Occorre ricordare che le opere degli autori romani sono opere religiose, che sono state trasmesse in modo religioso a soggetti religiosi per fini religiosi.

Continuità

La continuità della tradizione romana classica dal Rinascimento ad oggi

 Le locuzioni “antichità classica”, “tradizione classica”, “filologia classica”, ecc., non esistevano a Roma, né nel periodo medioevale come in quello rinascimentale, ma hanno fatto la loro comparsa solo nel 1700.
Queste espressioni emersero via via nel XVIII secolo, man mano che veniva ridefinita in maniera profana e irregolare, in modo contrario alla tradizione, la prassi degli studia humanitatis riducendola ad una generica ed astratta “scienza dell’antichità”. In quel contesto furono elaborate le nuove locuzioni, attraverso le quali però ci si riferiva a qualcosa di nuovo, di altro, rispetto all’autentica tradizione regolare della romanità classica.
L’istituzione associativa adopera le diverse locuzioni in un senso rettificato, precisando, con gli attributi dovuti, la natura della classicità religiosa regolare.

Negli ambienti scolastici profani si è purtroppo ormai consolidata l’abitudine di presentare la “tradizione classica” e il “classicismo”, intesi in modo moderno, come elementi aventi una continuità dall’antichità ad oggi, ma questa affermazione non distingue correttamente cosa è avvenuto negli ultimi cinque secoli.
Purtroppo tutte le forme del “classicismo” che si sono allontanate dal modello romano e rinascimentale, dal ’600 al ’900, hanno perso via via ogni regolarità e corrispondenza col classicismo tradizionale romano-italiano, fino a costituire una vuota e sovvertita caricatura dello stesso.
Quando si parla di “classicismo” nel 1700, nel 1800 o nel 1900, bisogna stare bene attenti a valutare di che cosa si tratta, in quanto del vero classicismo in quei secoli vi era rimasto ben poco, peggio si può dire delle maldestre profanazioni contemporanee del classicismo tradizionale.

La nuova “scienza dell’antichità” fu distinta dalla pratica operativa e dunque dalla efficace cultura dell’humanitas religiosa, questo indirizzo sovversivo, esclusivamente eruditivo ed astratto, è stato poi favorito dalla costituzione della moderna “filologia scientifica”. La nuova prassi istituita si è allontanata in modo assai evidente dall’imitazione reale e vivente dei modelli religiosi romano-italiani, perciò una nuova cultura letteraria astratta si è imposta progressivamente, ma ad essa è venuta a mancare ogni vera funzione educativa, formativa e realizzatrice.

Un certo indirizzo critico, avverso alla regolare tradizione umanistica classica, è apparso fin dai primi decenni del 1500, per giungere al suo pieno sviluppo alla fine del 1700.
Da questo indirizzo, che definiamo propriamente antitradizionale, si è sviluppata un’ulteriore azione volta a negare la validità stessa della tradizione della romanità classica, con il preciso intento di ribaltarne contenuto e significato, fino a riprodurre oggi la sua parodia. Per i Padri della rinascita, la restaurazione non doveva limitarsi esclusivamente alla disciplina esteriore delle litterae, non bastava accogliere i Padri come auctores elegantiarum, ma ad essi bisognava rivolgersi come auctores humanitatis, perciò nelle opere romane classiche occorreva cercare i modelli esemplari della saggezza civile e morale romana, modelli che avevano un preciso fondamento religioso.
Questo moto restaurativo portò i classicisti rinascimentali a recuperare interamente il classicismo tradizionale romano, il quale è assai più vasto e profondo rispetto al classicismo medioevale, che si limitava esclusivamente ad essere fedele a modelli letterari esteriori.

La filologia umanistica presentava una precisa continuità con la filologia antica, con lo stesso metodo tradizionale essa si adoperò per recuperare interamente la fisionomia spirituale classica dell’uomo e della civiltà romana antica nel loro complesso. L’opera degli umanisti ha individuato Cicerone come modello di riferimento per la cultura romana classica, per la disciplina degli studia humanitatis, in vista della realizzazione della più completa humanitas.
L’umanesimo romano rinascimentale assunse così una connotazione ciceroniana, tanto che ne derivò che l’essere ciceroniano costituiva la “regolarità” dell’umanista, mentre la disapprovazione del modello ciceroniano comportava una certa professione di “irregolarità”.

