civile ius repositum in penetralibus pontificum”  (Livio, IX, 46, 5)

Repubblica

La tradizione della religione divina nella Repubblica

Ogni istituto religioso e civile in Roma è stato costituito ab origine, ex auctoritate e con imperium, in particolare l’atto teofanico della fondazione di Roma costituisce l’ultimo tratto della mediazione dell’Impero del Dio Supremo nel piano orizzontale della Terra. Si comprende perciò l’importanza che ha l’auctoritas nella religio romana, essa costituisce una specifica presenza immanente dell’Auctoritas Divina Suprema di Ianus, perciò il soggetto dell’auctoritas, l’auctor, è presenza immanente del Dio, in diverso grado. In senso generale, il soggetto che dispone della perfetta auctoritas è oggetto di imitazione, perché rappresenta l’uomo nella sua esemplarità, la forma perfetta dello stesso. All’Autore Supremo occorre prestare ogni fede[1], nell’auctor perfectus si trova la fonte della Verità Divina Integrale, ad esso si può attingere senza timore di errare, a lui ci si riferisce in quanto degno di fede totale[2].

Ad ogni scienza tradizionale corrisponde un autore esemplare di riferimento, dal quale procede una tradizione specifica, perciò solo nell’auctor, in colui che presenta una vera auctoritas, occorre riporre fiducia, chi non dispone di auctoritas non può essere un modello, una guida, un esempio[3]. Dunque solo l’auctor dotato di auctoritas deve essere oggetto di obbedienza e reverentia, perché costituisce la misura e il fondamento della traditio della sapientia e della religio.

Risalendo all’istituzione esemplare dell’auctoritas patrum, secondo l’auctoritas suprema del Divus Romulus, ogni fedele della tradizione regolare si stabilisce nella rigorosa obbedienza all’auctoritas maiorum. Il Senatus, l’istituto divino originario che riunisce i Patres auctores, è sede dell’Auctoritas Suprema del Populus Romanus Quirites, in esso si trova anche la maiestas populi romani. Grazie al Senatus è stato possibile compiere con regolarità l’esercizio degli auspicia e dell’augurium, l’attività dell’auctoritas patrum antecede sempre ogni attività nella civitas, grazie ad essa è stata tutelata la consegna originale romulea ed è stata evitata la violazione del patto divino con Iupiter.
Nell’auctoritas dei Patres prisci si trova il modello dell’auctoritas, quindi nella condotta religiosa dei Patres abbiamo la misura dell’esistenza provvidenziale romana. La sapiente condotta esemplare dei Patres è riunita nel mos maiorum, al quale ogni regolare fedele di Roma si attiene con rigorosa osservanza. Solo attraverso l’imitazione dei Padri, perciò assumendo operativamente il mos maiorum, l’uomo può elevare l’animo nella virtus, fino alla perfezione della sapientia, accedendo ai vari gradi di dignitas e di auctoritas che consentono di esercitare l’imperium in funzione dell’attuazione dell’ufficio provvidenziale universale romano-italiano. Nell’osservanza fedele della traditio morum, il religioso costituisce in sé, nella Civitas e nell’Orbe, la Pax Deorum Hominumque originale, allo stesso tempo attualizza lo stato perfetto del romanus, possessore della sapientia constituendae civitatis e della perfezione della humanitas civilis che ad essa inerisce. Il romano-italiano deve riferirsi al Pater auctor esemplare dicendo sempre: auctoritate tua nobis opus est[4], negli auctores l’uomo religioso deve ricercare l’approvazione, la regolarità, la fondatezza, la legittimità di ogni suo atto, deve sapere che non è possibile procedere adeguatamente nella religio sine auctoritate patrum[5].
Nella regolare obbedienza ai Patres si riceve in modo preciso l’influsso spirituale, l’auges che da essi deriva, quell’auges che dà fondamento augusto alla traditio e alla sua ricezione, perciò chiunque non si attenga alla misura divina trasmessa dai Maiores esce dalla regolare tradizione religiosa romano-italiana. È dunque rigorosamente contrario al rispetto della tradizione il venir meno alla fedeltà religiosa nel modello divino trasmesso dai Patres nella vita concreta della pietas, ciò comporta la corruzione della dignitas romana, così come della sapientia e della virtus ad essa inerenti. A causa di queste deviazioni si produce la perdita, più o meno completa, della Pax Deorum Hominumque, e l’abbandono dell’ufficio proprio dell’uomo religioso romano-italiano, volto alla costituzione della Pace Universale Suprema.

