“O anima cortese mantovana / di cui la fama ancor nel mondo dura / e durerà quanto l’mondo lontana” (Dante, Divina Commedia, Inferno, II, 58-60)

Medioevo

La continuità della tradizione religiosa romano-italiana durante il Medioevo

 
Grazie alla prompta devotio dei Chiarissimi Padri, Ottimi Viri, il deposito fondamentale della sapientia maiorum è stato trasmesso alle generazioni successive, nonostante le astiose e scomposte reazioni degli ultimi apologeti cristiani, tra i quali Ambrogio e Agostino, e gli sconvolgimenti del V secolo.
Con la progressiva cristianizzazione dell’Impero, e l’elaborazione delle nuove legislazioni contrarie a tutti i culti, ad esclusione di quello svolto dalla chiesa cristiana uscita dalla serie dei Concili di Nicea, Costantinopoli e Calcedonia, le strutture organizzate del tramandare, incluse le scuole, furono particolarmente attaccate e progressivamente furono ridotte all’inattività dagli Imperatori piegati all’azione disposta dal clero cristiano. La scomparsa dell’assemblea autorevole del Senato di natura romana, che presiedeva anche al controllo della regolarità religiosa e civile, e manteneva l’unità della tradizione, favorì la dispersione dei Patres e dei fideles della religione patria, la cui professione religiosa venne riorganizzata nell’ambito gentilizio, in alcune associazioni di culto e in alcune scuole, enti che svolsero la loro azione con non poche difficoltà durante tutto l’Alto Medioevo, quando la persecuzione cercava di impedire loro di perpetuarsi.

Con la sospensione del culto pubblico, tutto ciò che costituiva la scienza sacra della religione e la scienza sacra civile, venne raccolto nell’ambito privato delle Gentes senatoriali e nello spazio di “circoli religiosi” determinati.
La scuola, nonostante la sua progressiva modificazione in senso cristiano, ha però conservato una certa continuità con l’insegnamento della disciplina romana, necessaria alla formazione civile dell’uomo secondo il modello della romanitas-humanitas classica.
Fra il VI e il X secolo, gli insegnamenti romani regolari subirono un progressivo riadattamento ai fini cristiani e perciò la dottrina dei Padri autorevoli fu mescolata con gli insegnamenti cristiani, per essere impiegata con altra funzione.
In ogni caso le scritture degli auctores romano-italiani furono considerate indispensabili per la prassi civile, per la quale i cristiani non avevano scienza e mezzi opportuni, così la letteratura autorevole fondamentale poté conservarsi e rimase un supporto sempre suscettibile di nuove restituzioni alla sua regolare assunzione.

L’opera astiosa e scomposta degli apologeti, tra gli ultimi vanno indicati Ambrogio e Agostino, andò concludendosi nel VI secolo. Agostino era stato particolarmente aggressivo nel perseguire con una volontà capziosa la tradizione religiosa romano-italiana, egli ha tentato di delegittimarla dalle fondamenta senza riuscire nel suo intento, perciò, al di là del periodo in cui svolse la sua azione, numerose testimonianze relative alla continuità dei culti religiosi antichi evidenziano come la ferocia persecutoria non avesse prodotto una scomparsa dell’antica religione. Perciò è stato possibile rinvenire la presenza di pratiche religiose precristiane almeno fino a tutto l’VIII secolo, successivamente questi culti si sono continuati in contesti limitati e nel folclore non ancora cristianizzato per il resto del periodo medioevale.