Gli umanisti volevano rimanere strettamente aderenti alla regolarità tradizionale romana, a partire dalla ricezione e dalla trasmissione delle scritture religiose classiche, perciò, a far principio da Petrarca, si occuparono dello sviluppo di un metodo filologico basato sull’auctoritas, conforme cioè alla plurisecolare formazione canonica degli auctores, che comportava anche la ricezione regolare, fra gli altri, di Quintiliano, Donato e Servio.
Quando la lettura di un’opera non era immediata, seguendo la linea dell’auctoritas, le regole esegetiche venivano tratte direttamente dal testo. La critica testuale esercitata era solo di tipo ordinativo e sistematico, ed aveva un fine costruttivo e restaurativo, una certa distinzione storica della tradizione non inclinava in alcun modo gli umanisti alla microvisione dello storicismo moderno.
Questa linea critica fu tenuta sostanzialmente anche da Poggio, Valla e Poliziano, i quali non si discostarono dalla tradizione, tanto che Wilamowitz ebbe a dire: “… dagli umanisti non dobbiamo aspettarci filologia”[1], con ciò egli voleva intendere, secondo la più evidente intenzione antitradizionale, che negli umanisti rinascimentali non vi era “filologia scientifica”, così come la si intende modernamente.

Per i Padri del Rinascimento fare filologia significava principalmente penetrare nello spirito degli auctores, e, per loro tramite, all’interezza della religione e della civiltà su di essi fondate. Decodificare il messaggio scritturale voleva dire appropriarsi di contenuti spirituali, di modelli rituali, civili e morali che andavano imitati, vissuti e realizzati.
La romanitas per l’umanista classico rappresentava un insieme paradigmatico di valori eterni da attuare, perciò il filologo rinascimentale non si limitava mai a meri studi eruditi astratti fine a se stessi, a godimenti estetico-letterari inessenziali, ma egli si impegnava in una vera e propria disciplina dell’animo, finalizzata alla cultura integrale dell’uomo, per attuarne la sua completa realizzazione e costituirne la perfezione, secondo il modello eterno e insuperabile fornito dalla romanità.
L’applicazione della filologia alla tradizione scritturale venne approfondita progressivamente e, perfezionandosi, portò all’elaborazione dei criteri per la comprensione della tradizione in tutte le sue parti.
Emerse così l’importanza di collocare storicamente gli autori e i loro testi per collegare gli uni con gli altri in una precisa sequenza temporale. In tal modo era possibile intravvedere le differenze in funzione dell’astrazione di una concordanza di fondo che avrebbe dovuto costituire l’elemento portante del canone romano classico, dagli umanisti continuamente testimoniato e trasmesso.
Perciò la critica rinascimentale rimase sempre nel solco della tradizione, quindi anche l’ordo delle auctoritates fu mantenuto, in quanto non si ritenne di rinnovarlo in alcun modo, anche perché questo ordine era stato acquisito nei secoli, nel rispetto della canonica tradizionale, che equivaleva al rispetto degli auctores e della collocazione nel corpus della tradizione.

Una parte fondamentale della ricostituzione dell’antichità romana classica fu costituita dalla definizione della tradizione nel suo complesso, in particolare furono stabilite le “fonti della tradizione”. Tutto ciò comportava anche l’elaborazione di una dottrina dell’autorità, della regolarità della tradizione, della legittimità dell’utilizzo delle fonti, dell’imitazione, così come del metodo del loro utilizzo, in accordo con quanto fu stabilito in origine dai Padri.
I primi segni di alterazione dell’approccio alla tradizione si manifestarono in maniera evidente nel principio del ‘500, quando si accese una certa diatriba fra coloro che privilegiavano e anteponevano la formazione filosofica a tutta la formazione filologica e coloro che affermavano che la formazione filologica doveva essere autonoma e dunque distinta dalla filosofia e persino indipendente da essa nell’approccio alla tradizione.
Questa seconda tendenza si è sviluppata progressivamente e ha spostato l’approccio alla tradizione in senso esclusivamente filologico, producendo così una profonda limitazione nella ricezione delle scritture autorevoli e una loro interpretazione riduttiva e falsante.

