Vetustas quidem nobis semper, si sapimus, adoranda est” (Macrobio, Sat., III, 14, 2)

Impero

La fedeltà alla tradizione religiosa nel periodo imperiale fino alla crisi di passaggio del IV-V secolo

 

Per i primi due secoli dell’Impero diversi esponenti autorevoli della cultura e della educazione scolastica si occuparono di custodire fedelmente il canone degli auctores classici, al fine di trasmetterne l’opera nel modo più regolare.
Dalla metà del III secolo la tensione conflittuale coi cristiani della fede si accentuò nell’Impero.
La scuola platonica di Roma, retta da Plotino e poi da Porfirio, svolse in questo periodo un’azione apollinea provvidenziale, in quanto ebbe la funzione di fornire un ulteriore rafforzamento dello strumento filosofico per la difesa della tradizione romano-italiana e per la conservazione del suo nucleo sapienziale e rituale fondamentale.
Diversi furono i discepoli romani dei due maestri platonici, Cornelio Labeone fu uno dei maggiori, grazie a lui si ebbe il collegamento dell’élite dei Padri, dei custodi dell’esoterismo romano degli ultimi secoli della Repubblica, tra cui Varrone e Nigidio Figulo, coi Padri che vissero nel periodo di transizione da Simmaco a Pretestato, da Servio a Macrobio, a Marziano Capella. Quando il contrasto religioso si fece aspro, solo Giuliano Augusto pose un temporaneo argine alla sovversione dei cristiani e assunse nella sua persona la ratifica diretta dei docenti delle scuole, affinché cessasse l’azione di diffamazione e di distruzione della religione romana su cui fondava l’Impero.

Successivamente l’élite dell’Ordo Senatus, riunita attorno al Principio del Senato Quinto Aurelio Simmaco, operò una reazione nei confronti della sovversione in corso. Lo stesso Simmaco perorò più volte la causa religiosa romana, ma alla fine ogni proposta di Simmaco fu respinta e la repressione della religione patria si sviluppò con modalità aspre e violente.
Fu la fine di ogni libertà religiosa, chi difendeva la funzione dell’Impero Divino Romano fu trattato con disprezzo superbo e messo in condizione di non svolgere più la sua opera. La tradizione rituale e orale della religione era però già da tempo ampiamente fissata nelle scritture, le quali erano anche corredate di commentari e di testi contenenti le discipline funzionali alla loro corretta esegesi ed ermeneutica. Grazie all’opera fondamentale dei Padri fu definito rigorosamente il metodo di accesso religioso agli auctores, in modo da produrre una regolare ricezione della loro opera e, specialmente, del loro spirito. I Padri fissarono anche il metodo religioso della filologia romana classica regolare, per custodire il testo scritto nella lettera, nella forma concreta, e nel suo contenuto spirituale.
Quest’azione fu fondamentale per consentire alla tradizione religiosa romano-italiana di perpetuarsi per le sue vie nei secoli fino ad oggi, anche scollegata dalle vicissitudini temporali esteriori della Terra Italia, dell’Europa e dell’umanità. I Padri si sono impegnati in un’opera fondamentale che ha consentito una sistemazione “scolastica” rigorosa del corpo scritturale essenziale della tradizione religiosa e civile romano-italiana, e hanno definito la formazione religiosa che la persona che ambisce allo stato civile e religioso regolare deve svolgere fondando sui testi magistrali.
Quest’opera è stata svolta in modo analogo anche nelle altre coeve tradizioni, così possiamo affermare che nel periodo tardo antico vi sono state delle sistemazioni istituzionali precise anche nella scuola platonica, nella tradizione cristiana e in quella egizio-ermetica.

La strutturazione del canone della tradizione ha visto i Padri impegnati in un’attività ecdotica intensa continua, visto che la trasmissione della religione ormai avveniva principalmente attraverso le scritture autorevoli. Essi produssero una sintesi del corpus antiquario, del diritto, delle opere letterarie, corredandola dei commentari e delle scienze sacre ausiliarie fondamentali per la comprensione dei testi.

L’attenzione e la dedizione dei Padri erano rivolte alla vetustas: “Vetustas quidem nobis semper, si sapimus, adoranda est[1], in queste parole traspare lo spirito con cui i Padri si sono applicati alla cura e alla continuazione della tradizione romana-italiana, essi sono per i posteri un modello perenne, il quale, dopo aver superato la crisi della transizione, fra il IV e il VI secolo, è stato assunto da generazioni di fedeli fino ad oggi, anche se con limitate possibilità di incidere nella situazione religiosa e civile esteriore. La generazione successiva al saeculus praetextati aveva già visto ridursi le possibilità di incidere direttamente sulla situazione religiosa e civile dell’Impero, così, nell’otium dignitosum, fu definita in modo rigoroso la cultura della vetustas, in tal modo poteva prodursi il riferimento adeguato al periodo antiquus, originario, esemplare della romanitas. Conoscere ciò che costituisce lo spirito della romanitas non poteva che generare amore e adorazione, questo amore ha consentito di conservare la vetustas come modello classicus da trasmettere incorrotto alle generazioni successive, trasmettere questo amore è stato un importante compito dei Padri nel IV-VI secolo.