Per quanto riguarda la costituzione ordinata, scritta e trasmessa, della sapientia divina romana, fu Numa a dare principio a tale istituzione e, con essa, al momento della scrittura dei Libri Sacerdotali, alla costituzione della prima “filologia sacra” romana, volta alla difesa della lettera e dello spirito della religione. La filologia sacra, fondata sull’intellezione intuitiva sovrarazionale di cui disponeva Numa, è propria del sapiens e costituisce una scienza sacra di tipo anagogico, che consente di acquisire e conservare la scienza arcana del Divino e dei riti religiosi mediante i quali ci si accorda ad Esso, attraverso la retta applicazione alla tradizione e alla ricezione dei Libri Sacerdotales. Secondo la tradizione, Numa è legum scriptor[6], perciò è autore delle scritture ieratiche della religione romano-italiana, il principio della redazione originale dei Libri Sacerdotali attraverso la mediazione di Numa Marcus.
In questi Libri è stata riposta la scienza integrale del Ius Divinum, del Ius Sacrum e del Ius Pontificale, così come del Ius Civile e di tutto ciò che è necessario all’attuazione operativa della religio romana nella sua integralità.

Una volta fissati, i Libri originali furono affidati ai pontefici, dai quali procedette nei secoli la disciplina giurisprudenziale religiosa volta all’elaborazione normativa e legislativa generale, oltre al compimento di tutte le azioni volte a tutelare la Pax Deorum Hominumque. Perciò, anche nella religione romano-italiana si trovano Libri Sacri, nei quali è deposta, in forma scritta ieratica, la sapientia rituale originale su cui fonda l’ordine della civitas, questa sapientia è stata trasmessa direttamente al primo pontifex grazie alla consegna immediata della sua visione divina da parte di Numa, quindi si tratta di una sapienza “rivelata” arcanamente dal soggetto divino originale e trasmessa poi secondo le modalità esoteriche proprie della traditio pontificale.

Per alcuni secoli la custodia della sapientia divina romana, nel suo complesso, è stata esclusivamente appannaggio dei pontefici, ai quali il popolo, o chi doveva, si rivolgeva come a soggetti in possesso di una conoscenza divina, i quali, consultati, emanavano una sentenza che aveva una sorta di valenza “oracolare”. La disposizione esoterica, sia nella sostanza che nel metodo, della sapientia originale, rimase ben salda nelle mani dei Patres auctores e dei pontefici di origine patrizia per circa cinque secoli, quindi, fino alla metà del III sec. a.C., “civile ius repositum in penetralibus pontificum[7]. Per il mantenimento della segretezza della rivelazione numana originaria era richiesta una rigorosa osservanza della regola della tradizione, la violazione di questa regola, in taluni casi, comportava la pena di morte. Quindi i giureoconsulti arcaici non deviavano dalla consegna originaria, non davano consultazioni pubbliche, né attuavano un insegnamento esteriore, volgare e democratico, della scienza e dell’arte pontificale.

Per tutto il periodo dello sviluppo arcaico della civiltà patria, fu rispettata la regola della tradizione pontificale, facente capo al principio di autorità costituito da Numa in virtù della sua sapienza divina integrale. Fedeli alla loro consegna, i pontefici svolsero la loro attività religiosa producendo supporti documentali diversi, generazione dopo generazione raccolsero negli archivi pontificali tali documenti e ne fecero oggetto di revisioni filologiche ieratiche periodiche, fino a che i Libri Sacerdotali giunsero ai giuristi e agli antiquari della bassa Repubblica. Il percorso della tradizione fu caratterizzato da una lenta, quanto progressiva, apertura dei penetrali pontificali, che non portò mai ad una vera profanazione, però questo processo ha favorito la costituzione di un nuovo piano, più limitato, della ricezione della sapienza divina, un piano exoterico mediato della sapienza arcana, fondamento della religione 
Solo l’osservanza rigorosa dell’esoterismo metodico, e dunque anche della selezione per l’accesso all’Ordo Sacerdotum, così come per l’ammissione al Senatus, hanno garantito la custodia qualificata della sapientia romana e del mos maiorum con l’adeguata auctoritas. Questa regolare osservanza fu insidiata dalla plebe fin dal principio della Repubblica, ma solo nel 366 a.C. si ebbe il primo console plebeo, Lucio Sestio Laterano, mentre, per vedere per la prima volta due consoli plebei, si giunse al 172 a.C. 

