L’ateismo, la rovina dell’uomo e della società civile. La ricostituzione dello stato religioso dell’uomo

La natura religiosa dell’uomo e la sua funzione civile teofanica

§Nel De Republica[1], l’Ottimo Padre Cicerone sintetizza il credo religioso e la disciplina civile dell’uomo romano-italiano. Egli associa la costituzione del Bene Pubblico, e dunque la Pace e la Giustizia, all’esercizio dell’ufficio religioso a cui ogni uomo deve attendere. L’animo dell’uomo è generato direttamente da Dio affinché si prenda cura della sfera terrestre, in modo tale che venga costituito il Regno-Impero di Dio su di essa. Quando viene stabilito l’Impero di Dio sulla terra, in essa regna la Sua Giustizia e si costituisce la Sua Pace, così si rende presente anche la perfetta Salus Publica, con tutto ciò che ad essa inerisce. Questo risultato può essere ottenuto solo attraverso l’esercizio della religio, che per l’uomo è un officium adsignatum[2], un munus. Però l’esercizio della religio può essere svolto solo dall’animus pius, che dispone di prudentia e sanctitas, e quindi è capace di pietas, di iustitia adversus  Deos[3].

Secondo i Padri, l’uomo è obbligato a Dio, egli è stato costituito in questo mondo affinché si faccia optimus rector civitatis, per costituire e mantenere la Civitas Divina nell’Orbe terreno, così, attraverso di essa, la Gloria Divina si irradia all’intero genere umano, divinificandolo. Solo quando l’animo si stabilisce nella retta conoscenza di sé, in quanto Dio presente, può assolvere alla sua funzione teofanica, la quale può essere esercitata attraverso la pratica della religio-pietas compiendo quel colere Deos per cui l’animo rispetta la sua obligatio, in modo da dare adito alla perfezione dell’immanenza dell’Impero Divino in lui e nel mondo. L’animus religiosus è stabilito nella ratio debiti, per cui egli sa che è costituito da Dio quale sua presenza nello stato umano in funzione dell’attuazione di un volere provvidenziale divino, al quale esso deve permanere strettamente fedele, pena il rinnegamento di sé e l’abbandono di ogni possibilità di attuazione del proprio bene. Perciò, se l’animo conosce se stesso, e ciò per cui è stato costituito, si radica in se stesso, rispetta il suo ufficio e assolve il suo debitum, così attua la perfezione della giustizia e con essa anche la perfezione della pace. Questa pace è il frutto dell’intima unione-integrante dell’animo con Dio, dalla quale dipende anche la fruizione della beatitudine e la irradiazione della gloria, attraverso il suo cuore e la sua azione, all’Orbe intero.

Farsi religioso per l’uomo è fondamentale, dato che esso non nasce già pienamente in atto secondo la sua natura, perciò l’uomo deve compiere quell’ascesi che lo costituisce come perfectus sapiens, religiosus et pius, questa perfezione corrisponde alla realizzazione compiuta della sua natura e, allo stesso tempo, obbedisce in modo esemplare alla Volontà Divina Universale. Se l’animo non procede ad attuare la sua natura viola l’obbligazione divina, alla quale è necessariamente vincolato, sia esso cosciente o meno di tutto ciò. Questa violazione lo rende delinquens, perché offende il ius essenziale che lo costituisce nell’Essere di Dio, perciò incorre in delictum, nell’azione “difettosa”, perché si stacca, viene meno e si separa dal suo atto proprio, quindi manca, per insufficienza, a ciò che deve compiere. Colui che delinque non rende a Dio ciò che gli è dovuto, non solve il suo debito, che si è costituito quando Dio ha fatto creditum all’animo all’atto della sua generazione./§

L’uomo insipiente ed empio è delinquente, egli non rispetta Dio, quindi neanche se stesso, né ciò che deve compiere per costituire il Bene in sé e nell’Orbe. Se l’animo non svolge in maniera adeguata la sua funzione teofanica “conclusiva”, non rende in atto, nel piano inferiore dell’Esistenza Universale, la Provvidenza Divina Suprema, la cui presenza rende il mondo un luogo di splendore della Gloria Divina. L’animo è “disceso” dal Cielo Olimpico per compiere un ufficio religioso e civile supremo, una volta compiuto il suo officium in maniera perfetta esso sarà ricostituito nell’assise gloriosa del Popolo Divino Eterno, dal quale è “venuto” per rivelarne la Gloria. A questo ufficio l’animo non può sottrarsi, perché è strettamente connesso alla sua natura, ogni deviazione da esso comporta un’inevitabile sanzione divina[4], perciò l’animo empio subisce una serie di pene continue nella sua vita ed è causa di pene e sofferenze nella società in cui vive e nel mondo intero.

