summos auctores quasi in patriam restituerent” (Valla L., Antidotum in Facium, Padova, 1981, IV, III, 8)

Rinascita

Il Rinascimento della romanitas classica

Durante il Medioevo le scritture autorevoli dei Padri furono spesso conservate dai cristiani come testi veicolanti “errori” o verità “limitate”, inoltre i loro contenuti furono utilizzati in modo circoscritto per la cultura letteraria, giuridica e civile.
Queste valutazioni favorirono lo sviluppo di un duplice atteggiamento fra le autorità cristiane, alcune manifestavano un completo rifiuto delle scritture romano-italiane, perché “pagane” e “idolatre”, altre invece proposero una loro accettazione ponderata, subordinata alla formazione del chierico, il quale nel suo cursus formativo doveva prima applicarsi alle disciplinae liberales, per poi accedere allo studio teologico delle scritture bibliche.
Questa seconda posizione ha prevalso in gran parte delle autorità ecclesiastiche, che perciò assunsero una parziale disposizione benevola nei confronti del deposito scritturale della tradizione religiosa e civile romano-italiana.

Fra la metà del XIII secolo e l’inizio del XIV, singoli cenacoli e diverse personalità hanno dato avvio ad un’opera di rettificazione di quanto di negativo era stato compiuto durante il periodo di “oscuramento” e “maltrattamento” della tradizione scritturale patria da parte dei cristiani cattolici.
Già Dante si era prodotto “in un lungo studio” con “grande amore” sulle scritture dei Padri, ma fu Petrarca che costituì il punto di svolta dei diversi tentativi di renovatio integrale della tradizione. Egli volle recuperare l’adeguato accesso alle auctoritates antiquae, perciò propose di sviluppare una condotta libera dell’animo di fronte ai Padri latini, per evitare di rimanere sottomessi alla loro consegna pregiudiziale, secondo le modalità costituite dai cristiani, i quali imponevano la ricezione dei classici secondo modi autoritativi dall’esterno, e dunque secondo modi impropri.
Petrarca si volle emancipare dalla ricezione alterata della tradizione romana classica, che avveniva mediante le sole artes, perciò i primi umanisti, sulla sua scia, declassarono la disciplina delle artes a disciplina secondaria. Il poeta e filosofo aretino ebbe la specifica volontà di restaurare le tradizioni virgiliana e ciceroniana nella loro purità, per restituire i testi alla loro autentica dimensione, in questo modo si sarebbe potuto accedere al loro spirito senza subire le deviazioni esegetiche e interpretative dei cristiani. Solo il recupero della viva luce del mondo romano classico poteva consentire di tornare ad imitarlo in ogni suo aspetto, al fine di restaurare la nobilissima vita dei Padri, costituita sulla virtù civile della giustizia, per dare compimento alla palingenesi del popolo di Roma-Italia e, con esso, dell’Impero.
Lo slancio per lo studium, e i fini che si prefiggeva, portarono Petrarca a porre al primo posto Virgilio e Cicerone, mentre le autorità di Agostino e di Tommaso lasciarono il passo ad essi, pur rimanendo presenti.

I Padri della rinascita recuperarono il senso, la natura e l’importanza degli studia humanitatis per la più adeguata educazione dell’uomo in funzione dell’agognata rinascita romana. Cicerone fu rieletto come maestro di politior humanitas e acquistò un ruolo primario nella disciplina dell’educazione, perciò gli umanisti si applicarono alla restituzione dei codici ciceroniani e di tutta la tradizione letteraria ciceroniana.
Le scritture a cui si applicarono i Padri della rinascita provenivano dal periodo carolingio, queste scritture furono rielaborate completamente grazie ad una restaurata critica testuale tradizionale, i testi che possediamo ancora oggi sono stati in gran parte recuperati nel periodo rinascimentale grazie a questa provvidenziale applicazione. Uno dei compiti primari degli umanisti fu quello di liberare le maestose figure dei sapienti padri romani dalle erronee valutazioni operate dagli ecclesiastici, occorreva superare tutte le pregiudiziali che avevano limitato all’Inferno, o tuttalpiù al Limbo o al “Purgatorio”, i grandi sapienti antichi e gli optimi viri.

