtroppo esso ormai è colluso con la profanità e ne ha assunto persino i modi. L’Associazione Romània Qvirites è un ente religioso tradizionale deputato alla formazione religiosa preliminare dell’animo, nel rispetto dell’operatività regolare, perciò non ha nulla in comunione con enti profani, dai quali è completamente distante e si muove nei loro confronti in modo critico, perché ogni ente che propone pseudocultura profana, che è volto allo sviluppo vanaglorioso del falso sé, aliena dalla Realtà, dall’Essere Divino e dal Bene l’animo e perciò gli rende impossibile la realizzazione di qualsiasi virtù. Ogni approccio fondato esclusivamente sull’erudizione astratta e speculativa, volto all’acquisizione di un’erudizione quantitativa esteriore, non eleva il soggetto dallo stato dell’essere in cui si trova, anzi lo sprofonda in stati inferiori, perché lo insuperbisce in maniera crescente, perciò lo rende sempre più soggetto a tutte le pene e le sofferenze possibili. Tutte le procedure dell’erudizione esteriore fondano sull’individualità titanica e carnale, l’accrescimento indefinito di una vana erudizione quantitativa, promossa da una cvriositas indefinita, non fa che accrescere l’assimilazione del soggetto al falso sé, facendogli perdere la vita in un’attività vana ed inessenziale, priva di efficacia realizzativa, fino a soccombere completamente al male.

Colui che vuole approcciare la formazione religiosa tradizionale in modo corretto deve cambiare completamente la sua impostazione profana, la sua concezione inessenziale della cultura e della formazione, così come della realizzazione, egli deve abbandonare completamente i metodi che ha seguito nella pseudoscuola profana di ogni grado, inclusa l’università, se non si adegua alla dimensione e al metodo della scuola religiosa tradizionale, perde ogni possibilità di realizzarsi. Per precisare quanto è stato appena descritto, occorre considerare che l’approccio regolare alla religione deve sempre avvenire attraverso il “metodo tradizionale”, il quale prevede che il soggetto affronti “sperimentalmente” l’oggetto di studio, perché la conoscenza religiosa autentica è sempre “sperimentale”.  La conoscenza religiosa non ha un carattere solo astratto e rappresentativo, essa si produce mediante un’esperienza diretta dello stato dell’essere proprio dell’oggetto di conoscenza, verso il quale il religioso si è proteso con tutto il suo essere e la sua vita. Ogni approccio esteriore alla religione o alla tradizione spirituale è sempre esposto all’individualismo razionalistico, lo studioso non religioso è svincolato, per sua volontà, dal principio di autorità divina e dalla subordinazione ad esso, con tutto ciò che questo isolamento implica. Il vero stvdivm è amor, è il fuoco amoroso del vero studioso rivolto verso l’oggetto della conoscenza, è una tensione essenziale ed esistenziale allo stesso tempo, rivolta all’ente amato, fino alla completa assimilazione ad esso.

Esiste perciò una differenza fondamentale fra il vero studioso e il falso studioso. Il vero studioso è un soggetto religioso, applicato ad una vita religiosa ordinata, mediante una precisa ascesi, ad un fine religioso preciso, la realizzazione effettiva del Sommo Bene. Egli si applica con stvdivm, con vero amore imitante e assimilante, all’oggetto della conoscenza, per realizzare, in modo sperimentale ed esperienziale, uno stato virtuoso o spirituale preciso. Per fare ciò egli deve essere religioso e pio, e dunque deve convertire ogni aspetto interno ed esterno della propria vita al fine di ottenere il risultato dovuto. Il falso studioso, invece, non è religioso e non compie una vita religiosa, egli, permanendo nel suo stato vizioso, si applica in modo “critico” e “scien­tifico” all’oggetto da conoscere, cercando di mantenere un’adeguata “distanza” e una precisa “neutralità” rispetto ad esso. Egli non si adegua mai, neanche in parte, all’essere proprio dell’oggetto che intende “conoscere”, in particolare alla religione e al Divino se esso è uno “studioso di religione”. Rimanendo profano, ateo ed empio, il falso studioso fa una vita del tutto diversa e persino contraria rispetto al dominio religioso a cui pretende di applicarsi. Questo “studioso” possiede una conoscenza solo apparente, ammesso che sia corretta, della religione, la quale ha un carattere astratto e rappresentativo, non ontologico ed esperienziale. Costui può sovente disporre di una mole enorme di dati esteriori, può essere in grado di combinarli in lezioni e scritti diversi con grandi capacità, ma tutto ciò rimane esteriore alla vita religiosa reale e adeguatamente realizzativa. Questo erudito, erroneamente ritenuto “esperto”, perché non ha esperienza dell’oggetto su cui porta la rappresentazione discorsiva, rimane inferiore anche al semplice fedele religioso che si adegua esistenzialmente alla Sapienza Divina e compie una vita religiosa reale, cercando di assimilarsi con tutto se stesso alla Verità e alla Giustizia. Lo stesso erudito, a maggior ragione, non può essere paragonato in alcun modo alle autorità religiose o ai maestri di una data religione, i quali possono apparire anche meno eruditi su certe cose, ma hanno uno stato spirituale reale e una vera esperienza del Divino e del Sacro di cui trattano, oltre a disporre della capacità di officiare veri riti religiosi efficaci e di dirigere, con l’educazione spirituale e civile opportuna, la formazione dei fedeli, consentendogli di giungere alla loro comple­ta realizzazione. Coloro che non hanno un corretto approccio alla via religiosa tradizionale tendono ad essere affascinati dagli eruditi profani e ne subiscono l’ascen­dente, siano essi espressione della più evidente profanità, siano anche esponenti apparenti del “pensiero tradizionale”.