Dai primi decenni del XVI secolo si definì una divaricazione nella tradizione della romanità classica, una linea di umanisti, fedeli ai motivi originali della renovatio, restò ferma nella regolare tradizione autorevole, una seconda linea di studiosi assunse la posizione dei generici eruditi, i quali si impegnarono sempre meno nella cultura operativa della romanità, mentre si applicarono sempre più ad accumulare una conoscenza, in modo polistorico, di dati esteriori di importanza secondaria o terziaria, ed anche in molti casi inutili per un approccio retto e operativo alla tradizione.
La filologia, come scienza esteriore astratta di carattere enciclopedico, si sviluppò fra il ‘600 e il ‘700, parallelamente, la filosofia platonica e la cultura umanistica integrale vennero sostituite dall’erudizione profana raffinata, dalla fruizione estetica, vana e astratta, delle scritture dei Padri. Mentre si enucleava l’indirizzo speculativo profano e astratto della filologia e della cultura, già durante il ‘500 si produsse una reazione da parte dei fedeli alla regolare tradizione umanistica, che vollero definire in modo rigoroso la natura religiosa della tradizione e la disciplina umanistica regolare dell’accesso agli auctores.
La definizione scolastica della classicità romana, e la modalità del classicismo regolare, furono contrapposti con fermezza alla deviazione dalla tradizione, un inviluppo in senso modernistico della tradizione prese però piede fra il ‘500 e il ‘600, fino al punto in cui la situazione si ribaltò a favore degli eruditi irregolari. Successive azioni critiche nei confronti del canone classico degli autori, dell’approccio ad essi nel rispetto dell’autorità, della loro imitazione operativa, furono prodotti da individui che riponevano ormai la loro fede nella sola ragione umana, questa aberrazione ha portato la tradizione umanistica su una china degenerativa, fino alla grande crisi del classicismo rinascimentale che si è prodotta all’inizio del ‘600. Durante tutto il ‘600 altre correnti culturali si sono contrapposte all’umanesimo romano classico, diverse personalità si sono applicate a rivedere, in modo critico-razionale profano, quanto compiuto nel corso dell’opera magistrale insostituibile che hanno svolto i Padri del Rinascimento.

Dai primi decenni del ‘600 l’erosione individualistica della tradizione della romanità classica, della sua scolastica e della formazione umanistica da essa derivata, ha portato ad una grave alterazione dell’approccio alla tradizione autorevole, il nuovo indirizzo degli studi si è allontanato completamente dal grande disegno dei fondatori della renovatio romana. In un secolo e mezzo circa, una nuova prospettiva filologica “scientifica” moderna, di tipo individualistico, razionalistico e antitradizionale, ha sostituito quasi completamente quella elaborata dai Padri del Rinascimento.
Fu necessario un altro secolo e mezzo circa perché si affermasse una contrarietà prettamente razionalistica e profana nei confronti della tradizione della romanità classica, questo passaggio si è completato con la costituzione del Romanticismo.
Infine nell’ulteriore secolo e mezzo circa, che si è sviluppato fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, si sono succeduti diversi bruschi allontanamenti, sia dalla tradizione umanistica integrale, sia dalla scienza dell’antichità che si era formata nel primo periodo moderno.

Nel corso di oltre quattro secoli diverse sono state le azioni svolte per difendere l’integralità della regolare tradizione umanistica della romanità e, di conseguenza, anche la retta visione dell’antichità nel suo complesso. Personalità di varia levatura hanno accusato le limitazioni, gli errori e le contaminazioni modernistiche degli indirizzi pseudoclassicisti che si sono sviluppati nei secoli della modernità, fino a delegittimare ogni pretesa di classicismo che si sono arrogati certi indirizzi di studi contemporanei. Occorre ricordare che le opere degli autori romani sono opere religiose, che sono state trasmesse in modo religioso a soggetti religiosi per fini religiosi. Le opere non possono essere considerate profane, perciò non possono essere trattate con metodi profani da soggetti profani, col risultato di profanare ciò che deve essere rispettato per la natura e la funzione sacrale che ha sempre svolto. Ma circa cinquecento anni di alterazioni hanno creato una visione capovolta della tradizione autorevole, perciò ad essa ci si avvicina come ad una materia di analisi qualsiasi, secondo le sedicenti procedure “scientifiche” che di scientifico, secondo una visione religiosa tradizionale, non hanno nulla.