Nel periodo alto medioevale è stata svolta un’opera filologica, grammaticale, esegetica e filosofica da parte di diverse Gentes, tra le quali quelle dei Flaviani, dei Simmachi, dei Macrobi, dei Boezi. Esponenti di queste Gentes hanno potuto redigere, nella forma nuovamente strutturata, le opere autorevoli che dovevano essere consegnate ai tempi successivi. In Italia, e in tutta Europa, l’imposizione forzata della religione cristiana creò in quei secoli una situazione particolare. Molti religiosi romani passarono formalmente alla nuova fede, pur continuando in cuor loro, ed anche nel privato delle loro vite, ad amare e professare la religione avita[1]. Questa convivenza di “fedi” diverse nello stesso soggetto è rimasta una caratteristica tipica dell’uomo europeo, a seconda dei periodi, quando l’azione coercitiva cristiana si è allentata, ad esempio dopo la fine del Medioevo, l’animo romano-italiano è riemerso in tutta la sua espressione, come nel Rinascimento, pur avendo, in molti casi, difficoltà a liberarsi del tutto dalla mescolanza con l’influsso cristiano.

La trasmissione regolare della tradizione, che un tempo si svolgeva contemporaneamente secondo il rito, l’oralità e la scrittura, subì diverse trasformazioni, attenendosi sempre più alla sola prassi scritturale. I necessari adattamenti della trasmissione comportarono anche una riproduzione delle scritture in forma diversa, infatti, per accogliere in modo più sicuro tutta l’opera di un solo autore, furono composte nei corpora, che riunivano in un solo codice più libri.
Occorre ricordare che la tradizione scritturale, se considerata isolata in se stessa senza alcun accompagnamento ausiliario, è incompleta, ma nel periodo alto medioevale, in determinati contesti, le scritture furono sempre integrate dall’oralità, e perciò erano accompagnate da un’esegesi e da un’ermeneusi adeguate alla trasmissione dello spirito degli autori antichi, così fu favorita la loro retta ricezione nei dovuti cultori.
Come insegnato già da Platone, la sola presenza dello scritto autorevole non è autonoma, la migliore trasmissione della scrittura avviene grazie alle persone che ne hanno realizzato lo spirito traducendolo nella cultura religiosa della loro vita esemplare. Queste persone sono i magistri della traditio, i sapientes romani, essi possiedono l’auctoritas per trasmettere lo spirito della tradizione e per consentirne la realizzazione esistenziale.
Per cui non bisogna mai riporre nel solo scritto, nell’oggetto libro, un valore che esso non ha, in quanto è solo un mezzo che, se non è approcciato con tutto l’apparato filologico, grammaticale e critico, di tipo filosofico e ieratico, e avvalendosi dei dovuti commentari, non potrà mai essere adeguatamente penetrato, assunto e realizzato, nella sua essenza.
Per accogliere l’influsso spirituale presente nell’auctoritas dello scrittore occorre disporre di un animo religioso e pio opportuno, così come è sempre avvenuto nella regolare tradizione. I Padri hanno elaborato la disciplina filosofica platonica per la quale è possibile compiere un’ascesi religiosa romano-italiana adeguata attraverso il retto accesso alla tradizione scritturale, ma la disciplina filosofica è necessaria anche per rettificare tutte le interpretazioni riduttive e falsate della tradizione, a far principio da quelle prodotte dai cristiani della fede.

Le mediazioni di Macrobio e di Marziano Capella furono molto importanti per la ricezione dei testi autorevoli della tradizione, le loro opere costituiscono un viatico fondamentale per l’applicazione completa e regolare alla disciplina romana integrale, in quanto mettono a disposizione gli strumenti, le chiavi e il metodo, per accedere all’essenza della letteratura religiosa dei Padri, per la comprensione del nucleo “segreto” della religione romana.
I due Padri hanno indicato come vada sviluppata l’adeguata disposizione della filosofia platonica integrale nel contesto romano-italiano, in particolare Marziano Capella ha definito l’ascesi filologica filosofica e teurgica che permette di dare pieno compimento agli studia humanitatis, fino a raggiungere la dimensione degli studia divinitatis, congiungendo la prassi contemplativa con la prassi teurgica e mantica, una combinazione che differenzia il vero itinerario religioso alla sapienza da ogni processo profano di approccio alla “teologia”.