Come abbiamo rilevato, la prassi filologica religiosa ha assunto un’importanza fondamentale nel momento in cui la tradizione è stata affidata principalmente alla scrittura e quindi da quando la trasmissione regolare della religione si è svolta attraverso i testi autorevoli, i quali, spesso, dovevano andare da sé, perché in condizioni di difficoltà e ostilità non sempre potevano essere accompagnati da un commento orale magistrale. Senza l’assistenza e la spiegazione fatta da Maestri e Padri autorevoli, le scritture degli auctores dovevano essere messe in condizioni di preservarsi e “trasmettersi da sé”, tenendo presente che il singolo auctor poteva venire isolato dalla trasmissione complessiva del canone scritturale e fatto oggetto di accesso, imitazione, realizzazione e successiva trasmissione in modo indipendente da altri autori. Per supplire a queste difficoltà furono ben definiti gli elementi costitutivi della regola della trasmissione a partire dallo stabilire con precisione il principio di Autorità Divina di riferimento e il criterio di verità su cui fondare per interpretare, attuare e trasmettere regolarmente il contenuto e la forma della scrittura tradizionale. Per via di questa situazione, hanno assunto una rilevante importanza i filologi e i grammatici, i quali però rimanevano subordinati ai filosofi e ai sacerdoti.

Una grande importanza deve essere attribuita al grammatico-filosofo Servio, che ha raccolto l’eredità del grammatico Donato. Macrobio a sua volta ha raccolto l’opera dei due grandi grammatici, ma anche l’opera antiquaria e filosofica, così come quella politica e giuridica, dell’élite delle generazioni precedenti. Marziano Capella, la cui opera è stata fondamentale per la continuità della tradizione patria, ha rivivificato e raccolto gli elementi fondamentali della filologia esoterica romana, trasmessa da Varrone, Nigidio Figulo e Cornelio Labeone fra gli altri fino al suo tempo.
Ma l’azione più importante che fu compiuta per tener viva l’eredità religiosa e civile romano-italiana, l’insieme della veterum auctoritas, l’unità della sapientia maiorum, è costituita dall’elevazione di Virgilio a Sommo Autore e Pontefice Massimo Perpetuo, a questa statuizione è seguito il riconoscimento definitivo dell’Eneide come Libro Sacro divinamente ispirato, nel quale è raccolto in modo sintetico il deposito integrale di tutta la romanitas, e dunque della religione, del diritto, dell’epica, della cultura, ecc. I commentari di Donato e Servio a Virgilio costituiscono riferimenti canonici insuperabili, essi garantiscono l’accesso regolare alla somma autorità virgiliana. Nell’Eneide, summa teologico-morale della religione romana-italiana, si trovano raccolte in modo sintetico tutte le discipline sacre, per la sapienza che Virgilio ha mostrato è stato definito giustamente dai Padri: “disciplinarum omnium peritissimus[2]. La sua intera opera, in quanto riconosciuta divinamente ispirata, fu definita assolutamente inerrante[3], quindi fu affermata dai Padri l’assenza di ogni errore in Virgilio e la sua completa infallibilità. Tutti coloro che affermano cose diverse si pongono in contrasto con la tradizione autorevole.

A questa prima fondazione della regolarità tradizionale, centrata sulla suprema autorità di Virgilio, si è affiancata la definizione del ruolo di Cicerone, il Plato Romanus, della cui opera i Padri hanno dimostrato l’accordo completo con quella di Virgilio. Dell’Ottimo Padre fu resa evidente la conoscenza esoterica commentando in modo compiuto la prassi “iniziatica” romana contenuta nel De Republica, inerente al Sogno di Scipione. Dopo aver elevato Virgilio alla dignità di Pontefice Massimo Romano Perpetuo, e dunque dopo aver stabilito che il Sommo Vate è il referente infallibile e immutabile della regolarità della tradizione religiosa romano-italiana, e dopo aver mostrato il suo pieno accordo con Cicerone, i Padri hanno integrato al corpo degli auctores maximi Sallustio, Livio, Varrone, Aulo Gellio e Nigidio Figulo, in funzione della trasmissione viva della sapientia e del mos dei Maggiori alle generazioni successive.