La crisi della tradizione viene da lontano, significativa è la polemica che si è sviluppata fra Pico della Mirandola ed Ermolao Barbaro, a partire dal 1495, sul ruolo precipuo della filosofia e della filologia nella cultura umanistica, questa polemica faceva già presagire una serie di inviluppi.
Nel corso di alcuni decenni, il fulcro degli studi fu fatto traslare dalla filosofia alla grammatica, l’equilibrio di queste due tendenze si trovava ancora in Poliziano, ma dopo di lui l’inversione dei principi formativi prese via via sempre più spazio.

Il XVI secolo è stato caratterizzato dal contrasto fra i difensori della tradizione umanistica e coloro i quali l’avversavano in modo critico razionalistico. Giulio Cesare Scaligero (1484-1558) riteneva che l’interpretazione della tradizione autorevole poteva essere effettuata solamente dal sapiente, da colui che era in possesso dell’intima scienza delle opere, così come delle artes o delle discipline tradizionali per accedere ad esse. L’interpretazione degli autori non poteva essere lasciata al semplice litteratus, al grammaticus, i quali avevano una conoscenza solamente esteriore delle cose, per cui la loro preparazione era insufficiente per penetrare nell’autentico spirito dell’antichità e, conseguentemente, in quello degli auctores.
Scaligero sosteneva la fedeltà alla tradizione classica e regolare, voleva che la recensio, e specialmente l’emendatio, fossero fatte a partire dall’autore e, in senso lato, a partire dall’antichità, quindi riteneva inadeguate quelle opere che venivano svolte in mancanza di questi criteri fondamentali.
Altri difensori della tradizione, come Giusto Lipsio (1547-1606), cercarono di portare sempre l’attenzione dell’umanista alla sapienza, facendo in modo che la sua applicazione non scadesse alla sola grammatica. Allo stesso tempo Lipsio richiamava l’umanista alla fedeltà alla tradizione, alle scritture, perché non cadesse nella congettura e nelle fantasie provenienti da operazioni critiche inadeguate all’oggetto, cosa che oggi avviene continuamente fra gli studiosi profani. Lipsio difese anche la divisione della grammatica e propose di utilizzarla come la tradizione aveva sempre fatto, in particolare la terza sezione della grammatica era quella che portava l’umanista ad essere un vero filosofo, così che egli potesse approcciare la tradizione scritturale nel modo più corretto e completo.

In Moretus, e nel suo modello di eloquenza universale, si ha già un’inclinazione verso l’esteriorizzazione dell’approccio alla tradizione, egli favorì la riduzione all’oggettivazione di quella che era la scienza essenziale ed operativa della humanitas.
La critica della imitatio, che è il fondamento del regolare classicismo romano, venne posta alla base del grande programma di ampliamento e rinnovamento della prassi umanistica portato avanti da Moretus, che promosse anche l’attività individuale “libera” nell’approccio alla tradizione.