In generale, le opere degli auctores giunte fino a noi sono state elaborate fra il IV e il VI secolo, i documenti più antichi in nostro possesso risalgono a questo periodo, con rarissime eccezioni. L’attività di copiatura delle scritture ricevette anche il supporto di importanti re barbari, come Teodorico, il quale fece di Ravenna un importante centro di conservazione e diffusione della cultura classica romano-italiana.

Nel periodo alto medioevale, fino al basso medioevo, si succedettero diversi tentativi di restaurazione, in modo più o meno completo, della tradizione romana classica originale e, con essa, anche della situazione civile e religiosa che l’aveva prodotta.
Le corti imperiali, da quella di Carlo Magno a quella di Federico II, divennero il cuore di una prassi “classicista” tradizionale, che venne via via perfezionata, fino a raggiungere, con l’Imperatore degli Hohenstaufen, le condizioni per sostenere una palingenesi imperiale romana.
Per tutto il periodo medioevale Virgilio rimase sempre il referente assoluto della tradizione, egli animò tutta la trasmissione dell’esoterismo e della prassi iniziatica romana.
Già dalla “rinascita carolingia” Virgilio fu copiato e diffuso estesamente, la sua fama e la sua luce tenevano viva la presenza della tradizione religiosa d’Italia, e la trasmissione del Mistero di Roma, fino alla potente riemergenza dei filoni occulti della fede romano-italiana, avvenuta fra il XIII e il XIV secolo. “O anima cortese mantovana / di cui la fama ancor nel mondo dura / e durerà quanto l’mondo lontana”[2], così Beatrice definisce Virgilio, la cui fama, mediante la sua opera, era giunta fino al tempo di Dante e sarebbe durata quanto il mondo. A Dante però è giunta la linea virgiliana della tradizione romana in modo incompleto, perciò la sua opera risente di alcune parzialità.

La regolarità della trasmissione dei classici autorevoli della tradizione ha subito delle corruzioni durante il Medioevo ed anche l’accessus allo spirito delle scritture ha subito delle alterazioni, a causa di queste anomalie la trasmissione integrale della romanitas è potuta avvenire raramente nella sua completezza.
Il progressivo peggioramento della tradizione degli autori classici ha determinato una reazione da parte di diverse personalità, le quali si proposero di restituire la tradizione autorevole al suo stato completo e regolare attraverso una precisa renovatio.
Dopo oltre un secolo di preparazione, nel XIV secolo la ridefinizione della regola della tradizione e dell’accessus ad essa furono compiuti, così il recupero integrale della romanitas poteva essere sviluppato.
Nel periodo alto medioevale vi sono stati anche diversi tentativi di alterare o distruggere volontariamente la cultura classica tradizionale romano-italiana, ma la Provvidenza ha voluto che questi tentativi non andassero in porto.
Molte autorità cristiane si avvidero della indispensabile funzione della cultura classica romano-italiana per la formazione, specialmente in senso civile, della persona, perciò, pur occultando l’essenziale della tradizione scritturale, le scuole cristiane hanno utilizzato la letteratura patria per la formazione letteraria, retorica e civile dell’uomo.
Nel Basso Medioevo, già dal XII secolo, a partire da ciò che si era conservato ed era stato trasmesso, fu possibile applicarsi alla ricostituzione completa della formazione dell’uomo attraverso il recupero integrale della cultura classica romano-italiana, fino al suo nucleo religioso. Una vera e propria rinascenza della tradizione religiosa romana, e della sua prassi “umanistica”, si sviluppò chiaramente fra il XIII e il XIV secolo, da questa azione trae esempio anche l’organizzazione religiosa generale a cui fa capo l’Associazione Romània Qvirites.

[1] A tal proposito si veda la testimonianza di una fanciulla che fu educata forzatamente alla fede cristiana, ma rimase interiormente sempre romana: Mazzini I., Paola. Diario storico di una vergine votata prima di nascere, versione digitale 2016.

[2] Dante, Divina Commedia, Inferno, II, 58-60.