Il primo pontefice massimo plebeo, Tiberio Coruncanio, si ebbe nel 250 a.C., il quale introdusse per la prima volta l’uso di publice profiteri, ossia il dare responsi giuridici sacrali in pubblico. Con questo evento, denso di significato simbolico, si può determinare il principio della costituzione in senso exoterico dell’esercizio pontificale, dal quale, progressivamente, si è prodotta l’applicazione dei civili alla ivrisprudentia, una situazione che non equivale alla “laicizzazione” del diritto, come affermano erroneamente taluni studiosi profani. Da quel momento in poi una serie di azioni ha favorito l’estroversione di ciò che in principio era custodito decisamente in modo esoterico, ma il processo di esteriorizzazione del deposito della sapienza sacrale pontificale, che equivalse ad una exoterizzazione della trasmissione segreta, uno sviluppo visto positivamente dagli studiosi profani, non portò mai all’esplicitazione del nucleo essenziale della sapienza romana, in quanto tale esplicitazione è per sua natura impossibile, perché l’oggetto divino della sapienza è per sua natura “segreto”, incomunicabile con mezzi logici, discorsivi o scritturali esteriori.

I misteri divini sono custoditi dalla Sapienza Divina, la quale ha un carattere sovraumano, perciò essi possono essere conosciuti solo dal soggetto che ascende, tramite una precisa disciplina, allo stato ontologico dei misteri. La conoscenza essenziale e spirituale del Mistero di Roma, ovvero dell’essenza dell’Urbe Divina, della sua funzione e di tutto ciò che vi inerisce, non può essere volgarizzata, l’accesso ad essa è stata sempre appannaggio dell’élite pontificale, dell’élite patrizia, o dell’élite dei nobiles della Repubblica. La disciplina costituente la sapientia fu rielaborata proprio da queste élites, accogliendo delle modalità filosofiche precise, perciò fu ricostituita una prassi di accesso al nucleo integrale della sapienza divina romana attraverso procedure rinnovate, ma conformi al mos maiorum. Questo discorso chiarisce come sia impossibile accedere alla vera conoscenza essenziale di Roma e del suo Mistero, e perciò di tutti gli aspetti della romanitas, attraverso i metodi usati dagli studiosi profani moderni, mutuati purtroppo anche dai tradizionalisti esteriori.

Il processo di emergenza e ascendenza della plebe, con il relativo accesso esteriorizzante al deposito essenziale della tradizione, ebbe una sua controparte reattiva nel patriziato e nella nobilitas, a partire dalla funzione decisiva svolta da Appio Claudio Cieco, alla quale seguirono diversi altri atti compiuti dai Patres, che si opposero a ciò che costituiva, già allora, un’azione sovversiva, corruttiva e degradante, della tradizione, a cominciare dall’alterazione dell’esercizio degli auspicia, fino alla disposizione e all’utilizzo esteriore e inappropriato della sapienza sacerdotale e al progressivo abbandono dell’osservanza del mos maiorum.
L’élite religiosa dei Padri si servì fruttuosamente dell’accoglienza della filosofia pitagorica prima, e di quella platonica poi, che ne costituisce la continuità, e successivamente anche di quella stoica, però subordinò l’accoglienza della filosofia al mos maiorum ed elaborò un percorso di accesso all’essenza della tradizione, e quindi anche al contenuto della sapienza divina originaria rivelata, secondo modalità filosofiche, affrontabili anche dagli homines novi. Allo stesso modo, dal principio del III secolo a.C. è avvenuta l’elaborazione della filologia romana di carattere esteriore, che ha consentito di approcciare la tradizione scritturale anche secondo modalità grammaticali e filosofiche non immediatamente intellettive ed arcane. Questa definizione ha reso possibile la gestione e l’operatività della tradizione a diversi livelli.