Secondo la religione romano-italiana, la costituzione del Regno Divino Assoluto sulla Terra è cosa massimamente gradita al Dio Supremo che tutto governa, per cui il compimento del suo ufficio religioso civile permette all’animo di attuare integralmente il Bene Universale, attendendo allo stesso tempo alla sua glorificazione integrale. Svolgendo il suo ufficio civile l’uomo religioso romano-italiano costituisce la Città Divina Eterna in Roma e la estende all’Orbe, in vista della restaurazione dello stato religioso e civile perfetto di cui fruiva l’umanità primordiale, presenza della pienezza della Salus Publica perfetta.

L’insieme di tutti gli atti esistenziali dell’uomo deve essere ordinato ad un ufficio religioso primario, composto da molti uffici specifici che si compiono in contesti diversi. Quando l’animo attua il suo ufficio essenziale è honestus e dunque degno di onore e premi, se questo ufficio non viene rispettato, l’animo è inhonestus, delinquens, turpis, perciò viene punito senza essere degnato di alcun onore. L’animo religioso ha sempre di fronte a sé la sua destinazione finale, il compimento ultimo della sua azione, la glorificazione divina augusta e suprema. Per realizzare questo scopo egli deve assolvere la sua obbligazione divina primaria, ma l’animo insipiente, stolto ed empio, neglige l’obbligazione che lo vincola a Dio e si costituisce come atheos, letteralmente come “privo di Dio”, perciò viola la Legge Divina primaria, il rapporto giuridico causale che l’animo, volente o nolente, è tenuto inevitabilmente a rispettare.

L’animo ateo misconosce il suo essere stesso, si “priva” della sua realtà ontologica e si aliena dalla sua identità reale, procurandosi la “pena”, la priva­zione del Bene e la sofferenza del non essere, senza possibilità di risoluzione. L’animo che, oltre a negare Dio in via di principio, nega anche l’essere e l’atto di Dio nei suoi atti pratici, è impius, turpe e disonesto, perciò è malefico in massima misura.

L’animo religioso romano-italiano rifugge da ogni forma, tipo e livello di ateismo, compie fedelmente il suo ufficio religioso di impero, attraverso il quale attua in sé, at­traverso la palingenesi augusta, la Salus, affinché possa essere diffusa, attraverso la sua militanza, all’Orbe intero. Per il romano “Salus Populi suprema lex esto”, come è scritto nella Legge delle XII Tavole[5], questo fine supremo della condotta religiosa è stato definito da Cicerone col suo magistero filosofico, inoltre è stato indicato come il fine ultimo a cui i sommi magistrati devono attenersi nel governo della Repubblica­. Perciò, in ogni luogo e in ogni istante, l’animo religioso romano-italiano ricerca la realizzazione della Salus Publica, affinché tutti gli esseri possano essere accolti nello stato augusto e nella quiete quirinale dell’Essere Divino Supremo.

La Quiete Assoluta è la sostanza divina del Populus Romanus Quirites, esso è il portatore della non dualità quirinale, il Popolo di Roma-Italia comunica questa quiete a tutti co­loro che sono accolti nel Bene Sommo, nell’Unità Perfetta dell’Orbe, costituita dall’A­more Assoluto del Dio Supremo attuato nel mondo da Roma mediante l’Impero.

[1] Cicerone, De Repvblica, VI, III.

[2] Ibidem.

[3] Cicerone, De Nat. Deo., 1,41,116.

[4] Ibidem, VI, III.

[5] Cicerone, De Legibvs, III, III.