Grazie ad un assiduo impegno di un grande numero di personalità, nel corso di oltre un secolo si giunse a rovesciare la disposizione dell’animo in molti cultori della rinascita. Non più la christianitas, ma la romanitas divenne il modello supremo da imitare e i suoi cultori la considerarono il punto più alto raggiunto dalla civiltà umana, perciò allo splendore della Roma augustea e classica andava subordinata ogni cosa.
Secondo gli umanisti romani, gli auctores dovevano essere quanto meno paragonati ai santi cristiani, ma molti li innalzarono ad un gradino superiore, perciò ad essi fu attribuita un’auctoritas di grado più alto, tanto che il loro esempio, il loro modello e la loro vita, costituivano l’ideale eterno dell’uomo, che si era concretizzato in particolare condizione fatali di esistenza in Roma, un ideale inerrante e insuperabile, la cui imitazione doveva avere valore perpetuo. Tanti italiani furono richiamati su questa via, il notaio Lapo Maffei, una volta letta l’Eneide ritenne di aver scoperto la verità integrale e abbandonò quella che riteneva la falsità dell’esistenza. Enea Silvio Piccolomini, assiduo lettore di autori romani classici, paragonava le opere su cui profondava tutto il suo studium all’oro e le reputava superiori a qualsiasi metallo prezioso presente nel mondo.
I componenti dell’Accademia fiorentina si riunirono in Platone e, dopo aver equiparato la religione antica a quella cristiana, oltrepassarono poi questa visione, perché ritenevano che ogni rivelazione divina procedesse dalla perfezione raggiunta dal maestro ateniese.

Il recupero filologico prima, e culturale poi, della tradizione romana classica, portò anche alla strutturazione del nuovo corso della formazione completa nell’humanitas e, allo stesso tempo, alla creazione di istituti scolastici idonei, in modo tale che questa formazione potesse avvenire indipendentemente dalle scuole cristiane. Si trattava di far rivivere operativamente l’antica virtù romana, perché solamente gli uomini in possesso di quella virtù, e della dignitas inerente, potevano liberare l’Italia dal giogo dei barbari e da una chiesa corrotta.

Secondo gli umanisti, a causa dell’occultamento e del travisamento della tradizione sapienziale e civile romana, l’umanità europea aveva subito un preciso abbrutimento, con il decadimento della lingua latina, e con l’impropria introduzione all’opera degli auctores, e con essi alle artes liberales integrali, per secoli era stata preclusa la strada a omnis sapientia.
A causa di quest’azione avversativa, l’accesso alla cultura integrale romana era stato impedito e sviato, perciò, secondo un’ottica romana, tutto il periodo medioevale presentava carenze, mancanze e brutture di ogni genere.

Petrarca inaugurò, di fatto, una nuova era, la restaurazione del periodo aureo romano e, per traslato, delle origini auree dell’umanità. Il recupero completo delle discipline religiose e civili classiche doveva consentire la ricostituzione dell’uomo, dell’umanità e della civiltà, secondo la loro misura divina esemplare, affinché risplendesse nuovamente in Italia, nell’Europa e nel Mondo, la luce di Roma.
Secondo Petrarca, l’umanità aveva deviato dalla radix artium latina, perciò per diversi secoli aveva degradato la sua splendida qualità geniale originaria ed era ormai finita sull’orlo del baratro, perciò il recupero della romanità, attraverso il ristabilimento dei suoi auctores, divenne un imperativo. Occorreva risalire alle origini rettificando le deviazioni e le limitazioni che si erano prodotte nei secoli in cui non erano state comprese le scritture dei Padri latini, perché non vi era stata un’adeguata trattazione della loro opera mediante l’uso corretto della lingua e dell’esegesi tradizionale, ma anche per la mancanza di una disposizione adatta ad accedere correttamente alla tradizione dello spirito degli autori. Amante di Apollo e delle Muse, il Vate aretino dedicò tutta la sua vita alla restaurazione del secolo d’oro, dell’originaria età aurea nell’evo della sua vita, egli voleva che ogni dominio civile fosse “pien dell’opre antiche”.