Con Naudé (1600-1653), e la sua opera “Syntagma de studio liberali” (1632), i pregiudizi storicistici ed evoluzionistici assunsero un’importanza primaria nella filologia, contemporaneamente nel cuore dello studioso fu promossa la costituzione di una disposizione antimetafisica, e perciò anche antireligiosa, che fu assunta da un gran numero di nuovi studiosi. Fondando sul principio individualistico, il filologo definito da Naudé doveva sostituirsi all’autorità religiosa tradizionale, egli si legittimava da sé nell’interpretazione della vita e delle opere degli auctores latini e cristiani.
Fu questo il principio del ribaltamento dell’ordine normale dell’approccio alla tradizione autorevole, secondo la regolarità osservata nei secoli.
Il nuovo percorso di studi designato da Naudé, che il nuovo critico doveva compiere per acquisire la capacità di “filologo”, era composto da studi subalterni, opposti agli studi umanistici classici, questi studi condizionavano, in senso contrario alla tradizione, il nuovo studioso profano, che si costituiva ormai come una parodia dell’autorità religiosa tradizionale.
Abbandonata la metafisica, la teologia e la filosofia teorica, abbandonata in buona parte anche la disciplina morale a seguito di un’indebolita ricezione della tradizione poetica e della tradizione morale, modificata la storia e l’attività storiografica, con il loro senso e la loro funzione educatrice, il nuovo studioso era ormai svincolato da tutti gli elementi che consentivano di poggiare su un terreno certo, su una stabile verità immutabile. Lo studioso moderno e antitradizionale si consegnava all’incertezza dei suoi miseri e limitati strumenti critico-razionali, egli diveniva uno studioso semper aliquo morbo de itineri.
Perpetuamente morso dalla superbia e dalla relativa curiositas, questa vana figura sprofondava, a causa della sua temerarietà, nel dominio dell’opinione umana, soggettiva e relativa, perciò entrava in un contrasto continuo con tanti altri individui del suo stesso tipo, ingaggiando con essi interminabili discussioni, polemiche e litigi, modi che caratterizzano ancora oggi gli studiosi profani dell’ambito universitario.

Dall’accordo armonico sui principi essenziali si è passati al contrasto perpetuo sulle cose esteriori e accidentali, la verbosità per la verbosità, la polemica per la polemica, la presunzione per la presunzione hanno preso campo.
Così si sono formate delle conventicole, dei circoletti in ambienti chiusi, i cui componenti presumevano di essere i soli ad essere nel vero, di essere maestri e di fare scuola, solo perché essi avevano scoperto un frammento di un dato papiro o erano pervenuti ad un dato archeologico particolare, elementi che, secondo i profani, elevano coloro che li possiedono ad una conoscenza migliore, sempre nuova e continuamente in modificazione, dell’antichità romana.
Sulla base di una continua e sempre più grave deviazione, si è costituita una filologia antitradizionale, superba e arrogante, storicistica, positivistica e materialistica, la quale ha preso sempre più importanza fino a dominare completamente il campo degli approcci all’antichità, alterando ogni possibilità di accesso regolare alla tradizione religiosa romano-italiana, e quindi anche ogni possibilità di praticare il classicismo operativo e realizzativo che era stato recuperato e praticato, pressoché nella sua completezza, dai Padri del Rinascimento.

Dalla metà del ‘600, e per tutto il ‘700, un preciso fronte antiromano si è organizzato e strutturato in modo articolato ed agguerrito, coloro i quali hanno fatto parte di questo fronte sono stati molto critici nei confronti della “superiorità latina” e dell’indipendenza dei romani dai greci.
La cultura della lingua e della letteratura latina, che in diversi modi aveva animato l’Antichità, il Medioevo e il Rinascimento, subì l’attacco degli illuministi antitradizionali, ma fu nell’ambito tedesco, in cui si elaborava una “filologia scientifica”, che si produsse il ribaltamento della situazione che aveva retto la cultura e l’umanità europea per millenni, ed anche la costituzione e l’opera dell’Impero Divino Romano.

