La compiuta presenza sensibile dell’ideale dell’homo romanus perfectus, il Princeps, si è realizzata in Ottaviano, egli è stato il restauratore della Pax Deorum Hominumque in tutta la sua integralità, grazie all’auctoritas divina che egli ha conseguito.

Impero

La funzione religiosa e civile universale di Roma: Pax Augusta e humanitatem dare

 

La compiuta presenza sensibile dell’ideale dell’homo romanus perfectus, il Princeps, si è realizzata in Ottaviano, egli è stato il restauratore della Pax Deorum Hominumque in tutta la sua integralità, grazie all’auctoritas divina che egli ha conseguito. Figlio adottivo del Divus Caesar, Ottaviano è stato nominato Augustus dal Senatus, che gli ha riconosciuto anche il possesso dell’Imperium Maius et Infinitum. In virtù della sua auctoritas, Augustus è stato novus conditor vrbis, perciò ha dato compimento al fato romano, ricapitolando in Roma tutta la tradizione religiosa italica e quella dell’umanità.
Con Augusto la religione, il Senato e la nobiltà vennero rivivificati e rigenerati nella loro dignità originaria, l’ordine romuleo fu ripristinato dopo il caos della guerra civile. In Augusto furono poi riuniti il massimo impero e il massimo pontificato, in lui fu restituito il comando dell’Urbe e dell’Orbe secondo la sapienza integrale romana. Con l’Imperatore esemplare è stato chiuso anche il processo che ha portato alla fissazione del “canone” della tradizione religiosa romana, l’opera autorevole dell’Imperatore Ottaviano Augusto ha dato suggello al magistero dei Padri, il Sommo Vate Virgilio ne ha cantato la divinità e l’opera provvidenziale.

La presenza di Virgilio e della sua opera, la redazione dell’Eneide, il Poema Sacro dei romano-italiani, summa di tutta la sapientia divina romana, modello della pietas e scrittura compiuta dell’epica e dei fati romani, hanno illuminato l’età aurea augustea col verbo apollineo, il quale costituisce il riferimento religioso esemplare al quale i romano-italiani sono stati fedeli nelle generazioni successive. “Italiam quaero patriam et genus ab Iove summo[1], questa è la dichiarazione di Enea che cerca la sua patria, l’Italia, e il suo genus italico originario, proceduto da Iupiter, Dio Padre. In queste parole è celato il mistero della Terra Italia[2], la Terra Divina ove viene traslata in via ultimativa la luce apollinea delle origini auree e iperboree, con la relativa regalità trascendente, elementi fondamentali connessi al Mistero di Roma. Augustus ha dato seguito e compimento a questo processo finale della traditio divini regni, trasferendo sul Palatium anche la funzione che il più importante centro sacro apollineo, il centro oracolare di Delfi, aveva svolto fino a quel tempo.
Con il ritorno di Enea in Italia si è conclusa la tradizione della Regalità Divina Universale Assoluta per la presente umanità, Virgilio perciò presenta la manifestazione teofanica di Roma, e l’attuazione del suo Imperium, come la fine della storia dell’umanità attuale.

In questa posizione non vi è alcun “romanocentrismo” esclusivo, ma l’espressione di una conoscenza universale integrale del mistero della regalità divina e delle sue dinamiche nel corso del dispiegamento temporale dell’umanità attuale. Anche i cristiani della fede erano ben coscienti del compimento di questo mistero, perciò, dopo il sacco di Roma del 410, affermarono che la fine del mondo era imminente. Ma la fine del mondo aureo, nel quale sussisteva l’immanenza radicale del Regno Divino Universale Assoluto, così come l’ultima presenza della città divina integrale sulla terra, non implicava la fine dei “mondi” parziali e relativi, anzi, proprio “la fine” del mondo aureo romano ha consentito la comparsa di “mondi” via via più limitati e degradati, fino all’estinzione di ogni “mondo” relativo e contingente. L’avanzamento della catabasi universale andrà avanti fino alla corruzione di ogni ordine o mondo, quando l’occultamento di ogni espressione della Roma Divina sarà completo verrà la fine del presente ciclo umano.