Una cura particolare fu riservata alla storia sacra di Roma e alle res gestae dei Maiores, tutti gli elementi della successione temporale dell’opera romana furono trattati secondo Dio, considerando ogni evento in modo te­ologico e secondo una visione religiosa, in accordo con la tradizione.
L’azione svolta doveva avere la funzione di mantenere viva la memoria delle gesta divine esemplari dei Padri nelle generazioni, perciò doveva suscitare amore, adora­zione e imitazione nei giovani e nei fedeli di Roma. Essi diedero un esempio di quello che è l’usus maximus della storia sacra, secondo Quintiliano la sem­plice erudizione storica esteriore è inutile e sviante, perché il soggetto deve accostarsi alla storia in modo religioso, in ottemperanza al monito ciceronia­no: “Historia vero testis temporum, lvx veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis…”[4], perché la storia trasmessa dall’autorità dei Padri è vera luce di esempi divini, maestra di vita religiosa, perciò ogni tentativo di alterare o mettere in dubbio la storia sacra della tradizione va respinto con forza. Per dare forza all’osservanza religiosa della storia sacra e delle gesta esemplari dei Padri, fu costituito il corpus tripertitum, che raccoglieva il Liber de Caesaribus di Aurelio Vittore, l’Origo Gentis Romanae e il De Viris Illustris, al quale furono associati anche i Dictorum et fac­torum memorabilium libri di Valerio Massimo, queste scritture integrarono le già canoniche scritture di Livio e di altri autori di storia sacra e res gestae. La storia sacra, compendiata e fissata in modelli esemplari, si preparava a svolgere nei secoli la funzione religio­sa che aveva avuto per tutti i religiosi antichi, generazioni di fedeli di Roma hanno attinto a questa preziosissima consegna dei Padri. L’Impero Romano era stato costituito col sangue e col su­dore, l’esempio delle grandi virtù dei Padri doveva essere trasmesso come modello esemplare perenne, affinché le anime romano-italiane si adopras­sero continuamente per la restitu­zione della perfezione della civitas e dell’Orbe.

Un’ultima parte dell’opera di riorga­nizzazione della tradizione, da parte dei Padri, fu dedicata alla preservazione nel tempo del valore degli “archivi di pietra” della Roma monumentale (templi, sta­tue, edifici urbani, archi, basiliche, ecc.) nei quali erano fissate la maiestas e la potentia della vetustas, oltre che la sapienza civile romana. La difesa dell’eredi­tà monumentale ha poi animato nel Medioevo la tradizione delle Mirabilia Urbis Romae e ha infiammato l’amore di generazioni. A partire poi dal Rinascimento la ricerca delle tracce artistiche e architettoniche dell’Urbe ha dato supporto all’amorevole conservazione della memoria di Roma, per la tradizione divina e per riprendere l’antica via dei Padri, in modo che l’approccio alle “sacre pietre” avvenisse come per la storia sacra, e non come è stato poi per l’archeologia profana, che si è sviluppata a partire dal ʼ700 ed è poi degenerata fino allo stato attuale.

Quanto è stato svolto dai Padri, con rigorosa e continua applicazione per almeno quattro secoli, ha costituito i capisaldi di una precisa “ortodossia tradizionale”, per la quale è stato possibile avere nel tempo precisi elementi di riferimento, criteri di misura, valutazione e integrazione, per compiere una fedele e regolare applicazione alla tradizione. Questa è stata un’opera fondamentale per le generazioni che si sono succedute fino ad oggi, ad essa hanno sempre guardato come ad una disposizione canonica esemplare a cui attenersi, per avere il retto accesso alla religione di Roma-Italia, in ogni tempo, senza deviare dalla consegna autorevole dei Padri.

La corretta ricezione della tradizione religiosa autorevole può avvenire solo da parte di un animo religioso, ben presente nei Padri, perché la retta disposizione alla tradizione richiede pietas, senza questa qualità non è possibile un’accoglienza corretta della Verità Divina, né un’applicazione adeguata alle scritture e ai Maestri autorevoli che la trasmettono, perciò l’accesso al contenuto essenziale della tradizione rimane interdetto agli empi.
Oltre alla pietas, il vero studiosus religiosus può affrontare adeguatamente lo studio delle scritture e acquisire sperimentalmente le diverse scienze sacre romane, dalla filologia alla teologia, ma questa acquisizione richiede un’ascesi, che il falso studioso non mette in atto, perciò l’accesso alla vera conoscenza degli autori, e alla completa intellezione degli arcana arcanorum di Roma, ben presenti nel Palladio dell’Eneide gli rimangono precluse. I Padri della transizione, grazie al loro ministero e al loro magistero, hanno reso possibile la continuazione della tradizione riadattandone la forma della trasmissione e riorganizzandone le modalità di attuazione.
Questa immensa opera è stata consegnata al travagliato periodo medioevale, nel quale la tradizione ha attraversato diverse vicissitudini. In ogni caso, tutte le azioni di difesa e restaurazione della tradizione sono avvenute nel solco e nella forma definita dai Padri della transizione, ogni alterazione di quella consegna deve essere considerata una deviazione dalla tradizione.

[1] “Se siamo assennati dobbiamo sempre adorare la vetustà”, Macrobio, Sat., III, 14, 2.

[2] Macrobio, Somn., I, 15, 2.

[3] Ibidem, II, 8, 8.

[4]“La storia è vera testimone delle età, luce della verità, memoria dell’anima, maestra di vita, interprete della vetustà …”, Cicerone, De Oratore, II, 9, 36.

 

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