L’ateismo, la rovina dell’uomo e della società civile. La ricostituzione dello stato religioso dell’uomo

    Cicerone e la lotta all’ateismo quale rovina dell’uomo e della società civile

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Gli uomini che fanno parte del Popolo Romano-Italiano, in virtù dell’elezione funzionale di cui sono stati fatti degni dalla Provvidenza Divina Universale Integrale, devono compiere il loro ufficio di religio-pietas in un modo specifico.
Essi sono tenuti a mantenere la dignitas divina che gli permette di regere imperio populos, costituendo nel mondo la Res Publica Universalis e, in essa, la Salus Publica Suprema.
L’Ottimo Padre Cicerone, al tempo in cui svolse il suo magistero, rilevò che lo stato della romanità e quello della Repubblica versavano in una condizione di grave alterazione. Egli vide che la diffusione di filosofie come quella epicurea e quella scettica, che praticavano una certa scepsi razionalista, avevano favorito la critica dannosa della religione che allontanava l’uomo dall’applicazione ai suoi uffici religiosi.
Seguendo l’esempio del magistero di Platone, Cicerone si produsse nella rettifica e nella confutazione di tutte le posizioni incitanti all’ateismo, egli dimostrò quali fossero le conseguenze a cui questi indirizzi portavano.
Da una parte l’arpinate si scagliò contro l’arroganza razionalistica della critica sofistica, dall’altra parte mise in luce il problema della credulità e della superstizione popolare, due elementi che erano causa di deviazioni di diversa natura e portavano all’ateismo e all’empietà generale.
Per fare fronte a questo degrado, Cicerone approfondì e perfezionò la sua conoscenza della filosofia greca e ne accolse l’essenziale per adattarla al mos maiorum.
Egli sollecitò i cittadini romani a compiere un’adeguata conversione alla disciplina della sapienza, affinché restituissero loro stessi alla loro funzione religiosa opportuna.
Nelle sue opere egli dimostrò l’esistenza del Divino, di Dio e degli Dei, trattò della realtà della Provvidenza Universale, la cui opera interessa ogni aspetto dell’esistenza del mondo e dell’uomo, inoltre evidenziò chiaramente come ogni esistenza sia regolata dal Fato. Cicerone spiegò anche la natura divina dell’animo, la sua immaterialità e la sua immortalità, scrisse della sua origine, della sua funzione, del suo ufficio religioso civile e indicò il suo fine glorioso divino. Egli poi insegnò come fondare l’animo sulla Sapienza Divina attraverso il credere Deos e come l’animo dovesse sempre rispettare il Governo di Dio e dunque la Sua Legge e la Sua Giustizia. Per prima cosa l’uomo deve avere riguardo per il Diritto Divino, perciò deve rispettare l’obligatio divina originaria che si è costituita con la generazione divina dell’animo. Per questa obbligazione l’uomo è tenuto all’officium della religio, attraverso la quale egli deve attuare il Ius Divinum, mediante il Ius sacrum, nel Ius civile, in questo modo l’Impero Divino, con la Sua Giustizia e la Sua Pace, vengono resi immanenti nell’Orbe, per il bene di tutta l’umanità.

In un periodo di profonda crisi della Repubblica, Cicerone ha sollecitato il romano ad intraprendere la via dello studium sapientiae, della philosophia, la sola via che consentiva di recuperare la disciplina regolare del mos maiorum attraverso la sua rielaborazione filosofica, grazie alla quale il contenuto implicito nella sapientia maiorum veniva reso fruibile e praticabile all’uomo romano del I sec. a.C. Già in quel tempo Cicerone osservò un grave degrado della gioventù, perciò reputò necessario ricostituire la coscienza spirituale dell’uomo romano-italiano a partire innanzitutto dai giovani, in modo che fin dall’età primaria si potesse stabilire una precisa qualità civile funzionale allo svolgimento dell’ufficio provvidenziale assegnato al cittadino. Nell’ultima parte della sua vita Cicerone si spese nella redazione delle opere filosofiche, e perciò anche teologiche, politiche e morali, nelle quali fornì quelle conoscenze necessarie a sostenere l’iter formativo del cittadino religioso, in modo che fosse evitato ogni inviluppo e degrado nell’ateismo e nell’empietà.