Dopo l’arcaica diaspora degli italici, Enea ha dato principio alla loro riunificazione ed Augusto l’ha completata, con essa ha costituito anche l’unità d’Italia. Questa unificazione è uno degli elementi fondamentali della missione palingenetica di Augusto, un atto indispensabile affinché i Fata Imperii si attualizzassero pienamente. La fissazione dei fines sacri della Terra Divina Italia, la sua unificazione in Roma, la comunione religiosa e civile degli italici e dei romani, costituiti in un unico populus residente nell’ager romanus allargato e inaugurato, sono stati atti paradigmatici, conformi ai Fata Iovis, che non sono più modificabili nei secoli fino alla palingenesi finale. La conservazione dello stato di Roma-Italia ristabilito da Augusto, è conditio sine qua non per garantire la presenza della Pax Augusta et Romana sulla Terra, e dunque per stabilire la Salus Publica Universale Assoluta nell’Orbe. Il Divus Augustus, in virtù degli atti che ha compiuto, è stato qualificato anche come Pater Patriae, egli è il Divus sotto il quale è occultamente posta la tutela di Roma-Italia, ad esso, insieme a Roma, gli italiani devono prestare culto, così come l’Augusto divino volle. Roma e l’Italia, dopo la missione augustea, sono state fatte coincidere in una sola Patria, in un solo Populus, in un solo Fatum, questa triplice unità fu retta dal comune culto pubblico. La terra di Roma fu identificata con la terra d’Italia, le laudes romae coincisero con le laudes italiae. I socii italici divennero romani a tutti gli effetti, perciò furono integrati nel Ius Quiritium e ammessi al Ius honorum, inoltre furono degnati della toga e anche della dignitas senatoria. Il latinus diventò sermo patrius, la lingua sacra dei romano-italiani e della missione civilizzatrice suprema di Roma. Il modello dell’unità patria, così come il modello imperiale augusteo, costituiscono i riferimenti immodificabili della regolarità della tradizione imperiale conforme ai Fata Iovis.

Gli imperatori romani successivi ad Augusto seguirono fedelmente il modello originale esemplare costituito dal Divo, ogni allontanamento dalla regolarità imperiale augustea fu considerata una deviazione dal Senato, un’alienazione dalla fedeltà ai Fata Iovis producente indefiniti danni a Roma e perciò anche all’umanità.

Dopo l’identificazione di Roma all’Italia compiuta da Augusto, occorre sempre riferirsi ad un unico ente, perciò occorre insistere sull’identità Roma-Italia, perché spesso Roma e Italia vengono erroneamente distinte. L’organizzazione religiosa di Romagna adotta la denominazione romano-italiana perché rispetta l’unità inscindibile della Terra Patria, così come l’unità del suo Popolo, della sua religione, delle persone facenti parte della tradizione religiosa originale rifondata in Roma e riunificante in maniera esemplare l’Italia tutta. Si utilizza il termine “italiano”, invece del termine “italico”, perché con esso si pone l’accento sullo sviluppo della tradizione che si è prodotto con la riunificazione augustea, inoltre questo termine indica la continuità dell’identità italiana nei secoli fino all’adattamento attuale. Già durante l’Alto Medioevo il termine “italiano” fu adoperato per indicare l’identità di un unico popolo e di un’unica tradizione religiosa, quindi il termine “italiano”, piuttosto che il termine “italico”, si mostra più adatto ad indicare l’unità della tradizione spirituale di Roma-Italia nel suo sviluppo postaugusteo. In tal modo si conserva anche la memoria della radice originaria italica, espressa nella denominazione divenuta più comune. L’adozione del termine “italiano” vuole segnalare sia la continuità con l’unità patria augustea, sia la continuità dell’identità patria nei secoli, sia infine l’attualità della sua presenza oggi.

Il Popolo Romano-Italiano ha una patria unitaria, Roma-Italia, e una religione unitaria, la religione romano-italiana, nessun’altra è la vera religione degli italiani. Questa religione è stata fissata nella sua immutabile esemplarità e classicità dall’Imperatore Divino Augusto, il quale ha istituito anche il culto universale assoluto di Augusto e Roma, culto centrale a cui si protende la fides patria nella perpetuità. L’Italia risolve la sua identità religiosa, civile e culturale, in quella di Roma, ogni italiano si identifica con l’uomo romano, inteso nella sua forma metafisica eterna e nella sua teofania temporale[3]. Sono quindi erronei tutti i tentativi volti ad attribuire un’identità religiosa cristiana, o peggio giudaico-cristiana, all’Italia, in quanto tali tentativi sono fondati su radicali errori, che producono uno sviamento delle coscienze degli italiani dal loro essere proprio. Queste azioni fanno parte di un piano sovversivo volto alla “salvezza delle nazioni”, il quale, per la civiltà romano-italiana e il relativo impero, costituisce una violazione unilaterale del Diritto Divino[4].