I Patres si trovarono poi a dover trattare anche gli influssi della tradizione greca, i cui apporti furono adeguatamente selezionati e subordinati al mos maiorum. Nel III sec. a.C., anche per l’influsso greco, diverse personalità cominciarono a sviluppare una letteratura esteriore non pontificale, né legata alla tradizione gentilizia, questa tendenza favorì la costituzione di una specifica letteratura romana i cui produttori furono poi ritenuti autori di riferimento, atti ad esprimere, ad un altro livello e in un altro modo rispetto a quello arcaico, i contenuti della sapientia divina romana.
Così da Livio Andronico, attraverso Nevio e poi Accio, si sono definite una “poesia romana” e una filologia necessaria a trasmettere correttamente questa poesia. Progressivamente si sono formate anche le prime scuole di lettere, grammatica e poetica romane. In questa fase è stato fondamentale l’opus maximum del Pater Ennius, gli Annales, che divenne il poema epico e scolastico esemplare per alcuni secoli, prima di essere sostituito dall’Eneide virgiliana. Dopo Ennio vi è stata una successione di poeti fondamentali come Stazio, Pacuvio e altri, i quali, fra la fine del II e l’inizio del I secolo a.C., hanno favorito la formazione di una specifica letteratura nazionale romana, sia poetica, che in prosa. Dopo la prima articolazione operata da Appio Claudio Cieco, la prosa è diventata significativa in Catone Maggiore, il quale definì anche, in maniera esemplare, l’insieme delle conoscenze che un romano doveva acquisire per la sua formazione religiosa e civile completa. Cicerone affermò che l’opera in prosa svolta da Catone Maggiore era quanto di più ampio fosse stato fatto fino a quel momento secondo quelle modalità espressive[8]. Catone conobbe anche il filologo stoico Cratete di Mallo, il quale si fermò a Roma per una particolare congiuntura voluta dagli Dei, tanto che egli poté trasmettere a Roma tutta una serie di elementi che consentirono l’organizzazione più specifica della filologia romana applicata alla letteratura nazionale e civile. Nel II sec. a.C. vi fu la costituzione formale della scolastica filologica romana, favorita anche dall’arrivo a Roma della biblioteca del Re Perseo, attraverso Emilio Paolo.

La prima elaborazione della filologia romana è stata sviluppata dal “circolo scipionico” retto da Scipione Emiliano, in questo ambiente confluirono le più importanti personalità dedite alla filosofia e alla filologia del periodo. Solo alla fine del II secolo a.C. assunse una certa importanza l’uso della grammatica in funzione filologica, questo sviluppo ebbe in Elio Stilone la prima personalità rappresentativa, la cui opera fu preceduta da quella di Accio, il quale definì la cronologia di Roma e della tradizione religiosa e civile, da quel momento si stabilì che, nella data del DXIII a.V.c. (240 a.C.), aveva avuto inizio la letteratura latina, questa data fu confermata da Cicerone.
Una volta stabilita la filologia grammaticale, si procedette a ridefinire la disciplina dell’esegesi della tradizione scritturale, secondo uno specifico ordinamento fondato sulla ricostruzione della storia italico-romana, con tutto quello che ad essa ineriva. Ogni materia fu passata attraverso una profonda revisione: la lingua sacra originale, la sua origine, la sua fonetica, la sua metrica, la sua morfologia, quindi l’interezza delle sue forme, persino l’approccio rituale del suo utilizzo. Ciò portò all’impiego in ambito letterario della lingua demotica popolare, volgare ed esteriore, la quale fu utilizzata per le opere letterarie che non richiedevano un accesso ieratico, esoterico, al loro contenuto. Allo stesso tempo la conoscenza iniziatica della lingua sacra romana, il suo utilizzo per scopi arcani e rituali, così come la sua penetrazione per accedere al significato misterico delle cose religiose, divennero dominio di poche personalità qualificate nell’ambito sacerdotale e nell’ambito della nobilitas degli optimates.