Nell’ambito di un preteso “neoclassicismo”, ridotto all’esteriorità più inessenziale e in gran parte profanato, Winckelmann (1717-1768) si applicò ad esaltare l’arte greca svalutando le copie romane, Wood e Chandler viaggiarono per scoprire ed esaltare la Grecia di Omero, Heyne (1729-1812), che fu maestro di Wolf (1759-1824), illustre filologo del tempo, mise in secondo piano gli studi latini, per cercare di definire una nuova immagine delle origini e per imitare la Grecia.
La cultura greca fu sempre più separata e distinta dagli elementi romani, tutti i caratteri specifici della latinità furono posti in secondo piano e fatti oggetto di una critica distorta svilente e dequalificante, fino al punto in cui, fra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800, gli studiosi antiromani giunsero ad interpretare la natura di Roma e della romanità in modo completamente rovesciato, contribuendo a diffondere un’immagine della civiltà e dell’Impero di Roma-Italia completamente falsata, un’immagine che purtroppo è ancora oggi molto diffusa, specie nei libri delle scuole di ordine inferiore.
Nel periodo dell’azione antiromana fece la sua comparsa la locuzione “greco-romana”, con la quale si voleva evidenziare un’anteriorità della grecità sulla romanità, inoltre voleva significare, in qualche modo, una continuazione o una influenza determinante della grecità nella o sulla romanità.
Con questi artifici si voleva far risultare la costituzione di un nuovo ente composto, in cui l’elemento greco doveva essere considerato originario e primario, mentre l’elemento romano dipendeva da quello e gli era interamente subordinato. Il senso di questa locuzione è inaccettabile per coloro che rispettano in modo regolare la tradizione religiosa romano-italiana, perché sanno che è priva di ogni fondamento e proviene da un fronte che aveva interesse a ribaltare la retta visione e la giusta comprensione della civiltà romano-italiana. Non è mai esistita una religione “greco-romana”, né una civiltà “greco-romana”, né dunque una tradizione classica “greco-romana”, e così via, coloro che utilizzano queste espressioni, nel migliore dei casi, fanno apparire l’elemento romano come derivato da quello greco, al peggio invece lo considerano come un prodotto decaduto, inferiore rispetto al primo, che deve tutto a ciò che lo ha costituito.

Fin dalla fine del ‘700, ed in particolare dai primi decenni dell’800, a causa di queste gravi alterazioni fu sviluppata una reazione nei confronti della sovversione della verità, perciò diverse personalità si assunsero il compito di difendere la romanità e ristabilire la verità.
Tra queste personalità troviamo Scipione Maffei, Mario Guarnacci, Giovanni Mario Lampredi, Girolamo Tiraboschi, che ripresero i temi proposti da Vico e riaffermarono il primato originario dell’antica sapienza italica su quella greca e, allo stesso tempo, dimostrarono che l’Italia ha una precisa principialità sulla Grecia.
A causa della loro azione queste personalità furono oggetto di violenti attacchi, tanto che i tentativi di demolire le loro posizioni si sono sviluppati fino ai tempi attuali[2].
Ma l’azione degli italiani impegnati nella difesa della loro civiltà e della loro cultura non si indebolì, anche se la Scuola Tedesca assunse un ruolo egemone nel dettare le linee metodologiche ed ermeneutiche negli studi classici e religiosi, divenuti ormai la mera ricerca di una pseudoscienza speculativa astratta, priva di ogni regolare riscontro operativo realizzativo. La filologia illuministica ha soppiantato la storiografia umanistica, che si basava ancora sugli schemi religiosi degli storici romani, poi, nella seconda metà del XIX secolo, si è affermato il metodo critico-storico in filologia, il quale, con l’ulteriore integrazione del metodo linguistico, è venuto a comporre il moderno “metodo filologico scientifico”, il quale costituisce una riproduzione caricaturale della filologia religiosa tradizionale. In questo modo, all’ermeneutica regolare dello spirito autentico dei Padri latini si è sostituita un’ermeneutica profana, sovversiva e molto spesso ostile, che ha proceduto ad alterare profondamente la trasmissione delle scritture autorevoli.

Le figure di Niebuhr (1776-1831) e di Mommsen (1817-1903) sono state fondamentali nel favorire questi indirizzi deviati, ma in particolar modo ha svolto una funzione determinante Wilamowitz (1848-1931), colui che è stato considerato “il più grande filologo” tedesco del suo tempo. Wilamowitz ha definito “la filologia scientifica”, la sola che, secondo lui, poteva essere elevata ad autentica “scienza dell’antichità”. Wilamowitz definì la nuova scienza dell’antichità in maniera completamente rovesciata rispetto alla filologia tradizionale romana, poi diede il nome di “Nuovo Rinascimento” alla sua opera, ma in realtà, l’opera di Wilamowitz costituisce la parodia dell’opera svolta dai Padri del Rinascimento, ma ciò servì ad alimentare un inganno, facendo passare le falsità da esso prodotte come nuova ed autentica verità. Illusoriamente Wilamowitz definì “scientifico” il nuovo metodo filologico-storico, egli credette in questo modo di superare la grammatica antica, mentre in realtà ne costituì la sovversione in senso antitradizionale. Wilamowitz presumeva di essere arrivato alla comprensione vera e definitiva dell’antichità, mentre la sua visione dell’antichità era rovesciata rispetto a quella corretta[3].
Con quest’operazione, integralmente sovversiva, si è entrati nel periodo moderno e controtradizionale della filologia, per cui il fine della “filologia scientifica” è completamente ribaltato rispetto a quello della filologia religiosa originale. Contrariamente a ciò che credeva Wilamowitz, attraverso lo sviluppo della moderna “filologia scientifica” l’autentica comprensione del “passato” o dell’antichità, viene irrimediabilmente compromessa. A dare il colpo di grazia alla filologia tradizionale è stato poi lo sviluppo della moderna linguistica, la quale, invadendo tutti i campi degli studi, ha rimosso anche le ultime possibilità di penetrare lo spirito autentico della tradizione autorevole latina, ma anche di quella greca.