La fedeltà a Roma-Italia è incompatibile con l’accettazione dei principi e dei fini della chiesa cristiana della fede, volta ad affermare una confessione religiosa particolare come assoluta, in modo radicalmente esclusivo. La chiesa exoterica cristiana ha assunto la preminenza religiosa in Italia e in Europa da diversi secoli, a partire dalla sovversione dell’Impero Divino Romano e dalla persecuzione violenta della religione romano-italiana che ne è seguita.
Dopo l’usurpazione dell’Impero, e la sua successiva secolarizzazione temporale, la chiesa pistica cristiana ha stabilito un’anomalia e una perturbazione nella Terra Italia, ancora oggi presente. La “pia” intenzione della Chiesa Cattolica è basata su una parzialità esclusivistica assoluta, la quale è incompatibile con la statuizione della pace sovrareligiosa e sovrannazionale nell’umanità. L’azione esclusivistica volta alla “conversione” delle nazioni alla sola “vera religione”, è stata presentata come “salvezza delle nazioni”, l’unica possibile salvezza, perché nulla salus extra ecclesiam, ma quest’azione costituisce una sovversione del Diritto Divino Integrale stabilito nel mondo dal Divino Impero di Roma.
A questo proposito ha scritto Dante: “O Popolo felice, o Ausonia gloriosa, se non fosse / mai nato l’indebolitore del tuo Impero, o /perlomeno se costui non fosse stato tratto in inganno /dalla sua pia intenzione!”[5]

 Nell’ambito della grandiosa opera augustea deve essere evidenziato precisamente ciò che l’Optimus Princeps ha compiuto in funzione della definitiva costituzione del canone della tradizione religiosa, il quale, dopo il riesame operato da Varrone e da Cicerone, si poteva considerare quasi completato alla fine della Repubblica. Ma, in accordo con la palingenesi augustea, la lista degli auctores venne ridefinita in via ultimativa, per includere anche le personalità esemplari che avevano descritto nelle loro opere la perfezione dell’azione provvidenziale romana ed augustea, conclusasi con l’instaurazione della nuova età aurea e del Regno Divino ad essa congiunto. Virgilio entrò a titolo principale nel canone, ma in esso furono integrati anche Cicerone e Sallustio.
La chiusura dell’ordine canonico degli auctores fu suggellata da Augusto, le opere del canone furono poi depositate nella biblioteca del tempio di Apollo Palatino fatto edificare dall’Imperatore. Con questa azione il canone letterario della tradizione religiosa romana fu sostanzialmente chiuso, nessuna ulteriore modificazione significativa è avvenuta, così è stato possibile accedere con precisione alla tradizione del corpus scritturale degli autori classici romani. Con la statuizione augustea ha avuto inizio anche il classicismo religioso tradizionale, chi si è impegnato nella regolare custodia delle opere degli auctores attraverso una precisa filologia religiosa, si è applicato all’imitazione degli auctores, alla realizzazione vivente dei modelli religiosi, civili, culturali e artistici da loro costituiti, si è poi prodotto nella trasmissione regolare del deposito della tradizione, secondo il suo spirito e la sua lettera, attraverso l’insegnamento orale e l’insegnamento scritto. L’impegno dei fedeli nella classicità romana ha garantito l’inflessibile perpetuazione del modello esemplare della romanitas, così come la conoscenza del Mistero di Roma e del suo ufficio universale assoluto di pace integrale. Questa trasmissione è indipendente dai contesti spaziali e temporali, essa può tradursi in vari gradi di attività religiosa e civile quando le condizioni fatali si presentano favorevoli.

Attraverso l’Impero, Augusto ha reso possibile diffondere in maniera unificata e capillare una cultura e una prassi di Pace Universale, finalizzate alla realizzazione effettiva di un’unica città orbica, riunente l’intera umanità nel rispetto del Diritto Divino, al fine di costituire la perfezione della Giustizia Divina in Terra. La prassi scolastica imperiale fu completamente rielaborata a partire dal modello repubblicano, il quale fu compiutamente aperto nel senso della formazione dell’optimus civis dotato di politior humanitas e dunque pienamente qualificato a costituire la pace più completa nell’Orbe.