Elio Stilone fu veramente il primo filologo romano dedicato alla prosa, all’oratoria e alla scienza giuridica, con Stilone si definì quella materia che prese il nome di litteratura, in quanto complesso organizzato delle litterae, cioè della scienza depositata nella scrittura. Stilone fu maestro di Varrone e di Cicerone, egli ebbe un’ispirazione filosofica di tipo stoico e seguì l’indirizzo oratorio e giuridico di Rodi, inoltre ricevette lezioni da Apollonio e Dionisio. Egli introdusse la disciplina critica a Roma, la quale, per suo tramite, arrivò poi a Varrone e Cicerone, i quali ereditarono questa prassi filologico-filosofica, il primo dando privilegio alla filologia, il secondo alla filosofia. La filologia fu dunque sviluppata approfonditamente da Varrone, il quale recuperò la dimensione superiore della filologia filosofica pitagorica e la pose alla base dell’originario modo ieratico della filologia romana, mentre Cicerone accolse la filosofia platonica, che pose alla base dell’esegesi della tradizione, quest’operazione gli rese possibile superare i limiti negativi presenti nella filologia fondata sulla filosofia stoica. Grazie al magistero di Cicerone si può parlare di una computa integrazione della filosofia platonica nella tradizione religiosa romana. Dopo l’opera fondamentale di Varrone e Cicerone non è stato più possibile accedere al deposito degli auctores religiosi senza un’adeguata scienza filologica, o, ancor più, senza una preparazione filosofica qualificata e completa, di tipo pitagorico-platonico. Coloro che mancano di questa preparazione non potranno dare luogo ad una esegesi corretta o ad un’ermeneusi regolare dello spirito della tradizione, perciò non potranno penetrare gli arcani divini dell’autentica romanitas.

Il trasferimento del procedimento grammaticale dai componimenti poetici a quelli in prosa, fu un mutamento importante che avvenne alla fine del III secolo a.C., ciò consentì di sviluppare una regolare applicazione alla tradizione di questa forma letteraria, che in Roma divenne poi predominante. La critica profana antitradizionale moderna tende a vedere in Stilone una figura che scardinò la fedeltà alla tradizione, dall’esplicazione della scienza sacra alla tradizione letteraria. Essi credono, erroneamente, che Stilone fosse afflitto da un certo “individualismo”, e che fosse “libero da preconcetti filosofici” e dunque dedito alla “pura ricerca linguistica astratta”, ma ciò è falso, così dicendo ne deriva un grave torto alla sua opera e alla sua persona, perché una tale disposizione è impensabile per un religioso romano di quel periodo, oltre ad essere completamente anacronistica. Stilone fu certo colui che fondò la scienza etimologica romana su basi filosofiche stoiche, ma ciò avvenne in accordo con la regolarità religiosa, perciò non fu affatto scollegato dalla linguistica teologica originaria. Quindi non si può dire che Stilone non rispettò la dimensione teologica del linguaggio, in quanto, essendo di scuola stoica, egli sapeva bene che l’etimologia svolge una funzione fondamentale nella scoperta della verità presente nel vocabolario religioso. Certamente, dopo il magistero di Stilone, in Roma si distinsero due tendenze, la prima volta alla difesa della tradizione, alla trasmissione dell’antiquitas, l’altra aperta alla modernizzazione e alla modificazione della tradizione. La prima tendenza dominò ancora interamente il campo della tradizione, la seconda ebbe uno spazio limitato e assai contenuto.

Nel periodo finale della Repubblica vi fu la presenza di una personalità di importanza fondamentale, quella di Nigidio Figulo, unus omnium doctissimus, maestro neopitagorico che, secondo Cicerone, costituì un sodalizio nel quale si praticava la filologia esoterica di antica tradizione romana, perciò si produsse un approccio alla religione secondo una modalità filosofica e ieratica, al modo degli antichi Padri. Una posizione analoga a quella di Figulo fu assunta da Alessandro Polistore, discepolo di Posidonio di Rodi. Polistore ebbe una specifica influenza sull’élite romana, i suoi libri costituirono la base di studi religiosi e filosofici di indirizzo pitagorico, e furono utilizzati dai principali mitografi dell’età augustea. Nei circoli esoterici della fine della Repubblica si formò la figura di Virgilio, la cui opera preparò l’avvento di Augusto, diversi discepoli dei vari sodalizi esoterici confluirono poi nell’élite augustea.

 

[1] Cicerone, Verr., V, 67.

[2] Livio, 22, 61,10.

[3] Cicerone, Flac., 22, 53.

[4] Cicerone, Ad Fam., 9, 25, 3.

[5] Livio, VII, 17, 9.

[6] Cicerone, De Rep., V, 3.

[7] Livio, IX, 46, 5.

[8] Cicerone, De Oratore, III, 135.

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