La renascita dell’antico ordine divino di cose fu lo scopo primario degli umanisti classici romani, una rinascenza che, in diversi casi, fu raggiunta in diversi gradi e modi, anche se la riattualizzazione dell’intera tradizione religiosa, e della possibilità di fondare su di essa una palingenesi imperiale, non poté essere adeguatamente compiuta. Il Rinascimento doveva consentire il superamento del Medioevo, della Scolastica, dell’aristotelismo, così come dell’orizzonte dell’uomo medioevale, ovvero dell’uomo pistico cristiano, per realizzare un nuovo orizzonte, quello dell’uomo romano classico.
Per ottenere questo risultato occorreva recuperare, per quanto possibile, la religione, la spiritualità e la cultura, così come la filosofia, la prassi civile, l’intera condotta di vita dell’uomo religioso romano-italiano.
Inevitabilmente la realizzazione di questo proposito richiedeva anche il recupero della teologia politica romana, per superare il dualismo agostiniano costituito fra la Città Celeste e la città terrena, e per realizzare la Città Celeste in quella terrena, un risultato che per l’uomo corrisponde alla realizzazione della perfetta beatitudine divina nella vita presente, così come alla completa felicità nell’azione.

I diversi umanisti fecero ogni sforzo per ricreare, per quanto possibile, una comunità civile universale, unitaria e trascendente, retta dalla concordia e dalla pace religiosa, nella quale si realizzava l’ideale della dottrina politica romana classica più essenziale. Questo tipo di intento favorì anche la creazione di quelle istituzioni particolari che furono le corti rinascimentali, nelle quali veniva riprodotta, in una data dimensione, la perfezione della civitas romana delle origini, con tutto ciò che ad essa si poteva riferire, allo stesso modo fu ridata attualità alla struttura e alla funzione dell’antica accademia platonica. Tutta questa opera non doveva riportare al solo ritorno formale all’antichità romana, ma la rinascita doveva essere un ritorno completo al principio divino originale, perciò doveva fondare su un’autentica palingenesi spirituale romana, secondo una concezione di origine platonica. Questa rigenerazione poteva essere compiuta solo con un’azione eroica, che fu quella che si attribuirono i diversi Padri della rinascita, la quale doveva configurarsi come un ritorno allo stato aureo originario.
Dunque, non la restaurazione di un’antichità passata, ma la riattualizzazione di uno stato dell’essere immutabile e immodificabile, lo stato del romano classico, la cui reviviscenza richiedeva una rinnovata applicazione alla cultura romana classica integrale, quella cultura che rende presente nel mondo e nella civiltà l’uomo universale di pace e giustizia secondo il modello romano-italiano.

Secondo gli umanisti, nell’età di Augusto era stato riattualizzato lo stato divino perfetto dell’umanità originaria, perciò il “ritorno” all’antichità romana classica voleva dire fare ritorno al modello esemplare da imitare, per la ricostruzione della perfezione aurea nell’era ad essi contemporanea.
Perciò gli umanisti rigettarono la civiltà medioevale, e la cristianità che ad essa ineriva, e l’oltrepassarono ritornando alle origini, essi si rivolsero direttamente al mondo romano classico, perché in esso vedevano riposti i principi e i valori eterni che si sono attualizzati in principio nell’età aurea originaria, principi e valori che si erano rimanifestati per l’ultima volta nel tempo di Augusto, un tempo che fu idealizzato e considerato esemplare, perciò reso norma e criterio di misura di ogni altro, un periodo della civiltà degno di imitazione perenne.

La prassi umanistica richiedeva la ricostituzione dell’accesso regolare alla fonte originaria della tradizione, alla scrittura autorevole dell’auctor, a partire dalla sua più corretta forma, perciò bisognava superare la mediazione del clero e l’interpretazione fuorviante dei testi, inoltre occorreva recuperare la letteratura integrale romana attraverso il ripristino della filologia tradizionale opportuna, una filologia che doveva costituire il fondamento di un nuovo modello di vita, di un nuovo uomo, stabilito in una nuova società del tutto ricalcante la società romana classica.