Quintiliano assunse la humanitas ciceroniana come modello basilare di cultura romana classica, e la pose a fondamento della scolastica romana di tipo universale. Con la costituzione del Principato l’organizzazione scolastica imperiale venne unificata ed orientata nel senso della romanizzazione dell’Orbe, questa riorganizzazione ha reso possibile l’estensione dell’accesso alla scuola, secondo determinati modi, ai più ampi strati della popolazione. Progressivamente l’istruzione religiosa e civile venne posta sotto il controllo imperiale centrale, i docenti vennero perciò selezionati in base a criteri omogenei di regolarità religiosa romana e mantenuti dall’erario pubblico.
Il modello ciceroniano, riadattato e approfondito da Quintiliano, fu dunque posto alla base dell’intero iter scolastico, il termine della formazione era costituito dal civis romanus perfetto, l’orator, il quale, innanzitutto doveva acquisire una rigorosa disciplina morale rispettosa del mos maiorum, solo successivamente l’allievo poteva applicarsi alla formazione oratoria, non disgiunta da quella filosofica, per completare il suo cursus con la giurisprudenza ed anche con la teologia. In diversi casi la formazione scolastica poteva essere completata dall’applicazione alle discipline liberali, le quali sono state poi riunite nel quadrivium.
Il modello romano classico della cultura religiosa e civile fu fissato nel primo periodo imperiale e si conservò pressoché intatto per quattro secoli, lo stesso Simmaco, alla fine del IV secolo, sostenne con forza la formazione romana classica dell’oratore, quale base per una felice percorrenza del cursus honorum fino al grado più elevato dello stesso, grado che allora consentiva l’accesso regolare all’Ordo Senatus e quindi il possesso dello status senatorius. Il termine ultimo della formazione scolastica, nel periodo imperiale, era dunque posto nel raggiungimento dello stato di Senator, nel quale, secondo la tradizione, si trova la pienezza dell’auctoritas e dunque il fondamento di ogni retta direzione dell’Impero e della tradizione religiosa.

Roma, chiamata all’Impero Universale Assoluto, a fare del Mondo un’unica Patria[6], si è impegnata nell’educazione delle genti alla Pace Universale trascendente, sovraparticolare e assolutamente inclusiva, per creare una civiltà orbica unità nel rispetto del Diritto Divino Assoluto, da cui deriva anche il rispetto del Ius Gentium e del Ius Civile. La diffusione della cultura di Pace Universale è l’unico elemento che possa consentire la formazione di cittadini religiosi universali applicati nell’ufficio costituente la Salute Pubblica Integrale dell’Orbe.

La romanizzazione dell’Orbe si presentò innanzitutto come humanitatem dare, come un’elevazione delle diverse genti dallo stato di incivilitas a quello di civilitas, ciò prevedeva lo sviluppo integrale della humanitas, in senso universale e onnicomprensivo, fino al culmine della politior humanitas perfetta, e dunque della humanitas civilis, virtù necessaria alla costituzione della Res Publica Universalis fondata sul rispetto del Diritto Pubblico Universale. In questa Res Publica doveva vigere la più compiuta libertas ed essere realizzata la più universale concordia fra le religioni e le nazioni, quella concordia che costituisce il fondamento attuativo della Pace e della Giustizia sovrareligiose e sovrannazionali.

La Pax Romana et Augusta costituisce il fine della missione universale di Roma-Italia, in essa si trova il frutto della cultura romana universale, il risultato della concordia trascendente istaurata dall’Impero nella persona dell’Imperatore. Grazie all’Impero tutte le parzialità e gli esclusivismi religiosi, civili e nazionali, e dunque la superbia relativa alle diverse affermazioni assolute del relativo, sono state superate. Il modello della civiltà universale assoluta, data dal Dio Supremo in Roma-Italia, rimane, per l’Europa e anche per l’Orbe intero, il modello immodificabile di riferimento nell’ultimo periodo della presente umanità. La cultura religiosa e civile universale romana resta ancora oggi l’unica vera cultura di pace universale assoluta, in essa l’uomo italiano trova il suo autentico e adeguato mezzo di formazione, per la realizzazione completa della sua persona e per il compimento divino della sua esistenza, un’esistenza orientata interamente all’esercizio dell’ufficio pubblico universale che attua il Bene Pubblico Supremo della Patria e dell’Orbe intero. Dedicarsi alla cura della Salute Integrale della Civitas Universa è, per l’uomo romano-italiano, il più elevato e bello agire che esso possa concepire, nel fedele assolvimento del suo ufficio di giustizia universale egli afferma: “dulce et decorum est pro patria mori[7]. Queste sono le parole di chi ama l’intero genere umano di quell’Amor Supremo e Assoluto di cui Roma è presenza nel mondo.