L’accesso regolare alla religione può avvenire dunque solo in modo “sperimentale”, frequentando un istituto religioso tradizionale regolare, non qualche istituto sco­lastico profano, cominciando col farsi veri discenti, “discepoli di Dio”, del Vero Maestro di ogni cosa (Cicerone, De Repvblica, III Fragm.), di Colui in cui è riposta la Sapienza Divina Eterna e che è il costitutore della Legge Universale attraverso la cui applicazione Roma si è fatta Maestra delle Genti.

L’A.R.Q. introduce e prepara allo stvdivm romanitatis, differenziandosi essenzialmente da ogni istituto profano. Esiste uno iato ontologico fra il dominio religioso e quello profano, fra il sacro e il profano, fra la realizzazione effettiva e la speculazione rappresentativa. Ciò che viene svolto nell’Associazione non riguarda i vani studi romanistici, “la scienza dell’antichità”, la “filologia latina”, l’istituzione afferma e presenta una romanità viva, spirituale, esistenziale, procedente dal Cuore degli Dei e la distingue da una romanità morta, “archeologica”, procedente da una retorica erudita sterile, priva di qualsiasi contatto reale con il Divino, senza spirito e senza vera pietà religiosa. Tutti i Maestri delle tradizioni spirituali, anche in Oriente, nello yoga, nel vedanta, nel buddismo, nel taoismo e nello zen, sono contrari, sempre sarcastici e demolitori, nei confronti della vana erudizione, dell’acquisizione speculativa della conoscenza delle scritture, della distinzione fra l’essere e l’agire, dell’assenza di pratica religiosa compiuta, della presunzione di sapienza. Queste procedure deviate accentuano la superbia attraverso la cvriositas, stimolano la vanitas e lasciano insolute l’ignoranza e la malvagità del soggetto. Questa condotta alterata è purtroppo assai diffusa anche fra gli “esoteristi tradizionalisti”, così come fra i “culturalisti astratti”, la cui vana illusione di sapere o di essere realizzati si evidenzia proprio nella condotta esistenziale deviata che essi tengono. Perciò gli studi condotti secondo le procedure “scientifiche” moderne, così come la qualità degli “studiosi” moderni, sono incompatibili con la religione e la procedura formativa e culturale religiosa tradizionale. Gli studi profani si sono formati a seguito dell’abbandono superbo degli studi religiosi, nel corso di alcuni secoli di crescente ateismo si è costituita una procedura per accedere alla conoscenza che è contraria a qualsiasi prassi religiosa realizzativa. Questo indirizzo profano degli studi presenta errori e limiti radicali, inoltre produce sviamenti di ogni genere.

L’Associazione Romània Qvirites è stata costituita anche per opporsi a questo indirizzo degenerativo, orientando gli uomini al “metodo scientifico tradizionale” degli studi, fondato sulla sapienza divina e sull’oggettività intellegibile propria alla scienza metafisica universale. L’Associazione invita a distinguere chiaramente fra istituti religiosi regolari e altri enti che nulla hanno a che vedere con essi, non bisogna confondere fra ciò che viene svolto secondo la religione e ciò che viene svolto secondo la profanità. Negli enti in cui si pratica la pseudocultura profana ci si dedica ad una filologia astratta, ad una critica testuale soggettiva, a traduzioni alterate, a commenti esegetici fantasiosi, ecc. Lo sprovveduto viene sviato dagli spettacolari apparati messi in atto, anche se in buona fede egli non si rende conto della simulazione, perciò smarrisce il vero fine della formazione, dello sviluppo e della realizzazione religiosa a cui le vere discipline religiose erano destinate in principio. Queste procedure profane producono l’illusione di sapere, perciò anche l’illusione di scientificità, ciascuna di esse non consiste nell’Essere Divino, perciò è priva di ogni valido fondamento epistemico. Purtroppo queste istituzioni, le scuole profane di diverso grado, così come le università profane, dovevano svilupparsi in accordo con la radicalizzazione dell’ateismo, affinché si producesse l’inversione della cultura religiosa tradizionale e del suo fine realizzativo. L’A.R.Q. non cesserà mai di riaffermare l’importanza delle istituzioni religiose tradizionali complete e regolari, enti che oggi risultano essere vere e proprie “isole di salvezza”, nelle quali è possibile praticare una vita religiosa integrale e collegiale, al di là di un ambiente ostile, isole ormai divenute delle rarità. L’uomo che voglia condurre una vita religiosa autentica dovrà rivolgersi a queste istituzioni.