Gli auctores romani furono recuperati nel loro spirito per essere imitati, per regolare la vita dell’umanista secondo il loro modello. I Padri rinascimentali non fecero solo opera di scienza erudita, ma specialmente si occuparono della sapienza operativa secondo la concezione romana, in particolare ciceroniana e senechiana, della sapienza quale unità di teoresi e di prassi, di contemplazione e azione, di religione e condotta civile.
La filologia del Rinascimento si costituì come metodo necessario per accedere adeguatamente alla romanitas e alla sua cultura, ancora oggi questa filologia non è stata compresa dagli studiosi moderni, infatti, anche l’attività dell’emendare significava prima di tutto restituire “summos auctores quasi in patriam[1]. La nuova filologia rinascimentale oltrepassava completamente quella cristiana e si poneva l’obbiettivo che già Varrone aveva dato ad essa, quindi costituiva la base per l’accesso alla letteratura sacra romana nel modo più adeguato.
La nuova filologia doveva essere comprensiva di un programma culturale, filosofico e religioso, ma anche pedagogico, che doveva mirare a sviluppare l’ideale umanistico romano nella sua compiutezza, secondo una specifica cultura classica. Si trattava di ristrutturare e articolare anche il nuovo cursus degli studia humanitatis, sulla base del modello ciceroniano e col contributo dell’opera di Quintiliano, per cui la prassi formativa si centrava sulla cultura oratoria, per formare uomini ideali sul modello dell’oratore romano classico, nel quale si poteva trovare una sintesi di disciplina filosofica e politica, religiosa e giurisprudenziale.

Il recupero dell’accesso e dello studio, così come dell’imitazione di Cicerone, divennero certamente i principi normativi centrali della disciplina umanistica, perciò si può parlare di un “ciceronianesimo” rinascimentale.
Con il recupero di Cicerone, e di tutto ciò che richiedeva la sua riattualizzazione, vi fu anche una grande applicazione al recupero della filosofia platonica, che il grande Padre romano aveva tradotto nel contesto del mos maiorum.
Perciò i più completi umanisti classici del Rinascimento svilupparono una profonda conoscenza del platonismo, in particolare del platonismo romano, e lo riutilizzarono per la ridefinizione della completa ascesi nella humanitas, secondo quanto era possibile svolgere nel loro tempo.

Dopo il magistero dei Padri del Rinascimento, non esiste più una filologia romana regolare che si collochi al di fuori della loro opera, la quale ha ripreso e sviluppato i modelli filologici costituiti esemplarmente da Varrone, finalizzati alla cultura dell’optimus civis religiosus romanus definito da Cicerone. A questa autentica filologia viva, operativa e integrale, deve riferirsi ogni vero religioso romano-italiano se vuole avere un adeguato accesso agli auctores e dunque al deposito della traditio. Per gli umanisti la filologia non deve essere mai una scienza autonoma, una mera tecnica oggettiva di indagine di materiali librari, la filologia deve essere sempre una disciplina religiosa finalizzata alla cultura della politior humanitas, perciò deve avere una natura religiosa e procedere da un’autorità religiosa all’interno di una tradizione religiosa precisa. L’ufficio essenziale della filologia è quello di consentire l’adeguata ricezione della sapientia divina, secondo lo spirito della tradizione, nell’ambito della rinascita romana questo divenne lo scopo della preliminare ricostituzione dell’autore e della sua opera esemplare, al fine di attuare la sua imitazione.

Purtroppo, a partire dalla prima metà del XVI secolo la regolare disciplina filologica religiosa romana ha iniziato a subire delle alterazioni, le quali hanno prodotto delle modificazioni anche al corso degli studia e alla cultura umanistica ad essi annessa. Nel corso di un secolo, a causa di crescenti critiche e avversità nei confronti della prassi romana classica, la filologia e la cultura sono state profanate, fino al punto in cui si è sviluppata una misera “scienza filologica” pedante, infeconda e vuota.
Questa nuova “filologia” era volta esclusivamente ad accrescere l’apparato eruditivo delle molteplici “scienze dell’antichità”, sempre più astratte e speculative, pseudoscienze prodotte da una nuova visione profana, moderna e antitradizionale, della romanitas, alienata completamente dallo spirito religioso romano e dalla dimensione culturale e spirituale propria alle muse liberatrici.

Nel corso dei secoli della modernità, dal XVII al XX, un’ampia azione antitradizionale, e quindi anche antirinascimentale, ha rivolto critiche distorte al Rinascimento e ai suoi artefici, diffondendo una visione rovesciata dell’ultimo periodo eroico della tradizione religiosa romano-italiana, ciò è successo anche ad esponenti del pensiero religioso tradizionale come Guénon ed Evola. L’organizzazione religiosa generale ha recuperato anche il magistero dei Padri del Rinascimento e oggi ne difende la regolare ricezione e la dovuta comprensione, perché possa svolgersi una corretta disciplina ermeneutica degli autori anche nel tempo attuale.

[1] Valla L., Antidotum in Facium, Padova, 1981, IV, III, 8.