In questi ultimi due secoli si sono visti studiosi moderni e postmoderni impegnati per “il superamento del classicismo”, essi hanno completamente trasformato la filologia tradizionale in una moderna “scienza storico-critico-linguistica”. Questa “scienza” è divenuta lo strumento mediante il quale si è operato per occultare l’accesso regolare alla comprensione delle autentiche tradizioni spirituali e culturali, a cui lo studioso si applica di volta in volta, si tratti della tradizione romana, o greca o cristiana. La presunzione degli attuali discendenti della rivoluzione antitradizionale chiamata “Nuovo Rinascimento”, ormai non conosce più limiti. Le vittime di questa sovversione hanno perso di vista le limitazioni e gli errori presenti nel “metodo scientifico” stesso, così come nel metodo storico e in quello linguistico in particolare. Una volta elevati i nuovi parametri adottati per lo studio dell’antichità a criterio di verità assoluta, si cade nell’illusione del possesso della verità metafisica oggettiva, la quale, non potendo essere raggiunta in alcun modo con mezzi razionali e umani, rimane sempre ben protetta dall’aggressione dei profani.

Con la definizione della nuova “filologia scientifica” si è configurata anche la figura del moderno filologo erudito, archivista, micrologo, vano, spento, dedito sostanzialmente al nulla, perso nello studio “scientifico” di una parola, di una frase, di un brano di testo, senza mai assumere esistenzialmente e religiosamente i contenuti trattati. Sempre immerso in scartoffie ammuffite, pallido e occhialuto, questo “filologo” rimesta fra reperti archeologici, epigrafici e numismatici avulso dalla realtà dell’uomo, dalla cultura vivente dell’umanità, dal fine umanistico autentico.
La gran parte di questi “filologi” è priva di ogni formazione religiosa e filosofica adeguata, perciò la loro opera, ammesso che esteriormente abbia qualche correttezza, è irrimediabilmente condannata alla sterilità. Nella dimensione della misera arroganza superba, della saccenza alienata dell’erudito, del semplice grammatico serfedocco, non si trova altro che desolazione, estraniamento completo dallo spirito della romanitas, totale esteriorità rispetto all’oggetto studiato, specializzazione frammentaria, disorganica e superficiale ridotta al letteralismo più grossolano. Il filologo contemporaneo è l’espressione degenerata in senso “scientifico” esteriore, individualistico e razionalistico, e poi anche storicistico e positivistico, del filologo romano classico. La sua vita è dedicata a cose del tutto insignificanti e molto spesso proprio fuorvianti, con la sua opera contribuisce ad allontanare la gioventù italiana dalla cultura umanistica operativa, dall’imitazione degli auctores romani, con la sua azione sterilizza l’amore per la vera cultura, per la sua funzione pedagogica, filosofica e religiosa.
La filologia profana attuale non produce più alcuna salute, come invece faceva la vera filologia secondo Varrone, questa falsa filologia è di per se stessa malattia, malattia degli animi, sviamento dei giovani, impoverimento e sterilizzazione della cultura, creazione di esanimi larve e topi da biblioteca.