In definitiva l’esercizio dell’Imperium Divinum Romanum è trascendente ed immanente al medesimo tempo, esso garantisce la presenza dell’Unità Divina Suprema nell’Orbe e preserva l’unità particolare degli enti nella Concordia e nella Libertas. L’azione imperiale romana è dunque anagogica, inclusiva e integrativa, essa rappresenta la presenza provvidenziale dell’Essere Divino Integrale, con la Sua Pace e la Sua Giustizia, nell’Orbe.

Attraverso Roma viene costituita la romanitas, l’ordinamento imperiale traduce in atto un ordine metafisico supremo, nel quale si produce l’integrazione unificante e pacificante di tutte le opposizioni e i contrasti presenti nell’Orbe umano. L’elezione funzionale provvidenziale del Popolo Romano Italiano non ha un carattere esclusivo, ai romano-italiani è stato assegnato l’Imperium dei popoli, perché fra i popoli sono stati costituiti con le migliori qualità funzionali per compiere una funzione regale suprema di tipo inclusivo integrale. Perciò i romano-italiani, per la loro qualità geniale intrinseca, sono atti a costituire un Regno-Impero Universale Assoluto, trascendente e immanente allo stesso tempo, nel quale statuiscono la perfezione della Pace e della Giustizia. Ai romano-italiani è connaturata la romanitas, la cultura a cui si applicano pone in atto l’Amore Supremo nella Giustizia Suprema, perciò essi stabiliscono nell’Orbe l’Ordine dell’Unità Divina Suprema. La romanitas si manifesta nell’azione imperiale universale costruttiva e civilizzatrice, un’azione che favorisce le religioni, le civiltà e le nazioni e le ordina al rispetto del Ius Divinum integrale nella presenza della libertas. Ogni violazione del Ius Divinum integrale corrompe la concordia suprema, questa violenza è, secondo Roma, “barbara”, è una tendenza superba che genera disordine e ingiustizia, se spinta all’estremo produce ogni genere di azioni distruttive. L’azione violenta del superbo deve essere rettificata, a questa funzione deve presiedere chi vi è stato deputato dalla Provvidenza Divina Assoluta, mediante un’azione palingenetico-sacrificale che riconduce l’alterazione all’unità pacifica trascendente.

La romanitas può essere attuata da uomini qualificati, formati dalla cultura universale romano-italiana, essi devono possedere le qualità virtuose implicite nella politior humanitas, così sarà loro possibile attuare una civiltà universale mediante humanitatem dare. Il modello integrale della civiltà esemplare è stato costituito dal supremo magistero augusteo, col quale è stata statuita la perfezione della Pace Divina Suprema in Terra, la Pax Augusta. Questa civiltà è romano-italiana, essa è il frutto di una cultura universale romano-italiana, la quale, per la specifica attività funzionale, trascende sia il germanesimo, sia l’ellenismo, oltreché le diverse soteriologie orientali, ma si rivolge ad esse per creare con esse la suprema concordia in funzione dell’unione pacifica integrale di tutti gli enti.
Attraverso la romanitas si costituisce la Civiltà delle civiltà, Roma, la Madre e Regina di tutte le città, essa le unifica senza annullarle, e le porta alla trascendenza di se stesse nell’Unità Metafisica Suprema delle città e delle civiltà. A questa funzione assoluta rimangono ancora oggi fedeli tutti i religiosi romano-italiani che rispettano la tradizione, essi osservano la fedeltà alla romanitas nel loro animo e nella loro condotta di vita, in tal modo conservano il Mistero di Roma-Italia e la funzione che essa deve svolgere in questo mondo fino alla fine dei tempi[8].

[1]“Cerco la patria Italia e la mia genia discesa dal sommo Giove”, Virgilio, Eneide, I, 380.

[2] Per approfondire il tema: Viola L.M.A., Essere Italiani, Forlì 2015, pagg.159-166.

[3] Per approfondire il tema si veda: Viola L.M.A., Essere Italiani, Forlì 2015, pagg. 167-196.

[4] Per approfondire il tema si veda: Viola L. M. A. Israele, Cristo e Roma, vol. I-II, Forlì 2007.

[5] Dante, De Monarchia, II, XI.

[6] Rutilio Namaziano, I, 63.

[7] Orazio, Carmi, III, 2.

[8] Per approfondire il tema si veda: Viola L.M.A., Quinto Aurelio Simmaco. Lo splendore della romanitas, Forlì 2010, pagg. 48-53.

 

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