Un’applicazione precisa alla rettifica delle opinioni false sulla Natura e sull’Opera degli Dei, si rese indispensabile, la diffusione di queste falsità alterava la pietas, la sanctitas e la religio e sviava gli uomini dal loro ufficio di Pace Universale. Nella sua missione, l’Ottimo Padre ha affermato chiaramente che, se l’animo avverte gli Dei come veri, se è certo della loro attività provvidenziale, così come del fatto che ogni cosa è governata secondo la loro Giustizia, e se ha piena consapevolezza della comunione degli uffici di Pace che esiste fra gli Dei e gli uomini, egli non può che costituirsi come religioso e dunque non può non adeguarsi completamente al piano divino, a questa economia religiosa e al fine universale a cui essa è ordinata. Se vengono diffuse opinioni errate, che affermano che gli Dei non esistono o, se esistono, che Essi non agiscono nel mondo e nella vita degli uomini, l’animo può accoglierle in modo credulo, deviando completamente dalla condotta religiosa che deve tenere e dagli uffici che deve svolgere, violando ogni forma di giustizia.

Coloro che inculcano il dubbio scettico sul Divino, l’incertezza sulla Provvidenza, la confusione sulla natura e la funzione dell’animo dell’uomo, fanno una cosa rovinosa, essi inducono all’abbandono della pietà e dunque dell’honestas, in questo modo la società sprofonda nel caos, nell’anarchia e nella barbarie. Gli uomini alienati dalla religione, isolati dalla Realtà, sviluppano un individualismo utilitaristico di tipo edonistico, la società da essi composta va incontro a conseguenze disgregative disastrose. Per evitare che questo accada, l’uomo deve essere invitato ad una formazione religiosa adeguata, affinché giunga a costituire quel credere Deos che lo radica fermamente nella certezza dell’esistenza di Dio e degli Dei, della loro opera e del loro disegno di Giustizia Universale. In mancanza di un’adeguata formazione religiosa, e della costituzione dello stato d’animo pio, non può realmente essere perseguita una vita religiosa pratica che renda presente nell’uomo e nel mondo la Giustizia Divina. Se nell’animo non esiste la struttura religiosa descritta, in esso non esiste neanche l’adeguata dinamica dell’atto religioso, perciò la pietas può essere solo simulata, perciò risulta vana e vuota, con tutto ciò che ne deriva. Quando la pietas e la sanctitas vengono poi abbandonate del tutto, si verificano due cose. Innanzitutto una magna confusio, la più grande confusione possibile di tutti gli istituti civili e sociali, perché il rispetto dell’ordine ontologico dell’esistenza viene meno e, con esso, la retta valutazione della misura e del valore delle cose, così come del loro posto nell’insieme e della loro destinazione finale. Senza pietas l’uomo smarrisce il senso della sua esistenza e le sue azioni acquistano un carattere accidentale insensato, lo sradicamento dell’animo dalla realtà, dalla verità, rende indeterminato ogni suo scopo e lo vincola alle passioni effimere della vita corruttibile. Segue poi la perturbatio vitae, perché l’abbandono, la negligenza del primo vincolo ontologico di giustizia porta all’annullamento di tutti gli altri. Perciò il rispetto dell’ordinamento oggettivo del diritto viene completamente abbandonato, a questa alienazione segue lo sconvolgimento dei rapporti civili, sociali e morali, perché viene meno anche il senso religioso della fides, che regola tutte le azioni umane secondo giustizia[1].

È la religione che fonda i rapporti giuridici fra gli uomini, e fra gli uomini e gli Dei, senza di essa vi sono solo ingiustizia e barbarie, inquietudine e insensatezza, senza più alcuna possibilità di risoluzione. Se si elimina l’obbligazione giuridica della pietas religiosa vengono a mancare i motivi oggettivi, di carattere teologico e ontolo­gico, che fondano le azioni umane e dunque anche la misura della condotta morale, mediante l’esercizio virtuoso della quale si creano le comunità degli uomini definite civitates, nelle quali si persegue il vero bene comune, secondo giustizia. Quando la fides e la lealtà saranno completamente sradicate, l’individualismo perfido, inumano e incivile, prenderà piede ovunque, la barbarie e la violenza caratterizzeranno tutti i rapporti sociali, la civiltà conoscerà il suo peggiore degrado, in essa non si troverà più giustizia, perciò la delinquenza e i soprusi dilagheranno ovunque: “Allora, dalla terra e dalle larghe contrade in bianchi veli, nascondendo il bel corpo e lasciando i mortali, la Coscienza e la Nemesi andranno verso l’Olimpo, al popolo degli Immortali, ma gli affanni luttuosi resteranno ai mortali, né vi sarà difesa contro il male”[2].

[1] Cicerone, De Nat. Deo., I,2, 3-4.

[2] Esiodo, Le opere e i giorni, 198-201.