Mentre la filologia tradizionale veniva sempre più degradata, fra la metà del 1800 e la metà del 1900, coloro che hanno operato per la difesa della tradizione religiosa romano-italiana si sono mossi su un terreno sempre più difficile e hanno conosciuto contrasti sempre più aspri.
Secondo la Scuola Classica Italiana, che si è sviluppata fra il 1831 e il 1860, e ha alimentato il Risorgimento nazionale, la tradizione romana era stata completamente rivivificata nel Rinascimento, dal quale la stessa Scuola Classica trasse la linfa per rianimare la ricostituzione dell’unità d’Italia e la risorgenza del suo popolo.
Secondo gli esponenti della Scuola, la tradizione della romanità classica non si era mai estinta nella terra d’Italia, essa aveva però subito per alcuni secoli un certo oscuramento ed era stata fatta oggetto di avversità di ogni genere nel periodo medioevale. La continuità ininterrotta della tradizione scritturale, secondo gli esponenti della Scuola, non era mai stata veramente inficiata dai secoli di ostilità che aveva subito, tanto che, attraverso il Rinascimento, essa era potuta riapparire nella sua completezza.

Dopo questa importante azione, nei primi decenni del XX secolo un’altra serie di studiosi si è impegnata a recuperare, per quanto possibile nell’età contemporanea, gli studi, la formazione, l’educazione e quindi la cultura generale dell’uomo fondati sulla sapienza romano-italiana.
Dopo i parziali tentativi del Fascismo di portare al centro della società italiana il modello romano, con la cultura classica relativa, nel periodo immediatamente seguente gli eventi drammatici della Seconda Guerra Mondiale, vi è stato un rapido declino degli studi classici, della formazione antichistica, della cultura umanistica, così come della scuola classica in senso generale. Questo deterioramento è andato di pari passo con l’estremo impoverimento dei costumi e con il loro imbarbarimento, riducendo la vita dell’uomo alle sue più infime manifestazioni.
Occorre ricordare che, per i Padri romani, l’uomo che non ha sviluppato la sua humanitas non può essere un vero civis, perciò non può esercitare nel modo dovuto la virtù della civilitas, quindi esso rimane confinato alla bestialitas ferina ed alla barbaritas inerente, con ciò che ne deriva nell’ambito della società. Gli effetti dell’abbandono della cultura umanistica integrale sono oggi di fronte agli occhi di tutti.

Proprio per questi motivi, oggi come non mai vi è una necessità, un’esigenza improrogabile di cultura romana classica, per la ricostituzione degli animi italiani, per la riforma della gioventù, per la restituzione della dignità al popolo di Italia.
Attraverso la ricostituzione della sua memoria spirituale, della sua autentica storia religiosa, l’uomo italiano può recuperare la sua antica funzione provvidenziale, può accordarsi al suo fato universale e applicarsi alla sua opera di Pace e Giustizia, elevandosi nella sua fede religiosa.
Purtroppo in questo periodo l’azione tradizionale romano-italiana si è in gran parte occultata, anche per il clima fortemente ostile a qualsiasi riferimento positivo alla romanità, una romanità che, a causa di studiosi aderenti a ideologie e visioni di sinistra, ha subito un’azione ingiuriosa e denigratoria di tipo controtradizionale.
Questa è l’estrema manifestazione delle diverse forme dell’azione antiromana e antitaliana che si sono sviluppate nel corso dei secoli in Italia e in Europa, un’azione volta a sviare con atti ingannevoli le coscienze di tutti gli uomini, in diversi ambiti della società. L’azione nemica dell’Italia e degli italiani è stata contrastata da molti valenti personalità nel tempo, la Terra-Italia, il suo Popolo e la sua civiltà, non verranno mai completamente meno al loro Fato Divino, un numero di fedeli italiani rimane sempre applicato alla missione di Pace Universale che la Provvidenza Suprema ha assegnato al popolo italiano, fino a quando, attraverso una palingenesi integrale, l’umanità conoscerà nuovamente la Perfetta Pace Divina delle sue origini auree.

 

[1] Wilamowitz-Moellendorff, Storia della filologia classica, Torino, 1967, pag. 35.

[2] Momigliano A., Gli studi classici di Scipione Maffei, in Secondo contributo alla Storia degli studi classici, Roma 1960, pagg. 255-271; Casini P., L’antica sapienza italica. Cronistoria di un mito, Bologna 1998.

[3] Wilamowitz-Moellendorf, Storia della filologia classica, Torino, 1967, pag. 86.